Goditi milioni di eBook, audiolibri, riviste e tanto altro ancora con una prova gratuita

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Zanzare: Il più micidiale predatore della storia dell'umanità
Zanzare: Il più micidiale predatore della storia dell'umanità
Zanzare: Il più micidiale predatore della storia dell'umanità
E-book702 pagine20 ore

Zanzare: Il più micidiale predatore della storia dell'umanità

Valutazione: 5 su 5 stelle

5/5

()

Info su questo ebook

Zanzare. Il più micidiale predatore della storia dell’umanità

Uno studio rivoluzionario che offre una nuova e drammatica prospettiva sulla storia dell’umanità, dimostrando come nel corso dei millenni la zanzara sia stata l’unica vera potenza in grado di plasmare il destino dell’uomo. Perché il gin tonic era il cocktail preferito dei britannici che vivevano in India e in Africa? Chi deve ringraziare Starbucks per essere riuscito a imporsi come catena leader nel mondo? Che cosa ha determinato il fallimento delle Crociate? Perché la Scozia si è arresa all’Inghilterra? Qual è stata l’arma segreta di Washington durante la rivoluzione americana? La risposta a tutte queste domande, e a molte altre, è la zanzara.

Questo micidiale insetto ha determinato il destino di imperi e nazioni, ha distrutto o paralizzato le economie, ha deciso le sorti di guerre cruciali e si stima abbia ucciso circa 52 miliardi di persone, quasi metà di tutti gli esseri umani mai vissuti sulla Terra. Sterminatrice e distruttrice per eccellenza della popolazione umana, la zanzara e le terribili malattie che diffonde, dalla malaria alla febbre del Nilo, dal virus Zika alla dengue e alla febbre gialla, sono state nel corso della storia un fondamentale agente di cambiamento, più di ogni altro animale con cui condividiamo il nostro villaggio globale. Immaginate per un istante un mondo senza le zanzare letali… o senza zanzare del tutto. La nostra storia e quella del mondo che conosciamo, o che pensiamo di conoscere, sarebbero completamente diverse.

Avvincente e affascinante, un vero page-turner che ha scalato le classifiche del New York Times, Zanzare racconta la storia, poco nota ma straordinaria, di un insetto tutt’altro che insignificante che ha avuto un impatto indelebile e sorprendente sul mondo moderno.
LinguaItaliano
Data di uscita15 lug 2021
ISBN9788830530645
Zanzare: Il più micidiale predatore della storia dell'umanità
Leggi anteprima

Categorie correlate

Recensioni su Zanzare

Valutazione: 5 su 5 stelle
5/5

1 valutazione1 recensione

Cosa ne pensi?

Tocca per valutare
  • Valutazione: 5 su 5 stelle
    5/5
    Un libro pieno de fatti interessanti, non solo su zanzare

Anteprima del libro

Zanzare - Timothy Winegard

CAPITOLO 1

Gemelli tossici:

la zanzara e le sue malattie

Da 190 milioni di anni l’incessante ronzio della zanzara è uno dei suoni più universalmente riconoscibili e fastidiosi. Siete in campeggio con la famiglia o gli amici, rientrate alla sera dopo una lunga passeggiata, vi fate una rapida doccia, vi sedete sulla sdraio, prendete una birra ghiacciata e accompagnate il tutto con un profondo sospiro di soddisfazione. Ma prima che possiate godervi il primo appagante sorso, ecco che udite quel suono fin troppo familiare che segnala l’appressarsi del vostro vorace tormentatore.

È quasi il crepuscolo: il momento che la zanzara preferisce per nutrirsi. Anche se la sentite avvicinarsi, senza che ve ne accorgiate riesce a posarsi delicatamente sulla vostra caviglia (normalmente preferisce mordere vicino al suolo). Ah, si tratta sempre di una zanzara femmina. Conduce una prima, elegante manovra di ricognizione della durata di una decina di secondi, alla ricerca di un vaso sanguigno. Mantenendosi con la schiena rivolta verso l’alto, predispone le proprie armi e punta l’obiettivo prescelto con sei sofisticatissimi aghi. Aziona due lame mandibolari acuminate e taglienti (molto simili a un coltello elettrico con due lame che si muovono alternativamente avanti e indietro) e vi perfora la pelle, mentre con altri due organi retrattori si apre un passaggio per la proboscide: un ago ipodermico che emerge da una guaina protettiva. Servendosi di questa specie di cannuccia comincia a succhiare 3-5 milligrammi del vostro sangue, eliminando immediatamente l’acqua in esso presente e concentrando il suo contenuto proteico, pari al 20 per cento. Nel frattempo, un sesto ago pompa saliva contenente un agente anticoagulante per mantenere il sangue fluido sul luogo della puntura.³ Ciò riduce il tempo che le è necessario per nutrirsi, diminuendo le probabilità che avvertiate il morso e la schiacciate contro la caviglia.⁴ L’anticoagulante provoca una reazione allergica e, come regalo d’addio, l’area attorno alla puntura si gonfia e comincia a prudere. Il morso della zanzara è parte di un sistema di nutrizione complesso e innovativo di cui l’animale ha bisogno per riprodursi. Il vostro sangue le serve per produrre le uova e portarle a maturazione.⁵

Non sentitevi né vittime né prescelti: il suo morso non risparmia nessuno. Pungerci è nella natura della zanzara. Tutto quello che si racconta sul fatto che essa preferisca le donne agli uomini o gli individui biondi e rossi rispetto a quelli che hanno i capelli scuri o che quanti hanno la pelle meno chiara o più coriacea sarebbero meno soggetti a essere morsi sono tutte storie prive di fondamento. È vero tuttavia che essa ha le sue preferenze e che predilige alcuni più di altri.

Sembra infatti che preferisca di gran lunga il sangue di tipo 0 rispetto a quello di tipo A e B, o all’AB. Gli individui con gruppo sanguigno di tipo 0 sono punti il doppio delle volte rispetto a quelli con sangue di tipo A; più o meno a metà tra questi due estremi si collocano poi quelli con gruppo sanguigno di tipo B. (Si vede che alla Pixar si erano documentati come si deve quando hanno deciso di far ordinare un «bloody Mary, 0-positivo» a una zanzara un po’ alticcia in A Bug’s Life.) Anche quanti possiedono naturalmente livelli più alti di alcuni componenti chimici nella propria pelle, in particolare di acido lattico, sembrano attrarre maggiormente le zanzare, che proprio grazie a questi elementi riescono a determinare il gruppo sanguigno di appartenenza. Si tratta degli stessi componenti chimici che stabiliscono la quantità di batteri presenti sulla pelle di un individuo e il suo odore corporeo caratteristico. Puzzare di rancido, per quanto possa infastidire chi ci sta attorno e forse anche noi stessi, è in questo caso un’ottima cosa, perché significa che abbiamo un alto numero di batteri sulla nostra pelle, rendendoci meno appetibili per le zanzare. La pulizia invece non ci rende immuni, se non quella dei piedi, i quali, quando sono maleodoranti, producono un batterio (lo stesso che interviene nella maturazione di alcuni formaggi) che per le zanzare rappresenta un afrodisiaco. Esse sono inoltre attirate da deodoranti, profumi, saponi e altre fragranze.

Per quanto a molti di voi possa sembrare ingiusto, per ragioni ancora misteriose le zanzare prediligono i bevitori di birra. Anche indossare abiti con colori sgargianti non è una scelta oculata, poiché nella loro caccia questi insetti si servono tanto della vista quanto dell’olfatto, quest’ultimo impiegato per determinare la quantità di anidride carbonica prodotta dalla potenziale vittima. Poiché esse riescono a percepire la presenza di questo gas fino a 60 metri di distanza, anche ansimare, sbuffare e soffiare serve soltanto ad attirarle e aumenta il rischio di essere punti. Quando facciamo sport, per esempio, poiché aumentiamo frequenza e volume respiratorio, emettiamo più anidride carbonica. Inoltre, sudiamo anche di più, liberando quelle appetitose sostanze chimiche (come l’acido lattico) che attirano le attenzioni della zanzara. In ultimo, anche la nostra temperatura corporea cresce, provocando un’emissione di calore facilmente identificabile dal nostro tormentatore. Le donne incinte sono punte in media il doppio del normale proprio perché producono il 20 per cento in più di anidride carbonica e hanno una temperatura corporea leggermente più alta. Come vedremo, quando si tratta di infezioni trasmesse dal virus Zika o dai parassiti della malaria, ciò non è l’ideale né per la madre né per il feto.

Ma adesso non correte a farvi una doccia, non smettete di fare sport, non smettete di bere birra né affrettatevi a riporre nell’armadio le vostre magliette colorate. Purtroppo, l’85 per cento di ciò che ci rende appetibili per le zanzare dipende dal nostro patrimonio genetico: gruppo sanguigno, sostanze chimiche naturalmente prodotte, batteri, livelli di anidride carbonica, metabolismo, odori e fetori. Alla fine, il nostro nemico troverà il sangue di cui va in cerca pungendo qualsiasi obiettivo con il quale abbia una minima opportunità di successo.

Diversamente dalle zanzare femmina, quelle maschio non pungono. Tutta la loro vita ruota attorno a due cose: nettare e sesso. Come altri insetti volanti, quando sono pronti ad accoppiarsi, i maschi si raccolgono attorno a oggetti alti: camini, antenne, alberi, persone… A quanti di voi è capitato di imprecare e agitarvi inutilmente tentando di scacciare quella ronzante e ostinata nube di insetti che vi ronzava attorno mentre camminavate, rifiutando di disperdersi? Non siete paranoici, non ve lo siete immaginati. Prendetelo come un complimento. Le zanzare maschio vi hanno concesso l’onore di essere marcatori di sciame. Sono stati fotografati sciami di zanzare che arrivano a più di 300 metri di altezza e con la forma a imbuto tipica dei tornado. E mentre quello sciame di maschi ansiosi di mettersi in mostra non vuole andarsene da sopra la vostra testa, le femmine ci volano in mezzo per trovare un compagno adatto. Anche se le zanzare maschio si accoppiano più volte nel corso della loro vita, un’unica dose di sperma è tutto ciò di cui le femmine hanno bisogno per generare una prole numerosissima. Esse immagazzinano infatti gli spermatozoi, utilizzandone un poco alla volta ogni volta che producono uova. Da quel breve momento di passione esse traggono uno dei due componenti necessari per la procreazione, l’altro è il nostro sangue.

Torniamo in campeggio. Siete appena rientrati da una passeggiata particolarmente impegnativa e vi fate una bella doccia, durante la quale vi insaponate per benino con bagnoschiuma e shampoo. Dopo esservi asciugati, vi spruzzate una buona dose di deodorante e finalmente vi mettete nella vostra tenuta da spiaggia rossa e blu. È quasi il tramonto – l’ora di cena per la zanzara anofele – e vi rilassate sulla sedia a sdraio con una più che meritata birra ghiacciata. Avete fatto tutto il possibile per attirare una famelica femmina di anofele (sappiate che io nel frattempo sono andato a mettermi sulla sdraio più lontana da voi). Essendosi appena accoppiata in un brulicante sciame di maschi bramosi, essa cede volentieri alle vostre lusinghe e se ne va con qualche goccia del vostro sangue.

Dopo aver ingerito una quantità di sangue pari a tre volte il suo peso corporeo, si posa rapidamente sulla superficie verticale più vicina e, con l’aiuto della gravità, continua a eliminare l’acqua dal sangue succhiato. Nei giorni successivi, utilizzando questo sangue concentrato, porterà a maturazione le proprie uova, deponendone circa 200 sulla minuscola pozza d’acqua formatasi su quella lattina di birra schiacciata che avete dimenticato di raccogliere quando ve ne siete andati in compagnia dei vostri amici. Le zanzare depongono sempre le loro uova nell’acqua. Non ne serve molta: uno stagno, un ruscello, il fondo di un vecchio contenitore, un copertone usato, un giocattolo abbandonato in cortile, tutti quanti saranno adatti allo scopo. Esistono alcune tipologie di zanzare che necessitano di tipi specifici di acqua – dolce, salata o salmastra – mentre per altre andrà bene qualsiasi cosa.

Per tutta la sua breve vita – che dura in media da una a tre settimane ma può eccezionalmente raggiungere i cinque mesi – la nostra zanzara continuerà a mordere e a deporre uova. Pur potendo volare fino a più di tre chilometri di distanza, come la maggior parte delle altre zanzare, anche lei raramente si allontanerà a più di 400 metri dal luogo in cui è nata. Grazie alle temperature piuttosto alte, entro due o tre giorni (qualcuno in più nei climi più freschi) le uova si schiudono e fuoriescono delle larve (i piccoli) acquatiche. Queste filtrano l’acqua alla ricerca di cibo, per trasformarsi poi rapidamente in pupe (adolescenti) a forma di virgola rovesciata che respirano attraverso due trombe che fuoriescono dall’acqua dal loro sedere. Pochi giorni dopo, le zanzare adulte sane escono dall’involucro protettivo e prendono il volo, dando origine a una nuova generazione di vampire ansiose di nutrirsi ancora di voi. Questo impressionante processo di maturazione fino all’età adulta dura circa una settimana.

Questo ciclo vitale si è ripetuto ininterrottamente sul pianeta Terra fin dalla comparsa delle zanzare moderne. Secondo gli scienziati, zanzare identiche nell’aspetto a quelle esistenti oggi sarebbero apparse già 190 milioni di anni fa. L’ambra, che altro non è che resina o linfa di albero pietrificata, conserva i migliori esemplari di insetti fossilizzati poiché mantiene intatti particolari minuscoli come ragnatele, uova e organi interni degli animali sepolti dentro di lei. Le due più antiche zanzare fossili note sono conservate in esemplari di ambra pietrificata provenienti dal Canada e dal Myanmar risalenti a un periodo fra i 105 e gli 80 milioni di anni fa: se gli habitat originali in cui vivevano questi succhia-sangue oggi sarebbero per noi irriconoscibili, il loro aspetto non è cambiato.

Il nostro pianeta era molto diverso da quello in cui viviamo attualmente, così come la maggior parte degli animali che lo abitavano. Osservando l’evoluzione della vita sulla Terra, il subdolo sodalizio tra insetti e malattie appare sorprendentemente chiaro. Poco dopo la nascita del nostro pianeta, circa 4,5 miliardi di anni fa, la prima forma di vita ad apparire sono stati i batteri unicellulari. Generati da una miscela di gas e una colata oceanica primordiale, si affermarono rapidamente, formando una biomassa che, oggi, è venticinque volte più grande di tutte le altre piante e animali messi insieme; inoltre i batteri hanno costituito la base del petrolio e di altri combustibili fossili. In un singolo giorno un solo batterio può generare una cultura di oltre quattro sestilioni (ventuno zeri), più di tutte le altre forme di vita del pianeta. Essi sono l’ingrediente indispensabile e l’elemento costitutivo necessario per tutti gli altri esseri viventi. Quando ebbe inizio il processo di speciazione, i batteri a riproduzione asessuata per divisione cellulare si adattarono trovando habitat più sicuri e favorevoli vivendo come ospiti permanenti sulla superficie o all’interno di altre creature. Il corpo umano contiene un numero di cellule batteriche cento volte superiore a quello delle cellule umane. In generale, queste relazioni simbiotiche sono generalmente vantaggiose sia per l’individuo ospite che per i batteri ospitati.

A causare problemi sono pochi abbinamenti negativi. Attualmente, è stato identificato oltre un milione di microbi, di cui solo 1400 potenzialmente dannosi per gli esseri umani.⁶ Poco più di 33 cl (ossia il contenuto di una normale lattina) della tossina prodotta dal batterio che provoca il botulismo, per esempio, sarebbero sufficienti a uccidere ogni individuo sul pianeta.

In seguito arrivarono i virus, seguiti rapidamente dai parassiti, entrambi assunsero le medesime soluzioni abitative dei loro antenati batterici, dando origine a letali combinazioni di malattia e morte. L’unica responsabilità genitoriale avvertita da questi microbi è quella di riprodursi… e riprodursi ancora.⁷ Batteri, virus e parassiti, insieme a vermi e funghi, sono stati responsabili di indicibili sofferenze e hanno guidato il corso della storia umana. Perché questi agenti patogeni si sono evoluti per sterminare i loro ospiti?

Se proviamo per un istante a osservarli liberandoci dai nostri pregiudizi, possiamo vedere che questi microbi hanno seguito un percorso di selezione naturale esattamente come abbiamo fatto noi. È proprio per questo che riescono ancora a farci ammalare e sono così difficili da eradicare. Capisco che la cosa possa lasciarvi perplessi: non è controproducente e dannoso uccidere l’ospite? Se è vero che la malattia ci uccide, però, i suoi sintomi sono il modo in cui i microbi ci sfruttano per diffondersi e riprodursi. Provate a pensarci e vedrete che è qualcosa di straordinariamente intelligente. Normalmente, prima di uccidere il proprio ospite, i germi fanno in modo di garantirsi che avvengano contagio e replicazione.

Alcuni di essi, per esempio i batteri che provocano intossicazioni alimentari come la salmonella e diversi tipi di vermi, aspettano di essere ingeriti (cosa che avviene quando un animale mangia un altro animale). Esiste tutta una gamma di agenti responsabili di diarrea e altre malattie a trasmissione idrica, tra le quali la giardiasi, il colera, la febbre tifoide, la dissenteria e l’epatite. Altri virus, compresi quelli del raffreddore comune, dell’influenza da ventiquattro ore e dell’influenza comune, vengono trasmessi attraverso la tosse e gli starnuti. Altri ancora, come quello del vaiolo, sono trasferiti direttamente o indirettamente da lesioni, piaghe aperte, oggetti contaminati o tosse. I miei preferiti, naturalmente da un punto di vista strettamente evolutivo, sono quelli che si assicurano occultamente la loro riproduzione mentre noi pensiamo alla nostra, ossia l’intera gamma di microbi che provocano le malattie a trasmissione sessuale. Molti pericolosi agenti patogeni sono trasmessi dalla madre al feto nell’utero.

Altri che provocano tifo esantematico, peste bubbonica, Chagas, tripanosomiasi (malattia del sonno africana) e tutte quelle malattie di cui si occuperà questo libro scroccano, per così dire, un passaggio da vettori (organismi che trasmettono la malattia) come pulci, acari, mosche, zecche e le nostre zanzare. Per massimizzare le loro possibilità di sopravvivenza, molti germi combinano due o più metodi. I diversi sintomi o modalità di trasferimento utilizzati dai microrganismi sono il frutto di una ben precisa selezione evolutiva volta a garantire la loro riproduzione e la conservazione della loro specie. Questi germi, che combattono per la loro sopravvivenza tanto quanto noi, continuando a trasformarsi e a cambiare forma per eludere i nostri migliori metodi di sterminio, sono – in senso evolutivo – costantemente un passo avanti rispetto a noi.

I dinosauri, la cui lunga storia durò da 230 a 65 milioni di anni fa, dominarono la Terra per 165 milioni di anni. Ma non erano i soli abitanti del pianeta. Gli insetti e le loro malattie erano presenti prima, durante e dopo il loro regno. Comparsi all’incirca 350 milioni di anni fa, gli insetti crearono rapidamente un esercito tossico di malattie, dando vita a un’alleanza letale senza precedenti. Le zanzare e le mosche della sabbia del Giurassico si dotarono ben presto di queste armi biologiche di distruzione di massa. Evolvendosi in modo abile e insidioso, batteri, virus e parassiti accrebbero spazio vitale e portafoglio immobiliare fino a rendere un habitat sicuro praticamente tutta quanta l’arca di Noè. In termini di selezione darwiniana, un maggior numero di ospiti aumenta la probabilità di sopravvivenza e riproduzione.

Lungi dal farsi scoraggiare dai giganteschi dinosauri, orde bellicose di zanzare li cercavano come prede. A un certo punto il sistema immunitario dei dinosauri non riuscì più a gestire le infezioni trasmesse dagli insetti e i parassiti già esistenti sostengono i paleobiologi George e Roberta Poinar in What Bugged the Dinosaurs? Grazie alle loro letali armi, gli insetti erano i migliori predatori della catena alimentare e avrebbero potuto segnare il destino dei dinosauri esattamente come fanno oggi con il nostro mondo. Anche milioni di anni fa le insaziabili zanzare trovavano il modo per assicurarsi un sanguinolento spuntino: un happy meal il cui caratteristico ronzio e la fastidiosa puntura non sono affatto cambiati.

I dinosauri dalla pelle sottile, come i moderni camaleonti e i mostri di Gila (entrambi portatori di numerose malattie trasmesse dalle zanzare), costituivano un’inesauribile fonte di nutrimento per le minuscole e poco appariscenti zanzare. Anche i rettili più corazzati erano vulnerabili, poiché la pelle ricoperta dalle spesse scaglie di cheratina (presente anche nelle nostre unghie) dei dinosauri a placche costituiva un comodo bersaglio, così come quella dei dinosauri piumati e lanuginosi. In breve, erano tutti quanti facili prede, proprio come lo sono oggi gli uccelli, i mammiferi, i rettili e gli anfibi.

Pensate alla stagione delle zanzare o alle vostre personali e spesso prolungate schermaglie con questi tenaci nemici. Ci copriamo la pelle, ci cospargiamo di repellente, accendiamo candele di citronella e bruciamo zampironi, ci raccogliamo intorno al fuoco, ci schiaffeggiamo e facciamo gesti inconsulti, cerchiamo di trincerarci dietro a veli, zanzariere e tende. Eppure, malgrado tutti i nostri tentativi, la zanzara troverà sempre una fessura per superare la nostra armatura e pizzicare il nostro tallone d’Achille. Non le sarà negato il suo manifesto, inalienabile diritto di procreare servendosi del nostro sangue. Prenderà di mira l’area che abbiamo lasciato senza difese, trafiggerà i nostri indumenti e avrà la meglio contro tutti i nostri sforzi per rintuzzare i suoi incessanti assalti e ostacolare il suo festoso banchetto. La stessa cosa capitava anche ai dinosauri, i quali, diversamente da noi, erano privi di misure difensive.

Considerato il clima tropicale e umido dell’epoca dei grandi rettili, le zanzare erano probabilmente attive e in grado di riprodursi tutto l’anno, aumentando pertanto in numero e potenza. Secondo gli esperti la situazione era simile a quella dell’Artico canadese. Siccome nell’Artico non ci sono molti animali di cui nutrirsi, quando finalmente ne trovano uno, sono ferocissime spiega Lauren Culler, entomologa presso l’Institute of Arctic Studies del Dartmouth College. Sono implacabili. Niente le può fermare. Riescono a ricoprirti nel giro di pochi secondi. Quanto più tempo le renne e i caribù impiegano a sottrarsi all’assalto delle zanzare, tanto meno ne possono dedicare a mangiare, a migrare o a socializzare, cosa che può determinare un grave declino nella loro popolazione. Uno sciame di fameliche zanzare può letteralmente dissanguare a morte un piccolo di caribù mordendolo 9000 volte al minuto (il che equivale a succhiare metà del sangue di un essere umano adulto in sole due ore!).

Gli esemplari preservati nell’ambra contengono il sangue di dinosauri infettati da svariate malattie trasmesse dalle zanzare, tra cui la malaria, un morbo antenato della febbre gialla e vermi simili a quelli che oggi causano la dirofilariosi nei cani e l’elefantiasi negli esseri umani. Nel romanzo Jurassic Park di Michael Crichton il DNA di dinosauro viene estratto proprio dal sangue rinvenuto nelle viscere di zanzare fossili conservate nell’ambra. Grazie a una tecnologia simile al CRISPR (Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats, vedi oltre) una redditizia versione preistorica di uno zoo safari viene popolata da dinosauri ricreati geneticamente. C’è tuttavia un piccolo ma fondamentale particolare che viene in genere omesso: la zanzara che compare nel film di Steven Spielberg del 1993 è una delle poche specie che non ha bisogno di sangue per riprodursi!

Molte delle malattie trasmesse dalle zanzare che affliggono ancora oggi gli esseri umani e gli animali erano già presenti all’epoca dei dinosauri, la cui popolazione esse decimavano con letale precisione. Gli inconfondibili sintomi della malaria e di altri parassiti vermiformi sono stati osservati sia nel vaso sanguigno di un T-rex sia nei coproliti (escrementi fossili di dinosauro) di numerose specie. Attualmente le zanzare trasmettono ventinove diverse forme di malaria ai rettili, nei quali, tuttavia, avendo essi acquisito un’immunità a quest’antica infezione, i sintomi sono assenti o comunque tollerabili. Ma i dinosauri erano probabilmente privi di tale difesa, perché circa 130 milioni di anni fa la malaria rappresentava ancora una novità nella serie di malattie trasmesse dalle zanzare. Quando la malaria trasmessa dagli artropodi era una malattia relativamente nuova ipotizzano i Poinar, è possibile che gli effetti sui dinosauri siano stati devastanti, e quando fu acquisito un certo grado di immunità […] i parassiti della malaria avevano già evoluto il loro complicato ciclo di vita. Di recente, quando alcune di queste malattie sono state iniettate nei camaleonti, tutti i soggetti della sperimentazione sono morti. E anche se molte di queste infezioni non sono generalmente letali, sarebbero state comunque debilitanti, come lo sono ancora oggi. I dinosauri sarebbero stati indeboliti, ammalati o letargici e sarebbero pertanto diventati vulnerabili agli attacchi o facili prede per i carnivori.

La storia non è classificabile in contenitori con etichette precise, perché gli eventi non possono essere isolati come se fossero in quarantena. Essi occupano uno spettro più ampio e tutti si influenzano e si modellano a vicenda. È raro che un determinato episodio storico abbia un’unica causa. Sono per la maggior parte il prodotto di un’intricata rete di influenze e relazioni di causa-effetto a cascata all’interno di una narrazione storica più estesa. La zanzara e le malattie da essa trasmesse non fanno differenza.

Pensiamo per esempio alle teorie sulla scomparsa dei dinosauri. Anche se l’ipotesi che essi si siano estinti a causa delle malattie ha guadagnato credibilità, affermandosi sempre di più nell’ultimo decennio, essa non soppianta né sostituisce la più nota ipotesi del meteorite. Esistono infatti numerose prove e dati raccolti in diversi settori scientifici che indicano che 65,5 milioni di anni fa si verificò un violentissimo impatto a ovest di Cancún, nella penisola dello Yucatán, in Messico, oggi nota soprattutto come meta turistica, che lasciò un cratere delle dimensioni dello stato del Vermont.

Ma all’epoca i dinosauri stavano già conoscendo un drastico declino. Si ipotizza che fino al 70 per cento delle specie regionali fosse già estinto o a rischio di estinzione. L’impatto del meteorite, al quale seguì un inverno nucleare che comportò un catastrofico cambiamento climatico, fu il colpo di grazia che ne accelerò l’inevitabile scomparsa. Il livello del mare e le temperature precipitarono e fu messa a dura prova la capacità della Terra di sostenere la vita. Che si propenda più per l’ipotesi della catastrofe naturale o per un’estinzione più graduale concludono i Poinar, è comunque impossibile negare la probabilità che le malattie, in modo particolare quelle trasmesse dai minuscoli insetti, abbiano avuto un ruolo determinante nell’estinzione dei dinosauri. Le zanzare provocavano pertanto calamità e alteravano sostanzialmente il corso della vita sulla Terra molto prima della comparsa dell’Homo sapiens moderno. Contribuendo alla fine dei dinosauri, esse resero possibile l’evoluzione e la diffusione dei mammiferi, fra i quali anche i preominidi nostri diretti antenati.

La scomparsa relativamente improvvisa dei dinosauri permise infatti ai pochi sopravvissuti, frastornati ma determinati, di risorgere dalle ceneri e lottare per la sopravvivenza in un buio e spietato deserto di incendi, terremoti, vulcani e piogge acide. A battere questo paesaggio apocalittico erano legioni di zanzare in cerca di calore. Dopo l’impatto del meteorite, gli animali più piccoli, molti dei quali in grado di vedere nell’oscurità, prosperarono. Avevano bisogno di meno cibo, non erano schizzinosi nella loro dieta, avevano più possibilità di ripararsi dall’inferno che infuriava e non dovevano più temere per la loro vita. Due fra i gruppi che meglio di ogni altro seppero adattarsi, riuscendo a sopravvivere, diffondendosi e dando origine a una varietà di nuove specie, furono i mammiferi e gli insetti. Un altro gruppo fu quello degli uccelli a becco corneo, gli unici animali ancora esistenti ritenuti discendenti diretti dei dinosauri. Considerata questa linea ininterrotta di parentela, gli uccelli avrebbero ospitato e diffuso numerose malattie trasmesse dalle zanzare a moltissime altre specie animali e restano ancora oggi un vettore privilegiato per diversi virus trasportati da questi insetti, tra cui quello del Nilo occidentale e tutta una serie di encefaliti. Fu in questo vorticoso processo di rinascita, rigenerazione ed espansione evolutiva che ebbe inizio la guerra tuttora in corso tra l’uomo e la zanzara.

Se i dinosauri morirono, gli insetti che contribuirono alla loro scomparsa sopravvissero, cominciando a iniettare morte e malattie che avrebbero accompagnato l’umanità lungo il corso della sua storia. Essi sono gli unici superstiti di quell’epoca nonché le creature più prolifiche e diversificate del nostro pianeta, contando per il 57 per cento di tutti gli organismi viventi e per un sorprendente 76 per cento di tutta la vita animale. Considerato che i mammiferi rappresentano invece soltanto lo 0,35 per cento di tutte le specie, è chiaro quanto importante sia l’impatto degli insetti, i quali diventarono in breve tempo vettori e ospiti ottimali per vari batteri, virus e parassiti. Il loro volume e la loro varietà offrivano a questi microrganismi maggiori possibilità di sopravvivenza.

Le malattie trasmissibili dagli animali all’uomo sono dette zoonosi (malattia animale in greco).

Attualmente, le zoonosi contano per il 75 per cento di tutte le malattie umane, una percentuale in costante crescita. Il gruppo che ha visto il maggiore aumento negli ultimi cinquant’anni è quello degli arbovirus, trasmessi da vettori artropodi come zecche, moscerini e zanzare. Se nel 1930 se ne conoscevano soltanto sei in grado di infettare anche gli esseri umani (il più letale tra questi è quello della febbre gialla trasmessa dalle zanzare), oggi se ne contano 505. Molti virus più antichi sono stati formalmente identificati, mentre altri nuovi, tra cui quello del Nilo occidentale e Zika, hanno compiuto il passaggio da ospite animale a umano trasportati dagli insetti (nel caso specifico dalle zanzare).

In ragione della somiglianza genetica e dell’origine comune, il 20 per cento delle nostre malattie colpisce i nostri cugini primati e da essi vengono trasmesse tramite vari vettori, incluse naturalmente le zanzare. Le malattie veicolate da questo insetto ci hanno perseguitato, con precisione darwiniana, lungo tutte le tappe del nostro percorso evolutivo. Da quanto scoperto nei fossili si evince che un tipo di parassita della malaria comparso per la prima volta negli uccelli 130 milioni di anni fa contagiò probabilmente i nostri primari antenati umani tra i 6 e gli 8 milioni di anni fa. Fu proprio in questo periodo che i primi ominidi e gli scimpanzé (i nostri parenti più stretti, con cui condividiamo il 96 per cento della sequenza del DNA) ebbero il loro ultimo antenato comune e la linea umanoide si separò da quella delle grandi scimmie.

Questo primordiale parassita della malaria avrebbe seguito lungo la storia entrambe le linee evolutive ed è attualmente condiviso dagli esseri umani e da tutte le grandi scimmie. È stato teorizzato che noi ominidi abbiamo gradualmente perso la nostra folta pelliccia per mantenerci più freschi nella savana africana e al contempo rendere più facile trovare e combattere i parassiti del corpo e gli insetti. La malaria, la malattia infettiva umana più antica e nel complesso più letale, è presente fin dagli inizi nella storia del genere umano osserva lo storico James Webb in Humanity’s Burden, dove racconta per esteso la storia di questa infezione. Essa è un flagello antico e moderno. Per gran parte della sua esistenza ha lasciato poche tracce. Ci ha contagiato fin dalle epoche più antiche, molto prima che fossimo in grado di registrare le nostre esperienze. Anche negli ultimi millenni, è stata spesso passata sotto silenzio in molte cronache, perché considerata una malattia troppo comune per meritarsi le nostre attenzioni. In altre occasioni, essa si è abbattuta con violenza in vari contesti della storia mondiale, lasciando una scia di morte e sofferenza. W.D. Tiggert, malariologo presso il Walter Reed Army Medical Center, sostiene che: Come il tempo atmosferico, anche la malaria accompagna da sempre la razza umana e, proprio come diceva Mark Twain a proposito del tempo, sembra che nessuno abbia mai fatto molto al riguardo. Rispetto alle zanzare e alla malaria, l’Homo sapiens è il bambino appena arrivato nel parco giochi dell’evoluzione. Gran parte degli scienziati ritiene che abbiamo iniziato la nostra rapida ascesa come Homo sapiens (uomo sapiente) solo circa 200.000 anni fa.¹⁰ Comunque sia, siamo una specie relativamente recente.

Per comprendere la profonda e occulta influenza della zanzara nella storia e sull’umanità, è necessario innanzitutto analizzare l’animale stesso e le malattie che esso trasmette. Non sono un entomologo, un malariologo o un medico di medicina tropicale. Né sono uno degli innumerevoli e misconosciuti eroi che combattono nelle trincee della guerra medica e scientifica in atto contro le zanzare. Di mestiere faccio lo storico. Lascio dunque agli esperti le complesse spiegazioni scientifiche sulla zanzara e sui suoi agenti patogeni. Mi affido alle parole dell’entomologo Andrew Spielman: Per affrontare le minacce contro la nostra salute che in molti angoli del mondo si stanno facendo sempre più gravi, dobbiamo conoscere la zanzara e cogliere a fondo il suo ruolo nella natura. Ma soprattutto dobbiamo capire molti aspetti del nostro rapporto con questo minuscolo e onnipresente insetto, riconoscendo la lunga lotta che storicamente abbiamo combattuto contro di esso per condividere questo pianeta. In ogni caso, per apprezzare al meglio il resto della nostra storia, dobbiamo prima di tutto sapere contro cosa dobbiamo combattere. Come sosteneva nel V secolo a.C. il generale cinese Sun Tzu nel suo immortale trattato L’arte della guerra: Conosci il tuo nemico.

Secondo una diffusa citazione apocrifa di Charles Darwin, non è la specie più forte a sopravvivere né la più intelligente, ma quella che meglio si adatta al cambiamento.¹¹ Indipendentemente dalle loro origini, la zanzara e le infezioni da essa trasmesse, in particolare i parassiti della malaria, incarnano alla perfezione il senso di queste parole. Le zanzare sono maestre dell’adattamento evolutivo. Possono evolversi e adattarsi rapidamente all’ambiente circostante in continuo cambiamento nel giro di poche generazioni. Tra il 1940 e il 1941, per esempio, mentre le bombe tedesche piovevano su Londra, popolazioni isolate di zanzare Culex restarono confinate nei rifugi antiaerei della metropolitana insieme agli abitanti della città. Queste zanzare intrappolate si adattarono rapidamente, iniziando a cibarsi del sangue di topi, ratti ed esseri umani invece che di uccelli e oggi sono una specie differente da quella omologa che vive in superficie.¹² In meno di un secolo sono riuscite a fare ciò che normalmente richiede migliaia di anni di evoluzione. Fra altri 100 anni dice scherzando Richard Jones, già presidente della Società britannica di storia naturale ed entomologia, nei tunnel sotto Londra potrebbe esserci una specie distinta di zanzara per ogni linea della metropolitana.

Oltre a possedere una straordinaria capacità di adattamento, la zanzara è anche una creatura completamente fine a se stessa. A differenza di altri insetti, non impollina le piante, non aumenta la ventilazione del suolo, non si nutre di rifiuti. Contrariamente alla credenza popolare, essa non serve nemmeno come fonte di cibo indispensabile per altri animali. Non ha altro scopo se non quello di propagare la sua stessa specie, e forse uccidere gli esseri umani. Il suo ruolo da predatore alfa lungo tutta la nostra odissea potrebbe essere interpretato come una contromisura per la crescita incontrollata della popolazione umana.

Nel 1798, l’ecclesiastico e studioso inglese Thomas Malthus pubblicò il pionieristico Saggio sul principio della popolazione in cui espose le proprie teorie di economia politica e demografia. Secondo Malthus, quando una popolazione animale diventa troppo numerosa rispetto alle risorse a disposizione, catastrofi o avversità di ordine naturale come siccità, carestie, guerre e malattie riportano necessariamente quella popolazione a livelli sostenibili, ripristinando un salutare equilibrio. I vizi del genere umano sono ministri attivi e abili dello spopolamento. Essi sono i precursori del grande esercito di distruzione e spesso portano essi stessi a compimento la truce opera. Ma quand’anche essi fallissero in questa guerra di sterminio, ondate di malattie, epidemie, pestilenze e flagelli avanzerebbero in terribile schieramento di battaglia annientando migliaia e decine di migliaia di persone. Se il successo fosse ancora incompleto, a ciò seguirebbe inevitabilmente una tremenda carestia. In questa sinistra e apocalittica visione, la zanzara è il principale agente di controllo malthusiano sull’uomo. Questa devastante e mortifera operazione è imputabile principalmente a due soli colpevoli, i quali agiscono senza procurare a se stessi alcun danno: gli anofeli e gli Aedes. Gli esemplari di questi due generi di zanzara sono responsabili della trasmissione di oltre quindici malattie.

Il nostro nemico Aedes. Un esemplare femmina di zanzara Aedes nell’atto di nutrirsi del sangue di un ospite umano. Le zanzare appartenenti a queste specie sono portatrici di un lungo elenco di malattie tra le quali i virus responsabili di febbre gialla, dengue, chikungunya, febbre del Nilo occidentale, Zika e numerose encefaliti. (James Gathany/Public Health Image Library-CDC)

Il nostro nemico Aedes. Un esemplare femmina di zanzara Aedes nell’atto di nutrirsi del sangue di un ospite umano. Le zanzare appartenenti a queste specie sono portatrici di un lungo elenco di malattie tra le quali i virus responsabili di febbre gialla, dengue, chikungunya, febbre del Nilo occidentale, Zika e numerose encefaliti. (James Gathany/Public Health Image Library-CDC)

Il nostro nemico anofele. Un esemplare femmina di anofele si nutre del sangue di un ospite umano usando la sua proboscide appuntita. Si noti la goccia di liquido secreta per condensare il contenuto proteico del sangue ingerito. Le zanzare appartenenti a questa specie sono gli unici vettori dei cinque tipi di malaria umana esistenti. (James Gathany/Public Health Image Library-CDC)

Il nostro nemico anofele. Un esemplare femmina di anofele si nutre del sangue di un ospite umano usando la sua proboscide appuntita. Si noti la goccia di liquido secreta per condensare il contenuto proteico del sangue ingerito. Le zanzare appartenenti a questa specie sono gli unici vettori dei cinque tipi di malaria umana esistenti. (James Gathany/Public Health Image Library-CDC)

I gemelli tossici della zanzara – la malaria e la febbre gialla – sono stati i principali agenti di morte e di cambiamento storico lungo tutta la nostra esistenza, schierandosi in campo nemico nella lunga guerra che da sempre conduciamo contro la zanzara. Spesso ci si dimentica di assegnare alla febbre gialla e alla malaria la dovuta importanza. Zanzare e agenti patogeni non hanno lasciato libri di memorie o manifesti. Prima del 1900, in generale la medicina non riconosceva il loro ruolo e nessuno coglieva appieno la loro influenza sostiene J.R. McNeill. Anche in seguito, vivendo nell’età d’oro della salute, gli storici non sono riusciti a intuire la loro importanza. […] Ma le zanzare e gli agenti patogeni esistono […] e hanno avuto effetti sulla storia umana che possiamo vedere riflessi nelle cronache e nei documenti d’archivio.

In ogni caso la malaria e la febbre gialla sono soltanto due fra le oltre quindici infezioni che la zanzara può trasmettere agli esseri umani e che nel nostro film costituiscono il cast di supporto. Gli agenti patogeni trasportati dalle zanzare possono essere separati in tre gruppi: virus, vermi e protozoi (parassiti).

I virus sono i più numerosi: febbre gialla, dengue, chikungunya, Mayaro, Nilo occidentale, Zika e diverse forme di encefalite, fra cui quella di Saint-Louis, l’equina e la giapponese. Anche se debilitanti, queste malattie, fatta eccezione per la febbre gialla, non sono normalmente letali. La febbre del Nilo occidentale, di Mayaro e di Zika sono voci relativamente nuove nell’elenco delle malattie trasmesse dalle zanzare. Attualmente non esistono vaccini, tranne che per la febbre gialla, ma la maggior parte dei sopravvissuti acquista comunque l’immunità a vita. I sintomi più comuni, molto simili, includono febbre, mal di testa, vomito, eruzioni cutanee, dolori muscolari e articolari. Essi cominciano a mostrarsi in genere da tre a dieci giorni dopo il contagio, che avviene in seguito a una puntura di zanzara. La stragrande maggioranza degli individui infettati si riprende in una settimana. Nei casi più gravi, comunque eccezionalmente rari, è possibile che la persona colpita muoia in seguito a febbri emorragiche virali e edema cerebrale (encefalite). Le donne – anziane e giovani, incinte o che già presentino problemi di salute – costituiscono la maggior parte delle vittime di queste infezioni virali, tutte diffuse prevalentemente dalla zanzara Aedes. Anche se queste malattie sono presenti a livello globale, i tassi di infezione più elevati si registrano in Africa.

Il virus più grave è quello della febbre gialla, che spesso si accompagna alla malaria endemica, contribuendo ad aggravarne gli effetti. È un killer efficientissimo che ha cominciato a prendere di mira gli esseri umani in Africa circa 3000 anni fa, restando fino a non molto tempo fa un fattore in grado di cambiare il corso della storia a livello globale. Colpisce giovani adulti sani e nel pieno rigoglio delle proprie forze. Pur essendo stato scoperto un vaccino efficace già nel 1937, ancora oggi ogni anno muoiono di febbre gialla tra le 30.000 e le 50.000 persone, il 95 per cento delle quali in Africa. In circa il 75 per cento dei casi, i sintomi sono simili a quelli dei virus menzionati sopra e si protraggono solitamente per tre-quattro giorni. Per quegli sfortunati che rientrano nel restante 25 per cento, dopo un giorno di tregua ha inizio una seconda fase della malattia che comporta delirio da febbre, danni al fegato e conseguente itterizia, forti dolori addominali, diarrea e sanguinamento da bocca, naso e orecchie. Il deterioramento del tratto gastrointestinale e dei reni induce il vomito della bile e del sangue (con consistenza e colore dei fondi di caffè che danno origine al nome spagnolo per la febbre gialla: vómito negro), seguito da coma e morte. Quest’ultima, che occorre normalmente dopo due settimane dalla comparsa dei primi sintomi, è in molti casi attesa e implorata dalle vittime come una liberazione.

Se questa rappresentazione offre un quadro già di per sé macabro, essa spiega anche il terrore latente che la febbre gialla ha instillato nelle popolazioni in tutto il mondo, specialmente negli avamposti coloniali europei del Nuovo Mondo. Il primo contagio nelle Americhe risale al 1647, dove il virus sbarcò insieme agli schiavi africani e a zanzare clandestine.¹³ Attendere il prossimo attacco di Yellow Jack, come lo battezzarono gli inglesi, senza sapere dove e quando avrebbe colpito, doveva essere fonte di una terribile angoscia. Anche se il tasso medio di mortalità della febbre gialla si aggirava intorno al 25 per cento, a seconda del ceppo e delle condizioni in cui scoppiava l’epidemia, non era infrequente che potesse raddoppiare. In alcuni casi, nei Caraibi, morirono fino all’85 per cento degli individui colpiti. Le storie marinare di navi fantasma come l’Olandese Volante si basano su episodi reali: interi equipaggi potevano soccombere alla febbre gialla e passavano mesi prima che le navi alla deriva fossero intercettate. Quanti vi salivano a bordo trovavano ad accoglierli soltanto il fetore della morte e il lugubre tintinnio prodotto dagli scheletri, senza alcun indizio che rivelasse l’origine di quei decessi. Fortunatamente per i sopravvissuti, i quali restano per settimane stremati e prostrati dalla malattia, la febbre gialla non colpisce più di una volta: quanti riescono a sconfiggere questo virus pervicace ottengono in cambio l’immunità a vita. Anche se la dengue, comparsa probabilmente per la prima volta 2000 anni fa tra le scimmie dell’Africa o dell’Asia (o in entrambe), è assai meno spietata della febbre gialla, sua parente stretta, i due virus possono fornire una limitata e parziale immunità crociata.

Diffusa dai generi Aedes, Anopheles e Culex, l’unica rappresentante della categoria dei vermi è la filariasi, comunemente chiamata elefantiasi. I vermi invadono e ostruiscono il sistema linfatico, causando un accumulo di liquidi che, oltre a determinare frequentemente l’insorgere di cecità, provoca anche un abnorme e spettacolare gonfiore degli arti inferiori e degli organi genitali. L’ingrossamento dello scroto, che facilmente può arrivare ad avere le dimensioni di un grande pallone da spiaggia, è piuttosto comune. Nelle donne, le labbra vaginali possono raggiungere dimensioni quasi altrettanto grottesche. Sebbene questa malattia deturpante sia trattabile a basso costo dalla medicina moderna, 120 milioni di persone ne soffrono ancora ogni anno, soprattutto nelle regioni tropicali dell’Africa e del Sud-Est asiatico.

La malaria non ha rivali nel mondo dei protozoi (o parassiti). Nel 1883, il biologo scozzese Henry Drummond definì i parassiti una violazione delle leggi evolutive e il più grande crimine contro l’umanità. La malaria è per eccellenza il flagello insuperato del genere umano. Attualmente, quasi 300 milioni di sfortunati individui contraggono ogni anno la malattia in seguito al morso di una femmina di anofele, la stessa che vi aveva punto e succhiato il sangue nel nostro esempio del campeggio. Senza che ve ne rendiate conto, il parassita della malaria vi entra nel sangue, dirigendosi a tutta velocità verso il fegato, dove si riposerà e recupererà le energie mentre progetta il proprio assalto procreativo contro il vostro corpo. Voi nel frattempo siete tornati dal vostro viaggio, grattandovi come dei forsennati le punture, mentre il protozoo attende furtivamente nel vostro fegato. La gravità della malattia e le probabilità di morte dipenderanno dal ceppo di malaria che avrete contratto.

È possibile essere infettati da più di un ceppo alla volta, anche se normalmente in questa battaglia quello più letale sconfigge tutti gli altri. Tutti sono però trasmessi da 70 delle 480 specie di anofele. Esistono oltre 450 diversi tipi di parassiti della malaria che affliggono gli animali di tutto il mondo; di questi, soltanto cinque possono colpire gli esseri umani. Tre di essi, il P. knowlesi, il P. ovale e il P. malariae, non sono solo estremamente rari, ma hanno anche un tasso di mortalità relativamente basso. Il P. knowlesi ha compiuto di recente il salto dai macachi all’uomo nel Sud-Est asiatico, mentre i meno diffusi P. ovalia e P. malariae esistono oggi quasi esclusivamente in Africa occidentale. Possiamo escludere che durante il vostro campeggio abbiate contratto uno di questi tre, cosa che ci lascia con i due rivali più micidiali e diffusi che si contendono la vostra salute e la vostra vita: il P. vivax e il P. falciparum.

Marchio d’infamia. Questa incisione tratta da un testo medico inglese stampato nel 1614 rappresenta una donna che mostra gli inconfondibili sintomi della filariasi o “elefantiasi”. (Diomedia/Wellcome Library)

Marchio d’infamia. Questa incisione tratta da un testo medico inglese stampato nel 1614 rappresenta una donna che mostra gli inconfondibili sintomi della filariasi o elefantiasi. (Diomedia/Wellcome Library)

Il parassita della malaria che si annida nel vostro fegato attraversa un impressionante ciclo di vita scandito in sette fasi. Per sopravvivere e riprodursi, oltre alla zanzara esso ha bisogno di tutta una schiera di vettori secondari: esseri umani, scimmie, ratti, pipistrelli, conigli, istrici, scoiattoli, moltissime varietà di uccelli, un folto gruppo di anfibi e rettili e un’intera legione di altri animali. Purtroppo, l’ospite siete voi.

Dopo il fatidico morso, questa canaglia muta e si riproduce nel fegato per una o due settimane, durante le quali non compare alcun sintomo. Dopodiché, un esercito tossico formato da questi parassiti mutati fuoriesce dal fegato, aggredendo il sistema circolatorio. I parassiti attaccano i globuli rossi, superandone rapidamente le difese esterne e nutrendosi dell’emoglobina che essi trasportano. Una volta penetrati nelle cellule ematiche, essi subiscono un’ulteriore metamorfosi, dando inizio a un nuovo ciclo riproduttivo. I globuli rossi aggrediti si rompono, liberando sia una forma duplicata del parassita, che aggredisce altri globuli rossi sani, sia una nuova forma asessuata, che resta dormiente nel flusso sanguigno attendendo pazientemente di essere prelevata da una zanzara. Il parassita è un mutaforma, ed è proprio questa flessibilità genetica a rendere tanto difficile eradicarlo o sopprimerlo con farmaci o vaccini.

A questo punto siete gravemente malati, e i brividi si alternano ininterrottamente e con spietata regolarità a una febbre che può superare i 41 gradi. Il ciclo della malaria si è ormai impossessato del vostro corpo: siete in balia del parassita. Costretti a letto, vi contorcete lanciando gemiti e maledizioni fra le lenzuola madide di sudore, prostrati e inermi per il dolore. Se vi guardate l’addome, vi accorgete che la milza e il fegato sono visibilmente ingrossati; la pelle ha assunto la tipica colorazione giallognola dell’itterizia, e vomitate sporadicamente. A intervalli precisi, una febbre da delirio torna a colpirvi quando le cellule ematiche si rompono e il parassita ne aggredisce di nuove, placandosi invece mentre esso si nutre e si riproduce all’interno di nuovi globuli rossi.

Il protozoo ricorre a un sofisticato sistema di segnalazione per sincronizzare il proprio sequenziamento, e l’intero ciclo segue una scansione molto rigorosa. La nuova forma asessuata del parassita trasmette ingegnosamente un segnale chimico nel nostro sangue (che dice in sostanza: «Mordimi!») aumentando significativamente le probabilità di essere prelevato da una zanzara per completare il ciclo riproduttivo. All’interno dello stomaco della zanzara, esso muta ancora una volta, differenziandosi sessualmente. A questo punto, maschi e femmine si accoppiano rapidamente, producendo versioni filiformi del parassita che escono dall’intestino ed entrano nelle ghiandole salivari della zanzara. Quando arriva nelle ghiandole salivari, il parassita della malaria induce abilmente l’insetto a mordere più spesso, inibendo la produzione dell’anticoagulante per ridurre al minimo l’assunzione di sangue durante una singola puntura. Ciò costringe la zanzara a mordere più spesso per ottenere la quantità di sangue necessaria. In questo modo, il parassita riesce a massimizzare tasso e portata di trasferimento, aumentando le proprie probabilità di procreazione e sopravvivenza. La malaria è un notevole esempio di adattamento evolutivo.

Quella che vi è stata iniettata da quella maledetta dannata zanzara durante il campeggio che avete fatto due settimane fa è esattamente questa variante di parassita contenuta nella saliva dell’insetto. Ma ancora non abbiamo risposto alla domanda più importante: che tipo di malaria vi ha ridotto in questo stato, portandovi allo stremo delle forze con i suoi debilitanti sintomi ricorrenti? Se si tratta del temuto P. falciparum, potreste guarire o entrare in una seconda fase della malattia, detta malaria cerebrale o grave. Entro un giorno o due, si susseguono crisi epilettiche, coma e morte. Il tasso di mortalità del P. falciparum dipende dal ceppo, dal contesto geografico e da numerosi altri fattori, ma si assesta comunque tra il 25 e il 50 per cento. Fra quanti sopravvivono alla malaria cerebrale, circa il 25 per cento soffre danni neurologici permanenti, tra i quali cecità, afasia, gravi difficoltà di apprendimento o paralisi degli arti. La malaria spegne una vita ogni trenta secondi. Purtroppo, il 75 per cento dei decessi si registrano fra i bambini di età inferiore ai cinque anni. Il P. falciparum è un serial killer vampiresco cui si deve il 90 per cento delle morti per malaria (l’85 per cento delle quali avviene oggi in Africa). Diversamente dalla febbre gialla, questa malattia aggredisce soprattutto i giovani e chi ha un sistema immunitario debole. Anche le donne incinte sono particolarmente colpite.

In questo sfortunato scenario, se avete comunque la fortuna di aver contratto il P. vivax, molto probabilmente non morirete. Il P. vivax è responsabile della forma più diffusa di malaria, soprattutto al di fuori dell’Africa, e dell’80 per cento di tutti i casi della malattia, ma normalmente non è letale. Il suo tasso di mortalità si aggira intorno al 5 per cento in Africa e all’1-2 per cento nel resto del mondo.

La portata della devastazione che l’anofele può provocare è tale da essere difficilmente descrivibile. Considerato che ancora oggi non è facile comprendere gli orrori della malaria, è quasi impossibile misurarne gli effetti nella storia passata, quando le sue cause erano ignote e ancora non esistevano cure. Secondo J.A. Sinton, malariologo vissuto nella prima metà del Novecento, la malattia costituisce una delle principali cause di depressione economica, poiché crea povertà, diminuisce quantità e qualità dell’approvvigionamento alimentare, danneggia lo sviluppo fisico e intellettuale di una nazione, ostacolando in ogni modo possibile benessere e progresso economico. A tutto questo possiamo aggiungere anche le conseguenze fisiche, emotive e psicologiche prodotte da un numero di morti tanto immenso. Attualmente si stima che la malaria endemica costi all’Africa tra i 30 e i 40 miliardi di dollari all’anno in termini di perdita di produzione per il mercato. La crescita economica nei paesi in cui è presente la malattia è dall’1,3 al 2,5 per cento inferiore alla media globale. Complessivamente, calcolando sul periodo trascorso a partire dalla Seconda guerra mondiale, ciò equivale a un PIL inferiore del 35 per cento rispetto a quello che sarebbe stato possibile in assenza della malattia. La malaria non solo fa ammalare ma paralizza anche le economie.

Nel vostro caso, avete avuto fortuna e nel giro di un mese siete riusciti a sbarazzarvi del P. vivax. Ciononostante, mi duole dirvi che probabilmente le vostre sofferenze non sono ancora finite. Né il P. falciparum né il P. knowlesi causano ricadute; per essere nuovamente reinfettati è necessario che una perfida zanzara ci morda una seconda volta. Schiere di parassiti responsabili degli altri tre tipi di malaria, tra cui il P. vivax, restano tuttavia annidati in agguato nel fegato e sono in grado di provocare reiterate ricadute fino a vent’anni dopo la prima infezione. Un veterano britannico della Seconda guerra mondiale ebbe una ricaduta quarantacinque anni dopo essere stato infettato per la prima volta nel 1942, durante una campagna in Birmania. Per quanto vi riguarda, l’arco di tempo in cui il P. vivax può tornare a colpire varia generalmente da uno a tre anni. Cionondimeno, potreste sempre essere reinfettati con un’altra puntura di zanzara.

La temperatura ha un ruolo fondamentale sia nella riproduzione delle zanzare sia nel ciclo della malaria. Vivendo in simbiosi, sia l’insetto sia il parassita sono sensibili al clima. A temperature più fredde, le uova di zanzara impiegano più tempo per maturare e schiudersi. Inoltre, le zanzare sono esseri a sangue freddo e, a differenza dei mammiferi, non possono regolare la temperatura corporea. Esse non possono dunque sopravvivere in ambienti con temperature al di sotto dei 10 gradi, mentre godono di ottima salute e raggiungono il massimo delle prestazioni quando il termometro supera i 24, finendo invece per morire in presenza di temperature superiori ai 40. Nelle zone temperate e non tropicali ciò significa che il loro ciclo di vita segue un andamento stagionale: il periodo della riproduzione, della schiusa delle uova e delle punture è quello che va dalla primavera all’autunno. Pur non venendo mai a contatto con il mondo esterno, per riprodursi il parassita della malaria deve fronteggiare sia la breve durata della vita della zanzara sia le condizioni climatiche. Il periodo in cui esso si riproduce dipende dalla temperatura dell’insetto che a propria volta dipende da quella esterna. Quanto più fredda sarà la zanzara, tanto più il ciclo riproduttivo del parassita della malaria ne verrà rallentato, fino a un punto di non ritorno. A seconda del tipo di malaria, tra i 15,5 e i 21 gradi il ciclo completo può richiedere fino a un mese di tempo, superando pertanto la durata media di vita di una zanzara. A quel punto, l’insetto sarà morto da tempo, trascinando anche il parassita allo stesso destino.

Tornando al nostro esempio, vi sareste potuti evitare tutta questa terribile esperienza se aveste scelto una destinazione molto più fredda, oppure torrida, per le vostre vacanze, o se non aveste deciso di sfidare la natura selvaggia nel bel mezzo della stagione di caccia della zanzara, che, nella maggior parte delle zone temperate, si protrae da primavera inoltrata fino all’inizio dell’autunno. Oppure avreste potuto scegliere di non andare in campeggio.

In breve, i climi più caldi possono sostenere lungo tutto l’anno intere popolazioni di zanzare, favorendo la circolazione endemica (cronica e persistente) delle malattie da esse trasmesse. Temperature eccezionalmente elevate, dovute per esempio agli effetti de La Niña o El Niño, possono determinare l’insorgere di epidemie stagionali (focolai d’infezione improvvisi che colpiscono una popolazione per poi scomparire) di malattie trasmesse dalle zanzare in regioni in cui esse sono generalmente assenti o compaiono soltanto sporadicamente. Anche periodi di riscaldamento globale, più o meno naturale, consentono alle zanzare e alle loro malattie di estendere la propria geografia. Con l’aumento delle temperature, le specie portatrici di malattie, di solito confinate nelle regioni meridionali e a una quota relativamente bassa, si spostano a nord e ad altitudini più elevate.

I dinosauri non riuscirono a sopravvivere al cambiamento climatico meteoritico, né furono in grado di evolversi abbastanza rapidamente per sostenere l’attacco delle malattie trasmesse dalle zanzare. Questo minuscolo insetto contribuì a spianare la strada per la loro scomparsa, accompagnando poi lungo la loro storia evolutiva i mammiferi, i nostri antenati ominidi e, infine, l’Homo sapiens moderno. Scampato alla catastrofe, esso era pronto a conquistare il mondo. Tuttavia, diversamente dai dinosauri, gli esseri umani si sarebbero evoluti per essere in grado di combatterlo. Grazie a una rapida selezione naturale, l’Homo sapiens avrebbe sviluppato tutta una serie di barriere immunologiche ereditarie che si sarebbero tramandate lungo il suo albero genealogico. Il nostro DNA contiene souvenir geneticamente codificati della letale e ininterrotta guerra per la sopravvivenza che i nostri primi antenati dovettero combattere contro questo spietato nemico alato.

_____________

³ È per questo che le zanzare non possono trasmettere l’HIV o altri virus che si diffondono per via ematica. La zanzara inietta soltanto saliva, che non può contenere HIV, con un organo tubolare diverso da quello che impiega per prelevare il sangue. Durante il morso non avviene dunque uno scambio di sangue.

⁴ Questo straordinario video di PBS Deep Look offre una visione ravvicinata e una spiegazione del processo di nutrizione della zanzara: https://www.youtube.com/watch?v=rD8SmacBUcU. Vi consiglio caldamente di darci un’occhiata.

⁵ Secondo recenti studi, le zanzare del genere Aedes avrebbero sviluppato un meccanismo di sopravvivenza grazie al quale, per limitare le probabilità di essere colpite, imparano a evitare chi ha provato a scacciarle o a schiacciarle per un periodo di tempo fino a ventiquattro ore.

⁶ Si stima che sul nostro pianeta vivano circa mille miliardi di specie di microbi. Ciò significa che il 99,999 per cento di esse non è ancora stato scoperto.

⁷ Diversamente dai batteri, i virus non sono cellule ma un agglomerato di molecole e materiale genetico. Essi non sono considerati vivi perché non possiedono tre caratteristiche fondamentali associate agli organismi viventi: non possono riprodursi se

Ti è piaciuta l'anteprima?
Pagina 1 di 1