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La Fabbrica dei Santi: Come la Chiesa fa cassa con superstizioni e ambiguità

La Fabbrica dei Santi: Come la Chiesa fa cassa con superstizioni e ambiguità

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La Fabbrica dei Santi: Come la Chiesa fa cassa con superstizioni e ambiguità

Lunghezza:
265 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
18 giu 2021
ISBN:
9788833801292
Formato:
Libro

Descrizione

La Chiesa cattolica è stata una fabbrica di santi a partire dal IV secolo, per sostituire se stessa al paganesimo senza provocare scossoni nella mentalità popolare e procurarsi una continuità di fedeli.

Il pantheon pagano era popolato da innumerevoli dèi, ma l’ebraismo dal quale il cristianesimo derivava, non solo non aveva “santi” ma proibiva la riproduzione delle immagini divine.

Così, il secondo Concilio di Nicea, nel 787, trovò il modo per ovviare a questo divieto, stabilendo la differenza tra “adorazione” (riservata solo a Dio) e “venerazione” (da tributare ai santi). In tal modo, la Chiesa cristiana poté continuare a lucrare sulle devozioni e a elevare all’onore degli altari personaggi in maggioranza ambigui.

Tale eredità è stata raccolta dalla Chiesa cattolica, il cui Nuovo Catechismo, pubblicato nel 1992 e revisionato nel 1999, fornisce un esempio di come l’istituzione continui a cantarsela e suonarsela a proprio piacimento.

In questo libro scoprirai:
  • Le regole delle canonizzazioni: per diventare santi basta pagare e compiere un miracolo «di terzo grado».
  • La demonizzazione del sesso è alla base dei “segni “ che preludono alla santità dei mistici (e non solo).
  • Alcune biografie di psicopatici, di vittime di una follia collettiva e di impresentabili di cui trabocca il calendario liturgico.
  • Il battesimo come spersonalizzazione e contratto di obbedienza e sottomissione alla Chiesa.
  • E molto altro ancora...
Editore:
Pubblicato:
18 giu 2021
ISBN:
9788833801292
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

La Fabbrica dei Santi - Laura Fezia

Ringraziamenti

Desidero ringraziare il dottor Alfonso Mastropietro, specialista in neurologia psichiatrica, per la preziosa consulenza prestatami nello scrivere il capitolo Psicopatologia della santità.

Prefazione

La storia si svela a chi ha gli strumenti, ma soprattutto la volontà e il coraggio, per accedervi e intende farlo senza filtri, affrancato dai condizionamenti della tradizione e della storiografia apologetica che racconta ma nasconde, perché non può fare diversamente.

Così procede l’autrice che, ricca degli studi condotti negli anni e supportata dal suo coraggio che la connota come una vera combattente, mette tali strumenti a disposizione di chi, con animo libero, intende osservare il mondo con il disincanto e la disponibilità al vero, quale esso sia: in questo caso, la storia di una istituzione che ha condizionato e condiziona il mondo da due millenni.

Una istituzione che non a caso si presenta come costituita da pastori che si devono occupare del gregge di pecorelle racchiuse in un recinto apparentemente protettivo, rassicurante, che fornisce risposte facili a questioni difficili ed esime le pecorelle stesse dalla fatica (certo onerosa, ma liberatoria) tipica di chi riflette in totale autonomia.

L’autrice ci pone di fronte alla triste situazione in cui i componenti del gregge non sono in grado di, o non vogliono, vedere lo stato in cui si trovano e ne sono talmente coinvolti da arrivare a difendere i loro padroni.

Le informazioni documentate che Laura Fezia pone alla nostra attenzione dovrebbero farci riflettere su un dato di fatto che si presenta in forma di domanda articolata: perché il pastore si prende cura delle sue pecorelle, perché si occupa del loro benessere, perché le difende dalle aggressioni dei predatori?

La risposta è drammaticamente illuminante.

Perché a servirsene deve essere lui e solo lui: lui ne deve ricavare la lana, lui ne deve consumare il latte e, al termine del loro ciclo, lui le deve sacrificare per mangiarle.

Le violenze e gli inganni perpetrati nella storia hanno sempre avuto un fine preciso: creare un sistema di potere che producesse ricchezza e, con il meccanismo delle promesse/minacce e delle rinunce/speranze, tenesse sotto controllo gran parte dell’umanità.

È inquietante osservare come gli elementi e le azioni poste in essere, assumano significati e ruoli di importanza impensata all’interno di questo sistema fabbricato per ammaestrare e dominare intelligentemente schiere di milioni di individui, che vi aderiscono tanto ingenuamente quanto spontaneamente, consegnandosi nelle mani dei loro carnefici.

La capacità camaleontica dei detentori di questo subdolo sistema di potere, mascherato da strumento salvifico (da cosa poi?), si dipana sotto gli occhi del lettore, che con sempre maggiore chiarezza giunge a scoprire che è proprio il pastore a scannare (sia pure anche solo in via metaforica soprattutto nei tempi moderni) la pecora, e a utilizzarla presentandosi nelle vesti del difensore: scopriamo in realtà che il lupo da cui dobbiamo affrancarci è proprio il pastore.

Il testo fornisce (come sempre avviene nei libri dell’autrice) una ricca e precisa documentazione storica con la successione delle varie scelte, disposizioni, dichiarazioni e imposizioni che hanno caratterizzato la vita della Chiesa nel corso dei secoli, con preciso riferimento alla creazione della figura del santo: una immagine così lontana da ogni riferimento nei testi cosiddetti sacri che può essere accettata esclusivamente nell’ambito della gestione tipica del gregge che prevede l’imposizione – e la conseguente accettazione acritica – di presunte verità date per assolute e documentalmente giustificate.

Scrive l’autrice: «I credenti sono come quei bambini che hanno paura del buio e – in generale – di ciò che non conoscono. Hanno pertanto bisogno di essere rassicurati, di qualcuno che tenga loro la mano, li protegga e li accompagni attraverso quella selva oscura che è la vita, terrena e, soprattutto, ultraterrena».

Si scopre così che – con questa volontà di tenere per mano e indirizzare – si arriva a santificare ciò che il normale buon senso farebbe definire frutto di patologie di varia natura, virtù date per scontate ma inesistenti; si arriva patologicamente a santificare la negazione delle più sane pulsioni naturali producendo così effetti dannosi sulla psiche di parte dei fedeli, quella minoranza che è particolarmente debole e indifesa di fronte al potere che si auto-afferma con il crisma della infallibilità o quanto meno della indiscutibilità della sua stessa esistenza.

La definizione di santo che Laura Fezia inserisce nella INTRODUZIONE è quanto mai illuminante e già di per sé sarebbe sufficiente a chiarire la assoluta illusorietà di tutto ciò che su quel concetto è stato arbitrariamente costruito al fine di (uso ancora una espressione cara all’autrice) fare cassa ma non solo, spiega l’autrice là dove ci dice che

«oltre a quello del lucro spudorato, la fabbrica dei santi presenta anche un altro aspetto oscuro, forse ancora più pericoloso: contribuisce a mantenere nell’ignoranza e nella superstizione milioni di fedeli, del tutto ignari di come questa sia stata creata nei primi secoli del cristianesimo come mezzo di controllo delle coscienze. Uno dei tanti».

Il tutto attraverso l’utilizzo di un meccanismo che il libro spiega con chiarezza inequivocabile: il lettore vi troverà pagine davvero illuminanti perché incontrovertibili e relative anche a figure molto conosciute, personaggi appartenenti alla iconografia buonista diffusa senza alcun rispetto per la verità dei fatti.

Decine di figure emergono così nella loro storica e personale realtà.

Da Teresa d’Avila a Padre Pio, da Caterina da Siena a Escrivà de Balaguer… fino a madre Teresa di Calcutta, che viene qui presentata nella sua vera e negativamente sorprendente dimensione fatta di

«ottusità e fanatismo… totale assenza di umanità… inossidabile convinzione di come la sofferenza degli ultimi fosse una fortunata condizione per redimere i peccati del mondo… battesimi somministrati a inconsapevoli malati terminali induisti o musulmani… terribili condizioni igienico-sanitarie dei suoi ospedali… divieto al personale medico e infermieristico di ricorrere ad antidolorifici e antibiotici… riutilizzo di siringhe e aghi senza disinfezione… idee retrograde… autoritarismo».

I santi vengono svelati qui nella loro nudità più disarmante e nella funzione puramente mercantile di «ambigui testimonial di santaromanachiesa», costruzioni artificiose che devono risultare adatte al target cui sono indirizzate

«per potenziare sempre di più la trappola nella quale una holding della spiritualità, che si spaccia abusivamente come depositaria della Parola rivelata dall’unico vero Dio, imprigiona milioni di coscienze da più di duemila anni».

Questo è dunque un libro scritto per chi ha desiderio di capire prima di credere e chi condivide questo atteggiamento – che dovrebbe per altro caratterizzare ogni persona dotata di normale buon senso – non ha che da proseguire e immergersi nella lettura di pagine che fanno giustizia di tanta falsità, restituendo veridicità alla storia passata e consentendo una maggiore comprensione dei condizionamenti che operano pesantemente nel nostro presente.

MAURO BIGLINO

Premessa

I credenti sono come quei bambini che hanno paura del buio e – in generale – di ciò che non conoscono. Hanno pertanto bisogno di essere rassicurati, di qualcuno che tenga loro la mano, li protegga e li accompagni attraverso quella selva oscura che è la vita, terrena e, soprattutto, ultraterrena.

Santaromanachiesa rappresenta esattamente questo per il proprio tremulo gregge: una risposta consolatoria alla paura della morte, un’amorevole giustificazione delle tribolazioni, una rasserenante espiazione dei sensi di colpa che lei stessa ha abilmente indotto.

Il Dio veterotestamentario non era certamente adatto a ricoprire il ruolo di padre premuroso e indulgente: anzi, nel leggere l’Antico e il Nuovo Testamento, a qualsiasi individuo dotato di un minimo di buonsenso verrebbe spontaneo domandarsi se i due testi parlino dello stesso Dio, tale è la contraddizione che emerge mettendo a confronto i personaggi; basta scorrere alcuni passi di Esodo, Deuteronomio, Levitico, Numeri¹ e altri libri, per rendersi conto che l’identificazione provoca seri problemi, anche se i solerti interpreti delle Scritture, posti di fronte a orrori e massacri, si giustificano con le comode categorie della metafora o dell’allegoria.

Paolo di Tarso, che può essere definito in molti modi, ma non come uno sprovveduto, si accorse che non avrebbe potuto vendere Yahweh nudo e crudo ai gentili, senza affiancargli un affabile addetto alle relazioni con il pubblico – alto, biondo, con gli occhi azzurri – e costruì questa figura appropriandosi di una vicenda che aveva riguardato esclusivamente il popolo ebraico, ma che, opportunamente rimpannucciata, servì egregiamente alla causa e ne decretò il successo.

Gesù, quindi, fu il primo intermediario tra il Dio cristiano e il suo popolo, cui, in seguito, si aggiunsero altri personaggi: Maria e i santi, il cui numero andò espandendosi a dismisura e oggi conta alcune migliaia di nomi, che non possono essere quantificati con esattezza poiché in continua evoluzione. In tal modo, con il tempo, il Redentore riuscì ad avvalersi di una équipe di collaboratori e i credenti poterono affidarsi alla figura più adatta alla bisogna, in una rete pressoché infinita di intermediari e intercessori specializzati.

Nelle pagine che seguono, vedremo perché e come la Chiesa riuscì a liberarsi dello scomodissimo precetto che il severo Yahweh aveva dettato a Mosè:

«Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra»²

e a creare quello che è uno dei suoi più redditizi business di tutti i tempi mantenendo il proprio gregge in una devota, timorosa sudditanza, conditio sine qua non per il controllo totale delle loro coscienze e dei loro portafogli.

È necessario ribadire infatti, poiché è argomento ostico da digerire, che alla Chiesa, santa, cattolica, apostolica romana, importa assolutamente nulla di quella presunta salvezza delle anime dietro cui si nasconde: la Chiesa è, è sempre stata e sempre sarà una holding, il cui unico interesse è il profitto.

Quando, finalmente, i credenti si renderanno conto di questa lampante realtà, sempre più supportata da documenti, se lo vorranno saranno tranquillamente liberi di continuare ad avere fede nel divino, cui potranno attribuire le caratteristiche che desiderano, ma smettendo di farsi infinocchiare da un’istituzione che ha al suo attivo oltre duemila anni di crimini e di imbrogli: il culto dei santi, cui questo libro è dedicato, ne è solo l’ennesimo esempio.

Introduzione

Cos’è la santità, cosa vuole dire santo?

Andando a cercare l’etimologia della parola – esercizio che sarebbe sempre utile compiere se si vuole veramente comprendere di cosa si sta parlando – si scopre che santo deriva dal latino sanctus, a sua volta participio passato del verbo sancīre, che tra i suoi molti significati ha quelli di decretare, separare, riservare, dedicare, confermare³. Il santo, quindi, è colui il quale, in base a speciali virtù, dette eroiche, è separato dal novero dei comuni mortali.

In ambito cattolico, ovviamente, tali virtù sono esclusivamente quelle stabilite da santaromanachiesa, che ratificano la raggiunta perfezione di un individuo e gli conferiscono una sorta di corsia preferenziale nel dialogare con il Padreterno per ottenere grazie; gli innumerevoli santi che riempiono il calendario liturgico sono personaggi la cui esistenza viene proposta come modello di vita cristiana.

Avremo occasione di vedere, nelle pagine che seguono, come tale pretesa possa spesso suscitare più di una perplessità.

Quando Paolo di Tarso inaugurò la sua nuova religione, appropriandosi indebitamente della figura di un rabbi condannato a morte una trentina di anni prima e intorno al quale si era creata una ricca comunità, decise che dovevano essere ritenuti santi tutti coloro che avrebbero aderito alla sua proposta di salvezza. Lo dichiarò nell’incipit della lettera agli Efesini:

«Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, ai santi che sono in Efeso, credenti in Cristo Gesù: grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo»⁴.

Nell’Antico Testamento, invece, era santo solo Yahweh e il termine veniva usato proprio nel suo significato di separato, come la radice semitica indica⁵. La definizione, però

«non è sinonimo della sua trascendenza – precisa Cathopedia⁶ – perché si parla di questa santità irraggiungibile nei contesti di amore e perdono, di tutto ciò che ha fatto per colmare quella infinita distanza che lo separa dall’uomo».

Santi erano, inoltre, i luoghi abitati dall’Altissimo, quelli a lui dedicati, i mezzi di cui egli si serviva per manifestarsi e ciò che gli era consacrato, compreso il popolo eletto nel suo insieme, come viene chiarito nel Deuteronomio:

«Tu [Israele] sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla Terra»⁷.

Nessun singolo comune mortale era santo nell’Antico Testamento: al massimo, poteva essere giusto, ossia osservante al 100% della Legge, delle 613 mitzvot, le regole dell’Alleanza dettate da Yahweh in persona a Mosè e ridotte a dieci nei Comandamenti della Chiesa cattolica.

Dunque, anche in questo caso Paolo prese le distanze dalle Scritture, salvandone solo quel tanto che gli serviva per non giocarsi il target ebraico e – come nel caso del peccato originale – interpretandone alcuni passi a proprio uso e consumo. Fu lui per primo a separare i suoi clienti dal resto del mondo facendone una élite, conferendo loro una qualità che per gli ebrei era attribuibile solo a Dio.

Grazie all’abile operazione di marketing dell’Apostolo delle genti che fece leva sulla paura della morte, la più terrificante per l’uomo, ponendo la risurrezione al centro della sua dottrina, grazie ai successivi ampliamenti che ne fecero i vangeli – falsi documenti abilmente fabbricati ad hoc – e alla potenza economica raggiunta in breve tempo dalla comunità⁸, il cristianesimo invase l’Impero romano e in soli quattro secoli lo conquistò, preparando il terreno alla sua completa distruzione. Infatti quando, nel 476, Odoacre depose l’ultimo imperatore Romolo Augusto e lo imprigionò a Napoli, a Castel dell’Ovo, della potenza di Roma, gloriosa caput mundi, non restava che un pallido fantasma, facilmente aggredibile. Le orde barbariche, cui i libri di scuola attribuiscono la responsabilità dell’annientamento di circa milleduecento anni di Storia, non sarebbero riuscite nel loro intento se non si fossero trovate ad affrontare uno Stato irrimediabilmente minato da una strategia sottile, partita dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme del 70 e accortamente costruita sfruttando le idee geniali di Paolo.

Trascorsero ancora cinquant’anni anni circa e il monaco Dionigi il Piccolo, nel VI secolo, cancellò anche l’ultima traccia di Roma, che contava gli anni con la formula ab Urbe condita⁹, ossia assumendo come riferimento la propria fondazione¹⁰, dividendo il tempo in due periodi: prima e dopo la nascita di Cristo¹¹.

A partire dal 313 e dall’editto di Milano di Costantino, ma soprattutto dal 380 e dall’editto di Tessalonica emanato da Teodosio¹², la Chiesa cristiana si accorse di avere urgente bisogno di santi: comprendendo che l’abbattere templi e il distruggere icone pagane avrebbe potuto destabilizzare il popolo, creando uno spaventoso vuoto e minandone la fiducia, decise di sostituire gli antichi dèi con le proprie figure di riferimento.

Ma quali?

Il Pantheon pagano era incredibilmente affollato, dunque occorreva inventarsi qualcosa alla svelta: Gesù, nelle sue varie denominazioni, non bastava e così vennero ripescati non solo Pietro, Paolo e gli altri apostoli, ma anche i primi martiri, che furono definiti santi e resi titolari di altrettante chiese, sorte sulle macerie dei templi pagani. Furono velocemente rispolverati gli angeli, trasformando in esseri incorporei i concreti messaggeri dell’Antico Testamento e promossi gli evangelisti, sorvolando sul fatto che Marco, Matteo, Luca e Giovanni non erano stati gli autori materiali dei testi canonici riconosciuti come i soli autentici dal Concilio di Nicea del 325, ma poi la corsa al ricambio si arrestò contro un ostacolo apparentemente insormontabile. Se sostituire i vari dèi non era stato difficile, come proporre un’alternativa alle dee e soprattutto alla Dea Madre, il cui culto era ben vivo nella popolazione? Non ritenendo le martiri degne del ruolo e non trovando, nei sacri testi di Nicea o in altre Scritture, alcuna figura femminile divina o divinizzabile, la Chiesa cristiana se ne inventò una, la più presentabile tra tutte le pie donne evangeliche: nel 431, il Concilio di Efeso nominò Maria di Nazareth «Θεοτόκος»¹³, Madre di Dio e la sostituì senza imbarazzi alla Dea Madre pagana, dando inizio alla devozione mariana, ulteriormente aggiustata nel 553 dal secondo Concilio di Costantinopoli, che dichiarò Maria «ἀειπάρθενος»¹⁴, sempre vergine (prima e dopo concepimento e parto)¹⁵.

Ebbe origine e si consolidò anche, in quegli stessi anni, un’altra sostituzione di usanze pagane, ossia la macabra pratica delle reliquie, iniziata dalla pia Elena¹⁶, madre dell’imperatore Costantino: non solo oggetti o capi d’abbigliamento, ma ossa, sangue rappreso, peli, capelli, parti di membra, di pelle e di visceri appartenuti ai novelli santi, sostituirono gli amuleti e i talismani del paganesimo, esattamente con lo stesso significato apotropaico. Alcuni vescovi si premurarono di arricchire le loro diocesi con i resti di qualche martire, a volte miracolosamente ritrovati con eccezionale scelta di tempi, facendo costruire chiese apposite e inaugurando devozioni a non finire, fonte di offerte per ottenere grazie.

In questa corsa alla sostituzione, però, vi fu un increscioso intoppo, che provocò roventi discussioni e minacce di inopportune faide: l’ebraismo, dal quale il cristianesimo aveva avuto origine, proibiva la realizzazione delle immagini di Dio e suoi derivati, ma – come ho già detto – non sarebbe stato prudente destabilizzare la mentalità popolare, abituata alle decine di icone pagane. Come risolvere il problema, dando un colpo al cerchio e uno alla botte? Ci pensò il secondo Concilio di Nicea, convocato nel 787 dall’imperatrice d’Oriente Irene¹⁷ dietro sollecitazione di papa Adriano I, a districare l’ingarbugliata matassa. I padri conciliaristi fecero uno dei tanti capolavori di equilibrismo clericale, magistralmente descritto dal nuovo Catechismo della Chiesa cattolica, la cui prima edizione risale al 1992:

«Non ti farai alcuna immagine scolpita…».

L’ingiunzione divina comportava il divieto di qualsiasi rappresentazione di Dio fatta dalla mano dell’uomo. Il Deuteronomio spiega:

«Poiché non vedeste alcuna figura, quando il Signore vi parlò sull’Oreb dal fuoco, state bene in guardia per la vostra vita, perché non vi corrompiate e non vi facciate l’immagine scolpita di qualche idolo» (Dt 4, 15-16).

È il Dio assolutamente trascendente che si è rivelato a Israele. «Egli è tutto», ma, al tempo stesso, è «al di sopra di tutte le sue opere» (Sir 43, 27-28). Egli è «lo stesso autore della bellezza» (Sap 13, 3).

Tuttavia, fin dall’Antico Testamento, Dio ha ordinato o permesso di fare immagini che simbolicamente conducessero alla salvezza operata dal Verbo incarnato: così il serpente di rame (Nm 21, 4-9; Sap 16, 5-14; Gv 3, 14-15), l’arca dell’Alleanza e i cherubini (Es 25, 10-22; 1 Re 6, 23-28; 7, 23-26).

Fondandosi sul mistero del Verbo incarnato, il settimo Concilio ecumenico, a Nicea (nel 787), ha giustificato, contro gli iconoclasti, il culto delle icone: quelle di Cristo, ma anche quelle della Madre di Dio, degli angeli e di tutti i santi. Incarnandosi, il Figlio di Dio ha inaugurato una nuova «economia» delle immagini.

Il culto cristiano delle immagini non è contrario al primo comandamento che proscrive gli idoli. In effetti, «l’onore reso ad un’immagine appartiene a chi vi è rappresentato»,(San Basilio Magno, Liber de Spiritu Sancto), e «chi venera l’immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto» (Concilio di Nicea II, Definitio de sacris imaginibus). L’onore tributato alle sacre immagini è una «venerazione rispettosa», non un’adorazione che conviene solo a Dio:

«Gli atti di culto non sono rivolti alle immagini considerate in se stesse, ma in quanto servono a raffigurare il Dio incarnato. Ora, il moto che si volge all’immagine in quanto immagine, non si ferma su di essa, ma tende alla realtà che essa rappresenta» (San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae).

Al termine di questa dotta disquisizione, infarcita di illustri citazioni, il testo fa una sintesi di quanto appena esposto, per essere certo che i fedeli abbiano capito bene: in essa ricorda tutti i doveri del buon cristiano, ribadisce la sua libertà, confermata dal Concilio Vaticano II con la dichiarazione Dignitatis humanae, «di professare liberamente la religione sia in forma privata che pubblica»¹⁸, afferma con forza che

«La superstizione

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