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Liberi dentro: Il Manuale di Epitteto da praticare
Liberi dentro: Il Manuale di Epitteto da praticare
Liberi dentro: Il Manuale di Epitteto da praticare
E-book450 pagine28 ore

Liberi dentro: Il Manuale di Epitteto da praticare

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Info su questo ebook

Il volume contiene l'edizione integrale del Manuale di Epitteto, ampiamente commentato e presentato in chiave di pratica filosofica. L'autore propone l'opera come possibile guida per le scelte della propria vita, e indica con precisione gli esercizi spirituali che possono essere praticati ispirandosi al Manuale e, in generale, alla filosofia stoica, riadattandoli al contesto e alle esigenze della vita di tutti i giorni. Questo lavoro si inserisce sul solco delle ricerche che traggono ispirazione della lezione sul modo di leggere i filosofi antichi che ci ha lasciato Pierre Hadot. È un libro per tutti, scritto da chi lavora a scuola con un linguaggio piano e diretto.
LinguaItaliano
Data di uscita19 ott 2021
ISBN9791220364409
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    Anteprima del libro

    Liberi dentro - Francesco Dipalo

    Indice

    Introduzione

    - Caratteristiche specifiche di questa edizione

    - Alcune informazioni sul Manuale di Epitteto, prima di affrontarne la lettura

    - Arriano di Nicomedia, autore del Manuale

    - Epitteto di Ierapoli: vita e personalità

    - I lettori antichi e moderni del Manuale

    - Consigli di lettura

    - Sequenza espositiva del Manuale

    Encheirìdion – Il Manuale di Epitteto

    - Il principio fondante: la distinzione tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi (paragrafi 1-6)

    - Insegnamenti riguardanti la disciplina del desiderio: come bisogna rapportarsi con le cose della natura e con gli eventi (paragrafi 7-11)

    - Consigli al filosofo principiante: la scelta di vita che predilige i beni interiori è incompatibile con la cura delle cose esteriori (paragrafi 12-13)

    - Altri insegnamenti intorno alla disciplina del desiderio: bisogna imparare a controllare le rappresentazioni (paragrafi 14-21)

    - Consigli al filosofo principiante: come comportarsi con i non-filosofi e quale ruolo incarnare nella società civile (paragrafi 22-25)

    - Ancora sulla disciplina del desiderio: come relazionarsi alle cose della vita nella prospettiva del Tutto (paragrafi 26-28)

    - Insegnamenti riguardanti la disciplina dell’azione: cosa è conveniente e cosa è disdicevole fare nei confronti degli altri, degli dèi e di se stessi (paragrafi 29-41)

    - Esercizi di esortazione verso se stessi: formule da mandare a memoria per il pronto impiego morale (paragrafi 42-45)

    - Ultimi consigli al filosofo principiante: filosofia è stile di vita, pratica quotidiana, non retorica (paragrafi 46-53)

    Rassegna degli esercizi spirituali ispirati al Manuale e alla filosofia stoica

    Dizionario del Manuale

    Commento pratico-filosofico al Manuale di Epitteto

    L’autore

    Francesco Dipalo

    Liberi dentro

    Il Manuale di Epitteto da praticare

    Introduzione, traduzione e testi a commento a cura di Francesco Dipalo

    Dedico questo libro a mia figlia Angela affinché, in futuro, possa esserle di insegnamento e di conforto nelle difficoltà della vita e le consenta di sentire sempre vicino a sé lo spirito del papà che tanto la ama. Possa questa eredità, per suo tramite, giungere ai figli dei figli a beneficio loro e di tutti.

    TITOLO | Liberi dentro. Il Manuale di Epitteto da praticare

    AUTORE | Francesco Dipalo

    ISBN | 979-12-20364-40-9

    Prima edizione digitale: 2021

    © Tutti i diritti riservati all'Autore.

    Questa opera è pubblicata direttamente dall'autore tramite la piattaforma di selfpublishing Youcanprint e l'autore detiene ogni diritto della stessa in maniera esclusiva. Nessuna parte di questo libro può essere pertanto riprodotta senza il preventivo assenso dell'autore.

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    Via Marco Biagi 6, 73100 Lecce

    www.youcanprint.it

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    Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata costituisce violazione dei diritti dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941.

    Introduzione

    «L’arte di vivere [la filosofia] ha come materia la vita di ciascuno».

    (Diatribe I, 15, 2)

    «D’ora in poi, la materia su cui devo lavorare è il pensiero, proprio come quella del falegname è il legno, quella del calzolaio il cuoio».

    (Diatribe III, 22, 20)

    «E qui solo, nell’argomento più grande e importante, quello della libertà, m’è permesso di volere a caso? Nient’affatto, ma l’insegnamento consiste proprio nell’imparare a volere ciascuna cosa, come essa è».

    (Diatribe I, 12, 15)

    «In realtà, l’istruzione filosofica è tutta qui, apprendere ciò che è proprio e ciò che non è proprio».

    (Diatribe IV, 5, 7)

    «Come è un catino pieno d’acqua, così è l’anima, come il raggio di luce che vi piove sopra, così sono le rappresentazioni. Se l’acqua è scossa, par che anche il raggio di luce sia scosso — in realtà non è scosso. Ebbene, quando uno è ottenebrato, non sono sconvolte né le sue cognizioni, né le sue virtù, ma solo lo spirito che le accoglie: ristabilitosi questo, anche quelle si ristabiliscono».

    (Diatribe III, 3, 20-22)

    «Aspetta, disgraziato, non lasciarti trascinare via. Grande è il combattimento, impresa divina, per il regno, per la libertà, per la felicità, per l'imperturbabilità. Ricordati di Dio, invoca il suo aiuto e la sua assistenza, come i naviganti invocano i Dioscuri nella tempesta. Quale tempesta più grande di quella scatenata dalle rappresentazioni violente e ribelli alla ragione? E questa tempesta, che altro è se non una rappresentazione?»

    (Diatribe II, 18, 28-29)

    Caratteristiche specifiche di questa edizione

    Con l’affidare alla stampa questa versione del Manuale di Epitteto non mi propongo particolari fini scientifici o filologici. Questo lavoro obbedisce piuttosto a esigenze di carattere pratico e spirituale. Ho fatto una piccola scommessa con me stesso: provare a restituire al Manuale la sua funzione originaria, adattandolo alla sensibilità e all’immaginario collettivo dei nostri tempi. Ovvero, l’ho riscritto per me, innanzitutto, e per chi avrà la pazienza di leggerlo con l’intenzione di prendersi cura di sé. Esso è l’ordito di un percorso spirituale alla ricerca della libertà interiore, un percorso che si rinnova da secoli attraverso l’esperienza di molte generazioni di esseri umani.

    Composto da Arriano di Nicomedia nella prima metà del II sec. d.C. sulla scorta degli insegnamenti orali del grande filosofo stoico, questo libriccino aveva una funzione eminentemente pratica. Encheirìdion in greco significa, letteralmente, che sta in mano (en chèir), che si può facilmente maneggiare. Qualcosa, insomma, che ci si può (o ci si deve) portare sempre appresso, perché all’occorrenza serve.

    A che cosa? A ben vivere nel momento presente, a sbrigarsela con se stessi in rapporto a ciò che è esteriore (fatti, persone, vicissitudini), ovvero al saper essere e al saper fare. O, per dirla più chiaramente, al sapere stare al mondo, affrontando nella maniera più idonea le circostanze che la vita ci pone dinanzi in termini più o meno problematici, col bipartire ciò che è in nostro potere (la sfera personale, il modo in cui consideriamo le cose) e ciò su cui non abbiamo alcun controllo (le cose in sé). Per difendere gelosamente la propria libertà interiore, bisogna imparare a riconoscere ed applicare tale differenziazione ai nostri casi concreti. Questo, in essenza, è il messaggio di Epitteto. Ma egli non ci dice solo che cosa occorra fare (e perché): ci spiega anche come farlo.

    Il Manuale è anche filosofia nel senso corrente del termine: quindi - d’accordo - si tratta di pensiero astratto. La sua funzione, però, non è affatto astratta. Conoscere per il gusto di conoscere è una bellissima esperienza. Ma ancor più bella è quella conoscenza che, dalla concretezza del vissuto (personale), ascende faticosamente alle vette dell’astrazione per ridiscenderne purificata e fresca come torrente montano, fornendo nuova vita e nuove prospettive all’esser presenti a se stessi nel qui e nell’ora.

    Insomma, conosco per stare bene, conosco per provare ad essere felice. E quelle nozioni che mi servono ad affrontare nel modo più tranquillo e dignitoso possibile la quotidianità – da uomo affrancato dall’ignoranza, che calca la terra per il tempo dal destino assegnatogli, con libera testa e libero cuore – me le porto dietro, nella memoria e, non si sa mai, anche su carta.

    Se il contenuto del Manuale, giunto a noi varcando i secoli, è sempre vivo e vitale, come ben si conviene ad un classico, per restituirlo al compito che dovette attribuirgli Arriano, occorreva tentare di ripristinarne l’immediatezza, l’efficacia comunicativa, il suo essere incisivo, mordente. Senza snaturarlo, travisandone il greco, ma, per così dire, lasciandolo parlare alle orecchie, al sentimento e all’intelligenza dei miei contemporanei, come a suo tempo (1825) fece Giacomo Leopardi.

    Questo ho provato a fare, nella maniera più semplice possibile, ri-meditando paragrafo per paragrafo e rinnovandone l’esercizio spirituale sottostante, di cui lo scritto rappresenta la cifra, la traccia. Per decifrarla è stato necessario – va da sé – chiarire il significato della terminologia e dei concetti filosofici dello Stoicismo di Epitteto e della mentalità del lettore del tempo. A ciò provvedono sia gli ampi testi introduttivi che il dizionario posto a conclusione del libro. Una speciale sezione è dedicata alla rassegna degli esercizi sottesi al testo. In queste parti del lavoro si è fatto frequente riferimento alle Diatribe, i dialoghi di Epitteto – sempre trascritti da Arriano – dalla cui rielaborazione è nato il Manuale. Applicando la disciplina giornaliera dello scrivere, di pomeriggio, al termine delle mie lezioni di filosofia a scuola, ho avuto sempre presenti i miei allievi, le persone, intendo, quelle lì e non altre, cui va la mia riconoscenza. Forse quello che prendo, concretamente, è più di quello che do. A loro mi rivolgo, in prima battuta, com’è naturale (chissà che questo libro non si riveli anche un puntuto strumento didattico!), nonché a chi, giovane o meno giovane (non si è mai troppo vecchi per filosofare! Sarebbe come dire che si è troppo vecchi per esser felici …), crede che la filosofia rappresenti ancora una chance di miglioramento di sé e di buona vita.

    Non è affatto detto che l’alchimia di rinverdire la spiritualità stoica mi sia riuscita. Giudicherà il lettore. Per quanto mi riguarda, ho semplicemente nutrito l’intenzione di essergli utile. Con la consapevolezza che difficilmente riuscirò a esser utile a chicchessia se avrò fallito nel giovare a me stesso. Questo era quanto dipendeva da me. Per il resto mi affido alla volontà del dio.

    Fate di tutto per coltivare il vostro spazio personale, liberatevi dagli abiti di pensiero nocivi, date fiato ed agio al vostro . Cercate di essere felici col riscattare la vostra libertà. La vita è breve e non c’è nient’altro da realizzare se non questo, il massimo bene:

    «Ti sembra un bene la libertà? — Il più grande — E chi ottiene il bene più grande, può essere infelice o star male? - No — Dunque, quanti vedi infelici, inquieti, gemebondi, afferma pure senza esitare che non sono liberi» (Diatribe IV, 1, 52).

    Note redazionali

    Per la composizione di questo testo ho seguito, oltre alla versione leopardiana reperita dal sito web di LiberLiber (http://www.liberliber.it), il Manuale di Epitteto (con testo greco a fronte) tradotto e commentato dal filosofo francese Pierre Hadot (Einaudi, Torino 2006), scomparso nel 2010. Dalla lezione di quest’ultimo, come molti altri filosofi praticanti, ho tratto ispirazione, stimolo, insegnamento. Gran parte di questo lavoro è stato possibile grazie alla lettura e alla meditazione delle sue opere citate nella sezione Consigli di lettura. A lui va la mia più grande gratitudine.

    L’accentazione delle parole greche, trascritte in alfabeto latino, ha la sola funzione di consentire al lettore una pronunzia corretta delle stesse. Un’avvertenza: quando l’accento cade su un dittongo viene normalmente posizionato sulla seconda vocale ma si pronuncia sulla prima.

    Una versione completa del Manuale di Epitteto in greco, suddivisa in paragrafi, è reperibile sul web presso il sito della Perseus Digital Library (Tufts University, Massachusetts, USA) all’indirizzo http://www.perseus.tufts.edu/. Il testo elettronico rispecchia fedelmente l’edizione Epicteti Dissertationes ab Arriano digestae, Epictetus, curata dal filologo Heinrich Schenkl e pubblicata da B. G. Teubner, Leipzig 1916.

    Alcune informazioni sul Manuale di Epitteto prima di affrontarne la lettura

    Le domande del Manuale e l’esigenza di una risposta praticata

    Per capire che cosa sia questo libriccino che ancora oggi, a venti secoli di distanza, stringiamo tra le mani, dobbiamo raccontarne brevemente la storia, tanto affascinante quanto il contenuto del libro stesso. Attraverso il Manuale ci è dato penetrare con l’immaginazione in un mondo popolato da uomini in carne ed ossa, fare capolino tra le vestigia dei loro pensieri, ricostruire almeno in parte il loro mondo interiore, aspettative, desideri, ansie, ma anche forza, determinazione, fiducia in se stessi. La storia della filosofia può anche essere intesa, entro certi limiti, come una sorta di esplorazione archeologica dell’animo umano. Se l’archeologo riporta alla luce manufatti, porzioni di edifici e opere d’arte e prova a leggerli per comprendere la storia di cui essi danno testimonianza, lo storico della filosofia antica armeggia con documenti testuali, spesso corrotti dal tempo, interpolati o frammentari, per ascoltare la voce di uomini vissuti secoli orsono.

    Il Manuale non racconta una storia qualsiasi. Attraverso le sue pagine ci diamo conto di come una comunità più o meno ampia e diffusa all’interno della società romano-imperiale a cavallo tra il I e il II secolo d.C. provasse a rispondere a domande di questo genere: come posso essere felice? Come faccio a mantenermi libero, indipendente e imperturbato dinanzi ai fatti della vita? Come giudicare rettamente quel che mi accade? Quale criterio scegliere? Qual è il mio destino? In una parola: come divento un filosofo? Quegli uomini sono ormai polvere. Ma le loro domande sono anche le nostre domande e, quando noi saremo polvere, saranno le domande dei nostri figli. Per questo è importante, è bello, che noi si presti ascolto alla loro voce. Le domande camminano su gambe di esseri umani e hanno il loro volto, ora curioso e gioioso, ora severo e corrugato. Un volto, una maschera: quella di Epitteto.

    I protagonisti del Manuale: filosofi praticanti ed esercizi spirituali

    Dietro la maschera di Epitteto, in realtà, si cela un gruppo di persone più o meno eterogeneo, quanto a provenienza geografica e ad estrazione sociale. Ciò che le accomuna è appunto l’interrogativo, o piuttosto il credere che ad esso si possa rispondere in un determinato modo. Ma sia ben chiaro da subito: non si tratta di una risposta puramente intellettuale, tanto meno libresca o scolastica, diremmo oggi nel senso deteriore del termine. Rispondere significa scegliere di vivere in un certo modo, coerente con la risposta che si è data. Ad un quesito filosofico corrisponde, dunque, uno stile di vita filosofico. Di questo il Manuale è dunque traccia, espressione e, in un certo senso, ridondanza. Giacché la filosofia stoica, di cui Epitteto è uno dei massimi rappresentanti d’età romana, è in primo luogo vita vissuta e non letteratura filosofica, né tanto meno esercizio retorico. Se si scrive, lo si fa in funzione della pratica. Non saper definire il concetto di felicità, ma esser felice: questo preme al filosofo.

    Ma qual è la trama dello stile di vita filosofico? Essa è scandita da una serie di esercizi spirituali, alcuni semplici, altri più complessi. Gli esercizi impegnano l’individuo nella sua interezza, richiedono dedizione, attenzione, spirito di sacrificio. Alcuni sono più indicati in determinate circostanze o passaggi cruciali dell’esistenza, gli altri, per esser efficaci, vanno integrati nella quotidianità sino a diventare un abito da cui il praticante non si separa mai. Tutti gli esercizi stoici funzionano per gradi: dal livello iniziale, riservato al principiante, a quello intermedio, cui attendono i progredienti, e poi, su nella scala, sino a quello per esperti, riservato a filosofi di lungo cabotaggio. Filosofi praticanti (o aspiranti tali) ed esercizi spirituali: questi sono, a volere scavare un pochino, i veri protagonisti del Manuale.

    La scuola di Epitteto come terreno di cultura dello stile di vita stoico

    Il contenitore di questa pratica di vita è una scuola. Del resto, è lì che ancora oggi si usano manuali, quantunque quelli moderni non assomiglino nemmeno un pochino a quello di Epitteto. Completamente diversa è la loro finalità: essi sono pensati in funzione dell’istruzione o, al massimo, della formazione intellettuale dello studente, non del suo progresso spirituale o della ricerca della felicità. Tant’è. Anche a quel tempo accadeva di frequente che molti giovani si iscrivessero alle scuole di filosofia per completare il loro percorso di studi superiori, tornare a casa, buttarsi a capofitto negli affari politici o economici e fare carriera. Un’infarinatura di nozioni e di formule per ben figurare nei dibattimenti pubblici e … al diavolo la filosofia!

    Ma, insomma, il Manuale ci restituisce, indirettamente (spiegherò poi perché), una lontana eco di quello che si andava facendo ed elaborando in una scuola superiore del I-II sec. d.C., non solo in termini di contenuti (praticati), ma anche di metodi pedagogici e didattici. Più che ad un moderno liceo o alla facoltà universitaria di filosofia, dovremmo assimilare tale scuola ad una sorta di college in cui si risiede per un periodo di tempo più o meno lungo o, piuttosto, ad un seminario monastico cristiano o buddista, per esempio.

    Un maestro che non scrive di filosofia, ma ne dà testimonianza

    La scuola, dunque. Al centro c’è la figura del caposcuola: il maestro stoico Epitteto di Ierapoli. Il Manuale è attribuito a lui. Ma Epitteto, personalmente, non ne scrisse nemmeno un rigo. Nulla di sorprendente per l’epoca. Noi moderni siamo abituati a immaginare i filosofi seduti a tavolino, in mezzo a cumuli di carte, intenti a mettere per iscritto fiumi di parole. Un filosofo non letterato, che non pubblichi libri, ci riesce difficile concepirlo. Nell’antichità invece l’appellativo di filosofo non riguardava tanto il pensatore-scrittore originale, quanto piuttosto colui che praticava la filosofia. Allo stesso modo noi oggi non diciamo cristiano chi scrive libri intorno alla dottrina, ma chiunque si sforzi di vivere secondo gli insegnamenti contenuti nel Vangelo.

    Alla scrittura Epitteto doveva preferire il contatto diretto con i suoi allievi, la parola viva, il dialogo, l’esortazione. Persino le smorfie del suo viso, un’alzata di sopracciglio, la fronte aggrottata, il tono della voce, il suo gesticolare o la celebre andatura claudicante, dovevano essere efficaci veicoli di pensiero e spiritualità. Dietro la maschera c’era l’uomo. Ci riesce difficile distinguerlo perché, se la maschera è espressione, essa inevitabilmente copre ciò di cui è espressione, il filosofo. Ma tutto questo possiamo solo provare ad immaginarlo a partire dal testo, un po’ come fa l’archeologo il quale, attraverso gli oggetti di uso quotidiano di epoca romana, per esempio una lucerna ad olio, un’ampollina per profumi o una piccola anfora per unguenti, si figura l’uso che dovevano farne matrone biancovestite o agili servette domestiche.

    Dietro la maschera di Epitteto uno spirito comunitario

    Ma forse, si dirà, le idee contenute nel testo sono di Epitteto. Questo è certo. Ma ancora una volta Epitteto è una maschera: a lui non sarebbe importato niente delle idee in sé, né del fatto che venissero trascritte e tramandate in forma letteraria. Probabilmente non ne avrebbe rivendicato pubblicamente la paternità, né si sarebbe, per metafora, precipitato a registrarne il copyright. Innanzitutto, perché le idee in sé significano ben poco. Tutto dipende dall’uso che se ne fa. Poi perché le idee non appartengono a nessuno in particolare, ma sono patrimonio di tutta la comunità, sia in senso sincronico - le persone con le quali entro in relazione qui ed ora - sia in senso diacronico - la tradizione degli avi e l’eredità che lasceremo ai pronipoti (e all’umanità intera).

    In senso sincronico, allora, le idee di Epitteto appartenevano, nell’immediato, alla comunità dei praticanti, sbocciavano nel contesto di una vita comune, scandita dai tempi della scuola, a suon di campanelle, di pratiche dure, sia intellettuali che corporali, di studio ascetico, e si forgiavano nel fuoco della relazione, fatta di domande e risposte, di principi da definire e da applicare a questo o a quel caso di vita vissuta, di dilemmi morali da sciogliere, di dibattiti più o meno accesi. Relazioni, si è detto, a vari livelli intersecantisi: tra maestro e studente, studente e studente, esperto e novizio. E ogni tanto, magari, con il concorso di qualche visitatore esterno, un amico di passaggio o un vecchio allievo della scuola.

    I rapporti con la società del tempo

    Ma non basta. La scuola di Epitteto, sita a Nicopoli d’Epiro sulle coste occidentali dell’odierna Grecia, non era un monastero di clausura: pur mantenendo una certa distanza dal mondano, essa intratteneva commerci ad ampio raggio con la società civile, sia in entrata che in uscita. Ad ogni volgere di stagione, un certo numero di studenti maturati facevano le valigie per tornarsene a casa. Provenivano dalle principali metropoli dell’Impero, compresa la stessa Roma, ed erano quasi tutti di rango equestre o senatorio, comunque di famiglia agiata. Alcuni, probabilmente, rappresentavano la crema della gioventù aristocratica romana. Erano giunti a Nicopoli giovanotti e se ne partivano uomini fatti. Molti di loro avrebbero intrapreso il classico cursus honorum, qualcuno sarebbe asceso ai massimi livelli della burocrazia imperiale: procuratore, console o generale. Dopo aver prestato servizio militare nelle legioni, si sarebbero sposati e avrebbero messo su famiglia. Dei bravi romani, insomma. Tuttavia, oltre ad un certo grado di istruzione filosofica in senso intellettuale e retorico, qualcuno di loro avrebbe portato con sé, per tutta la vita, il germe della pratica filosofica stoica, l’eredità spirituale del maestro. Il mondo non avrebbe avuto la meglio su di lui: in cuor suo sarebbe rimasto filosoficamente orientato, moralmente libero, saldo nella fiducia in se stesso e nella volontà degli dèi. Anzi, a quel mondo egli si sarebbe aperto, da filosofo stoico: a rendergli testimonianza avrebbe provveduto il suo stesso stile di vita, prima ancora dei discorsi. In questa maniera, avrebbe sparso il seme della filosofia, soprattutto tra i membri delle classi più elevate. E così il mito di Epitteto avrebbe continuato a richiamare altri ragazzi a Nicopoli, anno dopo anno.

    La tradizione stoica

    In senso diacronico, la tradizione filosofica di cui Epitteto fa parte nel I sec. d.C. era già vecchia di trecentocinquant’anni. Nata ad Atene nel IV sec. a.C. ad opera di Zenone di Cizio e fiorita nel secolo successivo grazie soprattutto all’opera di Crisippo di Soli e di Cleante di Asso, la scuola stoica, con Panezio di Rodi, era successivamente approdata a Roma verso la fine del II sec. a. C. e da Roma, si sa, partono (e arrivano) tutte le strade. Dopo la contaminazione dello Stoicismo con altre correnti di pensiero - si pensi all’Eclettismo di Cicerone e di Seneca - secondo una linea di interpretazione storiografica oramai consolidata, Epitteto avrebbe avuto il merito di ricondurre la filosofia stoica alle sue origini ciniche e zenoniane, prediligendo l’aspetto morale e pratico a quello più propriamente speculativo. Con lui la dottrina stoica si sarebbe tinta di sfumature più marcatamente introspettive e religiose, in linea con l’emergere e il diffondersi di una rinnovata sensibilità spirituale in età tardo-antica. Se tutto questo è vero, a maggior ragione, crediamo, Epitteto si sarebbe sentito (e definito) semplicemente uomo e filosofo stoico. Le idee sono soltanto un filo di perle che congiunge una generazione all’altra, da maestro a discepolo. E quel filo, grazie allo splendore delle perle, di mano in mano, si è allungato sino ai giorni nostri. «Se questa è stata la volontà di Dio, me ne compiaccio»: così commenterebbe, asciutto e disadorno, un immaginario Epitteto redivivo.

    Le idee appartengono a tutti e la dottrina, se utile a farci conquistare la pace interiore, vien prima del nome e della fama del singolo maestro. D’accordo. Ma la penna che ha scritto il Manuale chi l’ha stretta in pugno? È a questo punto che la nostra storia si arricchisce di un altro protagonista: Arriano di Nicomedia, funzionario pubblico, generale, proconsole di Cesare. Ma anche fine letterato e … filosofo.

    Arriano trascrive le parole del maestro durante le lezioni

    Da dove salta fuori il Manuale, perché e soprattutto per chi fu composto?

    Arriano, di cui diremo nel prossimo capitolo, era stato scolaro di Epitteto. Durante le sue lezioni aveva riempito alcuni quaderni (hypomnèmata) di appunti, cercando di riportare, nei limiti del possibile, le parole dell’insegnante, in modo che potessero accompagnarlo dovunque. Da esse avrebbe tratto ispirazione per le sue riflessioni personali: un tesoretto da rimeditare in solitudine o da commentare con qualche condiscepolo. L’esigenza di scrivere nasce proprio da questo bisogno di ricordare, di non perdere memoria delle cose importanti. Questi appunti, probabilmente, furono in parte sistemati e rimaneggiati, ma non in maniera tale da far perdere loro quella immediatezza e quel brio tipici della lingua parlata (il greco della koinè in uso all’epoca). Arriano, insomma, non volle farne un’opera letteraria (sýngramma). Tant’è vero che non adoperò lo stile attico e ionico (per quei tempi sinonimo di belle lettere) nel quale redasse le sue opere non filosofiche. In seguito, i suoi quaderni cominciarono a circolare all’interno della scuola, nel circuito dei praticanti o dei cultori della materia, diventando, a sua insaputa, pubblici e giungendo sino a noi, seppure in maniera incompleta. Si tratta delle cosiddette Diatribe, di cui ci rimangono per intero quattro libri e, in aggiunta, alcuni frammenti dei libri mancanti (secondo la tradizione sarebbero stati in tutto otto).

    A confermarci questa versione dei fatti, provvede lo stesso Arriano che, nella lettera dedicatoria delle Diatribe indirizzata ad un certo Lucio Gellio, dice testualmente: «Io non ho elaborato in forma letteraria le parole di Epitteto, nel modo in cui sarebbe possibile scrivere in forma letteraria parole di questo tipo [cioè come avevano fatto Platone e Senofonte per le parole di Socrate], e non le ho rese pubbliche poiché sostengo di non averle scritte in forma letteraria».

    E aggiunge: «Tutto ciò che ho udito da lui, quando parlava, ho cercato di trascriverlo, nei limiti del possibile, con le sue stesse parole, per conservare con cura degli appunti (hypomnèmata) per il futuro, per potermi ricordare il suo pensiero e il suo schietto modo di esprimersi. Naturalmente queste annotazioni sono come le parole, sotto lo stimolo delle circostanze presenti, si potrebbero rivolgere a un interlocutore e non come quelle che si potrebbero scrivere nella prospettiva di rivolgersi in futuro a dei lettori. In queste condizioni, non so come, senza il mio consenso e a mia insaputa, queste annotazioni sono state rese pubbliche. Del resto, non mi preoccupo molto del fatto di apparire incapace di scrivere un’opera letterariamente curata e anche per Epitteto non ha molta importanza se se ne disprezza lo stile, poiché è chiaro che quando parlava egli desiderava soltanto muovere l’animo dei suoi uditori verso quanto esiste di meglio».

    Sempre che non si tratti di falsa modestia, a leggere queste parole siamo portati a credere che Arriano avesse ben recepito l’insegnamento fondamentale di Epitteto: la pratica innanzitutto e nessun personalismo, tutto il resto è accessorio.

    Le Diatribe documentano un metodo di insegnamento

    Le Diatribe costituiscono, dunque, un tesoretto di inestimabile valore, che è possibile leggere e provare ad interpretare a vari livelli. Attraverso di esse possiamo renderci conto non solo del contenuto delle lezioni di Epitteto, ma anche dei suoi metodi di insegnamento e del clima che si doveva respirare alla scuola di Nicopoli. Lo stile colloquiale – si rivolgono a degli interlocutori-ascoltatori piuttosto che a dei lettori, afferma Arriano – ci trasmette con vivezza il botta e risposta del dialogo filosofico. Una specie di registrazione che ci giunge attraverso i secoli, ma che, proprio a causa della distanza temporale e culturale che ci separa, risulta assai difficile da sbobinare. La cautela è d’obbligo.

    Appoggiandoci agli studi di Pierre Hadot, qualche ipotesi siamo però in grado di azzardarla. Probabilmente, come docente, Epitteto doveva essere un buon improvvisatore. L’ispirazione filosofica non si trova standosene seduti a tavolino, né tanto meno si programma nei dettagli la sera prima. Al filosofo sta a cuore indagare la vita vissuta. La mia, la tua, la sua. Qui ed ora, giacché «l’arte di vivere, ovvero la filosofia, ha come materia la vita di ciascuno di noi» (Diatribe I, 15, 2). Le Diatribe contengono, infatti, spezzoni di dialogo tra maestro e discepolo, su casi generali o episodi specifici, in cui, sempre in maniera dialogica, vengono applicati i principi della filosofia stoica. Ma anche lunghi monologhi di Epitteto, alcuni ricchi di riferimenti personali e di spunti autobiografici, altri con chiari riferimenti storici (per esempio a Nerone e a Domiziano, gli imperatori despoti che avevano perseguitato gli stoici), grazie ai quali possiamo datare la stesura delle Diatribe ex post ai primi decenni del II sec. d.C.

    Gli appunti di Arriano si riferivano, molto probabilmente, alla parte tradizionale dell’insegnamento del filosofo. Il maestro chiedeva agli allievi di porgli dei quesiti a cui rispondeva diffusamente, facendo esempi noti a tutti, oppure contro-interrogando il suo interlocutore alla classica maniera socratica, brachilogica (domande e risposte brevi), maieutica (volta ad indurre il giovane a partorire da sé la sua verità) e soprattutto ironica, se non sarcastica. Tanto ricco era il suo repertorio. Non mancava, infine, il momento più propriamente protrettico (da protreptikòs, esortazione), posto in genere alla conclusione della lezione, durante il quale si ingiungeva allo studente di mettere in pratica, una buona volta, quanto discusso in classe. Il tono di voce di Epitteto, in queste circostanze, ce lo immaginiamo tutt’altro che cordiale! Le sue tirate esortative e le ammonizioni morali dovevano avere sugli ascoltatori l’effetto di un vento di tempesta. Non si sarebbe udito il classico ronzio d’una mosca, insomma. Ma era per il loro bene.

    Sappiamo per certo che già nel I sec. d.C. la lezione dialogata era preceduta dalla lettura ad alta voce e dal commento dei testi canonici della scuola, in particolare i libri di Crisippo, cui si accenna più volte sia nelle Diatribe che nel Manuale. Di questa sezione preliminare delle lezioni di Epitteto, purtroppo negli appunti di Arriano non rimangono che poche tracce. Non conosciamo, quindi, il contenuto più propriamente accademico del suo magistero. Del resto, ad Epitteto non importava che i suoi studenti dimostrassero di saper commentare Crisippo, mettendo insieme quattro belle parole, ma che imparassero a vivere come si deve, applicando i principi di Crisippo stesso: «Non viene un architetto a dire: Ascoltate la mia discussione sull’architettura, ma, concluso il contratto per una casa, mostra, nel modo con cui la costruisce, di possedere l’arte. Fa’ qualcosa di simile anche tu: mangia da uomo, bevi da uomo, adornati, sposati, fa’ figli, partecipa al governo dello Stato; sopporta gli oltraggi, tollera il fratello sconsiderato, tollera il padre, tollera il figlio, il vicino, il compagno di viaggio. Queste cose devi mostrarci onde vediamo davvero che i filosofi t’hanno insegnato qualcosa. E invece no: ma venite ad ascoltarmi mentre espongo i miei commenti. Via,

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