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Gloriosi bastardi
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E-book321 pagine4 ore

Gloriosi bastardi

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Info su questo ebook

Fantasy - romanzo (249 pagine) - Tre mondi che s'intrecciano in un sortilegio. Eroi-antieroi, cavalieri, maghi, damigelle spericolate e teriomorfi. Tre universi paralleli, ma uno solo è reale.

Dicono i saggi che all'addensarsi delle ombre la vera luce rifulga più intensa. Non è questo il caso, lettore: se cerchi una classica avventura, di quelle con eroi dalle chiome perfette e le armature scintillanti, rimetti questo libro nello scaffale o toglilo dal carrello. Ma se vuoi scoprire l'oscurità delle Navate insieme all'ibridato Murbion Undakar, gli intrighi di corte con la bella Gormlada di Valmoria e una mortale partita di scacchi con l’irascibile cavaliere Bulba Bolivar, che non sopporta di essere fissato, allora hai scelto giusto. Non eroi ma bastardi, infidi, violenti e facili al gozzoviglio. Eppure il destino sembra credere che solo loro  possano fermare l’apocalittico trionfo del Dio-Ratto. Staremo a vedere.
Dagli autori di True Legends un romanzo collettivo che piacerà agli estimatori di Fafhrd e Grey Mouser.

I tre autori, complici e amici, nel 2019  hanno esordito assieme con il romanzo distopico True Legends – Reclutamento, edito da Robin Edizioni, che ha avuto un lusinghiero successo di vendite  e recensioni. Questa è la loro seconda collaborazione letteraria, frutto di oltre un anno di lavoro. Vivono a poche centinaia di metri l’uno dall’altro, a Santi Cosma e Damiano e Castelforte, paesi contigui in provincia di Latina.
Sergio Mastrillo, nato nell’aprile del 1976 a Minturno (LT). Nel 2020 ha pubblicato Crazy Heroes con Edizioni Scudo.
Salvatore Vita, nato a Formia nel 1980, è appassionato di cinema, narrativa fantasy e horror, comics e manga.
Riccardo Vezza, nato a Formia (LT) il 9 gennaio 1974, è stato folgorato in gioventù da Robert E. Howard e dal suo Conan che gli ha aperto le porte della narrativa fantastica.
LinguaItaliano
Data di uscita29 giu 2021
ISBN9788825416718
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    Anteprima del libro

    Gloriosi bastardi - Sergio Mastrillo

    La statua

    Salvatore Vita

    Il tribuno Huldar dava le spalle all’ingresso del suo solarium. Sedeva assorto, contemplava il terrazzo e, oltre, il cielo ocra. Nulla sembrava potesse distoglierlo dall’inerzia meditativa. Non accennò un fremito neppure quando gli arrivò a due passi di distanza.

    – Benvenuto – sussurrò all’improvviso senza voltarsi, quasi a non voler spezzare l’incantesimo del crepuscolo. – Perfettamente puntuale, te ne rendo merito. Ma potevi farti annunciare.

    Il Monatto sussultò. Non pensava si fosse accorto della sua presenza.

    Huldar gli indicò una poltrona lì accanto, sulla soglia della terrazza.

    Si sedette, in attesa.

    Il tribuno continuava a non guardarlo, gli occhi simili a metallo fuso, privi di iridi e pupille, fissi su una fila di alberelli che decoravano i bordi della terrazza.

    – Il mio palazzo – bisbigliò, con voce appena percettibile – è sorvegliato a vista da un centinaio di guardie, e disseminato di sistemi di … sicurezza che io stesso ho intessuto. Ma suppongo che simili inezie non siano un problema per te.

    Il Monatto scrollò le spalle.

    Il tribuno lo omaggiò per la prima volta della sua attenzione; lo sguardo serafico e impenetrabile, nel volto privo d’età, pareva intenzionato a scavargli dentro la maschera, e metterne a nudo i pensieri.

    Qualcuno dei Luminosi era in grado di farlo, aveva sentito.

    Nel suo caso era al sicuro. Refrattario alla telepatia, anche per questo molti si avvalevano dei suoi servigi. Ma non poté fare a meno di reprimere un brivido.

    – Quindi tu sei il Monatto – annuì il tribuno con sorriso mite. – Ho sentito spesso parlare di te. Mi dicono che porti sempre a termine ciò che cominci.

    Un’altra scrollata di spalle.

    – Pensateci bene, tribuno. La mia tariffa è alta, e non è negoziabile.

    Attraverso i filtri della maschera, la sua voce sembrava il respiro di una lama che scorre lungo il fodero. Un sussurro alieno, atto a spaventare.

    Il tribuno non si lasciò impressionare. Si limitò ad annuire, placido come un gatto accoccolato su una sedia.

    – È giusto. Non mi aspettavo meno da uno con i tuoi talenti.

    – Il lavoro?

    – Briganti. – Si alzò come se la cosa gli importasse poco, dirigendosi al bordo della terrazza e alla fila di alberelli. Cominciò ad esaminarne le foglie, una a una, con distaccato interesse. – Che hanno deciso di infilare le mani in una tagliola. Nel caso specifico – tolse un grosso bruco nerastro da una foglia, osservandone affascinato gli spasmi – in una delle carovane destinate a me. Assaltata e fatta a pezzi tra i vicoli della città da una banda di signori della morte, all’alba. – Scosse il capo sconsolato, quasi con pietà – gesto riprovevole, e sconsiderato. Quei poveri mercanti …

    Il Monatto fu costretto ad alzarsi e a seguirlo per udirne i bisbigli. Si chiese come riuscisse uno come il suo potenziale cliente a farsi ascoltare e temere, nella fossa di serpenti che i più ingenui chiamavano Senato di Wulengrim.

    Huldar continuava a esaminare il bruco con vaga curiosità.

    – Non succhiano la linfa. Sono carnivori, si nutrono di parassiti. Una vera manna per le piante. Creature affascinanti. – Lo ripose con delicatezza sulla foglia. – Il carico perduto non era così prezioso. Chincaglierie per la mia collezione personale, poco più che pietre raccolte nel vecchio mondo, ma uno dei pezzi sottratti mi sta particolarmente a cuore, devo confessarlo mio malgrado. – Strinse gli occhi a fessure sonnolente, a scrutare l’ultimo, accecante spicchio di sole. – Una statuetta. Un piccolo idolo di ossidiana e pietre di sangue. Un pezzo unico. È mio e lo rivoglio. Il prezzo per averlo è stato troppo … alto per poterci rinunciare.

    – Perché me? Avete altri canali per eventualità del genere.

    Huldar tolse una foglia secca da un albero. – Vero. E di fatto il grosso della banda è stato rintracciato dagli Arcangeli e dissuaso dal perpetrare ulteriori scelleratezze.

    Un brivido. Conosceva il modo in cui gli Arcangeli erano soliti dissuadere.

    – Ma non tutti.

    – Ahimè, no. Il loro capo è svanito nel nulla, col mio prezioso reperto. E chiunque riesce a sfuggire agli Arcangeli, oltre a meritarsi il mio rispetto, non può che essere andato che da una parte.

    – Le Navate.

    – Immagino. Un atto disperato ma coraggioso. Probabilmente non tornerà mai più indietro, e quel triste luogo sarà anche il suo sepolcro, ma quanto valore. Quali grande cose avrebbe potuto fare per la sua specie, non fosse stato un criminale sanguinario. – Sospirò. – Sia come sia, rivoglio indietro la mia statua.

    – Conoscete il suo nome?

    – Me lo hanno riferito. I suoi stessi uomini lo temevano e ci hanno messo un bel po’ a lasciarselo sfuggire dalle labbra. Un osso duro. Combatteva nelle arene, prima di riuscire a strangolare il suo lanista nel sonno e a fuggire, qualche luna fa. In pochi riescono a liberarsi da soli dal sigillo di sottomissione, davvero notevole.

    – Amigdala. – Il Monatto annuì. – Tutti i cacciatori di taglie di Wulengrim sono sulle sue tracce.

    – Mi stupirei del contrario. E molti sono morti, ho sentito. Un osso duro, ribadisco, anche se temo non abbastanza per le Navate. Ma non importa. Ti pagherò il doppio della tua tariffa, più il prezzo della taglia se riuscirai a riportarmi indietro quanto è mio. Quanto al predone, beh, la sua sorte non mi riguarda

    Il Monatto annuì. Il tribuno continuava a togliere foglie ingiallite con amorevole cura.

    – Suppongo tu consideri il mio un futile capriccio da antiquario. In parte è così, ma quella statuetta è bene che giunga alle mie mani. Io mi limiterei a conservarla in una teca, per la gioia dei miei occhi di studioso. Ma temo che per altri dalla mente più debole potrebbe rivelarsi un artefatto alquanto suggestivo.

    – Spiegatevi.

    Huldar sorrise. – È sempre saggio guardarsi dagli oggetti dei tempi ancestrali. Diciamo soltanto che ha dei poteri. Niente che possa impensierire uno come te, beninteso, ma ho sentito che abbia un curioso ascendente su elementi più… malleabili. – Si portò la mano sul mento. – Sto cominciando a chiedermi se la temerarietà del nostro Amigdala sia soltanto frutto della sua naturale predisposizione, o ci sia dell’altro …

    Ma il Monatto non lo stava più ascoltando. Osservava tra fascino e ripugnanza uno dei rami appena ripuliti dalle foglie marcite. Spuntava, scuro e levigato, da un’orbita oculare, delicata e pallida come porcellana. Guardò meglio. Altri viticci erano germogliati a centinaia da bocca, orecchie, pori della pelle, avvolti strettamente come grovigli di serpenti neri e verdi intorno al corpo che li aveva rigurgitati. Un corpo femminile. Una Luminosa, a giudicare dai lineamenti cesellati a stento visibili e dall’unico occhio ancora integro.

    Con crescente disagio si accorse che tutti gli alberi che li circondavano un tempo erano stati esseri umani … e inumani.

    Huldar sembrò accorgersene e rise con voce cristallina. – Il mio piccolo giardino. Il passatempo di un vecchio annoiato. Questa – indicò la Luminosa, o quel che ne restava – era la favorita tra le mie concubine. Capita spesso a quelli come noi di essere colti da melanconia. La sua tristezza era bellissima, una perfetta lacrima cristallizzata. Fin troppo facile perdersi nella sua contemplazione, e seguirne l’esempio. Così le ho donato la pace. Ora la sua bellezza non sarà mai corrotta dalla noia dei secoli. – Lo fissò e questa volta il volto era di metallo come i suoi occhi. – Quelli della mia casta credono fermamente nel valore terapeutico della punizione. Estirpa l’erbaccia e il giardino crescerà rigoglioso. Io lo ritengo uno spreco. Tutto a mio avviso può essere recuperato … e migliorato, come parte integrante di un’armonia superiore. Non ne convieni?

    * * *

    L’ultimo degli Arcangeli si era da poco alzato in volo quando Murbion sbucò tra le immondizie.

    Per sua fortuna non stavano cercando lui, altrimenti neppure i suoi talenti furtivi lo avrebbero tenuto al sicuro. Si tolse gli stracci di dosso e si avvicinò al cadavere spolverandosi la giacca logora.

    Angus Brim, o quel che ne restava. Il suo corpo si stava rapidamente scarnificando. Tra breve sarebbe diventato liquame puzzolente.

    Osservò il corpo fumante che si decomponeva, come corroso da migliaia di voraci vermi invisibili e storse il muso. Era arrivato troppo tardi.

    Brim era il braccio destro di Amigdala, arrivare a lui significava alitare sulla nuca di quel grosso bastardo.

    Era stato a un passo così dall’azzannargli la giugulare.

    Quasi …

    La sua gente doveva aver scosso qualche alveare di troppo e attirato l’attenzione dei calabroni.

    Fine della caccia.

    E adesso non poteva nemmeno servirsi della testa di Brim per incassarne la taglia.

    Puttana Huuma.

    Supponeva che anche il resto della banda si stesse dissolvendo qua e là, Amigdala compreso.

    Peccato. Gli sarebbe piaciuto tanto schiacciargli il cranio con le sue zampe, per il disturbo e il tempo che gli aveva fatto perdere.

    Si grattò seccato dietro l’orecchio, quindi annusò l’aria.

    L’odore di carne decomposta copriva tutto il resto. Se pure c’era stata qualche traccia di quel pezzo di merda nelle vicinanze, era andata definitivamente perduta, anche per uno con il suo fiuto.

    Colpì con un calcio il cadavere sfrigolante. Il teschio si staccò dal resto dello scheletro e rotolò via, lasciando dietro di sé una scia nerastra. Si polverizzò prima ancora di andare a frantumarsi contro un muro, con un crepitio simile a una risata di scherno.

    Una risata gli bussò nel cranio, riportandogli alla mente qualcosa che fino a quel momento gli era stato nascosto dalla paura e la rabbia.

    Cercavano qualcosa.

    Prima di accelerarne la putrefazione per ripicca, lo avevano perquisito per bene. Immaginava gli avessero frugato anche nel cervello, a giudicare dalle urla laceranti che aveva sentito nel suo rifugio di stracci abbandonati. Di solito gli Arcangeli non erano così meticolosi, né così lenti nell’uccidere.

    Erano arrabbiati, e frustrati, quindi la loro missione non si era risolta come speravano.

    Ma è solo questione di tempo.

    Oppure no?

    Non li aveva mai visti arrabbiati, segno che qualcosa … o qualcuno era sfuggito alla loro ispezione. E nessuno sfuggiva mai agli Arcangeli. A meno che …

    Ghignò.

    La sua era solo una supposizione, ma che aveva da perdere?

    Quei bastardi volanti erano alimentati dalla luce e dal calore del sole, nel freddo buio delle profondità, lontani dalla loro sorgente vitale, sarebbero stati ciechi, deboli e inermi come bambini. Inoltre, la loro preveggenza artificiale non riusciva a scandagliare il sottosuolo, il che poteva spiegare la loro furia inusuale.

    Un limite certo, ma chi sarebbe stato così sciocco da andarsene a zonzo per sempre nel livello zero, sperando che magari un giorno gli Arcangeli si dimenticassero di lui?

    Ma Amigdala era un folle, giusto? Anni di botte e sangue nelle Arene gli avevano intaccato il cervello, nonché ogni traccia di lungimiranza, e di quella salutare paura che serve a restare vivi.

    Per questo molti di quelli che gli avevano dato la caccia erano crepati. L’esperienza serve a poco contro una bestia chiusa in un angolo.

    Forse la sua era solo una sciocca speranza, ma che aveva da perdere, a quel punto?

    Si sarebbe fatto una passeggiata al fresco nella peggiore delle ipotesi, lasciandosi cullare dall’adrenalina mentre si muoveva a tentoni nel buio.

    Ma se aveva ragione …

    Ridacchiò, raccolse qualche resto annerito dello spolverino di Brim, se lo mise in tasca e controllò che Ultimo Saluto fosse ancora al suo posto, dietro la schiena. Il suo peso micidiale gli ridiede coraggio.

    Se aveva ragione, la taglia che avrebbe guadagnato sulla testa di quel fottuto sarebbe stat