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Il segreto di Sylvie Duchene

Il segreto di Sylvie Duchene

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Il segreto di Sylvie Duchene

Lunghezza:
401 pagine
5 ore
Pubblicato:
16 set 2021
ISBN:
9788830530676
Formato:
Libro

Descrizione

ESCLUSIVA DIGITALE.


Mi chiamo Sylvie Duchene e sono solo una ballerina.

Nella Francia occupata del 1944, Sylvia Crichton è pronta a diventare Sylvie Duchene e a muoversi silenziosamente dietro le linee nemiche per contribuire a salvare il suo paese dalla morsa nazista. Come ballerina del nightclub Mirabelle, la sua missione è intrattenere la clientela tedesca e carpirne i segreti. Ma in un mondo di inganni e bugie non si può fidare di nessuno. Neanche di Felix, enigmatico pianista del club, che sempre di più la sta conquistando? Sylvie è stata addestrata per prendere parte alla Resistenza, ma nessuno l’aveva preparata alla morsa dell’orrore e del profondo amore che stanno assediando il suo cuore…
Pubblicato:
16 set 2021
ISBN:
9788830530676
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Il segreto di Sylvie Duchene - Elisabeth Hobbes

1

Località ignota, 1944

«Mi chiamo Sylvie Duchene e sono una ballerina.»

«Bugiarda.»

La voce, sferzante come una frusta, interruppe le proteste di Sylvie.

«Di’ la verità! Qual è la tua missione?»

Sylvie si umettò le labbra riarse e deglutì prima di rispondere, prendendo tempo nella speranza di assumere un tono neutro.

«Gliel’ho già detto, sono Sylvie Duchene» ribadì, stendendo il collo verso la direzione da cui le sembrava provenisse la voce.

Sentì dei passi e avvertì che l’uomo si era avvicinato. Quando parlò, le tenne la bocca vicino all’orecchio. La sensazione del respiro sul collo le provocò un brivido che le increspò la pelle e le fece rizzare i peli sulla nuca.

«Bugiarda» ripeté lui con voce più bassa e aspra. «Ti teniamo d’occhio da settimane. Collabori con gli Alleati. Fai parte della Resistenza. Confessa.»

Una mano sbatté sul tavolo davanti a cui era seduta Sylvie. Lei sussultò, allarmata, ma era ammanettata con le braccia dietro la schiena e la sedia era talmente accostata al tavolo da non concederle spazio per muoversi.

«Ammettilo. Sappiamo chi ti ha reclutato.»

Un altro colpo sul tavolo. A giudicare dal suono diverso, sembrava dato con il pugno anziché con il palmo aperto. Sylvie si chiese quanto tempo ancora sarebbe passato prima che quei colpi fossero diretti a lei. Poco, sicuramente. Era già stata schiaffeggiata con forza quando si era dibattuta per liberarsi dai due soldati che l’avevano prelevata dal letto, trascinandola via. L’avevano ammanettata e le avevano messo in testa un sacco di tela pesante, poi l’avevano portata via dal palazzo mentre scalciava e gridava. L’avevano buttata sul sedile posteriore di un’auto e avevano percorso chilometri, o almeno così le era sembrato, prima di arrivare a destinazione, dovunque fosse. L’avevano trascinata in una cella e le avevano ordinato di rimanere in piedi, sotto una luce accecante, mentre le gridavano contro. Dopo un’ora, o forse più, le gambe avevano cominciato a cederle ed era stata quasi invasa dal sollievo quando era stata portata via dalla cella e sbattuta a sedere su una sedia di legno.

«Non è vero niente» rimarcò con tutta la fermezza che riuscì a racimolare.

Silenzio.

Sylvie s’irrigidì e trattenne il fiato.

Poi sentì un’altra voce, sempre maschile, ma più acuta. Sylvie immaginò che quell’uomo fosse più giovane del collega. Parlava anche lui in francese, ma con un accento tedesco più forte.

«È stata catturata tutta la tua rete. In questo momento i tuoi compari sono sotto interrogatorio e stanno confessando. Dimmi la verità e ti sarà risparmiata la vita.»

«Non c’è nessuna rete» insistette Sylvie. «Non so di che parla, io sono solo una ballerina.»

«No, sei una bugiarda e una sgualdrina, fräulein. Siete stati traditi. O magari sei stata tu a fare la spia.»

Ora la seconda voce era più pacata, ma non per questo meno minacciosa. Sylvie fu sul punto di dire che non l’avrebbe mai fatto, ma si trattenne in tempo. Protestare perché avevano insinuato che fosse una traditrice equivaleva ad ammettere che c’era qualcuno da tradire. Fu scossa da un altro brivido gelido. Ci era mancato poco. Si rese conto di essere troppo disorientata per riflettere con lucidità. Tremava, in parte per la paura ma soprattutto perché in quel posto, ovunque fosse, si gelava e lei indossava soltanto una camicia da notte.

Premette forte la pianta del piede nudo contro il pavimento, cercando una stabilità interiore tramite la sensazione del legno nodoso delle assi sotto le dita. Quando era stata prelevata a forza dal letto non aveva idea di che ora fosse, ma dormiva tanto profondamente che adesso sospettò di essere stata drogata.

Cercò di ricordare quello che aveva appreso sull’arresto e sugli interrogatori durante l’addestramento.

Non ammettere niente. Negare di sapere qualsiasi cosa.

«Dicci quello che sai di Icarus» ordinò la prima voce.

«Se è un locale, non vi ho mai ballato» replicò Sylvie.

Con la sua risposta volontariamente insolente si guadagnò un violento schiaffo sulla guancia, che la fece trasalire per la sorpresa e il dolore. Malgrado fosse decisa a non far trasparire le proprie emozioni davanti agli uomini che la interrogavano, sentì che le salivano le lacrime agli occhi. Fu contenta di essere bendata perché la stoffa assorbì rapidamente il pianto, prima che le rigasse le guance.

«Icarus è una rete di agenti inglesi che collaborano con la Resistenza francese. La tua cellula fa parte di quella rete. Dimmi i nomi dei tuoi contatti. Chi è il corriere? Chi si occupa delle comunicazioni radio? Con quali résistants operi?»

«Vi sto dicendo la verità» rispose Sylvie con voce tremante. Dubitava che quel lieve tremore fosse sufficiente per impietosire i suoi aguzzini, però avrebbe tentato qualsiasi strategia. «Sono solo una ballerina. Sono cresciuta a Rennes, in Bretagna. Non conosco nessun Icarus, né cellule della Resistenza.»

La storia della sua copertura era facile da ricordare. Era la sua vita o, almeno, quella che sarebbe stata se sua madre non fosse morta quando Sylvie aveva tredici anni.

«Abbiamo fatto dei controlli sul tuo passato e non ci sono notizie su dove hai vissuto a partire dai tredici anni. Dove sei stata?»

«In un convento.»

«Perché?» le chiese la seconda voce. «Una sgualdrinella come te non sembra il tipo di donna che vuole farsi suora.»

Era a quel punto che la copertura di Sylvie si discostava dalla verità, ma le bugie che aveva memorizzato e provato tante volte le uscirono di bocca con facilità.

«Sono rimasta incinta» ammise, chinando il capo in segno di vergogna. «Mia madre mi ha mandata in convento per non farlo scoprire ai vicini ed evitare lo scandalo. Ho partorito, ma mia madre si è rifiutata di riprendermi a casa con sé, perciò non sapevo dove altro andare. Mi sono spostata da un posto all’altro in cerca di lavoro. Non è colpa mia se i documenti sono andati distrutti nei bombardamenti.»

Emise un gemito sommesso mentre le veniva un’idea.

«Anche adesso potrei essere di nuovo incinta. Non fatemi del male, vi prego. Non fate del male al mio bambino.»

Se avesse avuto le mani libere, avrebbe sottolineato quella rivelazione portandosele al ventre. Le manette le sfregavano i polsi ogni volta che cercava di muovere le braccia. Si mise a singhiozzare forte, con violenti singulti senza lacrime. Cercò di richiamare alla mente ogni situazione passata che l’aveva fatta soffrire: la morte di sua madre, il vero motivo per cui non c’erano documenti francesi a suo nome, le sue disastrose storie d’amore. Si sforzò di farsi salire le lacrime agli occhi, sperando che stavolta le scendessero sul volto per usarle come prova del fatto che stesse dicendo la verità. Alla fine, lasciò che il pianto convulso si placasse e tirò su con il naso un paio di volte. Gli uomini erano rimasti zitti mentre singhiozzava, ma senza poter vedere non aveva idea dell’effetto che la sua scena pietosa aveva avuto su di loro.

«Pensi di essere incinta, però non sei sposata» commentò la voce con disprezzo. Sylvie capì che la storia non aveva giocato a suo vantaggio e che aveva solo peggiorato l’opinione che nutrivano di lei. «Ti piacciono gli uomini, eh, fräulein

Una mano si posò senza gentilezza sul suo ginocchio, con le dita rivolte verso l’interno della coscia. Sylvie trattenne un grido di repulsione avvertendone il calore attraverso il cotone sottile della camicia da notte.

«Non vorresti conoscere anche me? Chissà cosa potrei farti confessare se fossi dentro di te.»

Sylvie si morse l’interno del labbro e rimase immobile. Non doveva fargli credere che stuprarla fosse l’espediente giusto per farla parlare. Per la prima volta la paura lasciò il posto al disprezzo. Gli uomini erano fatti così; avrebbero cercato di usare il sesso come arma. La mano s’insinuò sotto l’orlo della camicia da notte, a contatto con la coscia: la strinse leggermente prima di ritirarsi, di colpo.

Ci fu qualche secondo di silenzio, poi parlò la seconda voce.

«Fumi, fräulein

Sylvie si umettò le labbra, sollevata perché avevano deciso di non aggredirla, almeno per il momento.

«Ogni tanto» ammise. «Non c’è niente di male.»

«Quindi fumi e vai con gli uomini. Immagino che tu beva, anche»

Sylvie annuì, desiderando un bel bicchiere di whisky. Sentì sfregare un fiammifero e subito dopo odore di tabacco. Uno degli uomini, non sapeva quale dei due, aspirò rumorosamente il fumo e glielo soffiò in faccia. La zaffata nauseabonda le provocò un conato. Poi avvertì un piccolo punto di calore che si muoveva sopra la sua pelle, vicinissimo alla guancia. Il panico divampò in lei, più incandescente della punta della sigaretta, e le serpeggiò nelle vene.

«Quanto pensi che ti farebbe male se te la spegnessi in un occhio? È quello che farò, a meno che tu non mi dica quello che vogliamo sapere.»

Sylvie ritrasse il più possibile la testa, appoggiandosi con forza allo schienale della sedia.

«Dov’è Icarus? È la tua ultima possibilità prima che io ti consegni a quelli dell’Abwehr. Loro sì che sapranno scioglierti la lingua. Non saranno pazienti quanto noi.»

Sylvie si raggelò. Stando a quello che si diceva, i metodi di tortura impiegati dai servizi segreti militari tedeschi avrebbero veramente messo alla prova la sua resistenza. Malgrado il panico e il freddo, il dolore e le articolazioni rigide, si sforzò di ripescare dalla mente un consiglio che le avevano dato i suoi istruttori durante l’addestramento.

Pensa alla famiglia e ai tuoi cari. Tieni bene in mente i loro volti. Ti proteggeranno durante l’interrogatorio.

Però, per quanto si sforzasse, non le veniva in mente nessuno. Chi contava di più per lei? E lei, per chi era importante? Avevano avvertito le reclute che avrebbero dovuto tentare di resistere per ventiquattr’ore, per dare agli altri membri della cellula il tempo di chiudere le attività e darsi alla fuga, di nascondere le attrezzature radio e di salvare altre vite. Uomini e donne avrebbero potuto continuare a organizzare sabotaggi e disordini per cercare di liberare la Francia.

Francia. Quella parola era come un faro nella nebbia. La sua amata patria non più schiacciata sotto lo stivale nemico. Era per quello che era entrata tra gli agenti del SOE, l’organizzazione britannica per le operazioni speciali. Alzò la testa e raddrizzò la schiena poi, con la voce più salda che riuscì a racimolare, dichiarò: «Non ho niente da dire. Mi chiamo Sylvie Duchene e sono una ballerina».

Il calore della sigaretta si fece più vicino per poi svanire, senza preavviso. La mano le si posò di nuovo sul volto e lei si scostò. Questa volta, invece di darle uno schiaffo, le sollevò la benda. La luce era talmente forte che Sylvie dovette chiudere gli occhi e, quando li riaprì, vide che era il sole.

«Grazie, signorina Crichton» fece una voce in inglese, con un inconfondibile accento scozzese. Sylvie guardò verso l’angolo della stanza da cui proveniva e trasalì per la sorpresa. La voce più matura, quella che l’aveva tempestata di domande, era di Donald Ashton, uno degli istruttori di tecniche d’interrogatorio del SOE.

«Immagino che le andrebbe una cioccolata calda» continuò Ashton, avanzando. Sylvie annuì e scoppiò a piangere. L’altro, con l’uniforme delle SS, tirò fuori una chiave e le aprì le manette.

«Brava, signorina Crichton» le disse con calore, aiutandola ad alzarsi. «Mi rincresce moltissimo per il trattamento che ha subito.»

Sylvie non lo riconobbe, ma aveva parlato in tedesco con Ashton e l’aveva interrogata in ottimo francese. Sylvie si chiese se era inglese o di una di quelle nazionalità. Mentre l’aiutava a mettersi in piedi, le mise una mano sulla schiena, all’altezza della vita, ma la ritrasse subito quando lei s’irrigidì. Era stato lui a stringerle il ginocchio e a far scivolare la mano troppo vicina all’inguine? Si chiese se si fosse divertito in quella parte della recita. Cercò di non pensarci mentre gli si appoggiava al gomito. Le tremavano le gambe e aveva bisogno di sorreggersi per non svenire. Era decisa a non farlo davanti agli uomini contro cui aveva resistito per tutto quel tempo.

Dieci minuti dopo, Sylvie era seduta su una comoda poltrona davanti al camino in un salotto. Aveva scoperto che l’attendevano la vestaglia e le pantofole. Su un tavolinetto c’erano una tazza di cioccolata calda addensata con amido di mais, due fette di pane tostato e imburrato generosamente, e un piattino di marmellata di prugne e carote. In sottofondo si udiva una radio a basso volume. Era una scena tipicamente inglese. Sylvie stentava a credere che fosse quella la realtà, e che il terribile interrogatorio fosse stato solo una finzione.

«Come si sente ora, signorina Crichton?» le chiese l’uomo di mezz’età seduto di fronte a lei sull’altra poltrona. Parlava un francese impeccabile, ma Sylvie sapeva con certezza che era inglese fino al midollo, con un lignaggio che risaliva al diciassettesimo secolo.

Non attese la sua risposta, perché fu lui a dire: «Sarà disorientata, suppongo. Stanca. Indolenzita e forse con qualche livido».

Anthony Carmichael lo faceva spesso, notò Sylvie; dava la risposta che voleva sentire con frasi brevi e telegrafiche, presumendo che fosse quella giusta. Ci voleva una persona forte per contraddirlo, ma in quel caso non serviva: aveva riassunto alla perfezione le condizioni psicofisiche di Sylvie.

Lei annuì e si mise una mano sulla guancia sinistra dov’era stata schiaffeggiata. «Sono stanca» ammise. Prese una fetta di pane tostato e la mangiò voracemente. «Sembrava tutto così vero» commentò tra un boccone e l’altro. Rabbrividì e si coprì meglio con il plaid a quadri scozzesi rossi e verdi che aveva sulle ginocchia. Carmichael si servì, prendendo una fetta di pane tostato. E quello che rimaneva della marmellata, constatò Sylvie con indignazione.

«Deve sembrarlo. Prima che prenda un impegno con il SOE, dobbiamo verificare fino a che punto è in grado di resistere. Cosa ancora più importante, è lei a dover sapere che cosa rischia. Chiaramente noi evitiamo di essere troppo violenti o crudeli, ma se verrà catturata dalle SS o dalla Gestapo, non saranno altrettanto gentili. Faranno ricorso a qualsiasi mezzo riterranno necessario per estorcerle informazioni.» Carmichael si sedette più comodamente e la guardò con aria serissima. «Se verrà mandata in Francia non ci sarà soltanto la sua vita in ballo, signorina Crichton. La minima debolezza potrebbe mettere a repentaglio anche quella degli altri agenti. Degli Alleati della Resistenza francese. Dei piloti e dei soldati britannici. Se la sente di portare tale responsabilità sulle spalle?»

Sylvie prese la tazza di cioccolata e ne bevve metà, riflettendo sulle parole di Carmichael. Si chiedeva quanto tempo ancora avrebbe resistito prima di crollare e di ammettere quello che volevano sapere gli uomini che l’avevano interrogata. Icarus era una finzione, una delle reti inventate dal SOE per addestrare i potenziali agenti da mandare sul campo a operare in vere reti in tutta la Francia. In caso di cattura, la rete che le sarebbe stato chiesto di tradire sarebbe stata reale.

«Ecco, non risponda subito» le concesse Carmichael. «Inoltre, le ricordo che ha l’ordine di non dire a nessuno una sola parola su quello che è successo stamattina.»

Tutti i potenziali agenti avrebbero dovuto affrontare la stessa valutazione e avrebbero dovuto credere, come era successo a Sylvie, che quella brutta esperienza fosse vera. Probabilmente alcune delle altre donne vi erano già passate e avevano avuto lo stesso divieto. Se non era in grado di mantenere un segreto non sarebbe stata utile come agente. Sylvie si chiese come avrebbero sopportato quella prova le donne con cui aveva stretto amicizia. Era già sorpresa di esserci riuscita lei.

«Naturalmente non lo dirò a nessuno» rispose.

Carmichael fece un cenno in segno di approvazione. «Mi consulterò con Ashton e poi la chiameremo a rapporto. Ora vada a dormire. È fuori servizio fino alle tre di questo pomeriggio.»

«A dormire?» ripeté Sylvie, perplessa, guardandosi attorno e chiedendosi se Carmichael si aspettava che dormisse su quella poltrona.

L’uomo le rivolse uno dei suoi rari sorrisi. «La sua camera è nell’ala nord, credo.»

Sylvie si guardò intorno di nuovo, stavolta con curiosità. Carmichael scostò la tenda di velluto pesante e Sylvie vide il familiare prato con la fontana ornamentale e le basse siepi di bosso. Anche se era stanca e dolorante, si concesse una risata. Non era neppure uscita dalla villa che era stata occupata dal SOE per l’addestramento. La sua stanza era due piani sopra, quasi direttamente sulla sua testa. Finì di bere la cioccolata e si alzò. Ora aveva le gambe più salde. Mentre si dirigeva verso la porta, Carmichael la chiamò.

«Signorina Crichton, c’è solo una piccola questione piuttosto delicata riguardo al suo interrogatorio che vorrei chiarire. Prima di entrare a far parte di questo programma aveva una relazione. C’è qualche possibilità che sia veramente in stato interessante?»

Sylvie si girò e gli rivolse un sorriso tirato. Il termine relazione conferiva sin troppa dignità alla pietosa tresca che aveva interrotto. Comunque, era una domanda legittima. Altre reclute avevano lasciato mariti e figli per fare la loro parte nello sforzo bellico. Quello era un sacrificio accettabile, ma nessuno avrebbe mandato consapevolmente una donna incinta in missione in un territorio occupato. Era sicura della risposta, essendo trascorso abbastanza tempo da quando era stata con Dennis l’ultima volta.

«Assolutamente nessuna.»

Se ne andò senza attendere un cenno di riscontro e si incamminò verso la sua stanza. I corridoi erano deserti, e ne fu contenta. Tutti gli altri erano impegnati nell’addestramento in casa o nella proprietà. Non aveva alcun desiderio di parlare della sua esperienza, ma non era sicura di poter nascondere quello che aveva passato.

Quando l’avevano prelevata, lei aveva cercato di difendersi. Le lenzuola erano finite sul tappeto perché le si erano aggrovigliate tra i piedi mentre scalciava. Ricordava vagamente di avere afferrato un vaso con delle margherite per cercare di romperlo in testa a uno dei suoi aggressori, e l’acqua si era sparsa dappertutto. La sua stanza avrebbe dovuto essere un disastro, invece, il letto era rifatto e la camera ordinata come sempre.

Sylvie si accasciò distesa sul letto e fissò il soffitto. Era andata bene, vero? Non aveva ceduto, neppure quando era stata minacciata di essere stuprata o marchiata con la sigaretta. Arricciò il naso, sicura che per molto tempo non sarebbe riuscita a sentire l’odore di fumo senza immaginare la carne bruciata. Non sopportava più di tenere addosso la camicia da notte che odorava ancora vagamente della saletta interrogatori. Se la tolse e la buttò in un angolo. Decise che avrebbe comprato un pigiama e che non avrebbe indossato altro per dormire, da allora in avanti. S’infilò nuda tra le lenzuola. Il materasso era scomodo e aveva visto tempi migliori, ma Sylvie si addormentò pochi minuti dopo essersi tirata la coperta fin sopra la testa.

2

Due settimane dopo il finto interrogatorio, Sylvie era seduta nell’appartamento del SOE di Baker Street in attesa di scoprire finalmente dove sarebbe stata mandata. Quando aveva fatto domanda per entrare nel SOE le era stato fatto un colloquio in quella stessa stanza. Allora non si era esattamente resa conto delle implicazioni.

Nessuno le aveva dato un voto per come si era comportata durante l’interrogatorio, ma aveva avuto l’impressione di essere andata bene. Non tutte le donne si erano dimostrate altrettanto resistenti davanti alla minaccia di torture e alcune avevano rivelato delle informazioni. Quelle che avevano fallito erano state espulse dal centro addestramento senza neppure avere modo di salutare. Sylvie non aveva idea di dove fossero adesso.

Di fronte a lei, dall’altra parte della scrivania, erano sedute due persone: Vera Atkins, assistente personale del maggiore Maurice Buckmaster, il capo della sezione francese del SOE, e il maggiore Swift, che Sylvie conosceva come zio Max.

«Perché vuoi andare in Francia, Sylvia?» le domandò lo zio Max.

«Sylvie» lo corresse automaticamente lei.

Quando da bambina l’aveva portata in Inghilterra dalla Francia, suo padre aveva insistito per cambiarle il nome in Sylvia, che sembrava più inglese. La indispettiva sentirsi chiamare in quel modo, ancora di più adesso che le veniva chiesto di giustificare perché volesse andare in missione in Francia.

«Perché vuoi andare in Francia, Sylvie?» insistette lo zio Max, guardandola da sopra gli occhiali.

Gli occhi con le palpebre pesanti e il naso adunco fecero sentire Sylvie come un topolino scrutato da un falco. Sostenne il suo sguardo. Se non riusciva a mantenere la calma parlando con l’uomo che conosceva da quasi dieci anni, non avrebbe potuto sostenere un interrogatorio.

Lisciò la gonna di lana pettinata dell’uniforme del FANY. Essere reclutate in quel corpo militare femminile d’infermiere di primo soccorso era il punto di partenza per le candidate che volevano diventare agenti del SOE. Sylvie aveva già risposto a tutte quelle domande quando aveva fatto richiesta, ma ora si avvicinava la fine dell’addestramento e i suoi superiori la stavano valutando per assegnarle un incarico. Avrebbe potuto lavorare come operatrice radio, nell’ufficio crittografico, come autista o segretaria personale. Erano tutti ruoli importanti, ma non in prima linea. Poteva essere considerata inadeguata e relegata dietro una scrivania a ricevere i dispacci inviati dagli agenti all’estero, o a tradurre i codici da rinviare in risposta.

«La Francia è la mia patria e io non ero lì a difenderla.»

«Anche l’Inghilterra è la sua patria, signorina Crichton» intervenne la Atkins. «Ci sono diversi incarichi con i quali potrebbe servire la Francia e la Gran Bretagna senza lasciare le nostre rive e mettersi in pericolo.»

Sylvie tamburellò con le dita sul bracciolo della poltroncina. Quel cognome era una fonte minore d’irritazione, ma non faceva che avvertirla ogni volta che lo sentiva. A ogni modo, quell’osservazione spostava il colloquio verso un altro fronte.

«Forse sarebbe più preciso dire che l’Inghilterra non mi è mai sembrata la mia vera patria.»

Lo zio Max sollevò le sopracciglia. Non era veramente suo zio, ma aveva combattuto in trincea con il padre di Sylvie durante la Grande Guerra. Forse era anche stato curato dalla madre di Sylvie nell’ospedale da campo in Normandia in cui l’infermiera Angelique Duchene aveva conosciuto Arthur Crichton. Prima della guerra, lo zio Max si recava spesso in visita nella loro casa di Scarborough. Quando Sylvie era stata ritenuta abbastanza grande (e abbastanza inglese) per sedere a tavola con gli adulti, avevano pranzato tutti insieme. Lo zio Max era sempre stato gentile con lei, e Sylvie ebbe la sensazione di essere stata scortese.

«Non tutti mi hanno fatto sentire straniera» ammise, rivolgendogli un sorriso affabile per fargli capire che si riferiva anche a lui. Lo zio Max rispose al complimento con un cenno del capo.

«Nel giugno del 1940 ho sentito il generale De Gaulle alla radio. Si appellava a tutti i cittadini francesi chiedendo di contattarlo per combattere per liberare il nostro Paese. Non ho risposto alla chiamata, pensando di non avere le competenze per farlo, ma ora so di averle.»

«Se avesse pensato di essere in grado di rendersi utile avrebbe risposto?» le domandò la Atkins.

«Io…» Sylvie si sedette ben dritta. «Sinceramente, non ne sono sicura. Ero più giovane e ancora studiavo. Sono sprecata in Inghilterra, quando potrei rendermi utile in Francia, dato che parlo correntemente francese.»

«E non c’è nessun altro motivo?» intervenne lo zio Max.

Per fuggire da una storia d’amore naufragata. Per non vivere con la matrigna. Non erano motivi apprezzabili.

«Che cosa risponderesti se chiedessi a te perché vuoi difendere la tua patria?» domandò allo zio Max. «Detesto la fine che ha fatto il mio Paese, quello in cui sono nata e che non avrei voluto abbandonare, ma sono stata costretta a farlo. Ora che mio padre è morto non c’è più nulla che mi trattenga in Inghilterra. Se posso fare qualcosa affinché Hitler venga sconfitto prima, non esiterò a farlo.»

L’angolo di un occhio dello zio Max ebbe una contrazione. Sylvie sospettava che avrebbe preferito trovarsi in Francia invece di essere bloccato dietro una scrivania ad addestrare agenti da mandare dove lui non poteva andare di persona. Tacque e si scostò i capelli dalla fronte. Quell’esternazione era stata poco consona. Si era impegnata per anni a dissimulare le emozioni che suo padre definiva poco inglesi, e la turbava non essere riuscita a trattenerle.

I due che aveva di fronte si scambiarono un’occhiata.

«Avevi ragione» mormorò lo zio Max alla Atkins.

Sylvie s’irrigidì, infastidita perché stavano confabulando come se lei non fosse lì, davanti a loro.

«Per favore, dimmi esattamente su che cos’aveva ragione la signorina Atkins e sarò io a confermarlo» osservò.

«Ho detto al maggiore Swift che lei è in grado di inquadrare le persone e di valutarle» le spiegò la Atkins in tono pacato, indulgente.

Pur sapendo razionalmente che voleva rabbonirla, il tono che aveva usato era così materno che le provocò una piccola stretta al cuore. Pensava di avere superato la nostalgia di sua madre. Fu colta di sorpresa dal desiderio di essere accudita e confortata, un bisogno che aveva represso da tanto.

«Sì, osservo gli altri» commentò scrollando le spalle con noncuranza per nascondere emozioni inopportune. «Sono abituata a essere esclusa, è un modo per passare il tempo.»

La Atkins annotò qualcosa sul taccuino che aveva davanti a sé. «L’incarico che abbiamo pensato per lei richiede una serie di particolari abilità e qualità che lei potrebbe essere l’unica a possedere, signorina Crichton. Aveva cominciato a studiare come ballerina prima che suo padre la portasse in Inghilterra, giusto?»

Sylvie si concesse un sorrisetto. Sin dalla nascita aveva viaggiato con sua madre, Angelique, e aveva calcato le scene per la prima volta a tredici anni, quando la pubertà l’aveva travolta di colpo, rimodellando il suo corpo in maniera tanto evidente che poteva essere scambiata facilmente per una diciassettenne. Il suo fisico sviluppato e i suoi modi precoci avevano preoccupato suo padre e la sua moglie inglese, quando avevano portato Sylvie a vivere con loro dopo la morte di Angelique.

«Non ho esattamente studiato» ammise. «Non avevo istruttrici di danza, ma ho cominciato a ballare praticamente quando ho imparato a camminare, o quasi. Ero ballerina di fila nello spettacolo di mia madre prima che morisse. Non desideravo altro. Mio padre mi ha iscritta a un corso di danza classica quando sono venuta in Inghilterra. Che cos’avevate in mente per me? Non penso che vogliate inserirmi all’Opéra di Parigi, giusto?»

«Purtroppo i nostri mezzi non sono così potenti» constatò lo zio Max con una risatina che a Sylvie parve alquanto accondiscendente. Cercò di non mostrare apertamente il suo fastidio, sapendo che lo zio Max avrebbe avuto molta influenza sulla decisione di dove e quando impiegarla come agente, semmai fosse stata accettata.

«Sarei lieta di dare una dimostrazione delle mie abilità. Volete che faccia un’audizione per voi due?»

Appoggiò la schiena alla poltroncina e attese che lo zio Max le fornisse qualche informazione in più.

«Non ti chiederemo di mostrarci la tua bravura in scena, abbiamo già osservato come ti muovi. Il problema è capire se ritieni di poter lavorare con un coreografo francese.»

Sylvie si permise di ridere per quell’osservazione. «Zio Max, qualsiasi ballerina classica può capire le direttive in francese. Dai plié agli jeté, il linguaggio universale della danza è il francese.»

«In tal caso, non vedo ostacoli ad assegnarti un incarico su questi presupposti» osservò Max. «C’è un locale notturno in una città, di cui per ora è inutile precisare il nome. Lo scoprirai se è necessario che tu lo sappia. Il locale ha perso diverse ballerine e il nostro agente operativo in quella città ci ha detto che cercano una ragazza che sia in grado di stare sul palco. Il proprietario è un fedele sostenitore della nostra causa. Se dovessi lavorare lì, non ci sarebbero problemi.»

«Un locale notturno» ripeté Sylvie. Non un teatro o una compagnia di danza classica. Le comparvero davanti agli occhi ricordi di musica, riflettori, fumo di sigarette e il sentore di liquore dell’alito dei clienti. Diversi profumi femminili che si mescolavano insieme. Suadenti voci di donna che intonavano languide canzoni d’amore e tradimento. Dieu, quanto le mancava quell’ambiente! Quanto le mancava sua madre, l’odore di cipria e di belletto… Il desiderio e la nostalgia erano tanto intensi da provocarle quasi dolore fisico.

«Tutto bene, signorina Crichton? Per un attimo mi è parsa assente» osservò la Atkins.

Sylvie si riscosse dalle sue fantasticherie e sorrise a entrambi. «Lo farò» si offrì. «Voglio tornare a casa. Rivedere la Francia, anche se dovesse essere per l’ultima volta. Nessuno sa come finirà questa guerra. Non c’è nessuno più adatto di me. Farò tutto quello che serve.»

«Tutto quello che serve» ripeté Max, pensoso, prima di scambiare un’occhiata con la Atkins. «Ecco, anche di questo dovremmo discutere.»

Da qualche parte sopra la Francia

L’interrogatorio e il colloquio scorrevano davanti agli occhi di Sylvie come una pellicola della Pathé. In qualche modo riuscirono a distrarla: non stava pensando a quello che sarebbe avvenuto nel successivo quarto d’ora.

Il piano era di atterrare nella Francia occupata su un campo non sorvegliato (sempre che non venissero abbattuti prima), essere accolti da agenti della rete locale (sempre che non fossero stati scoperti e arrestati), che avrebbero aiutato Sylvie a mettersi in viaggio per raggiungere Nantes e la rete dei Bibliotecari di cui avrebbe fatto parte.

Quante incertezze!

Quel giorno era stato inviato un messaggio in codice tramite le trasmissioni radio della BBC. Un ombrello e un parasole sono in vendita in Rue Candide. Significava che un uomo e una donna sarebbero arrivati nell’entroterra vicino Bordeaux. A Sylvie veniva da ridere per essere stata definita un parasole: era un’immagine ridicola. Se era per quello, neppure l’uomo seduto accanto a lei somigliava a un ombrello.

Era una bella serata, con la luna piena, mentre il Lockheed Hudson sorvolava il golfo di Biscaglia, anche se un banco di nuvole basse sotto di loro minacciava di rendere difficoltoso l’atterraggio. I trasporti venivano effettuati sempre nelle notti di

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