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La storia di Verona: Dalla preistoria ai giorni nostri

La storia di Verona: Dalla preistoria ai giorni nostri

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La storia di Verona: Dalla preistoria ai giorni nostri

Lunghezza:
379 pagine
3 ore
Pubblicato:
29 lug 2021
ISBN:
9788836260799
Formato:
Libro

Descrizione

I giorni diventano settimane, la febbre non scende e il saturimetro dà segnali allarmanti. Nelle ore concitate, Luigi Carletti, con ilsuo lucido sguardo da giornalista esperto, tiene il punto su ciò che accade al proprio corpo che ha contratto il virus e che lotta per resistere.
La prassi della “vigile attesa” a casa, le cure che non funzionanoe infine il ricovero in ospedale sono i momenti in cui il lettore fa la scoperta – insieme all’autore – che il protocollo non va bene per tutti allo stesso modo e che a volte sono solo una manciata di ore a separare il paziente dalla terapia intensiva.
La vicenda di Luigi Carletti, allo stesso tempo malato e osservatore scrupoloso della malattia, è similea quella di molti italiani che hanno sfiorato il peggio non solo per colpa di un virus insidioso ma anche a causa di una prassi medica chenon può essere universalmente applicata ma che esige di essere aggiornata e adattata ai singoli casi.
My personal COVID è il resoconto privato dei giorni terribili in compagnia del nemico più temuto, ma anche dell’amicizia con i compagni di stanza e della forza emotiva, non solo professionale, di medici e infermieri, fino al tanto desiderato ritorno a casa.
Pubblicato:
29 lug 2021
ISBN:
9788836260799
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

La storia di Verona - Irena Trevisan

Copertina-StoriaVerona-eBook.jpg

CommunityBook - La Storia d’Italia

Credits

CommunityBook – La Storia di Verona

Edizione Ebook giugno 2021

Un’idea di: Luigi Carletti - Edoardo Fedele

Progetto di: Typimedia editore

Curatore: Irena Trevisan

Project manager: Simona Dolce

Progetto grafico: Chiara Campioni

Impaginazione: Stefania Carlotti

Foto: Irena Trevisan

Organizzazione generale e controllo qualità: Serena Campioni

Product manager: Melania Tarquini

In copertina: il bronzo di Giulietta, MaximBolshakov / Shutterstock

ISBN: 978-88-3626-079-9

CommunityBook online: www.typimediaeditore.it

Direttore responsabile: Luigi Carletti

Crediti fotografici: Fossili di Bolca / Wikipedia Commons; Selce dei Lessini / Wikipedia Commons; L’Arena di Verona / Shutterstock; L’elmo di Oppeano / Wikipedia Commons; Casa di Giulietta / Shutterstock; Statua di Dante Alighieri / Shutterstock; Verona supplicante la Santissima Trinità per la cessazione della peste (1630) di Antonio Giarola – chiesa di San Fermo Maggiore (Verona), DeA Picture Library, concesso in licenza ad Alinari; Monumento agli ex internati di Pescantina / Wikipedia Commons.

L’editore si rende disponibile al pagamento dell’equo compenso per l’eventuale utilizzo di immagini di cui non vi è stata possibilità di reperire i titolari dell’avente diritto.

© COPYRIGHT

Tutti i contenuti di CommunityBook e degli altri prodotti editoriali della società Typimedia in essi citati sono di proprietà esclusiva e riservata della medesima Typimedia e sono protetti dalle vigenti norme nazionali e internazionali in materia di tutela dei diritti di proprietà intellettuale e/o industriale.

Essi non possono essere riprodotti né utilizzati in qualsiasi modo e/o attraverso qualsiasi mezzo, in tutto

o in parte, se non previa autorizzazione scritta di Typimedia. Ogni abuso sarà perseguito ai sensi delle leggi vigenti, con relativa richiesta di risarcimento danni.

Per informazioni o richieste: info@typimedia.it

La Storia di Verona prende avvio milioni di anni fa tra i Lessini: passa dai focolari della grotta di Fumane, dalle selci lavorate del riparo Tagliente, dal bronzo e dall’ambra delle Grandi Valli Veronesi.

Tutto, a Verona, parla di storia. Le porte cittadine, piazza Erbe, l’imponente presenza dell’Arena, simbolo della città. Una città in cui si muovono personalità illustri, dagli Scaligeri alle figure di un mito – come Romeo e Giulietta – destinato a durare per sempre.

Fra le sue architetture risuona l’eco del passato. Nella Loggia del Consiglio è incisa la dominazione veneziana; Porta Nuova ricorda il rinascimento di Sanmicheli; il giardino Giusti raccoglie la memoria di Goethe. Un passato fatto di dominazioni e di scontri, da Napoleone agli Asburgo, fino alla Grande Guerra e le sue bombe.

Verona vive da vicino le sfide del Novecento. Conquistata dagli eredi del Terzogenito, piazzaforte tedesca allo scoppio della Seconda guerra mondiale, rialza la testa grazie all’azione di uomini e donne che accompagnano la città fino a una sofferta liberazione che vede cadere tutti i ponti sull’Adige.

Dal dopoguerra, il boom economico anima la zona industriale, lo sviluppo della nuova Fiera e la costruzione dello stadio Bentegodi. La città è protagonista di una valorizzazione culturale che vede negli interventi di Carlo Scarpa, nell’istituzione del Vinitaly e nell’iscrizione al Patrimonio dell’Unesco una svolta decisiva, e che consegna al futuro una città fiera del proprio passato e della propria identità.

L’autore

Irena Trevisan è laureata in archeologia all’Università di Padova, è editor, scrittrice e traduttrice dall’inglese all’italiano. Lavora come caporedattrice presso una casa editrice veneta dove si occupa principalmente del coordinamento dei progetti editoriali, della valutazione di inediti e dell’acquisizione di titoli dal mercato internazionale. Collabora, inoltre, con un’agenzia di servizi editoriali come editor, ghostwriter e insegnante di editing. Con Typimedia ha già pubblicato La Storia di Vicenza.

Prefazione

L’ Italia è un Paese speciale perché speciali sono i suoi luoghi e le sue comunità. La storia di ciascuna città, i personaggi che ne hanno segnato le epoche, le caratteristiche socio-economiche che nel tempo si sono consolidate, compongono un’eterogeneità che è sinonimo di ricchezza. La vera ricchezza del nostro Paese.

In quest’ambito, Verona è certamente uno degli esempi più significativi. Una città di 260.000 abitanti che è capoluogo di provincia ma ha i tratti fondamentali di una piccola metropoli. Perché ha tutto: centro di primaria importanza nell’agro-alimentare ma anche nell’industria, dotata di un territorio di grande valore naturalistico e al tempo stesso di un’offerta culturale di primissimo livello, e pure con un ruolo trainante nell’economia turistica, tanto da risultare la quinta provincia italiana sul piano delle presenze. Non è un caso che nell’antichità venisse definita come la Roma del nord: una piccola capitale con una grande storia.

Storia che Irena Trevisan ci racconta in questo volume, edito da Typimedia per la collana La Storia d’Italia, partendo dagli albori dell’umanità, con i segni delle prime civiltà, fino ai giorni nostri. Fino agli eventi più recenti. Un viaggio di straordinaria intensità ma dalla lettura leggera per il suo passo genuinamente divulgativo che diventa una narrazione appassionante, fatta di vicende e di personaggi che appartengono alla memoria collettiva, ma sempre con il gusto per il bel racconto che trasforma il libro in una macchina del tempo.

Ed ecco che quei luoghi che oggi magari ci sono familiari per le nostre quotidiane consuetudini, improvvisamente acquistano suoni e colori completamente diversi. Una piazza, un palazzo, un crocevia, diventano bandierine della storia su una mappa che lentamente si compone davanti ai nostri occhi. E certi personaggi, che molti di noi hanno lasciato volentieri nei vecchi libri di scuola, tornano a vivere con le loro imprese, alcune memorabili, altre assai meno gloriose ma comunque incancellabili.

Verona città tra le acque, Verona con un sottosuolo ricco di preziosi resti romani, Verona che ha saputo conservare (e in alcuni casi riportare alla luce) il segno della sua antica gloria: narrano infatti gli storici che dopo Milano, per molto tempo, fu il centro più importante del nord. La sua posizione geografica ne fece (e ne fa tuttora per i commerci) uno snodo strategico tra le regioni d’Oltralpe, la Pianura Padana e l’affaccio a est. Questo, ovviamente, nelle diverse epoche ha portato fortune ma anche conseguenze dolorose. Le dominazioni raccontano di una città tanto ambita quanto strattonata. I diversi poteri che si sono succeduti hanno lasciato ferite ma anche segni importanti che ne hanno fatto uno scrigno d’arte e di bellezza. L’inserimento tra le città Patrimonio dell’umanità è solo uno dei tanti riconoscimenti che questa perla del Veneto ha meritato, oltre alla fama mondiale legata al mito di Romeo e Giulietta.

In definitiva, leggere La Storia di Verona è un piacere e poterla raccontare è un autentico privilegio. Nelle sue pagine non scorrono solo i secoli di una comunità delle cui origini ancora si dibatte, ma vi sono tutte le tracce dell’avventura di un popolo – quello italiano – fatto di genti arrivate da ogni dove che in questo territorio ha saputo fare delle differenze un impasto generatore di talento, creatività e bellezza. Tutti elementi che Verona custodisce sotto le forme più varie e non si stanca di offrire a chi sa guardarla.

Buona lettura a tutti.

Luigi Carletti

FIUME ADIGE. Risalire il corso del fiume Adige controcorrente è come andare indietro nel tempo. Il corso d’acqua, che dal Trentino-Alto Adige scende in Val Padana, costituisce sin dalla preistoria una strada naturale che attraversa Verona trasportando scambi e risorse.

CAPITOLO 1

L’alba tra le colline

1.1 UNA STORIA DI ACQUA E DI PIETRA

In una mattina di sole, i colori di Verona sono una gioia per gli occhi. Un caldo trionfo di luce accende le tinte aranciate dei mattoni, il corposo bianco del marmo, i rossi delle facciate e il liscio turchese del fiume Adige. Attraversando il Ponte di Castelvecchio, simbolo medievale della città, il suo placido scroscio accompagna ogni nostro passo esattamente come accadeva diversi secoli fa. Le acque che oggi brillano di azzurro hanno visto genti, vicende e storie del passato: testimoni mutevoli e, allo stesso tempo, perenni.

È proprio risalendo il corso dell’Adige, andando contro corrente, che possiamo tornare indietro nel tempo. Seguendo le sue anse, che si dipanano dal centro di Verona guidandoci fuori città, punteremo prima a ovest e poi dritti verso nord, come su un’autostrada blu che costeggia i rilievi. È tra queste alture, nell’area settentrionale del territorio veronese, che tutto ha inizio. I Monti Lessini, parte delle Prealpi venete stretta tra il corso dell’Adige, la Val Lagarina, la Val di Ronchi e la Val Leogra, racchiudono tuttora le testimonianze più antiche di questo angolo del Veneto.

La storia è incisa nelle pietre stesse dei Lessini, il cui cuore roccioso reca le tracce di un ambiente tropicale. Siamo intorno ai 250 milioni di anni fa: la Pianura Padana è coperta dalle acque della Tetide, l’oceano primordiale, che scava una sorta di ampio golfo nella Pangea. Le terre sono ancora unite in un megacontinente, e l’area in cui oggi sorge Verona si trova sul fondale di un mare caldo e ricco di vita. Mentre ha inizio l’era dei rettili, nel basso fondale della Tetide cominciano a depositarsi gusci, coralli e alghe che danno vita a un lunghissimo processo di litogenesi. Fossili di bivalvi vengono intrappolati nel gruppo dei calcari grigi tra i 200 e i 175 milioni di anni fa, periodo in cui i dinosauri solcano la terra lasciando le loro impronte. Negli Alti Lessini, in località Bella Lasta, a una cinquantina di chilometri da Verona, il rinvenimento di piste di dinosauri nella pietra calcarea richiama alla mente i grandi rettili del Giurassico inferiore che si aggiravano nella zona coperta da una flora lussureggiante.

FOSSILI IN CITTÀ. Le tipiche conchiglie a spirale costituiscono i fossili guida in grado di identificare la famosa pietra di pregio di Verona, il marmo detto rosso ammonitico, tra le strade della città.

Sono le ammoniti, invece, i veri fossili guida racchiusi per sempre nel celebre marmo di Verona, il cosiddetto rosso, considerato da secoli una pietra di pregio. Formatosi nel corso di un lungo periodo, circa 150 milioni di anni fa, il rosso ammonitico sostiene tuttora i nostri passi tra i marciapiedi della città, sui quali sono visibili, quasi intatte, le tipiche conchiglie a spirale. La tradizionale lavorazione della pietra, storico settore chiave dell’economia locale, arriva quindi da molto lontano, e consegna al presente, passando per le cave dei Lessini, un’arcaica e ancor viva realtà geologica nel panorama di Verona: le gradinate dell’Arena, simbolo della città sin dall’epoca romana, sono in rosso veronese, così come gli scuri pilastri che sostengono le arcate gotiche del Duomo; la pavimentazione di piazza delle Erbe è in pietra di Prun, o pietra della Lessinia, suddivisa in caratteristiche lastre, mentre parte della fortificazione austriaca, come il bastione di San Zeno, è nel locale tufo di Avesa, dall’aspetto poroso.

PAVIMENTAZIONE DEL LISTON. Le pietre che sostengono i passi di chi cammina per la città provengono dai Monti Lessini e parlano di una realtà geologica antica di centinaia di migliaia di anni.

Con l’inizio del Paleocene, intorno a 65 milioni di anni fa, un’attività vulcanica scuote il terreno a più riprese, interessando a lungo soprattutto il settore orientale dei Lessini. È in particolare nella Val d’Alpone, a nord-est di Verona, che le eruzioni danno vita a una serie di rocce vulcaniche che, alternate a quelle sedimentarie marine, creano un ricchissimo panorama geologico. Nell’Eocene inferiore, circa 50 milioni di anni fa, nei periodi di intervallo tra le manifestazioni vulcaniche, si depositano lentamente materiali calcarenitici che, all’interno della propria stratigrafia rocciosa, conservano le impronte di pesci e di altri organismi animali e vegetali perfettamente conservati.

FOSSILI DI BOLCA. Gli ittioliti cristallizzati nella massa calcarea dell’alta Val d’Alpone, scoperti nel Cinquecento, testimoniano l’antica presenza nell’area di una bassa laguna popolata da pesci.

È il caso degli straordinari fossili di Bolca, nell’alta Val d’Alpone, vicina al confine con il territorio vicentino, che recano l’aspetto di disegni a china su un’antica pergamena. Qui, tra le scure rocce magmatiche, si fa spazio una massa calcarea che costituisce uno tra i giacimenti fossiliferi più importanti del mondo, popolato da più di 200 specie di pesci. La fauna fossile, detta pessàra, risale a circa 40 milioni di anni fa: allora l’area di Bolca non è più coperta da un mare, ma da una bassa laguna popolata di coccodrilli e circondata da palme e piante tropicali, mentre la linea di spiaggia si trova, ormai, parecchi chilometri a sud-est. Il perfetto processo di fossilizzazione cristallizza, nel corso dei millenni, le forme (e talvolta persino i tessuti organici) di crostacei, rettili, alghe, foraminiferi (organismi marini) e altre creature che vedono nuovamente la luce solo nel Cinquecento, sotto gli occhi dei proto-naturalisti del tempo. Uno di questi è il veronese Francesco Calzolari, farmacista, botanico ed erborista che, nel 1571, raccolti e studiati diversi materiali naturalistici dal territorio locale, dà vita a un vero e proprio museo cittadino: una collezione nel pieno spirito degli antichi studioli che, tra le sue cassettiere, conserva alcuni pesci fossili. Da allora, gli ittioliti di Bolca sono destinati alla celebrità.

Tra le rocce dei Lessini, tuttavia, non affiorano solo fossili di antiche creature. Mentre l’orogenesi alpina, iniziata circa 30 milioni di anni fa, determina l’emersione completa del Veronese, lo stravolgimento geologico rende disponibile un materiale litico di fondamentale importanza: la selce. Una roccia che, in breve, compare tra le mani dei primi uomini.

1.2 INTORNO A UN FOCOLARE TRA I RIPARI DEI LESSINI

Circa 2,5 milioni di anni fa, il clima tropicale appare già lontanissimo. Con l’avvento del Pleistocene le temperature scendono in picchiata, e un imponente ghiacciaio, proveniente dal bacino del Garda, incombe sul territorio veronese. È l’inizio di un periodo glaciale che, con diversi intervalli, caratterizza l’intero Paleolitico inferiore.

I ghiacci lambiscono le colline, coperte da una gelida tundra popolata da cervi, bisonti e mammut. Ma i Monti Lessini, con i loro anfratti e grotte, offrono una vantaggiosa possibilità di riparo. Ecco allora che, sulla neve, possiamo individuare all’improvviso delle orme differenti da quelle degli animali, destinati a diventare prede. A cacciarli sono i primi uomini, che si spostano silenziosamente alla ricerca di cibo, armati di strumenti grezzi: pietre scheggiate, raschiatoi, punte grossolane e altri reperti litici. Sono stati rinvenuti in siti della Lessinia come Quinzano, Lughezzano, Cà Palui e Ponte di Veia e narrano di genti che, nascoste in ripari sotto roccia e pronte a uscire in piccoli gruppi per brevi puntate di caccia, sono già in grado di lavorare la selce, sbozzandola con tecniche ancora rudimentali.

Dagli strati più antichi del deposito di Quinzano, a soli sette chilometri a nord-ovest di Verona, emergono dei manufatti risalenti fino a circa 500.000 anni fa: sono i tipici bifacciali, taglienti utensili in pietra scheggiata a spigoli vivi con cui gli uomini del Paleolitico inferiore tagliano le carni e le pelli alla luce del fuoco, scoperto non molto tempo prima.

È sempre il sito di Quinzano a regalare agli studiosi uno sguardo privilegiato su un momento di svolta della storia dell’uomo. Siamo nel 1939 e nel borgo veronese, dopo il rinvenimento fortuito di diversi manufatti litici avvenuto durante i lavori di sfruttamento di una cava d’argilla, a svolgere un vero e proprio scavo archeologico sistematico è Francesco Zorzi.

FRANCESCO ZORZI. L’erma del naturalista veronese, conservato al Museo civico di storia naturale di Verona, ricorda il grande contributo dell’ex direttore agli studi paletnologici.

Il naturalista veronese lavora da un decennio scarso al Museo civico di storia naturale di Verona: prima come assistente del direttore Vittorio Dal Nero, poi come conservatore con funzioni direttive. Con lui, il museo passa da una semplice collezione d’esposizione a un attivo centro di ricerca, di cui gli studi sul campo di Zorzi stesso sono parte integrante nel campo della paletnologia. A Quinzano, tra schegge e amigdale, Zorzi fa una scoperta sorprendente. Si tratta di un osso occipitale umano, che dà immediatamente vita a un acceso dibattito. Nonostante si trovi in uno strato riferibile al Paleolitico inferiore, l’osso presenta infatti caratteristiche già molto simili a quelle dell’uomo di Neanderthal, costituendo così una rara testimonianza di "proto-Sapiens" che, per la sua eccezionalità, prende il nome di Homo Quintianensis.

Con la comparsa dell’uomo di Neanderthal, inizia il Paleolitico medio. Torniamo indietro di 120.000 anni. A questo punto, lo sviluppo delle tecnologie litiche va di pari passo con una sempre maggiore complessità sociale. Uomini robusti, dalla costituzione preparata ad affrontare il clima rigido, apprendono la lavorazione della selce con l’utilizzo di nuclei e percussori, mentre la selce stessa diventa un veicolo di relazioni come materiale di scambio tra diversi gruppi umani.

A questo periodo risale la fase più antica della Grotta di Fumane, nei Lessini occidentali, a una trentina di chilometri da Verona. La scoperta di quello che oggi è considerato uno dei più importanti siti d’Europa per lo studio dell’uomo di Neanderthal è, come spesso accade, frutto di una fortunata coincidenza risalente al 1962. Momento chiave è l’allargamento della strada che conduce a Molina, frazione di Fumane, oggi nota per il celebre parco delle cascate che ogni domenica attira famiglie ed escursionisti. Nel contesto dei lavori affiora una sezione stratigrafica ricca di ossa e selci, di cui il professor Giovanni Solinas segnala immediatamente il valore, avvertendo il Museo civico di Verona. In breve, viene rivelata l’esistenza di un groviglio di cavità riempite dai detriti di una frana, che celano i preziosi resti di un riparo preistorico. Gli interventi archeologici che seguono sono piuttosto difficoltosi e discontinui, e sono ancora ben lungi dall’aver messo del tutto in luce la straordinaria ricchezza del sito, che continua tuttora a celare i propri segreti.

Nella grotta di Fumane trovano riparo gruppi di cacciatori-raccoglitori neanderthaliani (100.000-35.000 anni fa) e, in seguito, i primi uomini moderni. Il luogo è perfetto: è a 350 metri di quota, dista solo qualche ora di cammino dai territori di caccia della prateria alpina, dove pascolano stambecchi, bisonti e camosci, e dai boschi sottostanti, frequentati da cervi e caprioli. Il terreno è ricco di selce, e l’articolazione della grotta offre un nascondiglio naturale sufficientemente ampio per un’area dedicata alla lavorazione della pietra. La continuazione d’uso del sito permette di studiare nel dettaglio una stratigrafia che rispecchia tutte le fasi di sviluppo dell’uomo preistorico. Se i Neanderthal tagliano le carcasse delle prede e scheggiano la selce intorno a diversi focolari più piccoli, i Sapiens occupano la grotta a più riprese ma per tempi più brevi, riunendosi di fronte a focolari medio-grandi e sfruttandone la luce per dar vita alle prime espressioni artistiche e simboliche della storia. I loro corpi si vestono di oggetti ornamentali: sono quasi un migliaio le conchiglie marine provenienti dal Mediterraneo utilizzate come pendenti, mentre le loro mani si tingono di ocra rossa per dipingere sulle pareti della grotta macchie di colore che assumono le incerte forme di animali e figure umane. Una di queste ultime, soprannominata "lo sciamano", dimostra nella sua complessità simbolica la straordinaria capacità di astrazione delle genti di Fumane.

Incredibilmente, è stato possibile dare addirittura un volto a questi uomini. Su alcuni frammenti di cranio e di una mandibola venuti alla luce nel 1957 nel riparo Mezzena, vicino a Quinzano, sono state di recente condotte delle indagini genetiche che hanno restituito risultati sorprendenti. Ecco allora un uomo dalla pelle chiara e i capelli rossi, che mostra convergenze fisiche con i

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