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Raccontando Esterzili
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E-book218 pagine4 ore

Raccontando Esterzili

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Racconti come immagini, ricordi come ritratti, storie come schegge di vita di un tempo perduto che rivive nelle testimonianze documentali, ora intense e vibranti, ora flebili e periture, degli abitanti di Esterzili, protagonisti di un'antologia di pensieri sulla storia sociale ed economica del paese all'alba del Novecento. Brani vergati di seppia per riecheggiare, sul filo di una memoria divenuta storia, uno spaccato di vita comunitaria, sospesa tra racconto e fantasia, mito e leggenda, all'ombra di un passato che è nostalgia, malinconia, tormento, ma anche inviolabile eredità storica e spirituale, da custodire e tutelare.

In sommario le testimonianze orali di Anna Boi, Bice Boi, Felicita Boi, Lucia Boi, Maria Boi in Melis, Maria Boi in Muceli, Elena Corrias, Virgilio Corrias, Eugenia Cucca, Alma Deiana, Anna Deiana, Antonio Deiana, Ettore Deiana, Luisa Deiana, Maria Deiana, Teresina Deiana, Bruna Depau, Maria Deplano, Maria Monserrata Deplano, Dina Dessì, Elena Dessì, Giuseppe Dessì, Luigi Dessì, Margherita Dessì, Maria Dessì, Felicina Ghiani, Luisa Ghiani, Maria Ghiani, Sinforosa Ghiani, Adelina Laconi, Angela Laconi, Anselmo Laconi, Assuntina Loi, Maria Loi, Pietrino Loi, Antonio Melis, Assunta Melis, Dina Melis, Erasmo Melis, Gesuina Melis, Giovanna Muceli, Bice Mulas, Antonietta Olianas, Arturo Olianas, Giuseppa Olianas, Lavinia Olianas, Maria Olianas in Deiana, Maria Olianas in Murgia, Vitalia Olianas, Zelinda Pagliero, Ada Pisu, Pasqualina Pisu, Maria Porcu, Vanda Porcu, Adolfo Puddu, Anna Puddu, Assunta Puddu, Assuntina Puddu, Cosimina Puddu, Margherita Puddu, Maria Puddu, Maria Puddu nota Marianna, Raimondo Puddu, Rosina Puddu, Giovanni Vargiu, Erminia Usai nota Mimina, Fortunata Usai.

Il presente e-book ripropone in versione digitale i contenuti del volume "Raccontando Esterzili" di Ilaria Melis (Editoriale Documenta, 2018, Isbn 978-88-6454-405-2), ad esclusione del repertorio fotografico.
LinguaItaliano
Data di uscita14 ott 2021
ISBN9788864544526
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    Anteprima del libro

    Raccontando Esterzili - Ilaria Melis

    Prefazione

    Racconti come immagini, ricordi come ritratti, storie come schegge di vita di un tempo perduto che rivive nelle testimonianze documentali, ora intense e vibranti, ora flebili e periture, degli abitanti di Esterzili, protagonisti di un'antologia di pensieri sulla storia sociale ed economica del paese all'alba del Novecento. Brani vergati di seppia per riecheggiare, sul filo di una memoria divenuta storia, uno spaccato di vita comunitaria, sospesa tra racconto e fantasia, mito e leggenda, all'ombra di un passato che è nostalgia, malinconia, tormento, ma anche inviolabile eredità storica e spirituale, da custodire e tutelare.

    Nota editoriale

    Il presente e-book ripropone in versione digitale i contenuti del volume Raccontando Esterzili di Ilaria Melis (Cargeghe, Editoriale Documenta, 2018, Isbn 978-88-6454-405-2), ad esclusione del repertorio fotografico.

    Il volume raccoglie una selezione di testimonianze orali di abitanti di Esterzili. I testi, trascrizione di interviste realizzate sul campo nell’arco temporale intercorrente tra i mesi di agosto 2014 e agosto 2015, riportano il contenuto dei documenti orali originali con larga fedeltà alle forme sintattiche e semantiche adottate dagli informatori.

    Ad Esterzili

    In tutto il paese c’erano quattro o cinque fontane. Per prendere l’acqua facevamo la fila con la brocca, che potevamo riempire giunto il nostro turno. Spesso capitava però che la brocca colma d’acqua ci cadesse prima di arrivare a casa e a quel punto erano guai.

    In paese c’era anche s’abbeveratoiu, l’abbeveratoio, una vasca dove poter far dissetare gli animali con due rubinetti da cui prendere l’acqua da bere. Dall’altra parte della strada si trovava un altro vascone da dove attingere l’acqua per innaffiare gli orti circostanti, perché a quei tempi lì davanti non vi erano case.

    Non ci si poteva lavare tutti i giorni e spesso lo facevamo una sola volta al mese: mettevamo su bandou, una bacinella di ferro, in su staulu, nel piano superiore, e riscaldavamo una pentola d’acqua con cui lavarci.

    Io spesso mi lavavo nel cortile con il lavamano, prima la faccia e poi i piedi e dopo buttavo l’acqua in un buco, finendo così nel cortile di tzia Arega che si arrabbiava sempre perché lì doveva scendere solo l’acqua piovana nei giorni di pioggia e non l’acqua sporca nei giorni di sole. Mi riprendeva sempre, ma io continuavo a farlo.

    A casa avevamo anche il sapone che mia madre aveva imparato a fare a casa di signora Mariannina, presso la quale lavorava.

    Giuseppa Olianas, nota Peppina

    Le vecchie Poste

    Le vecchie Poste erano costituite da un ambiente molto piccolo e semplice. Entrando vi si trovava subito lo sportello e lo spazio circostante era abbastanza limitato. L’ufficiale postale era signora Haydee e zio Mimino Farris, che era l’addetto al ritiro della posta, andava a prendere la corrispondenza alla stazione dei treni. Dopo di che signora Haydee la smistava e andava nel cortile delle Poste dove la gente aspettava la propria corrispondenza, e leggeva i nomi dei destinatari in modo che ognuno potesse avvicinarsi a prendere la propria.

    Nonna si recava alle Poste ogni mese per ritirare la pensione, ma un giorno, impegnata nel fare il pane con mia madre, visto che avevo imparato a firmare, mi diede il libretto e mandò me.

    Signora Haydee mi accolse col sorriso, mi salutò e mi fece i complimenti, dandomi i soldi che io piegai per bene, mantenendoli stretti stretti nella mano. Poi le diedi il libretto e me lo rese dopo averlo timbrato. Feci quindi per andarmene, ma lei mi fermò dicendomi di aspettare, e iniziò a contare altri soldi che poco dopo mi diede. Si era scordata di avermeli già dati, ma io subito glielo dissi. Ci rimase molto male, si scusò e mi disse di salutarle mia madre. Un attimo dopo essere arrivata a casa, arrivò da noi la serva di signora Haydee per dire a mia madre di avvicinarsi alle Poste appena avesse potuto. Mamma subito controllò il libretto, contò i soldi e vide che era tutto a posto, e non riuscendo a capire il motivo per il quale la cercasse, infornò il pane lasciando mia nonna a controllarlo e si diresse di fretta da lei. Appena la vide, signora Haydee le disse: « Sinforò, Deus ti da eneixada a filla tua», cioè Dio benedica tua figlia. Ma mamma non capiva, e una volta raccontatole l’accaduto, signora Haydee aggiunse che se al mio posto ci fosse stata un’altra persona non le avrebbe detto nulla e lei ci avrebbe rimesso lo stipendio di tutto il mese, quindi la ringraziò più e più volte.

    Felicita Boi

    I locali del paese

    In passato ad Esterzili Tullio Orrù e Raimondo Serra avevano il bar. Quest’ultimo lavorava molto, e all’esterno, attaccati al muro, c’erano degli anelli in ferro dove poter legare i cavalli, in quanto molte persone si fermavano a bere qualcosa di ritorno dalla campagna, oppure arrivavano dai paesi vicini. Era attivo anche il Dopolavoro, ma io ci sono andato una sola volta.

    Non mancava poi chi vendeva il proprio vino, aprendo la cantina per un paio di giorni, dove tutti potevano andare a prenderlo.

    Raimondo Puddu

    La paura

    Durante la guerra, Esterzili non venne colpito dai bombardamenti. Al contrario Nurri subì diversi attacchi e noi andavamo nella località di Cucaionis a sentire gli spari. Qui da noi passò solo un aereo che sganciò una bomba nella parte bassa del monte Santa Vittoria, generando un boato che si sentì fino al paese. La paura fu tanta e molti fuggirono a nascondersi. In genere, per avvisare del passaggio di qualche aereo a bassa quota, si dava il bando che raccomandava di correre ai ripari.

    Un giorno ne passò uno mentre andavo all’orto di Nualei e sentendolo arrivare mi nascosi sotto l’asino carico di letame che avevo con me. Infatti l’animale, sentendo il gran rumore, restò fermo ed essendo carico, con sa bèrtula, la bisaccia, mi copriva perfettamente. Chi invece si trovava vicino agli orti si nascose in s’orrù, tra i rovi. La notte che la guerra finì, le campane di chiesa suonarono a lungo e tutti uscimmo a festeggiare.

    Alma Deiana

    Gei mi fui oscurau pagu

    Ho preso moglie a trentadue anni, al rientro dal militare. Era il periodo della guerra d’Africa e inizialmente avrei dovuto prestare servizio per un anno, ma poi mi trattennero per altri otto mesi. Gei mi fui oscurau pagu, senza assegno e senza nulla, con mia madre che aspettava i soldi che non arrivavano mai. Ebbi però la fortuna di incontrare un capitano che mi domandò perché fossi così triste e una volta spiegata la situazione mi chiese se volessi fare l’attendente. E senza esitare accettai. Passati quei mesi, rientrai a casa e ripresi a fare le cose di sempre, pascolando le pecore e seminando i campi, ma passò poco tempo che scoppiò la Seconda guerra mondiale e nel 1939 venni richiamato alle armi. Rimasi a Cagliari nel Reggimento 46 sino a quando nel 1941 uscì una circolare ministeriale per chi avesse voluto fare l’operaio boschivo. Mi rivolsi quindi a un grande industriale di Seui, Efisino Piga, che mi chiese se disponessi di giogo e carro e, datagli risposta affermativa, dopo soli otto giorni rientrai a casa. Il signor Piga gestiva infatti le foreste di su Ertessu di Esterzili e di Nigòla e io dovevo occuparmi di trasportare il carbone e raccogliere la legna per fare i quadri per le miniere. A quei tempi le strutture in ferro non c’erano, quindi per poter entrare nelle miniere con più sicurezza, le gallerie venivano rinforzate con il legno. Portavamo poi il carbone alla stazione di Sadali e i quadri di legno alla stazione di Esterzili. Tornai a occuparmi della mia attività dopo l’armistizio e delle centodieci pecore che avevo dato in affitto per ben sei anni me ne spettarono una trentina, ma visto che la persona che le aveva prese in affitto le voleva vendere, le ricomprai e ripresi la vita di tutti i giorni.

    Adolfo Puddu

    Il militare

    Nel 1940, a quindici anni, lavoravo con tziu Ninnicu. Restai con lui per un paio d’anni, poi nel 1945 mi chiamarono per il militare. In quel periodo in paese la fame era tanta, era pieno di sfollati, ma fortunatamente non avevano bombardato.

    Partii quindi in Continenti e dopo cinque giorni ci dissero che servivano dei pastori per il Comando Militare che aveva capre, pecore e vacche, e che ci avrebbero potuti rimandare in Sardegna. Ma io ero stanco di fare il pastore e non volevo rientrare in paese: volevo conoscere il Continente, quindi rinunciai.

    La prima tappa fu Orvieto, poi Siena, una bellissima città ricca di ciliegie, poi nuovamente Orvieto, dove arrivò l’ordine di partire per il fronte, in guerra con il Giappone. Arrivati ad Arezzo passammo due notti in tenda sotto un diluvio. Il giorno dopo andai a cercare qualcosa da mangiare, ma non c’era nulla. Trovai solo una piccola bottega dove comprai un pacchettino di fichi secchi, ma mi fecero venire sete, quindi dovetti andare alla ricerca di un po’ d’acqua.

    Appena venne firmato l’Armistizio ci mandarono a Genova e per undici lunghi mesi la mia famiglia non seppe dove mi trovassi perché per motivi di sicurezza non potevo dare l’indirizzo, tanto che la posta veniva identificata con un numero. A Genova mi chiesero se volessi fare l’attendente ed accettai subito. Lo feci per due anni, poi arrivò il giorno del congedo e ci trasferirono per un mese a Napoli, dove si mangiava un panino ogni ventiquattro ore oppure, se prendevamo la gavetta, dovevamo annotare in un bigliettino che avevamo pranzato. Ma io ogni tanto lo cancellavo con della calce e prendevo il pasto due volte. Da lì prendemmo un treno merci riservato ai militari per arrivare a Civitavecchia. Con me c’era anche Antonio Deiana e ad ogni fermata cercavamo qualcosa da mangiare.

    Arturo Olianas

    Mio padre

    Ero la figlia più grande e dopo di me c’erano Anna e Maria, ed ancora Gianpaolo, Piero, Giacomo e Angela, nati dopo il rientro di mio padre dalla guerra. Babbo allevava delle pecore assieme ai nipoti Antonio e Giuseppino Deiana, e quando partì restarono sotto la loro custodia, mentre le vacche le presero Domenico Deplano e altre persone. Fece il soldato per tre o quattro anni e in quel periodo, suo fratello, zio Giovanni Boi, prima di andare al monte passava sempre a casa nostra per assicurarsi che stessimo tutti bene.

    Quando babbo rientrò ebbe nuovamente tutto il bestiame e poté riprendere la vita di sempre. Aveva anche un giogo di buoi che trainavano il carro col quale trasportava legna, letame e altro, e quando questo era vuoto non lo lasciava mai in strada, ma lo metteva sempre in sa prassa ’e omu, nel cortile di casa, per evitare che gli venisse rubato. Aveva inoltre un’egua, una cavalla, e quando rientrava dal monte spesso trovava qualcuno della famiglia di zia Genesia, i nostri vicini di casa, pronti a dargli una mano, chiedendogli dove voleva che gli portassero la cavalla. Erano sempre molto bravi e gentili.

    Felicita Boi

    Il ritorno a casa

    Nel 1946, col finire della guerra, rientrammo in Sardegna. Sbarcammo al porto di Cagliari e da Calamosca arrivammo in Via Roma con il tram. Durante tutto il periodo della guerra fummo esentati dal pagare i biglietti di trasporto, ma quando il conflitto cessò dovemmo iniziare a pagare, anche se a metà prezzo. Il giorno però non avevamo i soldi sufficienti e il controllore chiamò la ronda militare per farci scendere dal mezzo. Nel frattempo

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