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Die Party 3 - Gocce di bugie
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E-book246 pagine3 ore

Die Party 3 - Gocce di bugie

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Info su questo ebook

Il capitolo conclusivo della serie "Die Party"!

“Tutti noi preferiamo credere che gli altri non abbiano un lato oscuro, ma se invece ci sbagliassimo?”

Lo scontro finale sta arrivando. Pronti a scoprirne la conclusione?
Lyla non è più la ragazza un po’ asociale e diffidente di un tempo. La disavventura al Die Party e le sorprese inaspettate alla discoteca Top12 l’hanno provata, ma le hanno dato anche la motivazione giusta per arrivare a fondo della questione. Ora è intenzionata più che mai a fermare il nemico che minaccia lei e i suoi cari. Ma non è sola: al suo fianco ci sono sempre Alex, che crede in lei e la sostiene, e gli altri vecchi amici, in primis il suo migliore amico Jan, che sta imparando ad adattarsi al suo mondo, pieno di segreti e pericoli. A loro si aggiungono dei giovani mutaforma dalle abilità sorprendenti e nuovi alleati del tutto inaspettati.
Nascosta nell’ombra, fa la sua comparsa anche lei: la pantera nera, che finalmente adesso ha un volto e un nome. È tempo di uscire allo scoperto e, per Lyla, di affrontare il passato che per troppo tempo le hanno taciuto.
La verità è sempre più vicina, ma bisogna saperla distinguere dalle bugie…

“E se scoprissi di aver sempre lavorato per i cattivi?”

SERIE DIE PARTY:
1. “Die Party”
2. “Die Party 2 – In trappola”
3. “Die Party 3 – Gocce di bugie”
LinguaItaliano
EditorePubMe
Data di uscita25 giu 2021
ISBN9788833669335
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    Anteprima del libro

    Die Party 3 - Gocce di bugie - Silvia Castellano

    01

    «È assurdo, davvero assurdo!»

    Erano passati tre giorni dal viaggio a Colonia per il Carnevale e dall’ultimo avvistamento della pantera. Anzi, della ragazza-pantera, dato che avevamo scoperto che si trattava di una mutaforma. Da allora, Alex e io avevamo cercato dappertutto informazioni su di lei, sia sui database online sia su quelli cartacei, ma era stato del tutto inutile: nessuno dei Wächter in grado di trasformarsi in quell’animale aveva le caratteristiche che cercavamo; le uniche donne presenti erano troppo vecchie o troppo giovani.

    Quel pomeriggio ci eravamo intrufolati nell’ufficio di Emilia approfittando dell’assenza sua e di Max, e avevamo fatto una ricerca anche dal suo computer. C’erano alcuni registri a cui si accedeva solo con una password e, per qualche motivo a me sconosciuto, Alex conosceva quale usava la nostra tutrice.

    Purtroppo era stato un altro buco nell’acqua.

    L’unica spiegazione era che la ragazza non fosse mai stata schedata oppure che vi fosse un altro registro a noi sconosciuto. 

    «Se non la smetti di andare avanti e indietro per la stanza, creerai un solco nel pavimento» mi fece notare Alex con un velo di scherno nella voce.

    Ignorai la sua osservazione. Ero come un animale in gabbia e camminare era il mio modo personale di dar sfogo alla frustrazione. «Non posso credere che non riusciamo a trovarla! Hai cercato bene se ci sono altri programmi o database?»

    «Sì, te l’ho già detto» rispose passandosi le mani sugli occhi con fare stanco. «Ho controllato tutto ciò a cui potevo accedere. Ci sono un paio di cartelle criptate, che però non riesco ad aprire con nessuna password. A ogni modo dubito che lì dentro ci sia qualcosa sulla pantera. A giudicare dai nomi, sembrano più che altro documenti fiscali.»

    «Non puoi saperlo.»

    «Hai ragione, ma al momento la nostra ricerca si ferma qui. Non saprei dove altro cercare.»

    Mi pesava ammettere che aveva ragione. Le avevamo provate tutte. «Già, neanch’io.»

    Mi tese una mano. «Vieni qui.»

    Lo raggiunsi di malavoglia e mi fece sedere sulle sue gambe, circondandomi con le braccia muscolose. «Mi dispiace» mi sussurrò dolcemente all’orecchio.

    «Ci abbiamo provato» mormorai intrecciando le dita dietro la sua nuca.

    Forse ero così infastidita perché avrei voluto risolvere almeno uno dei tanti enigmi che mi assillavano da più di una settimana e che nessuno era in grado o intenzionato a spiegare.

    «Dovresti rilassarti» commentò Alex.

    «Mi piacerebbe» ammisi.

    Mi baciò la spalla con delicatezza. «Posso aiutarti ad allentare la tensione.» Fece lo stesso in un altro punto, più vicino al collo. «Sono piuttosto bravo.»

    «Anche molto modesto» mormorai sarcastica. Dovevo però ammettere che il nervosismo stava effettivamente diminuendo grazie al suo tocco.

    Alzò lo sguardo su di me. «È solo un altro dei miei numerosi pregi» ammiccò. «Ormai dovresti saperlo.»

    Mi sfuggì un mezzo sorriso. «Quanto sei scemo.»

    Sorrise a sua volta, poi si sporse per darmi un bacio dolce. Ogni molecola del mio corpo fremette quando le nostre labbra si incontrarono e ancora di più quando Alex aumentò la presa sul mio fianco. In un baleno, i baci si fecero più profondi, più bramosi. Per un attimo dimenticai dove ci trovavamo e perché eravamo lì.

    Finché qualcuno non entrò nella stanza ed entrambi saltammo in piedi come molle.

    Per fortuna si trattava solo di Chen Ning, la ragazza di origini cinesi che si era trasferita da poco a Bochum per far parte del nostro gruppo. Con i suoi modi dolci si era subito fatta benvolere da tutti, attirando in particolare l’attenzione di Jan.

    C’era anche lei al quartier generale e, insieme a Marcos e Pablo, due fratelli provenienti dalla Spagna, e a Jan, doveva fare da palo mentre Alex e io usavamo il computer di Emilia. Non era previsto che entrasse nella stanza e, ovviamente, neanche che beccasse me e il mio ragazzo a scambiarci baci appassionati.

    «Cristo, Chen, ci hai fatto venire un colpo!» proruppi portandomi una mano al cuore. Stavo tremando.

    Cercò di nascondere l’imbarazzo facendo finta di niente. «Scusate, piccioncini, però dovete proprio venire di là» annunciò con un sorriso. «Pablo è un genio.»

    Alex e io ci scambiammo un’occhiata colma di curiosità ma anche di sollievo: nonostante il pessimo tempismo della ragazza, eravamo contenti che non fosse venuta con cattive notizie.

    «Va’ con Chen, io rimetto a posto qui e vi raggiungo» disse Alex.

    «Va bene.»

    La seguii, lei mi prese a braccetto e mi portò nella sala comune, dove si trovavano i ragazzi. Non mi ero ancora abituata a vedere Jan nel nostro quartier generale, tuttavia ormai lui e Chen Ning erano una coppia ufficiale ed erano sempre appiccicati. Se non avessi adorato quella ragazza, mi sarei ingelosita di tutte le attenzioni che riceveva dal mio migliore amico.

    Pablo stava lavorando al computer e Jan lo fissava rapito. Marcos, seduto sulla poltrona poco più in là, era preso dal cellulare. Tra i due fratelli, lui era quello più introverso e a volte mi dava l’impressione che stesse con noi solo perché obbligato da Pablo.

    Chen e io ci fermammo alle spalle di Pablo. «Cosa avete scoperto?» domandai curiosa.

    «Il nostro amico spagnolo qui è una specie di hacker» spiegò Chen. «È riuscito a introdursi nel sistema delle telecamere di sorveglianza del Consiglio, così possiamo assistere alla riunione come se fossimo presenti. Stanno per parlare di Patricia e Oktavia.»

    Sentii una stretta allo stomaco. Era il giorno della riunione mensile del Consiglio e finalmente avremmo saputo cosa ne sarebbe stato delle due neovampire. In effetti, sullo schermo si vedeva un’aula simile a quella di un tribunale e sembrava che i partecipanti fossero in pausa perché alcuni erano in piedi e parlavano in gruppetti.

    «Bravissimo!» esclamai, rivolgendomi a Pablo.

    Lui si voltò con un sorriso. «È stato, come dite voi?, una camminata.»

    «Penso intendessi una passeggiata, ma sì, hai reso l’idea» commentai con una risata. Scorsi lo sguardo sui presenti visibili da quella angolazione. «Avete visto Emilia?» Mi aveva promesso di parlare al Consiglio in difesa di Patricia e Oktavia.

    «Sì, prima l’ho intravista per un secondo» rispose Jan, poi i nostri occhi si incrociarono. «È lì, non temere.»

    «Mi sono perso qualcosa?» chiese Alex alle mie spalle.

    Chen gli spiegò in fretta la situazione, poi il ragazzo scambiò qualche battuta in spagnolo con Pablo.

    Non cercai nemmeno di seguire il discorso, tanto non avrei capito nulla. Nel frattempo si udì una campanella. «Riprendiamo la riunione. Prego, andate ai vostri posti» annunciò qualcuno al microfono.

    Lentamente calò il silenzio in aula e anche i miei amici smisero di parlare. Ci accalcammo tutti attorno a Pablo e al suo computer. Persino Marcos si alzò per venire a guardare.

    Un uomo sulla sessantina con corti capelli castano chiaro e occhiali dalla montatura nera e squadrata che riconobbi come Ewald Wolff, il Presidente del Consiglio, andò a sedersi al banco. «Il prossimo punto all’ordine del giorno è il caso di Patricia Wallner e Oktavia Krüger. La parola va al Responsabile della Sicurezza, Ulrich Graf» annunciò.

    A sentire quel nome lo stomaco mi si strinse in una morsa. Mi voltai verso Alex. «Da quando quello è diventato Responsabile?» sibilai.

    La sua mascella era tesa. «Da qualche anno, immagino.»

    «Lo conoscete?» domandò Chen.

    «Purtroppo sì, ma ti spiego dopo.»

    Tornammo a concentrarci sullo schermo. Nel frattempo, Ulrich si era voltato verso la platea e aveva cominciato a camminare avanti e indietro davanti alla giuria, come fanno gli avvocati nei film. Pablo cliccò qualche tasto e zoomò sul viso dell’uomo. Eccezion fatta per qualche capello grigio in più, era uguale all’ultima volta che l’avevo visto, sei anni prima. Ricordavo ancora la sua espressione di malcelata soddisfazione quando era venuto a visitare il nostro quartier generale. «La situazione che siamo portati a giudicare è delicata e, a mio avviso, anche estremamente grave. Queste due ragazze sono accusate non solo di vampirismo e dell’omicidio necessario per portare a termine la trasformazione, bensì anche di minacce, sequestro di persona e tentato omicidio ai danni di due Wächter della loro età e, per giunta, loro compagni di studi.»

    «Qual è il verdetto del Dipartimento della Sicurezza?» domandò Wolff.

    «Riteniamo che le due ragazze abbiano compiuto crimini imperdonabili e agito in piena consapevolezza, aggravata dal motivo della vendetta personale. La condanna che chiediamo è la soppressione.»

    Un’ondata di gelo mi attraversò tutto il corpo. Stava chiedendo l’uccisione di due ragazze senza nemmeno battere ciglio. E la cosa peggiore era che, poco tempo prima, gli avrei dato ragione. Avevo combattuto contro i vampiri per tutta la vita e non mi ero mai domandata se chi avevo di fronte fosse un neonato o una creatura centenaria, se la trasformazione fosse stata voluta oppure se fosse stato un incidente. Solo ora mi rendevo conto che c’era una netta differenza: i vampiri non erano solo individui spietati e senza scrupoli, come quelli contro cui avevo combattuto a Die Party, che si divertivano ad attaccare la gente, ma anche vittime che poi erano costrette a diventare a loro volta predatori. La linea tra bene e male, tra mostri e poveri innocenti, era sottile.

    «Non ritenete di doverle giudicare in modo particolare sulla base della loro giovane età?» chiese il signor Wolff. «A ciò che mi risulta, sono entrambe poco più che maggiorenni.»

    «Se chiudessimo un occhio, creeremmo un precedente. È la soluzione migliore, così eviteremo che uccidano qualcun altro. Sarebbe anche un atto di pietà verso di loro.»

    Alex prese la mia mano, io però la percepii a malapena. Ero sconvolta. Non poteva finire così.

    «Grazie, signor Graf» commentò Wolff. «Mi sembra che non ci sia altro da aggiungere…»

    Una voce si levò dal pubblico e, anche senza vederla in faccia, riconobbi a chi apparteneva: Emilia. Provai un improvviso sollievo. Forse c’era ancora una speranza.

    «Vostro Onore, se possibile vorrei dire qualche parola.»

    Pablo fece zoom indietro e ampliò il campo per cercare la donna. La trovò a metà della sala, a poche file di distanza da dove si era fermato Ulrich, il quale pareva contrariato dall’intervento della nostra tutrice.

    «Signora Simonis, abbiamo già ascoltato la sua dichiarazione» affermò Wolff.

    «Se me lo permette, vorrei aggiungere qualcosa. Sarò breve, gliel’assicuro.»

    «Proceda, allora.»

    Emilia si alzò in piedi. «Grazie, Vostro Onore.» Si voltò di novanta gradi, in modo da rivolgersi anche al resto della sala. «I fatti accaduti nella mia città sono indubbiamente gravi. Ciò che però dimentichiamo spesso è che il nostro compito primario non è combattere e punire i vampiri e altre creature malvagie, bensì proteggere gli umani. A ricordarmelo di recente è stata Lyla Lorenz, una dei membri della mia squadra, che durante Die Party, rendendosi conto del pericolo, ha affrontato un gruppo di vampiri da sola e ha salvato delle vite. Patricia Wallner era una di queste. Patricia era stata morsa, ma dopo aver ricevuto le cure necessarie e aver trascorso una notte in ospedale, è stata mandata a casa. Nei giorni seguenti nessuno si è assicurato di darle sostegno o controllare che il virus vampiro fosse stato espulso dal suo organismo, in quanto il protocollo non lo prevede. Per questo la ragazza, che vi voglio ricordare ha appena diciannove anni, si è trovata in una situazione che non poteva – e non avrebbe dovuto – affrontare da sola. A quel punto qualcuno ha approfittato della sua paura per manipolarla. È riuscito persino a convincerla che la colpa di tutto fosse di Lyla, in modo da farsi aiutare ad attirare quest’ultima e il resto della mia squadra in una trappola.»

    «Mi faccia capire, quindi lei crede che Patricia Wallner sia da considerarsi una vittima?» domandò Wolff.

    «Seppure abbia le sue colpe, per quanto mi riguarda lo è, Vostro Onore.»

    Accidenti, ci stava andando giù pesante.

    «A me pare, Vostro Onore, che la signora si stia dimenticando che la sua vittima ha ucciso una persona per diventare un vampiro, ha morso una sua amica e, per quanto ne sappiamo, potrebbe essere responsabile di altri omicidi» si intromise Ulrich. «Non mi sembra esattamente un angelo.»

    Mi dispiacque non poter vedere l’espressione di Emilia, in quanto si era voltata verso di lui. Era probabile che fosse di puro odio.

    «Non ho mai sostenuto il contrario. Ritengo tuttavia necessario tenere conto del contesto in cui questi fatti sono avvenuti. Parte della colpa è anche nostra, di un sistema che, mi duole ammettere, è manchevole, e naturalmente anche di chi ha plagiato queste due ragazzine per realizzare i propri scopi.»

    «Di chi sta parlando?» domandò Wolff.

    Ci fu un attimo di silenzio in cui Emilia parve esitare. «Di Viktor Nacht, Vostro Onore. Era con le due ragazze e altri vampiri quando la mia squadra e io siamo giunti sul posto. Il rapimento di Lyla e Alex da parte di Patricia e Oktavia deve essere stato parte del suo piano.»

    A sentire il nome di Viktor, provai una strana sensazione all’altezza dello stomaco. Da una parte la pensavo come Emilia: aveva di certo approfittato della rabbia di Patricia per ottenere ciò che voleva. Dall’altra, non potevo dimenticarmi che quell’uomo mi aveva salvata. Se non fosse stato per lui, mi sarei spappolata sul marciapiede dopo una caduta di dodici piani. Non riuscivo a considerarlo un cattivo.

    Wolff si fece pensieroso, mentre Ulrich, davanti a lui, pareva una statua di cera.

    «Se è tornato in Germania dopo diciotto anni, deve avere in mente qualcosa. Bisogna trovarlo il prima possibile» continuò Emilia.

    Nella sala si levarono parole d’assenso.

    «Silenzio» sentenziò Wolff in tono secco. Quando il chiasso si placò, si voltò verso Ulrich. «Cosa ne pensa, Graf?»

    «Ha ragione la signora Simonis» rispose lui. A giudicare dalla tensione alla mascella, ammetterlo doveva essergli costato molto. «Tuttavia, il reale coinvolgimento di Nacht nel caso di Patricia Wallner è ancora da dimostrare.»

    «Chiamatela a testimoniare» suggerì Emilia. «Ci racconterà lei cos’è successo davvero.»

    Ulrich le lanciò una breve occhiata, i suoi occhi ridotti a due fessure. «Potrebbe mentire, Vostro Onore. Non possiamo crederle.»

    Wolff fece scorrere lo sguardo da Ulrich a Emilia, poi sospirò. «Ritengo sia il caso di investigare più a fondo su Viktor Nacht e sul suo rapporto con le ragazze, intanto; poi forse inviteremo la signorina Wallner a fornirci la sua versione dei fatti. A ogni modo non prenderemo una decisione prima di avere le idee più chiare. Torni al suo posto, signor Graf. Procediamo con il prossimo punto…»

    Trassi un respiro di sollievo. Per Patricia e Oktavia c’era ancora una possibilità. C’era solo da sperare che le indagini confermassero le supposizioni di Emilia. Mi resi conto di aver stretto forte la mano di Alex per tutto il tempo, così la lasciai. «Scusami, l’agitazione…» mormorai.

    «Va tutto bene» mi rassicurò.

    «Fatemi capire.» Jan si sistemò gli occhiali sul naso. «Chi sarebbe il tizio con il mascellone? E perché sembra aver mangiato un limone, per giunta marcio?»

    In effetti descriveva bene la smorfia di sdegno che caratterizzava tanto bene Ulrich, evidenziata ulteriormente da una piccola cicatrice sul labbro superiore. Di solito avrei riso della descrizione, molto spontanea e più che azzeccata, fornita dal mio amico, ma in quel momento ero così furibonda con Ulrich che non riuscii a sollevare nemmeno un angolo di bocca. «È il nostro peggior nemico.»

    Jan parve confuso. «Okaaay… i vostri nemici non dovrebbero essere vampiri, licantropi, incubi, eccetera?»

    Sospirai. In effetti non aveva tutti i torti. «D’accordo, allora diciamo che è un odioso pieno di sé che anni fa ha cercato di rubare la direzione del nostro gruppo a Emilia» soffiai. Non aggiunsi altro per non rischiare di dilungarmi negli sproloqui.

    «L’abbiamo scampata per un pelo» aggiunse Alex, incrociando le braccia e appoggiandosi sul tavolo accanto al computer di Pablo. «Comunque temo che quell’espressione sprezzante non abbia a che fare con qualcosa che ha mangiato: è sempre così.»

    «Si è fatto il sangue amaro, allora. O, a proposito di limoni, il sangue aspro».

    Chen si voltò verso Jan con l’intenzione di rimproverarlo silenziosamente, anche se notai che si era lasciata scappare un sorriso. Non potevo biasimarla, la capacità con cui lui riusciva a sdrammatizzare ogni situazione era irresistibile.

    «È stata una fortuna che Emilia sia intervenuta e che abbiano deciso di indagare meglio per scoprire la verità» annunciò quando tornò a guardare me. «Il fatto che Wolff sia disponibile a far parlare Patricia è un passo avanti.»

    Annuii con un mezzo sorriso. «Hai ragione.» Se non ci fosse stata Emilia, non sapevo proprio come sarebbe finita.

    «Cosa è successo? Io non ho comprenduto molto» fece Pablo dalla sua postazione.

    In effetti lui e Marcos sembravano più confusi che mai, così Alex si affrettò a far loro un resoconto in spagnolo.

    Tirai fuori il cellulare e scrissi un veloce messaggio a Emilia:

    Grazie di cuore per ciò che hai fatto. So che ti è costato molto.

    Non le spiegai come fossi riuscita a sentire il suo discorso; l’avrei fatto dal vivo. Comunque ero certa che non si sarebbe fatta troppe domande. Lei stessa era capace di scoprire fatti in modi a me incomprensibili.

    «Guarda chi c’è, il gruppo dei nerd al completo.»

    Feci una smorfia mentre alzavo lo sguardo dallo schermo. Carina, con i suoi lunghi capelli rosso fuoco, pantaloni in pelle e un top bianco, se ne stava sulla porta a guardarci. Pareva molto divertita dalla scena. Ovviamente insieme a lei c’era il suo fedele compare, Tom, che aveva la sua stessa espressione di scherno sul viso. Nonostante dopo gli avvenimenti dell’ultimo periodo avessimo istituito una tregua, non potevo dire che il nostro rapporto fosse migliorato: loro continuavano a considerare me e i miei amici dei perdenti, e io mi comportavo di conseguenza.

    «Guarda chi c’è, i gemelli siamesi!» esclamai imitando il tono usato da lei.

    Jan scoppiò in una risatina, che subito camuffò con un colpo di tosse.

    Entrambi si voltarono verso di lui. «Cos’hai da ridere, microbo?» sibilò Carina.

    «D’accordo, ora basta»

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