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Slavia n. 2 - 2021: Rivista culturale trimestrale
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E-book371 pagine5 ore

Slavia n. 2 - 2021: Rivista culturale trimestrale

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Info su questo ebook

Rivista culturale trimestrale fondata nel 1992 da Dino Bernardini, Slavia è espressione di un gruppo di studiosi, italiani e stranieri, afferenti al tema generale della cultura slava.
I principali temi trattati in questo ambito sono: Letteratura e altre arti, Storia, Pedagogia e filosofia.
LinguaItaliano
Data di uscita15 ago 2021
ISBN9791220835718
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    Anteprima del libro

    Slavia n. 2 - 2021 - Fëdor Dostoevskij

    Riccardo Mini

    ANDREJ SINJAVSKIJ, IL DISSENSO E L’EMIGRAZIONE

    Donatovič Sinjavskij (1925-1997) giunge in Francia, a Parigi, l’8 agosto 1973. Era stato rilasciato poco più di due anni prima, l’8 giugno 1971, dopo aver scontato cinque anni e mezzo dei sette di lager cui era stato condannato in seguito al processo del febbraio ’66, che lo aveva visto protagonista assieme allo scrittore Julij Daniel’. Sceglie di emigrare poiché l’esilio appare come l’unica strada percorribile per rimanere un vero scrittore. [1] Afferma la necessità di un’arte libera da qualsiasi imperativo ideologico, politico o sociale. Il suo conflitto con il potere sovietico è prima di tutto di natura estetica, la sua dissidenza è di natura estetica, legata esclusivamente alla sua attività letteraria. A questo si collega la sua concezione della letteratura come attività proibita e pericolosa, e dello scrittore come criminale. Sono imprescindibili, per comprendere appieno questo concetto, due saggi scritti nel periodo dell’emigrazione. Nel primo, Literaturnyj process v Rossii [2] – che provocatoriamente porta come epigrafe le dure parole con cui Osip Mandel’štam nella Quarta Prosa si scagliava contro gli scrittori allineati [3] – Sinjavskij, con l’ironia che lo contraddistingue, sottolinea lo straordinario valore della letteratura in quanto attività banditesca, che porta lo scrittore russo a vivere in clandestinità e a scegliere la via del crimine. È possibile valutare l’importanza della letteratura in Unione Sovietica dalla caccia riservatale dalle autorità: si può constatare il nuovo balzo in avanti della letteratura russa soprattutto alla dogana. Che cosa cercano oggi, soprattutto, all’uscita? Manoscritti. Non oro, non brillanti, e neppure il progetto di una fabbrica sovietica; no, manoscritti! E che cosa cercano soprattutto all’entrata? Libri, libri in lingua russa. [4] Nel secondo, Dissidentstvo kak ličnyj opyt, [5] (La dissidenza come esperienza di vita) considerando la sua esperienza individuale, scrive:

    Non c’è niente da fare. La scelta tra gli interessi dell’uomo e quelli dello scrittore prima o poi si impone. Tanto più in Unione Sovietica dove il destino di tanti letterati è lì a dimostrare che le strade della letteratura sono perigliose e talora mortali, ma anche che lo scrittore il quale cerca di conciliare letteratura e benessere materiale molto spesso, nelle condizioni sovietiche, lo fa a scapito della prima, cessando presto di essere un vero scrittore. [6]

    Nel saggio Sinjavskij racconta la propria esperienza di dissidente, divisa in tre periodi. Il primo, che va dal 1955 all’arresto, avvenuto l’8 settembre 1965, coincide con l’invio all’estero dei manoscritti e con il sorgere della figura di Abram Terc. È l’occasione per definire la dissidenza in quanto fenomeno intellettuale, movimento di indipendenza e libertà di scrittura e di pensiero, e fenomeno intrinsecamente legato alla realtà sovietica, caratteristico delle generazioni dei coetanei dell’Ottobre e di quelle successive:

    Lungo tutto il corso della storia sovietica non sono mai mancati gli oppositori, persone scontente del potere sovietico, che hanno sofferto a causa di esso o persone che hanno sempre tenuto un atteggiamento critico nei suoi riguardi, ma che ciononostante non possono essere annoverate tra i dissidenti. Allo stesso modo non possiamo annoverare tra i dissidenti, ad esempio, Pasternak, Mandel’štam o la Achmatova, anche se, rispetto alla letteratura ufficiale sovietica, sono stati degli eretici e con la loro eterodossia hanno preparato il terreno al dissenso e ne hanno infine aiutato e continuano ad aiutarne l’ulteriore sviluppo. Non li si può definire dissidenti per il semplice motivo che le loro radici affondano nel passato, nelle tradizioni prerivoluzionarie della cultura russa. I dissidenti invece costituiscono un fenomeno sostanzialmente nuovo che scaturisce direttamente dal terreno della realtà sovietica. [7]

    Si tratta di figli del sistema sovietico, che hanno ricevuto un’educazione sovietica e sono cresciuti come ferventi idealisti, prima di scontrarsi con una realtà ostile, in cui ciascuno ha trovato la propria pietra d’inciampo. La descrizione dell’esperienza personale di Sinjavskij è preziosa poiché permette di comprendere concretamente come avviene questo passaggio e come la pietra d’inciampo favorisca una presa di coscienza della situazione e quindi l’inizio della dissidenza. Educato in ambiente sovietico e in una famiglia sovietica – il padre, seppur non bolscevico ma socialrivoluzionario di sinistra, nel 1909 aveva rinnegato le origini nobiliari per darsi completamente alla rivoluzione, mostrandosi in seguito leale nei confronti del potere bolscevico – e cresciuto come convinto marxista-comunista, Andrej Sinjavskij trova la sua pietra d’inciampo tra la seconda metà degli anni Quaranta e la prima metà degli anni Cinquanta, quando il partito mette in atto l’epurazione – l’autore usa il termine čistka, purga, lo stesso che viene utilizzato per gli anni più duri del terrore staliniano – delle tendenze più moderne in arte e letteratura, epurazione che per lui significa la morte della cultura e dell’originalità di pensiero in Unione Sovietica. Questo lo porta a dover scegliere tra arte e politica, e quindi a scegliere l’arte. Si genera un meccanismo di riflessione e, come detto, una presa di coscienza, che porta al crollo degli ideali rivoluzionari e a una vera e propria rivalutazione dei valori: contemporaneamente, cominciai ad analizzare più in generale la natura dello Stato sovietico alla luce delle devastazioni operate nella vita e nella cultura. [8] Lo scrittore accoglie con gioia la notizia della morte di Stalin [9] e, avendo iniziato a scrivere qualcosa di suo, capisce che l’invio all’estero dei manoscritti costituisce l’unico modo per salvaguardare il testo. Secondo lo stesso Sinjavskij, l’azione non costituisce una sorta di atto o protesta politica, ma di fatto sancisce la consacrazione dello stesso in quanto dissidente, desta un senso di responsabilità morale che ogni uomo avverte e che lo obbliga a pensare, parlare e scrivere in modo autonomo senza uniformarsi ai modelli obbligatori né alle imbeccate da parte dello Stato. [10]

    Trattando il doppio letterario di Abram Terc, è fondamentale ribadire un concetto cardine, citato in precedenza, base dell’esperienza letteraria di Sinjavskij: la letteratura come crimine, per sua natura dissenso rispetto al punto di vista dominante, e lo scrittore come criminale. La scelta dello pseudonimo – Abram Terc era il nome di un leggendario bandito odessita – è già di per sé una dichiarazione di intenti. Terc è descritto come rapinatore di strada e giocatore, canaglia, le mani in saccoccia, baffetti, berretto calcato fin sulle sopracciglia [11]. È molto diverso da Sinjavskij, dedito a una tranquilla e pacifica vita di studio, è un dissidente sfrontato, […], è incorreggibile, fonte di indignazione e disgusto per la società conformista e conservatrice [12], un tipo pericoloso, "pronto a tagliarvi la gola per un nonnulla. O ad alleggerirvi le tasche. Ma disposto a crepare piuttosto che tradire. Un ragazzo fidato. Capace di tenere la penna in mano e la parola penna, cari miei, nella lingua dei malavitosi vale coltello. Coltello, ed è detto tutto. [13] Se la dissidenza di Sinjavskij è prima di tutto un fatto di natura estetica, Abram Terc, doppio letterario più che psicologico, è un dissidente innanzitutto per lo stile, che, intriso di ironia, fantastico e grottesco, risulta ben diverso da quello del Sinjavskij critico e accademico e dallo stile della letteratura ufficiale promosso e accettato in Unione Sovietica. [14] La penna è l’arma dello scrittore, e ogni scrittore è un rinnegato, un disertore, un fuorilegge, perché pensa e scrive senza curarsi dell’opinione della maggioranza. Senza curarsi dello stile affermato e consolidato, della tendenza prevalente in campo letterario. [15] In una società che pensa secondo i dettami dello Stato, pensarla in modo diverso e dire cose diverse dalla norma genera inquietudine, agitazione. Lo scrittore è dunque per sua natura un elemento dissidente, il suo linguaggio è il linguaggio dell’oscenità, possiede la capacità di far appello instancabilmente alla verità e alla giustizia senza la speranza di arrivarci mai. […]. Seguitelo egualmente, perché sa quello che fa, ha saputo infrangere il divieto e pronuncia per l’ultima volta la parola sconosciuta, liberata". [16] Per definire lo scrittore, il cui crimine è peggiore di quello del ladro e dell’omicida, si è creato l’apposito termine di criminale di stato particolarmente pericoloso. Sinjavskij descrive il modo in cui la propria attività letteraria, al momento della trasmissione all’estero dei manoscritti, avesse assunto i caratteri di intricata trama poliziesca e confessa la consapevolezza della precarietà della sua condizione, la sensazione che prima o poi lo avrebbero preso. In Spokojnoj noči, lo scrittore descrive il momento in cui, all’Istituto di letteratura, viene annunciata la comparsa di una nuova minaccia da Occidente, la comparsa di Abram Terc:

    Non dormite, sembrava dire, dottori e candidati al dottorato, ricercatori di prima e seconda categoria: in Occidente ha fatto la sua comparsa un misterioso impostore di cui non si sa chi sia né da dove venga, un ragno che, a quel che dicono, tesserebbe la sua tela manoscritta qui in Unione Sovietica. […]. Restiamo tutti col fiato sospeso. […]. Mi ricordo che sin dal primo istante mi si accesero le orecchie. Impudicamente, come a un bambino. La mia fisionomia, cieca, non esprime nulla. Resto sul mio sedile, diritto, le gambe accavallate, facendo finta di niente. Ma le orecchie, sento le orecchie impazzire, crescere e dilatarsi. Come faccio? Dove le nascondo? Non sono dei manoscritti, le orecchie. […]. Basterebbe che qualche mio collega si voltasse per caso dalla mia parte e tutti vedrebbero che l’orribile, orecchiuto Abram Terz è seduto in mezzo a loro, colto con le mani nel sacco. [17]

    Si tratta di un gioco pericoloso, che coinvolge anche gli affetti. Parlando di Marija Rozanova, descritta come audace e battagliera, [18] Sinjavskij scrive: sposandomi, lo sapeva che mi avrebbero messo dentro. Però non le piaceva che io, come facevo sempre più spesso, ne parlassi. [19] Accolti con orgoglio i pericoli legati a tale attività criminosa, e scontata la propria condanna, Sinjavskij non rinnega nulla e anzi scrive: a suo tempo sono entrato anch’io a far parte della categoria e spero di rimanere fino alla fine dei miei giorni, agli occhi della società sovietica, reo di tali ‘crimini’. [20]

    Il secondo periodo della dissidenza di Sinjavskij comincia con l’arresto e coincide con il processo e gli anni di detenzione. Il processo, che lo vede protagonista assieme allo scrittore Julij Daniel’, rappresenta al tempo stesso un colpo mortale al disgelo – Chruščëv era stato destituito nell’ottobre 1964, sostituito dal nuovo segretario del partito, Leonid Brežnev – e una tappa fondamentale per il movimento del dissenso. I due scrittori vengono arrestati nel settembre del ’65 e accusati di agitazione e propaganda antisovietica, secondo il celebre articolo 70, [21] per aver trasmesso e quindi pubblicato in Occidente i propri manoscritti con gli pseudonimi di Abram Terc e Nikolaj Aržak. Il KGB organizza un processo dimostrativo contro i due scrittori. Per la prima volta due letterati sono arrestati e accusati esplicitamente per il contenuto delle loro opere. [22] Sul banco degli imputati siede la letteratura. L’arresto ha grande risonanza, in URSS e in Occidente, e desta la reazione dell’opinione pubblica. Scrittori di vari paesi – tra gli altri americani, francesi, italiani e giapponesi [23] – sottoscrivono lettere chiedendo al governo sovietico il rilascio immediato di Sinjavskij e Daniel’. A Mosca si mobilitano studenti e poeti, tra cui Aleksandr Esenin-Volpin e Vladimir Bukovskij. Il 5 dicembre 1965 in piazza Puškin si tiene una manifestazione denominata Miting glasnosti (Meeting della trasparenza), considerata l’inizio del movimento in difesa dei diritti civili in Unione Sovietica. Tra dicembre e gennaio i giornali iniziano una pesante campagna diffamatoria nei confronti dei due imputati. Dmitrij Erëmin, scrittore e giornalista sovietico, li definisce due rinnegati i cui simboli di fede sono diventati la doppia personalità e l’impudenza e aggiunge Nascosti dietro gli pseudonimi di Abram Terz e Nikolaj Aržak, essi per molti anni hanno inviato clandestinamente ad editori stranieri, che li pubblicavano, sporchi libelli contro il proprio paese, il partito ed il sistema sovietico. [24] L’articolo, intriso di retorica ufficiale, taccia i due scrittori di nichilismo e mostruosità morale, li accusa di tramare contro la sincerità sovietica e sparare colpi alle spalle del popolo che lotta per la pace e la felicità sulla terra. Il processo si tiene tra il 10 e il 14 febbraio 1966. È ammesso solamente un pubblico selezionato; i corrispondenti stranieri non possono entrare. Nella propria Poslednee Slovo (Ultima parola), discorso di autodifesa pronunciato il 14 febbraio, Sinjavskij difende la letteratura e una corretta interpretazione della letteratura, affermando di non voler tentare di spiegare le sue idee creative né i suoi contenuti, poiché l’accusa ha già deciso, e risulterebbe dunque inutile.

    Voglio soltanto accennare ad alcuni argomenti elementari per quel che concerne la letteratura. Il concetto più elementare per chi si occupa di letteratura è che la parola non è un atto, ma soltanto parola, che l’immagine artistica ha un carattere convenzionale, che l’autore non si identifica con il protagonista. Questo è l’abicì, e noi abbiamo cercato di parlarne. [25]

    L’autore difende le sue opere e il suo modo di far letteratura dall’uso improprio dell’accusa, che li sta processando sulla base di frasi estrapolate da opere diverse, e che per questo lo ha definito antisovietico, fascista e matricida. In conclusione, l’autore riflette sull’impossibilità di giudicare la letteratura in un tribunale, poiché

    La natura dell’immagine artistica è complessa, spesso lo stesso autore non è in grado di spiegarla. […]. Voi, giurati, avete a che fare con dei termini che più sono ristretti e meglio è. A differenza dei vostri termini, il significato di una immagine artistica, tanto più è preciso quanto più è ampio. […]. Il concetto più elementare per chi si occupa di letteratura è che la parola non è un atto, ma soltanto parola, che l’immagine artistica ha un carattere convenzionale, che l’autore non si identifica con il protagonista. [26]

    In Dissidentstvo kak ličnyj opyt, Sinjavskij riflette a posteriori sul valore del processo Sinjavskij-Daniel’. Considera come i due agissero da soli, non conoscendo, nell’isolamento dell’arresto che precedette il processo, i moti di protesta che attraversavano l’opinione pubblica sovietica e non sovietica. Ritiene che il grande valore del processo, per il movimento dissidente e democratico, risieda nel non essersi mai dichiarati colpevoli, nel non aver mai ceduto alle pressioni dell’accusa. Il fatto assume carattere straordinario in Unione Sovietica, dove, in occasione dei grandi processi pubblici, i criminali erano spinti, con ogni metodo, a dichiarare la propria colpevolezza, dunque a umiliarsi pubblicamente e a sottoscrivere la propria condanna. Rifiutarsi di ammettere la propria colpevolezza significa dare un colpo alla granitica facciata del sistema giudiziario sovietico e all’unità di pensiero partito-popolo. La prigione è la prova del dissidente, che ha avuto il coraggio di ribellarsi al sistema e di persistere nella propria posizione: non è solo un uomo che pensa diversamente dallo Stato e ha il coraggio di manifestare le proprie opinioni. Ma è anche qualcuno che dopo di ciò non si piega alle pressioni dello Stato e non accetta di riconoscersi colpevole. [27]

    La pena per i due è durissima; sette anni di detenzione per Sinjavskij – il massimo – cinque anni per Daniel’. Quest’ultimo, scontati quattro anni e mezzo, viene rilasciato nel settembre 1970. Il primo, come detto in apertura, sconta cinque anni e mezzo e, rilasciato l’8 giugno 1971, emigra a Parigi nell’agosto 1973. Inizia il terzo periodo della dissidenza dello scrittore, quello relativo al periodo dell’emigrazione. Arrivato in Occidente, Sinjavskij insegna letteratura russa alla Sorbona ed entra in contatto con l’ambiente émigré, deciso a portare avanti, accanto al mestiere di scrittore, il ruolo di accademico e critico che rivestiva in Unione Sovietica prima dell’arresto. Lungi però dal poter scrivere e pubblicare in un ambiente libero e senza restrizioni, rimane presto invischiato nei conflitti che caratterizzano la terza generazione di emigrati russi a Parigi. Tra il 1974 e il 1975 pubblica tre articoli sulla rivista «Kontinent», diretta da Vladimir Maksimov. Sinjavskij rifiuta la missione dello scrittore-profeta e l’idea di un obbligo sociale proprio dell’artista-scrittore: Credo che lo scrittore abbia dei doveri solo nei confronti dell’arte. […]. Per me l’arte è superiore alla realtà. [28] Così facendo si scontra con un’altra importante figura dell’emigrazione di quegli anni, Aleksandr Solženicyn, e quindi con politiche editoriali intransigenti e una vera e propria lotta tra diverse fazioni. Nel 1975 «Kontinent» prima e «Russkaja Mysl’» poi rifiutano la pubblicazione dell’articolo Otkrytoe pis’mo A. Solženicynu (Lettera aperta ad A. Solženicyn), risposta ai primi testi pubblicistici di quest’ultimo, in cui Sinjavskij si dice stupito e meravigliato dal tono autoritario, dall’arroganza e dall’intolleranza che traspare dagli ultimi scritti di Solženicyn, che si atteggia a nuovo despota spirituale e che utilizza parole da profeta e moralista [29]. Il testo, ritenuto troppo duro, offensivo nei confronti di Solženicyn, non viene pubblicato. Si tratta dell’ultimo affronto. Disgustato dalla decisone, che gli appare una immagine-specchio della censura, non meno perniciosa di quella che aveva lasciato in URSS [30], Sinjavskij, con la moglie Marija Rozanova, lancia il proprio giornale, «Sintaksis".

    L’esperienza di «Sintaksis» comincia nel 1978. Il giornale è dedicato ad Aleksandr Ginzburg, fondatore e direttore dell’omonima rivista moscovita, di cui i Sinjavskij riprendono il nome, pubblicata negli anni 1959-1960, e costata allo scrittore il primo arresto. Ginzburg viene arrestato nuovamente e condannato a 5 anni di prigionia nel 1967, in seguito alla pubblicazione del Libro bianco sul caso Daniel’-Sinjavskij. Al momento del lancio della rivista, nel 1978, Ginzburg sconta il terzo arresto e quindi la terza condanna. La dedica, il nome della rivista e gli interventi V zašitu Aleksandra Ginzburga (In difesa di A. Ginzburg) del primo numero rappresentano sostegno e solidarietà all’amico e dissidente. Il fine della rivista, il cui sottotitolo è Publicistika, Kritika, Polemika (Pubblicistica, Critica, Polemica) è la creazione di una critica militante, che tratti, oltre che di letteratura, di politica, storia, e dei problemi contemporanei dell’emigrazione. Vi è l’intento di dare vita a una critica che non giudichi l’opera letteraria per la sua aderenza o meno al regime sovietico e alle posizioni interne dell’emigrazione, ma che ne consideri esclusivamente i meriti letterari. Il primo numero raccoglie interventi di Natalja Rubinštejn, Andrej Sinjavskij, Julij Daniel’, Lev Kopelev, Maja Kaganskova e Aleksandr Janov. La rivista, pubblicata dal 1978 al 2001, raccolse articoli di alcuni dei più influenti rappresentanti della dissidenza e della cultura russe del secondo Novecento, tra cui, oltre ai sopracitati, Saša Sokolov, Julja Višnevskaja, Igor Pomerancev, Grigorij Pomeranc, Eduard Limonov, Efim Etkind e Boris Grojs.

    Sinjavskij nei suoi scritti riflette e analizza a fondo la situazione e i problemi dei dissidenti nell’emigrazione, concentrandosi in particolar modo su ciò che accade al dissidente una volta arrivato in Occidente e sulla già citata divisione in fazioni che scuote l’ambiente dell’emigrazione dall’interno. I dissidenti, giunti in Occidente, si trovano in una situazione di benessere e libertà mai sperimentate prima. Vivono senza la minaccia della prigione, la propria dissidenza non costituisce più un’attività pericolosa e una lotta per la sopravvivenza di cultura e diritti umani, ma piuttosto una sorta di beneficenza e attività filantropica. Chiama tale fenomeno Nep del dissenso, paragonando questi dissidenti agli eroi della rivoluzione sovietica che, in seguito all’instaurazione della Nep e quindi al ritorno di un relativo benessere materiale, misero da parte gli attributi eroici che li avevano resi protagonisti della rivoluzione per farsi ubbidienti funzionari al servizio del nuovo ordine statale. Inoltre, Sinjavskij sottolinea la tendenza a rendere la dissidenza un affare remunerativo, che, se in parte si può giustificare con la naturale necessità di sostentamento, alla lunga può degenerare nell’interesse e nella sete di denaro a qualunque condizione. Talvolta il dissidente rinuncia al proprio punto di vista per inserirsi in un gruppo, o agli ordini di un ideologo, e diventa un conformista, non dice più quello che pensa ma quello che gli viene chiesto di dire. L’autore si chiede dunque se, paradossalmente, tale situazione di libertà di pensiero e di parola non possa risultare addirittura nociva per lo scrittore e il dissidente:

    In Unione Sovietica, in prigione, era un uomo interiormente libero e poteva vivere a modo suo, senza cedere alle minacce né arrendersi alle blandizie. Mentre qui, in una situazione di libertà, si adegua alle circostanze perché improvvisamente appare che altrimenti qui non campi. Ne discende che la libertà risulta per lui, per il dissidente, psicologicamente più pericolosa della prigione? Dateci la libertà e noi diverremo schiavi? [31]

    E ancora:

    Io ripeto che la libertà di parola per gli scrittori è appunto controproducente, che la libertà fa languire e appassire lo scrittore, come un fiorellino sotto un sole torrido. Molto meglio, per lui, il buio, il lager, la frusta, le briglie, la proibizione [...]. Con tutto il suo istinto di scrittore egli anela non alla libertà, ma alla liberazione". [32]

    Una delle cause principali del conformismo dilagante è, secondo Sinjavskij, la paura del dissidente che, catapultato in una realtà diversa e in un clima storico totalmente differente, si trova solo, cerca la sua gente e, trovandola nelle comunità dei dissidenti emigrati, teme di rimanerne escluso e dunque uniforma il suo punto di vista a quello di un gruppo, in modo da entrare a farne parte. Questo contribuisce però a limitare i punti di vista, fondamentali nel garantire il dibattito libero:

    Il rifiuto dell’ideologia sovietica presuppone non solo un’eterodossia nei confronti di essa, ma anche delle divergenze interne alla stessa eterodossia. Se siamo eretici, allora di eresie ce ne devono essere molte. In questo, mi sembra, sta il valore della dissidenza: nell’essere non il germe di una nuova Chiesa o di un nuovo stato unitario antisovietico, ma, sia pure solo sulla carta, una società pluralistica. [33]

    La dissidenza, intesa come fenomeno intellettuale e morale, dovrebbe favorire lo sviluppo di un libero pensiero russo, sviluppo che nella società sovietica risulta al tempo impossibile. Al contrario, nel dissenso si è verificato uno scisma tra due orientamenti contrapposti, un’ala autoritario-nazionalista e una liberal-democratica. L’autore dichiara di sentirsi più vicino alla seconda, poiché il dissenso nasce come movimento democratico, esigenza di libertà, e dev’essere dunque liberale e democratico. Sinjavskij critica duramente l’ala autoritario-nazionalista, che mira a sostituire il dispotismo esistente con un altro di natura nazional-religiosa. Auspicare l’abbattimento del dispotismo sovietico col fine di instaurare un nuovo dispotismo appare più che mai paradossale e contrario ai principi fondanti della dissidenza. La divisione in fazioni e la limitazione della pluralità di vedute concorre al sorgere di una nuova forma di censura, nonostante l’ambiente occidentale democratico e la possibilità di parola, pensiero ed espressione, censura che ricorda quella sovietica e anzi talvolta appare ancor più rigorosa. Sinjavskij racconta i propri conflitti con l’emigrazione e la continua sensazione di essere percepito come un nemico: Nell’emigrazione ho iniziato a capire che non sono solo un nemico del potere sovietico, ma sono un nemico in generale. Un nemico come tale. Metafisicamente, fin dal principio. Non che io prima fossi amico di qualcuno e poi gli sia diventato nemico. Non sono mai stato amico di nessuno, ma solo nemico. [34] Dice di esser stato sottoposto, successivamente al tribunale sovietico, al tribunale dell’emigrazione, paradossalmente con le stesse prove a carico e le stesse accuse. Ribadisce il proprio dissenso e il proprio credo: l’arte è superiore alla realtà, la scrittura è libertà: Che cosa ce ne facciamo infatti della libertà? La libertà è un pericolo. La libertà è irresponsabilità nei confronti del collettivo autoritario! Temete la libertà! Ma al mattino finalmente ti svegli dopo tutti questi sogni e sorridi con sforzo di te stesso: ma non volevi proprio questo? Sì, proprio così. La libertà! Lo scrivere, questa è la libertà. [35]


    [1] E. Markesinis, Andrei Siniavskii. A Hero of his Time?, School of Slavonic and East European Studies, University College London, London, 2010.

    www.philologist.livejournal.com;

    cfr. l’edizione italiana: A. Sinjavskij, Autodifesa di Sinjavskij al processo, in Il caso Sinjavskij Daniel, Ceses, Documentazione sui paesi dell’est, Milano, Pinelli, 1966, p. 40.

    [2] A. Terc, Literaturnyj process v Rossii, in «Kontinent», n. 1, Pariž, 1974, p.151-190, disponibile inoltre nella traduzione italiana: A. Terz, L’evoluzione letteraria in Russia, su Letteratura e dissenso nell’Europa dell’Est, La Biennale di Venezia, Marsilio Editori, 1977, pp. 99-128.

    [3] O. Mandel’štam, Il rumore del tempo e altri scritti, a cura di Daniela Rizzi, Milano, Biblioteca Adelphi, 2012, pp. 147-148: Sono arrivato al punto che quello che conta per me nel mestiere verbale è solo la zona dolente intorno alla ferita, quell’escrescenza insana: Profonda fino all’osso è la ferita / inferta dal lamento del falco / alla gola montana, di questo io ho bisogno. Nella letteratura universale io distinguo tra opere scritte con o senza permesso. Le prime sono una porcheria, le seconde sono aria rubata. Agli scrittori che scrivono dietro autorizzazione preventiva io voglio sputare in faccia, picchiarli sulla testa con il mio bastone, e metterli tutti seduti a tavola nella Casa di Herzen con un bicchiere di tè da caserma davanti e le analisi delle urine di Gornfel’d in mano.

    [4] A. Terz, L’evoluzione letteraria in Russia, su Letteratura e dissenso nell’Europa dell’Est, op.cit., p. 101.

    [5] A. Sinjavskij, Dissidentstvo kak ličnyj opyt, in Sintaksis, n.15, Paris, Sintaksis, 1986. Qui e nelle citazioni successive, proponiamo la traduzione italiana di Sergio Rapetti: A. Sinjavskij, Dissidente due volte, uscita sul «Corriere della Sera» del 1 aprile 1984, pp. 15-17.

    [6] A. Sinjavskij, Dissidente due volte, op. cit., p. 15.

    [7] Ibidem.

    [8] Ibidem.

    [9] Pagine straordinarie riguardo alla morte di Stalin, alle sensazioni da essa scaturite e alle conseguenze della stessa si possono ritrovare in A. Sinjavskij, Spokojnoj noči, Parigi, Sintaksis, 1984, nella traduzione italiana di Sergio Rapetti: A. Sinjavskij, Buona notte!, Milano, Garzanti, 1987, pp. 243-284.

    [10] A. Sinjavskij, Dissidente due volte, op. cit., p. 15.

    [11] A. Sinjavskij, Buona notte!, op. cit., p.16.

    [12] A. Sinjavskij, Dissidente due volte, op. cit., p. 15.

    [13] A. Sinjavskij, Buona notte!, op. cit., p.17.

    [14] Ulteriori approfondimenti sullo stile di Abram Terc e Andrej Sinjavskij si possono trovare ancora una volta nel romanzo Spokojnoj noči, e nel saggio Čto takoe Socialističeskij Realism, contenuto in A. Terc, Putešestvie na Černuju rečku, Zacharov, Moskva, 1999, pp. 122-168. Il saggio è inoltre disponibile nella traduzione italiana a cura di Cesare Zappulli: A. Sinjavskij, Che cos’è il Realismo Socialista?, a cura di C. Zappulli, Roma, UIPC, 1966.

    [15] A. Sinjavskij, Dissidente due volte, op. cit., p. 15.

    [16] A. Terz, L’evoluzione letteraria in Russia, su Letteratura e dissenso nell’Europa dell’Est, op. cit., p. 105.

    [17] A. Sinjavskij, Buona notte!, Milano, op. cit., p.105.

    [18] Ibid., p.103.

    [19] Ibidem.

    [20] A. Sinjavskij, Dissidente due volte, op. cit., p. 15.

    [21] L’agitazione o la propaganda tendente a minare o ad indebolire il regime sovietico, come pure il compimento di delitti contro lo Stato, isolati e particolarmente pericolosi, la diffusione agli stessi fini di asserzioni calunniose denigranti il sistema politico e sociale sovietico, come pure la diffusione, la compilazione e la conservazione agli stessi fini di opere del medesimo contenuto, sono puniti con la reclusione da sei mesi a sette anni, con o senza un periodo supplementare di confino da due a cinque anni, o con il [solo] confino da due a cinque anni. Le stesse azioni, se compiute da una persona precedentemente condannata per delitti contro lo Stato, oppure se compiute in tempo di guerra, sono punite con la reclusione da tre a dieci anni ( Il caso Siniavskij Daniel, Ceses, Documentazione

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