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Io, nata a Catania nel 1950,: ho respirato filastrocche, giochi, carosello...

Io, nata a Catania nel 1950,: ho respirato filastrocche, giochi, carosello...

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Io, nata a Catania nel 1950,: ho respirato filastrocche, giochi, carosello...

Lunghezza:
189 pagine
2 ore
Editore:
Pubblicato:
19 lug 2021
ISBN:
9791220343466
Formato:
Libro

Descrizione

Ripercorrere a ritroso i giorni della mia vita è stato ritrovare luoghi, leggende, filastrocche, canzoni, dolci, feste, il "Corriere dei Piccoli", "Il Monello", i fotoromanzi...la magia della radio e della televisione: abitudini di un tempo che fu, ma ancora vivo nella memoria di tanti, almeno di quelli che non smettono mai di sognare... L'e-book è corredato di un file musicale. P.S. Ho ripreso il racconto della mia famiglia, iniziato da mio padre, Gaspare, nei romanzi autografici L'ora segnata dal destino. Ricordi di un "volontario" universitario e La musica, ancora e sempre. Arte e vita, già pubblicati.
Editore:
Pubblicato:
19 lug 2021
ISBN:
9791220343466
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Io, nata a Catania nel 1950, - Renata Grancagnolo

Tra la fine dell’‘800 e l’inizio del ‘900 meta abituale delle famiglie catanesi era la villa Vincenzo Bellini.

E' il più grande dei giardini storici di Catania e perciò chiamato per antonomasia ‘a villa.

Il giardino si snoda - il nucleo originario dei principi Biscari era il labirinto - in un intreccio di vialetti, spiazzi con vasche e scalinate, attorno a due colline, una a nord, detta del Salvatore, e l’altra a sud.

Nella prima si ergeva fin dal 1869 un padiglione in legno pregiato di ciliegio in stile liberty, chiamato Chiosco cinese - dono dell’imperatore della Cina - una sorta di caffè concerto, tipico dell’epoca. Adibito negli anni ‘50 a biblioteca comunale, è andato distrutto in un incendio nel 2001: è stato bandito un concorso per il restauro.

C'è un vincitore e un progetto... in attesa...

Sull’altra collina fu realizzato nel 1879 un chiosco in ferro battuto in stile moresco, chiamato Chiostro dei concerti o della musica, in cui si eseguivano concerti di musica classica e quelli della banda municipale, almeno fino al 1958. Dal 1935 al 1952 vi si tenne, addirittura, la stagione estiva d’opera.

Da tempo in stato di abbandono, è stato restaurato e restituito ai catanesi nel 2016…Deo gratias!

Luogo di svago e di aggregazione, negli anni ‘60 la villa fu dotata di un piccolo zoo, con vari animali, uccelli, pavoni, scimmie e perfino un elefante indiano, regalo del circo Orfei, a cui fu dato nome Tony, prima che se ne conoscesse il sesso: era femmina, ma rimase per sempre Tony d’‘a villa.

I miei nonni, nei giorni festivi, andavano a passeggio per via Garibaldi e via Etnea e si avventuravano fino alla villa, abbastanza lontana da casa loro, che si trovava dalle parti di via Plebiscito.

Una volta le distanze erano più corte…si percorrevano, tranquillamente chilometri…a piedi.

Un aneddoto, che raccontavano sempre, aveva come protagonista mio papà, ancora bambino.

Un giorno lo sentirono canticchiare un motivo di un’opera lirica. Com’era possibile? Aveva poco più di due anni.

Si ricordarono di aver assistito ad un concerto della banda municipale alla villa.

Fu il segno di una predisposizione per la musica che avrebbe dato i suoi frutti…

Nei primi anni ‘50 anche i miei genitori portavano me e le mie sorelle alla villa.

Ricordo i musicisti seduti dentro al gazebo e tutt’intorno le persone sulle panchine a godersi la frescura dell'imbrunire, dopo l'afa soffocante della giornata.

Era stata regalata a mia sorella Concetta Maria, nel 1955 per la prima comunione, una macchina fotografica e mio papà da allora non fece altro che scattare foto, foto, foto...dovunque, ma finivamo sempre alla villa.

Ci immortalava abbracciate ad alberi secolari o in mezzo a cespugli di piante grasse o sedute sui bordi della vasca dei cigni... d’inverno con le gonnelline e i bolerini in panno lenci colorato; d’estate con i vestitini leggeri e scarpe e calzette rigorosamente bianche, noi, gemelle con i laccetti alle caviglie, Concetta Maria senza laccetti: era grande…

Tra parentesi: il bianco era un must dell’estate come la riga delle calze di nylon era l’ossessione delle donne: mia mamma si preoccupava che la riga fosse dritta.

Foto anche durante il carnevale, mentre passeggiavamo per le piazzuole.

Io, bionda e boccolosa, vestita da damina, con volant e gonna vaporosa, - fungeva da crinolina la sottana trattata con la colla di pesce in fogli, di moda allora - ora in celeste, con un gran cappello piumato, ora in rosa, con cipria e perle tra i riccioli.

La mia gemella, Adriana, mora, da zingarella, con un corpetto nero allacciato in vita su un’ampia gonna lilla e grembiulino.

La più grande da principe indiano, con pantaloni a sbuffo, scarpe a punta in su e un pennacchio bianco sul turbante azzurro.

Sempre da maschio…!si lamentava mia sorella Concetta Maria.

Ed invero, anche quando eravamo più piccine, noi, gemelle, venivamo mascherate da margherita, Concetta Maria da Pierrot...

In compenso anche per lei labbra colorate col rossetto e sulla guancia un bel neo finto, dipinto immergendo nell'inchiostro la parte finale, più sottile, della vecchia penna col pennino, ovviamente capovolta.

Era un divertimento per la zia Mela, in realtà una cugina di mio papà, confezionare per tutti i nipotini, tra cui i nostri cuginetti, Piero e Carmelo, e anche per Nina, una bambina, sua vicina di casa, vestiti per maschere di sua fantasia, con stoffe di seta lucida e taffetà frusciante, impreziosite da ricami e ornamenti vari, realizzati con passamaneria, che indossavamo, anche se pioveva e si restava a casa.

Pure di quei giorni uggiosi abbiamo le foto...

Camminando per il fresco odoroso d'erba dei vialetti, si potevano contare i sassi dell'acciottolato con le piante dei piedi, attraverso le suole leggere dei sandali estivi, e si giungeva per un ghirigori di sentieri, tra anfratti con giochi d'acqua e busti di marmo corroso dal tempo di un musicista o di uno scrittore, a spiazzi con panchine in ferro battuto.

A parte è il viale degli uomini illustri in onore delle glorie cittadine e italiane.

Qui si sedevano gli anziani a leggere il giornale e a godersi il fresco.

Qui s'imboscavano i giovani innamorati per sbaciucchiarsi, di nascosto dai genitori, - altri tempi! - e studenti che avevano fatto càlia, marinato la scuola.

Era un po' un refugium peccatorum!

Mio papà amava studiare seduto su una panchina, di mattina presto, immerso nel silenzio sospeso tra gli alberi e il cielo, quando frequentava l'Università.

***

L'ingresso principale si apre su via Etnea, la lunga strada che percorre tutto il centro storico di Catania, scendendo dalla collina del Tondo Gioeni fino a piazza Duomo, in basso, fiancheggiata da palazzi, ricostruiti in stile barocco-siciliano, dopo il terremoto disastroso del 1693.

Al primo sguardo lascia a bocca aperta per l'effetto scenografico creato da ampie scalinate che portano ad un piazzale con al centro la grande vasca dei cigni…Una volta c'erano i cigni. Una mattina sono stati trovati tutti decapitati.

Da allora vi sono state collocate due sagome di gru…

Che ci azzecca?! direbbe un politico famoso negli anni novanta.

In alto sulla collinetta che fa da sfondo è collocato il busto di Vincenzo Bellini e ogni mattina viene scritta la data del giorno e un orologio indica l'ora.

Tutto realizzato con piantine sempre verdi, di vari colori, mentre si spande...pardon...si spandeva per l'aria la musica di Bellini.

Un grande giardino è anche l'orto botanico, che si apre lungo via Etnea alta. E anche là mio papà ci portò, già adolescenti, a curiosare tra le piante.

A tutt'oggi è diviso in due zone: l'hortus generalis, caratterizzato da piante esotiche e l'hortus siculus, da piante spontanee isolane.

Tantissime le specie di piante suddivise da gradini e alcune all'interno di serre. La più grande in ferro e cristallo sapeva di fiaba...

Tantissime le piante strane, ma quella che ci fece ridere fu il cuscino della suocera, una grossa cactacea tondeggiante con grossissime spine, somigliante ad un porcospino; ed infatti ci dissero che il nome della pianta, echinocactus grusonii, deriva dal termine greco, echinos, che significa appunto porcospino.

Frequentavamo già il ginnasio e quel termine greco non lo abbiamo più dimenticato.

Sarebbe stato lo stesso se l'avessimo letto su un libro?

Di fronte alla villa, all’angolo tra via Etnea e via Umberto, il salotto di Catania¹, la pasticceria Savia, dal 1897, e pochi passi più in là, Spinella, dal 1936, aprivano - e tuttora aprono - le loro sale ai catanesi per degustare i dolci più raffinati della pasticceria siciliana. La cassata e i cannoli risalgono addirittura alla dominazione araba.

Paste enormi e fantasiose. D’estate la granita o il gelato, che finiva puntualmente sul mio vestito…con la benedizione di mia mamma.

Dietro al vetro del bancone: cioccolato, crema, pistacchio, torrone, nocciola o i gusti alla frutta, fragola e limone.

Grande indecisione…e non c’erano le stravaganze di oggi: negli anni ‘80 imperversava il gusto puffo!?!!

Una prelibatezza la granita e il gelato delle pasticcerie…ma quanta allegria al suono della campanella del gelataio, che girava per strada col suo carrettino!

Al grido di Cuncettu, accorrevano da ogni angolo i bimbi del mio quartiere: 5 lire il cono più piccolo, 20 quello grossissimo e, rivestito di una glassa di cioccolato, ‘u tuccu, il turco.

La mattina, mia mamma dal balcone calava il paniere, ‘u panaru², legato alla corda, con i soldi e riceveva in cambio le granite, di cioccolato e soprattutto di mandorla, ‘a minnulata.

Passava anche il venditore di ghiaccio: saliva in casa con la balata ‘i ghiacciu, una sorta di parallelepipedo, su una spalla e la collocava nell’apposito spazio, dentro ‘a ghiaccera, la ghiacciaia, un mobiletto in legno, rivestito all’interno di zinco, l’antenata del frigorifero.

Vendevano la loro merce disposta sopra carrioli, carretti, tirati talvolta da un asinello, sceccu, o da un cavallo, cavaddu,‘u fruttaiolu, che vanniava³: pipi, mulinciani, sassa… peperoni, melanzane, salsa… ‘u pisciaru e di tano in tanto, sul suo triciclo, l’arrotino, ammula fobbici e cuteddi, e ‘u luppinaru che metteva i lupini in cuppini, fatti di carta paglia⁴, ruvida e gialla, la stessa in cui ‘a miccera avvolgeva la pasta e altra merce: tutto si vendeva sfuso.

'A miccera di via Idria, dove abitavano, era 'a signura Mara.

Sul marmo del bancone una grande bilancia e, dentro barattoloni di vetro, caramelle, 'a sassina, concentrato di pomodoro, che lei prendeva con un cucchiaio di legno e avvolgeva nella carta oleata, olive, castagne secche, noci e una sorta di crema, l'antenata della Nutella.

Di lato: mortadella, salumi vari, formaggi...molto richiesto il caciocavallo, tipico del Regno delle due Sicilie...

Alle sue spalle, grandi cassetti pieni di pasta, pane, farina, zucchero, ceci, lenticchie, fagioli e fave secche per preparare 'u maccu, un antichissimo piatto, se è vero che il commediografo greco Aristofane ne fa menzione nella commedia Le rane, a metà del V secolo a. C.

All'altra estremità della strada, sua sorella,'a signura Fulippa - portava i capelli neri co' tuppu, il toupet francese - teneva in casa un tavolino, dove esponeva dolciumi: liquirizia a rotelle, morbida, o a bastoncino, più pura e amara; caramelle, cioccolata a quadretti e a forma di formaggino - spesso surrogati di cioccolato - 'u taccu, il tacco, una cioccolata semicircolare, farcita di crema, sempre al cioccolato; brioches tondeggianti, ricoperte di glassa; 'u pani 'i Napuli, una sorta di pane guarnito di uva passa, a forma di filoncino.

A volte dentro a un sacchettino metteva dei bigliettini di carta ripiegati con dei numeri stampati, che a sorteggio potevano farti vincere qualche dolce più prelibato o qualche giocattolino per soli cinque lire.

In ogni caso con cinque lire compravi due caramelle.

Mamma, mi dai dieci lire? E giù per le scale a volo dalla signora Filippa.

Erano frequenti per le strade animali da traino, talvolta anche greggi e… letame…

***

L’amore per la musica si manifestò presto in mio papà e appena diplomato, ottenne in regalo il pianoforte tanto desiderato e iniziò lo studio della musica, privatamente, come ‘Nzina, la più grande delle sue sorelle: era consuetudine prendere lezioni di pianoforte per i figli delle famiglie borghesi - mio nonno era un affermato imprenditore -.

La prima opera che volle imparare a suonare fu la riduzione per canto e pianoforte della Norma del suo amato Bellini e subito dopo la Cavalleria rusticana di Mascagni, che ebbe l’opportunità di suonare in caserma sotto le armi.

Dopo la parentesi della guerra, ritornò a Catania con mezzi di fortuna, già con moglie e figlioletto, che, sopravvissuto ai bombardamenti e alle fatiche del lungo viaggio da Genova alla Sicilia, morì quando ormai era al sicuro…

Mia mamma tutti i giorni si recava sulla tomba del suo bimbo, che aveva tenuto in braccio per chilometri

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