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Laura Bresson
Laura Bresson
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E-book389 pagine5 ore

Laura Bresson

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Info su questo ebook

Soltanto ora, che mi trovo a fare questo ultimo passo verso la pubblicazione, cioè a scrivere la sinossi, sono in una situazione a me fino ad ora sconosciuta. Trovo mille scuse per non sedermi al tavolo del computer, perché ancora dopo giorni ottengo sempre lo stesso risultato: una schermata bianca.

Dopo una settimana, sono riuscita a scrivere soltanto qualche riga, poco scorrevole e caotica ben lontana dai 3000 caratteri richiesti. Ascoltandomi l’ansia che mi sta procurando questa cosa, mi sono fermata a riflettere. Perché non riesco a scrivere la sinossi del mio romanzo?

Mi rispondo che forse non sono brava nei riassunti. O forse perché qualsiasi cosa possa riassumere non sarebbe sufficiente per condensare il contenuto di un libro così pieno e completo. Perché, tracciare sbrigativamente i caratteri di qualche personaggio, potrei danneggiarli fino a far perdere loro la vivacità e la loro primaria caratteristica: sembrare realmente vissuti.

Il Romanzo

Una storia che nasce nella metà del diciannovesimo secolo con Felice Donati, in un nord est italiano contadino, con la sua gente semplice e fatta di pochi concetti: lavoro e famiglia. Più di cento anni di storia, raccontata attraverso le vite dei personaggi, alcuni collegati e stretti da un legame di sangue, che portano avanti la storia con i loro matrimoni, intrighi, raggiri e colpi di scena, seguendo un ordine cronologico che culmina con l’arrivo in scena della sua protagonista: Laura Bresson.
Una donna e una società che cambiano ed evolvono. Laura bambina, spensierata e gioiosa, crescendo, raggiunge la sua maturità fisica e psicologica; una società segnata dal lavoro fisico e dalle guerre che si muove verso la sua civilizzazione. Una modernità, però, che non arriva a ricoprire tutti gli aspetti della vita ma che sembra fermarsi a una estetica apparenza dove ancora molti modi di pensare e, soprattutto, di amare rimangono invariati.

Recensioni

★★★★★
“Il racconto di generazioni distanti nel tempo ma intrecciate da legami in cui le figure femminili emergono come origine e perno di passioni e avvenimenti.
Sono donne che si trovano costrette dalle regole dettate dagli interessi delle famiglie e dalle aspettative imposte dalla società ma che, grazie alla loro energia e capacità di adattamento, riescono ad affrontare anche le sofferenze più inaspettate, a trarne il meglio e a reinventarsi una nuova vita.
Donne che irradiano gioia e vitalità, e che inconsapevolmente magnetizzano con la loro personalità, pronte a lasciarsi andare alla sensualità e all’amore.
Donne che si riconoscono a volte complici, a volte nemiche.”
Nastassia Soffietto, assistente di volo
LinguaItaliano
Data di uscita25 giu 2021
ISBN9791220819107
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    Anteprima del libro

    Laura Bresson - Siriana Venezian

    I

    Sì Laura, brava! le gridò suo padre che la guardava, in piedi, appena dentro il cancelletto del recinto. Brava! Vai sì, così, vai vai!"

    Oh, per amor del cielo signor Bresson! Ma un’altra cosa non la poteva far fare a quella bambina? Per carità! Non posso guardare! No, no, la tiri giù da quel coso, la prego! urlò la governante.

    Lucilla, stia calma, le rispose a voce alta Toni voltandosi e osservandola andare verso di lui in tutta fretta. È solo un pony ed è buona! Il nostro Piero la conosce bene e poi vede che la sta tenendo per le briglie? aggiunse volendola rasserenare.

    Ma come si fa a esserne certi, iniziò a dire Lucilla quando, affannata per aver attraversato troppo velocemente tutto il campo per andare a sincerarsi di quanto aveva visto da lontano, arrivò infine a fianco del suo padrone. Mica si può sapere cosa passa per la testa di un animale, borbottò.

    Ma signora, a Laura piace… Non vede quanto si sta divertendo?

    Oh per l’amor del cielo, che discorsi sono mai questi, disse Lucilla. Non si può mica sempre accontentarla questa bambina, specialmente su cose così pericolose, si fermò un altro istante sulla scena. Io me ne vado, disse infine. Guardi, io questa novità no, non la reggo proprio, concluse non riuscendo proprio a trattenere il suo disappunto e tornando verso la casa.

    Lucilla! Lucilla! la richiamò Laura vedendola andarsene. Guarda! le disse quando lei si voltò. Guarda cosa so fare! le gridò ancora iniziando a salutarla con una mano e tenendo le briglie con l’altra. E guarda questo, aggiunse puntando ora i piedi sulle staffe e sollevandosi qualche centimetro dalla sella.

    Ah Signore! Nooo! Metti la mano sulle briglie, entrambe le mani sulle briglie, e siediti giù! Ti prego bambina mia! le urlò la governante sventolando le braccia in aria e fermando poi entrambe le mani sulla testa.

    Laura e suo padre si cercarono con gli occhi e, pur lontani tra loro, si intesero immediatamente scoppiando a ridere all’unisono; volevano bene alla loro Lucilla, ma la sua apprensione e le sue movenze, alle volte buffe, li divertivano ogni volta. E mentre i due facevano fatica a ritornare seri, la governante si ritrovò a osservarli nella loro complicità. In particolare, si fermò sul volto sereno del suo padrone e la mente la riportò a quando la povera signora Iole era morta. Ah! Quanto aveva desiderato vedere il suo padrone di nuovo ridere e una luce brillargli negli occhi come in quel momento. Era più ingrigito, ma era tornato davvero bello e felice. Quella scena le aveva fatto sciogliere in un istante tutta l’apprensione per la sua Laura in cima a quell’animale e così, più rasserenata, si rigirò scuotendo appena il capo e, sorridendo tra sé e sé, se ne tornò verso la casa a continuare le sue faccende.

    Per molti giorni dopo la morte di Iole, Toni si era ritrovato a trascorrere le sue giornate seduto nello studio a fissare dalla finestra i movimenti lenti della natura senza mettere anche solo un piede fuori nella sua terra. I contadini chiedevano insistentemente a Lucilla quando il padrone sarebbe tornato fuori tra campi e i filari delle piante. Sentivano la mancanza della sua voce forte e gentile che li salutava ogni mattina al sorgere del sole, degli ordini impartiti all’inizio giornata, e il saluto all’imbrunire prima di tornarsene tutti a casa. Lucilla, anche lei sconsolata, non sapeva cosa rispondere. Ogni volta diceva loro di portare pazienza, che prima o poi quel periodo di lutto e di dolore sarebbe finito e tutto sarebbe tornato a fiorire. Lei, dal canto suo, ci provava ogni giorno: gli parlava, a volte persino rimproverandolo. Signor Bresson, signore, non può andare avanti così; lei è giovane e la sua gente l’aspetta e poi… Guardi la sua bambina! Per quanto ancora può ignorarla? Adesso è molto piccola, nemmeno se ne accorge, ma poi crescerà. Cosa dovrà pensare, che suo padre non la voleva? Coraggio, signore, se non lo vuole fare per sé stesso o per la sua gente, lo faccia per la piccola Laura!

    Per molto tempo tutti i tentativi di risollevare il proprio padrone caddero nel vuoto. Toni era corroso dal rancore, non tanto verso la bambina, una piccola innocente, ma verso la vita che gli aveva imposto quello scambio assurdo e crudele a un prezzo impossibile da pagare. Un figlio ha bisogno della madre! Cosa ne poteva sapere lui di neonati, di piccoli da allevare. Cosa mai ne sapeva lui del perché gli fosse stata tolta la cosa più bella che aveva. E cosa ne sapevano tutti gli altri, quelli là fuori che lo aspettavano, di ciò che lui provava davvero. Tutte queste paure e rabbie, in quel primo periodo, gli avevano impedito di avvicinarsi alla bambina o di osservarla anche solo da lontano. L’aveva rifiutata, come se la piccola non fosse mai nata.

    Passarono così alcune settimane quando un giorno Toni, attraversando per caso la saletta adiacente alla cucina, vide la carrozzina della piccola in un angolo. Non vedendo nessuno nella stanza, avvertì per la prima volta la curiosità di sbirciare dentro al lettino. Ma girandoci attorno inavvertitamente inciampò con il piede sulle ruote della carrozzina scuotendola all’improvviso e risvegliando la piccola che cominciò a piangere.

    Lucilla, la bambina piange! chiamò Toni immobile.

    Lucilla, la bambina piange! ripeté alzando leggermente la voce.

    Lucilla, per favore! Sta piangendo! infine gridò chiedendosi dove fosse andata, ora davvero nervoso e preoccupato alla vista della piccola che diventava rossa, quasi violacea, in viso e perdeva il fiato a ogni urlo.

    Lucilla! ripeté Toni, poco prima di decidersi a prendere la piccola in braccio.

    Eccomi, signore, mi scusi, mi scusi, disse Lucilla entrando trafelata, con il biberon in mano nella stanza. Mi scusi, sussurrò mortificata. Mi scusi davvero, ma sono rimasta indietro, poi il latte sul fuoco era troppo caldo per il biberon, poi… Oh Signore! le scappò dalla bocca quando alzò gli occhi su Toni che piangeva a dirotto. Oh Signore, ripeté infine quando il suo padrone, voltandosi leggermente verso di lei, mostrò la piccola stretta al suo petto.

    Guardi, Lucilla, non piange più.

    No, signore. Non piange più, sembra che le piaccia stare in braccio a lei.

    Sì, sembra, mormorò Toni non riuscendo a fermare le lacrime. Le manine, Lucilla, che piccole… E guardi i piedini! diceva ebbro di gioia mista a un’emozione forte che non sapeva di aver trattenuto per tanto, troppo tempo. E poi profuma, osservò incantato.

    , annuì la donna immobile con la voce rotta dalla commozione.

    Ecco Lucilla, adesso avrà fame, disse alla fine Toni, porgendole la bambina che stava riprendendo a piangere.

    Sì, avrà fame. Vieni piccola, ribadì la donna prendendo la neonata e girandosi veloce per non mostrarsi in volto.

    Gli occhi… Lucilla, gli occhi della piccola…

    Sì, signore? si fermò Lucilla senza voltarsi del tutto.

    Gli occhi della bambina sono come quelli della madre.

    Ah sì, sì signore, lo dissi subito io, grandi e belli come quelli della signora Iole!

    Sì, uguali… Lucilla un’altra cosa.

    Sì, signore?

    Grazie.

    La terra non era la sola ad aver risentito di tutto quel periodo in cui il Bresson si era assentato, ma anche i suoi uomini, trovandosi senza un padrone, si erano sentiti perduti. L’amore risvegliato per la bambina fece tornare Toni al lavoro con un vigore e una forza tali che non solo i suoi frutteti in quell’anno ebbero una fioritura rigogliosa, ma anche la sua gente, felice di rivederlo tra di loro, riprese a lavorare con una determinazione e un entusiasmo rinnovati.

    Papà, ho una fame, disse Laura avvicinandosi alla staccionata con il pony.

    Vieni allora, smonta, che andiamo a mangiare.

    La piccola Laura prometteva la statura di qualche antenato perché era certo che né suo padre né sua madre avessero avuto delle gambe, delle braccia e un busto così lunghi alla sua età. Per il resto, sia Lucilla che Toni potevano giurarci, la piccola non poteva assomigliare di più a sua madre. Aveva una corporatura sottile e delicata, i capelli, che erano rimasti dritti nei primi anni di vita, si erano poi tutti arricciati fino a formare tanti boccoli e aveva gli occhi grandi con delle ciglia scure e lunghe che, soprattutto crescendo, potevano essere scambiati per quelli di un cerbiatto. Non si capì mai se avesse preso anche il potere della madre di far provare un’improvvisa felicità alle persone che le stavano vicino. Per molti anni Laura aveva vissuto soltanto con la governante e suo padre, i quali non sarebbero mai stati in grado di comprendere se la gioia che provavano nell’occuparsi di lei fosse per l’amore incondizionato che entrambi provavano, a volte facendo a gara per riempirla di attenzioni e di affetto, o per qualche suo potere particolare. Fatto sta che era una bambina adorata, coccolata e forse proprio per questo sempre molto gioiosa. Raramente la si vedeva imbronciata e soprattutto colmata da tutto l’amore di Lucilla e di suo padre non aveva mai avvertito la mancanza di una madre.

    Grazie Piero, disse la vocina della piccola Laura mentre lo stalliere dalla corporatura muscolosa e corta la faceva scendere dal pony.

    E di che Laura, le rispose Piero sorridendo e sciogliendosi in quel ringraziamento. Che bella che è Laura, signore, poi con quegli occhioni… gli disse l’uomo avendo visto la bambina così poche volte da vicino. E… stava aggiungendo prima di riportare il pony alla stalla.

    Eh sì caro Piero, lo interruppe veloce Toni, sapendo quello che avrebbe aggiunto l’uomo. È proprio bella la mia bambina, ripeté dolcemente. Tutta suo padre! disse strizzando l’occhio alla figlia. Vieni cara, entriamo, la esortò prendendola in groppa, mentre Piero, che non volle contraddire il padrone ma rimanendo perplesso, pensò che la figlia era, senza dubbio, proprio identica alla madre.

    Laura quel giorno era affamata più del solito, tanto che divorò tutta la sua porzione di polenta e carne e chiese anche il bis, fra i sorrisi del padre e gli ammiccamenti di Lucilla che non mancò di sottolineare come cavalcare quel coso mettesse appetito.

    Ciao a tutti! li salutò poco dopo la piccola che come ogni domenica si alzava appena finito di mangiare e ancora con il boccone in bocca. Vado a giocare, aggiunse correndo veloce fuori dalla sala e andando subito di sopra in camera senza più voltarsi. Toni, anche quella domenica, aveva desiderato che la figlia si trattenesse un po’ di più con lui a tavola a chiacchierare visto che durante la settimana mangiavano ognuno per conto proprio in orari diversi. Ma nemmeno quel giorno era riuscito a fermarla. Gioiva a vederla saltellare fuori dalla stanza e si sarebbe sentito in colpa se l’avesse trattenuta solo per accomodare una sua esigenza. Con il sorriso sulle labbra l’osservò andarsene e rimase seduto finché non gli venne servito il caffè. Anche Lucilla molte volte aveva pensato che la bambina avrebbe potuto fare compagnia al padre, ma nemmeno lei si sarebbe mai permessa di chiederle di restare – nel giorno di festa poi! – visto che durante la settimana, con la scuola, il tempo per giocare era sempre molto poco. Non pensò di provare a fermarla in particolare quella domenica, in cui si era ripromessa di fare quattro chiacchiere con il suo padrone, in disparte.

    La governante già da qualche tempo cercava il momento giusto e anche il coraggio per iniziare quel discorso che le frullava nella testa. Quella mattina dopo esserselo ripetuto almeno una decina di volte, e temendo di dover trascorrere un’altra settimana a rimuginarci sopra, si era decisa a fermarlo. Non che avesse proprio la confidenza e nemmeno l’autorità di fare certi discorsi al suo padrone, ma questa volta la questione era diversa. Era una cosa che andava suggerita per il bene suo e della bambina, e quando le cose erano fatte a fin di bene, era sicura che fosse peccato tacerle.

    Bene, disse Toni alla governante che gli gironzolava intorno senza mai andarsene. Ora mi serve soltanto un riposino, aggiunse dopo aver buttato giù in un unico sorso il caffè e aver riposto la tazzina sul piattino. È domenica anche per me! concluse alzandosi da tavola.

    Mi scusi signore, posso disturbarla un attimo? lo richiamò discretamente Lucilla fermandoglisi davanti.

    Ma certo, rispose Toni. Certo, mi devo sedere? le chiese perplesso ma disponibile.

    Sì, la prego, gli rispose. Senta signor Bresson, esordì, quando lui fu seduto, in modo forse troppo perentorio. Potrei sedermi anch’io un momento?

    Ma certo! Piuttosto, cosa c’è? domandò Toni a metà tra il desideroso di andarsene a fare un riposino e la curiosità di sapere che cosa mai avesse da dirgli la donna che gli aveva chiesto addirittura di sedersi.

    Ecco, ora sto meglio… Seduta intendo, disse Lucilla appena puntata con le gambe sghembe su un angolino della sedia, con gli avambracci appoggiati al tavolo, le mani chiuse, le dite incrociate.

    Lucilla, per cortesia, cosa succede? Se è questione di qualcosa che ho detto o fatto, qualche cosa che riguarda Laura, se i contadini si sono lamentati di qualcosa senza trovare il coraggio di parlarmi direttamente, devo saperlo! incalzò Toni leggermente spazientito, volendo interpretare tutta quella incertezza.

    Oh mio Dio, no no, per carità, è tutto a posto. No. È una cosa che ho pensato io. Che penso in continuazione a dire il vero. Ecco… Uh, e dire che mi ero preparata il discorso così bene… bofonchiò fra sé e sé Lucilla.

    Toni la fissava in silenzio in attesa che si decidesse a parlare.

    Signor Bresson, riuscì a dire infine Lucilla. Io credo… Anzi, sono sicura che sia ora per lei di trovarsi un’altra moglie, buttò fuori come se con un colpo di tosse si fosse liberata di un boccone di cibo fermo in gola.

    Dopo un attimo di sospensione, Toni Bresson scoppiò in una risata soltanto a tratti nervosa.

    No, mi scusi Lucilla, iniziò a dire poi cercando di tornare serio. Non so cosa mi sia preso, dopo tutto quel preambolo che mi ha fatto mi aspettavo il peggio. Mi scusi se rido ora!

    No no signore, oh mio Dio, oh santo cielo! Sì lo so, ho sbagliato tutto, io volevo… non volevo… Al contrario! Lucilla oramai era in confusione totale.

    Ma no, lasci stare, anzi semmai devo ringraziarla, le disse Toni. Non ridevo così da troppo tempo, aggiunse, alzandosi dalla sedia, convinto che la conversazione fosse terminata. E ne avevo bisogno, disse ancora ridacchiando.

    Un momento signore, mi scusi; ho sbagliato il modo, ma volevo spiegarle bene perché sono giunta a questa conclusione, gli disse Lucilla alzandosi dalla sedia. Ho fatto confusione, ho iniziato dalla fine, ma forse è stato meglio così. È ciò che penso da tempo e sono convinta di quello che le ho detto, ci ho pensato sa, mica mi è venuto in mente così dalla mattina alla sera, io penso proprio che sia quello che ci vuole per lei, continuò cogliendo il momento in cui le stavano venendo fuori tutte le riflessioni che aveva fatto tra sé e sé. Perché lei è ancora tutto sommato giovane e un uomo solo non è una bella cosa, non sta bene, ha bisogno di una donna, eccome, aggiunse abbassando il tono della voce. Anche perché ormai è passato molto tempo da quando la signora Iole è mancata e sicuramente a questo punto credo che nessuno avrebbe da ridire se un uomo, vedovo, si rifà una vita: non c’è niente di male, senza contare che è anche per il bene di Laura in fondo.

    Va bene, Lucilla, disse Toni tornato serio e avvertendo un po’ di fastidio.

    Va bene cosa, signore? Mi scusi, oramai mi sono impicciata a tal punto che vorrei capire.

    Va bene nel senso che ci penserò, Lucilla, tagliò corto Toni, uscendo dalla stanza.

    Mi scusi, un’altra cosa ancora, aggiunse precipitosamente Lucilla prima che lui scappasse via.

    Oh, mio Dio, cosa c’è ancora, disse Toni cercando di sorriderle.

    Io ce l’ho… Voglio dire, io ce l’avrei una donna, ecco, una signora. Conosco una signora. Anzi, mia sorella la conosce, è la signora per la quale lavora e mi ha scritto dicendomi che anche la sua padrona è vedova, ha perso il marito… Ma lei da poco tempo.

    Va bene, Lucilla, grazie, disse Toni secco, uscendo deciso dalla sala da pranzo. Lucilla rimase qualche istante a guardarlo, poi finendo di sparecchiare la tavola continuò a parlare fra sé e sé, ripetendosi di aver fatto la cosa giusta per il bene del padre e della bambina.

    Toni quella domenica, disteso a letto, non riuscì a chiudere occhio e a fare il suo riposino. Quella buffa, quasi ridicola, chiacchierata con Lucilla gli aveva fatto provare un misto di sentimenti. Inconsciamente se l’era presa con la governante per avergli nominato Iole. Provava ancora molta rabbia e un dolore profondo quando ripensava a lei. Poi, tutta quella preoccupazione per il fatto di essere senza una compagna, se da un lato la trovava assurda, perché a lui sembrava di stare bene così, dall’altro lo aveva stuzzicato. Comunque, tutto quel discorso gli aveva mosso qualche cosa dentro che non gli permise di stare a letto e nemmeno in casa, dove avrebbe potuto incontrare la governante che avrebbe visto quel turbamento, così decise di andare nei campi. E mentre passeggiava tra i filari delle sue piante, cosa che non avveniva mai di domenica a meno che non avesse da riflettere su qualche cosa o prendere una decisione importante, ripensò agli anni trascorsi con la sua Iole. Rivisse per un istante tutta la bellezza e la gioia di quel periodo; soltanto dopo aver camminato in lungo e in largo per il frutteto abbandonando i ricordi del passato, gli venne da interrogarsi su come sarebbe stato se lui avesse davvero incontrato un’altra donna.

    Senta Lucilla, la chiamò Toni qualche sera dopo, appena terminata la cena, non appena Laura andò a dormire. Senta, a proposito di quella cosa di cui mi aveva parlato… disse fermandosi incerto su come proseguire.

    Sì, signore? La lettera di mia sorella? cercò di aiutarlo Lucilla con delicatezza.

    Beh, devo dire che da quando me ne ha parlato non ho smesso di pensarci. Ma non so… Sa è difficile per me; a volte mi sembra che qualcosa mi manchi anche se poi mi dico che non posso lamentarmi. La vita mi ha tolto la mia Iole, ma mi ha anche dato molto. Laura è una bambina stupenda, mi riempie la vita e compensa per tutto il dolore del passato, si sfogò Toni confidandosi con la governante come mai si era permesso prima.

    Signore, senza mancare di rispetto a nessuno, ma Laura anche se ora le dà molto, non può certo sostituire l’affetto e il sostegno di una moglie!

    Beh Lucilla certo, mica volevo dire questo.

    Sì lo so signore, che lei lo fa in buona fede, ma deve capire che i figli crescono e poi se ne vanno. Non vorrà mica che sua figlia passi tutta la sua vita accanto a lei.

    Toni si bloccò di nuovo, disturbato dalla sincerità con cui la governante gli manifestava le sue riflessioni. Anche perché Laura era ancora una bambina! E lui non riusciva a immaginarla cresciuta, pensò.

    Signore, faccia come crede continuò Lucilla dopo una pausa in cui rimase a osservare la perplessità del suo padrone. Ma il tempo dei figli non è nostro e neanche la loro vita. Se una figlia vede il padre troppo concentrato su di lei tarderà ad andarsene anche quando sarà il momento, o peggio ancora, non se ne andrà mai per paura di lasciarlo solo. Anche se io non ho avuto la grazia di diventare madre, le so queste cose, mi creda, affermò la governante pensando a tutti i suoi anni di servizio nelle famiglie e al fare possessivo di tutte quelle mamme nei confronti dei figli che, a malapena, erano liberi di respirare.

    E come si chiama questa donna, questa signora di cui mi ha parlato? disse improvvisamente Toni.

    Si chiama Teresa Ciampin, sì proprio Teresa Ciampin. Mia sorella è a servizio da lei da qualche tempo. Mi ha sempre detto che si tratta di una vera signora, anche lei colpita dalla sciagura della morte del marito. Ah che disgrazia! Forse per una donna rimanere da sola è anche peggio e io ne so qualche cosa… Il mio povero marito… Ah! Rubato, me l’ha rubato la vita!

    Va bene, Lucilla. Come si fa? Nel caso… Mettiamo il caso che io volessi incontrare, così, solo per conoscerla, questa signora, dichiarò Toni alla fine, sentendosi disarmato come un ragazzino. Cosa devo fare?

    Ah signore, ah che meraviglia! Lasci fare a me, se non le dispiace, chiamo al telefono mia sorella, se me lo concede s’intende, perché le lettere ci mettono molto ad arrivare e facciamo tutti la barba bianca prima di capirci! esclamò Lucilla concitata ed emozionata di sentire sua sorella e soprattutto felice di confermarle quanto aveva richiesto nella sua lettera.

    Sì, sì va bene, la chiami Lucilla e poi mi riferisca, concluse Toni uscendo dalla stanza senza ringraziare. Per i due giorni successivi, pensando di essere stato troppo impulsivo a prendere quella decisione, il Bresson quasi sfuggì alla governante come per evitare di sapere se avesse fatto quella telefonata e che cosa avesse detto quella vedova, quella Teresa Ciampin. Lucilla nemmeno si accorse che il suo padrone la schivava, perché in realtà aveva parlato con la sorella e ora stava attendendo una sua telefonata in cui le avrebbe riferito come procedere. E quella chiamata arrivò soltanto qualche giorno più tardi e fu direttamente la signora Ciampin a chiamare casa Bresson.

    Papi! gridò Laura che era volata giù dalle scale per rispondere per prima al telefono, cosa che faceva spesso volendo usare l’apparecchio almeno quelle poche volte che suonava. C’è una signora che chiede di te.

    Va bene cara, le disse Toni che, da poco rientrato dai campi, stava per andare di sopra a lavarsi per la cena.

    Pronto?

    Pronto? Buonasera, parlo con il signor Toni Bresson?

    .

    Buonasera, mi chiamo Teresa Ciampin, si presentò una voce pacata e sicura. Beh sembra che le nostre governanti vogliano farci conoscere! disse poi divertita.

    Ah, beh sì, buonasera, ah già.

    Senta Toni, se non le dispiace e se lo gradisce, io abito giusto a qualche chilometro da lei. Se ha voglia una sera di queste magari si… si può uscire a mangiare qualche cosa, se ne ha voglia e il tempo.

    Beh, perché no, accettò Toni, dissimulando completamente tutto l’interesse, l’eccitazione e la curiosità che gli erano sbocciati fuori come una viola a primavera risvegliati dalla bella voce della signora Ciampin. Perché no, ripeté impacciato senza sapere che altro dire.

    Se facciamo il prossimo sabato, a lei va bene? Magari mi chiama lei in settimana per confermare e così le do il mio indirizzo.

    Ah sì, perfetto, la chiamo io, sì Lucilla, sì la mia signora, cioè la governante ha il suo numero, perché sì l’ha chiamata… Quindi sì, la chiamo… Facciamo giovedì?

    Va bene, giovedì aspetto una sua chiamata, arrivederci allora.

    Sì, a presto.

    I vecchi coniugi Ciampin si erano conosciuti appena laureati, dietro le proprie cattedre nel liceo dove entrambi erano dei giovani professori. Nati e cresciuti nello stesso paese che distava una decina di chilometri da quello di Toni Bresson, si erano sposati molto presto e, un anno dopo le nozze e a soli diciotto mesi di distanza l’una dall’altra, erano nate le loro figlie: Teresa, la primogenita, e Maria Grazia. Avendo entrambi alle spalle delle famiglie particolarmente religiose, i coniugi Ciampin si trovarono subito d’accordo su quali principi basare la propria vita familiare. Attenendosi al loro credo cattolico, per tutta la vita si tennero, quasi ossessivamente, lontani dalla tentazione della ricchezza, essendo entrambi consapevoli di quanto sperperare i soldi in cose futili o anche solo desiderare qualche cosa di diverso da quello che il Signore avesse già concesso loro fossero tra i peccati più gravi che un bravo cristiano potesse commettere. Per questo furono sempre molto accorti nel condurre una vita modesta e semplice. Le figlie, educate alla stessa severa osservanza e molto presto costrette a restrizioni alimentari e preghiere nei periodi stabiliti, oltre a non possedere niente di più di quanto non fosse necessario, non ricevettero mai né troppe attenzioni né troppe carezze. Soprattutto la signora Ciampin era sicura che l’affezione e ogni altra forma esagerata di amore potevano divenire altrettanto pericolose quanto la ricchezza. I figli lasciati alle smancerie di genitori troppo generosi, su tutti i versanti, diventavano degli adulti senza carattere e struttura; motivo per cui le ragazze crebbero abituate al parco e limitato contatto fisico. Nei primi anni della loro adolescenza, appena terminata la scuola dell’obbligo, per dare loro la migliore istruzione e completare la loro educazione cristiana, i Ciampin mandarono le figlie in un collegio religioso femminile. Maria Grazia, conseguito il diploma di magistrale, interruppe il suo percorso di studi dedicandosi all’insegnamento. Teresa, invece, terminato il liceo classico, conseguì una laurea a pieni voti in letteratura, soddisfacendo appieno le aspettative dei suoi genitori, specialmente della madre, che aveva sempre visto in lei il proprio rigore e la propria perfezione. Teresa divenne una donna determinata e severa con sé stessa e con gli altri, ma allo stesso tempo sviluppò un’insicurezza che nascondeva dietro a un’attenta, quasi maniacale, cura estetica. Fin da ragazza doveva sentirsi in ordine con i capelli, avere le mani curate ed essere sempre, pur nella semplicità, ben vestita, anche quando era in casa. Di lei non si poteva notare alcuna particolare bellezza, ma era quasi impossibile non soffermarsi sul suo aspetto, sempre impeccabile, e poi, quando la si conosceva meglio, rimanere colpiti dalla sua intelligenza e dal suo modo diretto di porsi.

    Furono proprio la sua tenacia, il suo studio costante e la sua ambizione a farle ottenere una cattedra all’università, alla facoltà di Lettere, poco prima di divenire trentenne. Un traguardo che la gratificò molto ma che la pose in una posizione più elevata rispetto ai suoi colleghi: nessuno osava avvicinarla, se non per ragioni di lavoro. Infatti, qualche tempo dopo aver raggiunto il successo lavorativo, quando si rese conto di non essere più una ragazzina, si trovò lei stessa a corteggiare un suo collega e amico di qualche anno più giovane. Il professore, da subito lusingato delle attenzioni della Ciampin, accettò immediatamente di frequentarla e addirittura qualche mese dopo le chiese di sposarla. Teresa, felice di quell’azzardo, soprattutto perché oramai si stava accorciando per lei il tempo buono per fare figli, acconsentì. Purtroppo però pochi mesi dopo le nozze, in una giornata di sole il marito, uscito in moto con gli amici, morì in un incidente stradale.

    Pur piangendo la disgrazia davanti alla comunità e a quanti l’avrebbero giudicata una vedova irriverente se non avesse mostrato la disperazione in volto, Teresa, onesta e sincera almeno con sé stessa, quasi subito cercò dentro di sé la forza e la voglia di riprendere a vivere. Fu lei stessa, poco dopo il decesso del marito, a chiedere alla governante, fedele donna da anni al servizio della sua famiglia, se avesse qualche idea su come poter incontrare della compagnia. Lo aveva chiesto ovviamente perché già sapeva che la sorella lavorava presso il Bresson, famoso in tutta la regione come produttore di frutta e che, da quando la moglie era morta, faceva vita ritirata solo con la figlia nella sua campagna. Essendo la governante molto discreta ma anche una donna sveglia, comprese subito la richiesta e scrisse alla sorella Lucilla chiedendo se per caso il suo padrone avesse, come dire, intenzione di rifarsi una vita. Quando Lucilla telefonò a sua sorella dicendole: La via è libera da questa parte, per Teresa il gioco fu semplice: facendo strategicamente passare appena qualche giorno, giusto per non far sembrare che non stesse aspettando altro, chiamò a casa Bresson.

    Teresa Ciampin aveva qualche anno meno di Toni ed era una donna alta e magra, motivo per cui tutti gli abiti le stavano sempre a pennello. I capelli, portati da sempre corti e rigorosamente arricciati dai bigodini della parrucchiera, erano stati di un colore rosso quasi arancione, come quelli di suo padre; con l’età, poi, quando avevano perso la tonalità decisa e accesa, aveva cominciato a tingerli di un biondo cenere. La pelle era particolarmente bianca e lentigginosa ovunque si mostrasse libera dai vestiti e gli occhi erano di un azzurro molto chiaro, quasi annacquato, tipico tra le persone con quel colore di capelli. Qualche sera dopo quella prima telefonata, Toni, dopo essersi vestito con cura, eccitato e timoroso come un ragazzino al primo appuntamento, si fece portare da Carlo a casa della signora Ciampin; appena si trovò davanti al portone della casa indugiò qualche istante per le sensazioni e quell’inspiegabile agitazione che lo riportarono molti anni indietro, a quando aveva suonato a casa Rovier Castaldi per la prima volta. Ritornando veloce lì davanti a quel portone e riscuotendosi del tutto, suonò il campanello.

    Toni già durante quel primo appuntamento era rimasto affascinato dal modo diretto e molto erudito di parlare di Teresa, dalle sue conoscenze e sicuramente dalla sua ironia e dal cinismo che mescolava sempre nelle sue frasi semiserie. Soltanto frequentandola con assiduità, si accorse, poi, quanto desiderasse in fondo una compagna e quanto gli mancasse fare l’amore. A Teresa, invece, piacque da subito Toni nel suo modo semplice di porsi e soprattutto nella sua fisicità. Come una ragazzina emozionata e vergognosa, con molta fatica si lasciò andare a fare l’amore con Toni. I suoi blocchi religiosi e morali per molto tempo non le permisero di godere appieno della loro relazione. Ma lentamente, curiosa e affascinata, volle lei stessa superare le sue paure e fidarsi di quell’uomo che la stupiva e la faceva sentire davvero una donna.

    Qual è la cosa che ti ha spinto a vedermi quella volta che ho chiamato a casa tua? gli chiese Teresa molte sere dopo nella loro trattoria.

    La voce, la tua voce. Lo sapevi che hai una voce sensuale? le domandò Toni baciandola sul dorso della mano che teneva

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