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Primo Foglio

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Primo Foglio

Lunghezza:
195 pagine
3 ore
Pubblicato:
9 giu 2021
ISBN:
9791280095091
Formato:
Libro

Descrizione

Primo dei quattro volumi che raccolgono i Monologhi scritti per Il Foglio Quotidiano dal 1998 al 2004.
"Considero quei tempi bei tempi per la stampa".
Pubblicato:
9 giu 2021
ISBN:
9791280095091
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Primo Foglio - Pasquale Panella

(1998-2000)

Andiamo a innamorarci, per favore

Andiamo a innamorarci, per favore. Così si fa sennò si scimunisce. A innamorarci quando? Quando accadono cose in cui l'attesa ha un peso, peso pesante che rotola, gravemente rotola, accumulando competenze, pezze e stracci d'attinenze e pertinenze, e questa palla va, accelera, si slancia, finché alla fine sbatte col muso suo di palla contro un palo che è meno di un modo di dire (i paletti, i paletti: mettere i paletti, che giocosa malignità) però è sonoro in fronte e, dopo il palo, principia un'altra corsa, un'altra scivolata, un'altra vigilia ad aspettare un che, un qualcosa, un chi. Prendiamo un popolo che è costretto a tutto, un popolo in attesa. Che escano i numeri e che il danaro cresca. Grosse falde, grandi pezzi di telegiornali cifrano vie crucis monetarie: povere criste e cristi con la Borsa alle spalle, inchiodati ai crocevia economici, con sulle labbra sbavaggi cremosi del tot virgola un tanto, col sorcio in bocca del future, sciorinano rosari, mementi, litanie, valori (e la preghiera c'entra, sì che c'entra, se tutto è guadagnarsi un regno). Manila, Singapore, grandi chimere, la stupefacente Kuala-Lumpur (Malaysia): l'umido e il verde, largo e grondante: questi posti che soprattutto senza andarci esistono costanti e in stormi stravolatili nelle pratiche menti fantasiose di un popolo giustamente pigro, questi posti sono diventati investimenti: il Far East. E tutti competenti lì in attesa, di salite, discese, lo yen quanto s'è mosso... quegli occhi, occhi di un popolo che si inebetisce e si muove un milione alla volta e intanto lascia in mano alla fortuna deficiente cinquanta miliardi e resta nell'apprensione di invidiare. La borsa è la vita, l'invidia è l'attesa. E bisogna aspettare, aspettare, e non il medio, meglio il lungo. Popolo da sera, teoricamente acchitato ma senza andare dove. Occhi tristi perché solo speranzosi, occhi di un popolo al quale è per intanto cresciuta la coda alla ricevitoria. È un giro, non si sente che questo, così se la mordono la coda, è tutto un giro... loro... quelli là, quelli là... Ma quelli chi? Le nuvole. Ho visto una nuvola, malinconica di una credibile malinconia, presentare un governo. E le nuvole dell'opposizione, di gesso, nuvole tutto petto, con le labbra sottili di chi se la prende prima con sé stesso perché la malinconia non è offensiva, e quindi è inconfutabile, non si può contraddire. Poi tutto si fa con le spine nel fianco. Perfino, anche, l'ingovernabile amore. Quale è l'assedio, il più insostenibile? Quello che ti circonda di pretese, di ricatti quasi, e le pretese avanzano per le vie mediane, quelle prudentemente perfide, scostanti che t'accostano, lascive con un senso di senile, scivoloso nel costrutto. Mentre lo strutturalismo, che è sempre un bello stato d'animo – e l'anima sua nuvola: il formalismo russo – ormai s'incontrano nella teoria e i suoi concreti mutamenti solo sui campi di calcio. Ma anche lì l'attesa può illividire la vita: il pareggio in casa zero a zero, il golletto e la sua doppiezza, tra quindici giorni il ritorno. Poi la fine arriva con l'ultimo secondo dopo il quale è tutto, di botto, passato; non si sa più come soddisfarsi veramente o veramente dolersi di un risultato o del suo contrario; poi un'altra fine ricomincia a lavorare. Le solite pallose palle al centro, questo è il problema. Programmatici livori e rodimenti negli spogliatoi delle signore: non quale governo è nato ma quale governo cadrà ai miei piedi. Finché i tuoi occhi non mi piangeranno: questo è un buon programma. Andiamo a innamorarci, a far l'amore dopo aver mangiato insieme gli gnocchi. Il tempo correrà, silenziosa sarà ogni emittente, il danaro la finirà di far lo scemo, scendendo e risalendo sul cardiogramma di un grafico. Se nessuno lo guarda, a che gli serve fare il miraggio o l'incubo tutto da solo? Conosceremo i risultati all'improvviso, in un istante da stampa giapponese, ideogrammi, e in più un bastante haiku del drastico, grande poeta Zeman, per il quale la vita è un gioco e la vittoria un equivoco nel quale far cadere l'avversario: le palle alte/ sono cose che volano/ sono cose del cielo. Ma ignoreremo la pallosissima diretta dei numeri estratti sulla piazza di Roma. Andiamo a innamorarci, per favore. Il mio pensiero corre a Lilia Brik, questo nome con gli accenti sulle i.

Cosa combina il tempo

Cosa combina il tempo. Allontana le cose dal corpo, dal corpo le strappa come lattughe, sedani, cipolle, carote, pomodoretti da spaccare con le mani. Dal corpo quando è un orto tra le brume, quelle slinguate albine di vapori che strisciano sopra i terreni umidi e neri e sopra le verdure gonfie e viola. Dal corpo tra le nebbie di fantasma, e ogni estrazione di radice o frutto produce, nella fumea bagnata, un buco che si eleva. Mi viene in mente una citazione sulla bocca del mio amore, perché il mio amore ce l'ho sempre in mente, una citazione da un film di morti vivi che è venuto assai dopo di me, dice la citazione (la bocca del mio amore dice): ho attraversato gli oceani del tempo per eccetera eccetera... ecco, un'enfasi così, come la terra è piatta o no: la terra è tonda. Cinema, inquadrature. Parole che aprono, spalancano le nostre bocche ai bacioni. Porcaccia la miseria, io non sono Bond, Henry James Joyce Bond eccetera, io sono Bruno, Giordano Bruno. Non sono un Dedalo e nemmeno un Ulisse, non sono Americhèno, non sono il ritratto della signora Isabel mentre dice Il mondo è molto piccolo per dire qualche cosa, a caso, per sentirselo dire, per sentirlo arrivare lì come una voce, quel che dice, lì dove è lei, immersa in un mare enorme di mondo senza fondo. Quante creature in attesa di romanzo. Ma l'universo è capitato a me. La storia m'ha sbattuto tra i corpi celesti. Come un poeta rimbambito d'amore m'ha fatto scendere a patti con un sasso, la luna. Non più la luna è cielo a noi, che noi alla luna, una cosa da amante, che mille e mille amanti avevano, prima di me, già detto. Le stelle intorno alla luna bella: questa è Saffo, e dentro di lei la luna è il centro dell'universo, non la terra che è un occhio bagnato di pioggia piangente, d'addolorata rotondità. Non sarà un'eresia come la mia ma mica è poco forte: un sasso, bianco come un osso, il centro. Quindi è una superficie non convessa il cielo, sopra la piattezza piattamente umana. C'è baraonda di circonferenze: l'occhio che aspetta che il suo amore appaia, la luna intransigente, bianca e tonda, come dell'occhio quel ribaltamento nel godìo, eppure sua smentita solitaria (c'è nelle cose un senso del contrario), il firmamento circolare e soli, accesi come il sole e più del sole o meno; e quindi terre, e lune sulle terre con le stelle intorno, e cerchi che s'intersecano ai cerchi, insomma l'infinito ma finito in una infinità che poi finisce, finisce sempre per continuare. Questo in un verso solo. Più eretico di così si muore, infatti la poetessa, l'uomo, l'umanità è eretica per natura, sempre più di così, e perciò muore. Va bene, dico, va bene, pace. Aspetto l'amor mio e lei mi aspetta, ci diamo appuntamento sotto un obelisco e andiamo a dirci, a farci le parole. Porca miseria, già tutto è difficile, cosa c'entra la chiesa?, l'inquisizione? In mezzo alle nostre parole d'amore cosa c'entra? Ora io faccio un mestiere, che è quello di avere la testa oltre le nuvole. Lei mi dice Mi manchi e io le dico No, io non ti manco, è che mi tocca di montare al cielo, di tra le stelle fisse che fisse non sono. Lo sai cosa vuol dire conoscere questo: che tutto si muove, che tutto si muove?, e che non c'è un corpo né al mezzo né all'estremo, dentro quest'infinito che non ha nemmeno un dentro? Che tra due corpi c'è sì una relazione però se intenzionale: questo vuol dire. Intenzionale, pensa, tra due corpi, in uno stramiliardame miliardosissimo di corpi, persi dentro un'enormità talmente tanta che pare quasi il nulla. E io non volevo che quasi aver ragione per stare stretto a te, ma anche la chiesa voleva averla, e non quasi, la ragione, e non tutta, ne voleva troppa. Io insomma sragionavo mentre loro, tic toc, colavano goccia a goccia. La ragione troppa, oleosa, pesante, di cui erano imbevuti i paramenti, strizzati poi da lente e cardinalizie lavandaie, e che stiticamente sgocciolava, snervante, piano piano, accorta di non svegliare troppo i tempi. La ragione vera, quella loro, appunto ragionevole, minuziosa, prudente. Quella vocazione per l'errore, però plausibile, accettabile, conveniente, basta che sia il centro di qualcosa. La chiesa sbaglia sempre ma con anni, secoli di anticipo, secoli misurati, lungimiranti sui propri opportuni e puntuali ravvedimenti. Investe. Invece io, che vorrei correre da te, subito, adesso, io... Io proibisco che mi si chieda scusa. Bruciando, le mie urla trafissero l'inferno e lo gelarono, slittarono sul ghiaccio verso il cielo, lancinanti tanto che per l'attrito il paradiso avvampò, esplosero tutti i gas di tutte le anime. Le cose stanno così, adesso. Amore mio, vorrei vederti presto. Questo m'importa più che essere assolto. Sono stato incenerito vivo, posso benissimo squagliarmi per amore.

Non hai segreti per me

Non hai segreti per me ma hai i piedi freddi perché, amore, dire le cose è così, cercare di dirle tutte è così: immergere i piedi in un'acqua che scorre. A differenza dei pesci noi non siamo completamente immersi, e a differenza degli uccelli non possiamo, soltanto battendo le braccia, trapassare in un altro elemento. Succede solo se ci rendiamo ridicoli, se entriamo in un chiuso corridoio con le poltrone, un corridoio con ali surrealiste, quasi penetrando nella ricostruzione di un onirosauro, un delirio fossile che forse aveva il becco di un Concorde. Ti ricordi quando, guardando gli aerei, capimmo cosa era, cosa è preistoria? Questa nostra vita lo è. E non avendo visto mai un sottomarino, vero e nell'esercizio delle sue immersioni? Non avendolo mai visto, che ci manca? Poco o nulla perché armiamo continuamente flotte subacquee: i nostri sogni, le nostre piccole manie di grandezza. Immergiamo in bui profondi certe dolcezze a volte troppo forti, troppo calde ancora e assai struggenti, colanti in belle bolle, e certi dolori per i quali, prendendoli sul serio come se fossero inviti accademici, non ci sentiamo ancora pronti. E perdiamo tempo, io cambiando una camicia dopo l'altra, tu rotando una gonna per avere la chiusura sopra i glutei, dopo che l'hai serrata sul davanti, ma poi ripeti tutta la manovra. La sfili come scavalcando un cerchio. Così noi ritardiamo e arriva il buio, nel quale discendono, chiusi nelle lattine per alimenti, tanto care alla pop-art, dolori con dolcezze, e il tempo perso come conservante. Per me non vuoi avere segreti, ma le parole hanno le loro remore, le loro testardaggini da prime della classe, la loro lezione a memoria, i loro catechismi, la loro storia per partito preso, conoscono le capitali di ogni stato, il prezzo dei broccoletti in data odierna, nascondono trappole da guerriglia lungo il percorso obbligato di una frase, ti fanno dire non volevo dire questo dopo che l'hai già detto, o non hai capito bene o non mi sono spiegato, frasi che si trascinano come sedie, e si spostano da sole in stanze senza mobili nelle quali un interrogatorio segue l'altro. Le parole sanno tutto. E spesso, quasi sempre, a noi sfugge che lo sanno. E noi crediamo di manovrarle come leve di primo grado: la potenza e la resistenza ai due estremi e il fulcro in mezzo. Crediamo siano pinze, forbici, tenaglie, per prendere e per stringere e tagliare. Lasciamo la solitaria volgarità di sollevare il mondo ai cinici che non hanno più nulla da chiedere se non una lucrosa apocalisse. Lasciamo l'illusione centrale di potenza a chi sfoga la propria isterica malignità come nervosa voglia di scherzare. Ma basta, come tu dici, parlare d'altro. Questa frase è seguita da un sospiro, da un aria attirata su nel naso, perché chiunque vorrebbe inebriarsi con l'ossigeno puro, e non pensarci più, pensare a niente. Non vuoi avere segreti per me ma hai i piedi freddi. E dici ho sempre il tuo nome in bocca, il tuo nome sulle labbra. Ma solo il tuo nome, spesso. Entriamo nell'ansia di supremazia che il silenzio emana, entriamo in quel potere circondato da consiglieri coi quali ci intendiamo a vista e, se così posso dire paradossalmente, a occhi chiusi. Così sono i segreti, e noi, sotto gli occhi del loro tirannico servilismo, cercheremo di mettere in tasca le nostre posate mentre parliamo di quanto ci si può volere bene. Ma tu, tu non vuoi averne, segreti, per me. E fai piccole, innocue confusioni coi numeri, con le date, le ore. Dici che il tuo pensiero, spesso, fa scherzi da goliardia alle tue parole. E che le tue parole non vanno capite adesso ma da sempre. Poi, invece, c'è qualcosa (c'è sempre qualcosa, non è vero?), qualcosa di mai detto, e provi a dirlo. Ma, quando si dice tutto, ci si ferma sempre a metà e si ricomincia di nuovo a dire tutto, fermandosi di nuovo a mezza strada. E poi si ricomincia. Ore per dire tutto, sere intere, e si ricomincia sempre dal principio. Ogni tanto un'illuminazione getta un nuovo, combustibile inizio sotto la luce centrale, snervata e affievolita, del discorso. Non vuoi avere segreti per me ma hai i piedi freddi. Questo è anche dovuto al fatto che, rientrata in casa, ti togli le scarpe per camminare scalza. C'è un arcipelago di tappetini e stuoie in ogni stanza, isole oblunghe e tiberine sul corso a elle del corridoio. Ma non è soltanto dovuto a questo. È che chi ha i piedi stupendi lo sa. E nemmeno solo a questo è dovuto. È che tutto comincia in modo sdolcinato, melenso (e sono due aggettivi nostri, che ci piacciono, alla faccia di chi non sa che cosa sono). E t'apro il cuore come uno sportello, parlo del mio cuore, il mio per te. Tu, scavalcando l'aria, scoprirai le gambe. Così entri nel mio cuore a piedi nudi, nel mio cuore che è una macchina rossa. Guidando da incosciente, al centro della strada e dell'eccitazione.

L'auto elettrica

L'auto elettrica: non sarà questa la soluzione. Il gemello freddo: non è immorale (solo l'uomo caldo lo è), è una mezza bufala (l'altra mezza è nella mozzarella del pensiero che la pensa). Per intanto i veicoli si alimentano ancora a preistoria, vanno a foreste marce. I serbatoi succhiano verdure putride, tronchi suppurati, botaniche alle quali non fu dato nemmeno un nome. Perché il progresso e la ricerca mica scelgono la via del meglio, no: cappottano sulla strada distruttiva del conveniente. Oppure l'uomo è quel batterio che è, quella specie di muffa che cresce sui pianeti dimenticati sopra uno scaffale interstellare. Una cosa che si sviluppa in luoghi umidi (lui stesso lo è, lo è questo mondo: più acqua che spiagge). Allora il buio dell'universo è un buio di cantina, di scantinato, di sottoscala; per essere generosi: di ripostiglio. Un locale però inidoneo perché ormai è qualche anno che nessuno ci ripone un attrezzo, un tronglone, un mastringolo, un cavicchiolo (non so, sono nomi di cose così che non so come si chiamerebbero), una scatola vuota, una matassa di chissacché. C'è quello che c'è: tanto vuoto e palle anacronistiche di un natale ignoto, stelline monotone, frantumi che girano e trottano con la permalosa ostinazione piagnucolante di chi ha preso un calcio nel di dietro, geli che ibernano essi stessi, la prima cometa in fiamme per guardare il tuo viso, la seconda per illuminare il tuo lunare ombelico, la terza: fa' di me quello che vuoi. E su questa terra cominciano a piovere pillole e pecore. Fotoni fanno un poco di magia da circo, ai tropici le auto carburano a olio di cocco, e nemmeno questa sarà la soluzione. Nessuna è mai la soluzione. Alla fine la vera scoperta resterà veramente solo quella dell'acqua calda,

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