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Gli Dei Baltici della Bibbia: L’Israele che non ti aspetti
Gli Dei Baltici della Bibbia: L’Israele che non ti aspetti
Gli Dei Baltici della Bibbia: L’Israele che non ti aspetti
E-book346 pagine3 ore

Gli Dei Baltici della Bibbia: L’Israele che non ti aspetti

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Info su questo ebook

La presente ricerca, “Gli dèi baltici della Bibbia”, è scaturita dall’individuazione, in territorio finlandese, delle località denominate Sodoma e Gomorra, omonime delle città citate nell’Antico Testamento.

I successivi approfondimenti ci hanno consentito di individuare, sia in Finlandia che nella limitrofa area baltica, ulteriori numerose località omonime o fortemente assonanti con quelle citate nell’Antico Testamento. Inoltre quest’ultime spesso corrispondono alla dettagliata descrizione che tale scritto ci fornisce su luoghi, situazioni e vicende (dall’esodo ai giganti, dall’eden alla discendenza di Noè e così via… )

La ricerca di Mauro Biglino e Cinzia Mele

I parallelismi geografici delineano una sorta di “mondo nordico parallelo” i cui numerosi e coerenti punti di contatto con il contenuto del testo biblico. I parallelismi sono confortati da convergenze etimologiche tra termini della lingua finlandese e quelli biblici, da reperti archeologici rinvenuti nell’area del nord Europa, da leggende popolari e dai racconti mitologici in quell’area radicati.

La ricerca, supportata da riferimenti provenienti da fonti verificabili, nonché da immagini tratte da Google Earth e dal sito di toponomastica finlandese Nimiarkisto, si chiude con riferimenti ancora più sorprendenti e straordinari alle stesse origini di Roma.

Chi avrebbe mai immaginato di trovare nel nord dell’Europa l’antica Israele? Com’è possibile che le vicende bibliche si adattino perfettamente al territorio finlandese? Gli dèi baltici erano gli Elohim biblici e la nascita di Roma è potenzialmente legata a questi “nordici”?
LinguaItaliano
Data di uscita4 giu 2021
ISBN9788833800769
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    Gli Dei Baltici della Bibbia - Mauro Biglino

    cover_dei-baltici.jpg

    Cinzia Mele

    Mauro Biglino

    ISBN 978-88-3380-076-9

    ©2019 Uno Editori

    Prima edizione: Aprile 2020

    Tutti i diritti sono riservati

    Ogni riproduzione anche parziale e con qualsiasi mezzo, deve essere preventivamente autorizzata dall’Editore.

    Copertina: Monica Farinella

    Realizzazione versione e-book: Rosso China servizi editoriali

    Editing: Fiammetta Bianchi, Davide Barberis

    Per essere informato sulle novità

    di Uno Editori visita:

    www.unoeditori.com

    o scrivi a:

    info@unoeditori.com

    Cinzia Mele

    Mauro Biglino

     Gli dei baltici della Bibbia

    L’Israele che non ti aspetti

    Introduzione

    La presente ricerca è scaturita dall’individuazione quasi casuale, in territorio finlandese, delle località denominate Sodoma e Gomorra, omonime delle città citate nell’Antico Testamento.

    L’iniziale incredulità che tali toponimi potessero avere una relazione significativa col testo biblico, accompagnata da molti dubbi e tanta curiosità, è stata motivo di successivi approfondimenti i cui riscontri hanno accresciuto l’interesse di un ricercatore neofita, sorpreso dalla inaspettata dislocazione in Finlandia e nella limitrofa area baltica, di ulteriori, numerose, località omonime – o fortemente assonanti con quelle citate nell’Antico Testamento – spesso corrispondenti alla dettagliata descrizione che tale scritto ci fornisce.

    I parallelismi riscontrati dal punto di vista geografico – confortati da convergenze etimologiche tra termini della lingua finlandese e quelli biblici, da reperti archeologici rinvenuti nell’area del nord Europa, da leggende popolari e dai racconti cosiddetti mitologici in quell’area radicati – delineano una sorta di mondo nordico parallelo i cui numerosi e coerenti punti di contatto con il contenuto del testo biblico forniscono una chiave di lettura sorprendente, ma che rende ragionevole mettere in discussione l’idea tradizionalmente accettata riguardante le vicende narrate nel testo sacro.

    La ricerca, supportata da riferimenti provenienti da fonti verificabili nonché da immagini tratte da Google Earth e dal sito di toponomastica finlandese Nimiarkisto.fi, si struttura in capitoli non necessariamente legati tra loro da una successione logica, nei quali vengono evidenziati i toponimi presenti nell’area baltica, la cui collocazione risulta coerente con determinati eventi biblici.

    Questo testo costituisce esclusivamente un primo approccio a un tema che si presenta vastissimo, abbiamo esaminato, infatti, meno del 10% del materiale disponibile e moltissimo lavoro c’è ancora da fare.

    Ne siamo assolutamente consapevoli e non di meno abbiamo scelto di iniziare a pubblicare questa prima parte perché non potevamo continuare a tacere su una situazione tanto straordinaria quanto affascinante: da circa due anni stiamo analizzando il materiale a disposizione e la realtà che si è presentata ai nostri occhi ci ha spinto a scegliere di iniziare a condividerla e renderla pubblica.

    Mentre proseguiamo nel nostro lavoro di ricerca e raffronto sentiamo la necessità di porre questioni cha nascono dai dati di fatto emergenti e che sono di non poco conto:

    È ipotizzabile che una o più civiltà tecnologicamente avanzate abbiano abitato o visitato e colonizzato il nostro pianeta prima dei tempi da noi comunemente definiti storici?

    È possibile che nei racconti più antichi di molte culture orientali ci sia il ricordo concreto di questi avvenimenti?

    È possibile che quelle stesse culture ci abbiano lasciato informazioni e tracce della loro presenza in diversi territori nei quali hanno operato con modalità simili?

    È possibile che ci siano indicazioni utili a ipotizzare addirittura le zone di provenienza di quegli straordinari attori dei tempi delle origini?

    Ma soprattutto ci chiediamo: com’è possibile che terre tanto lontane per geografia, storia, clima, ambiente naturale, civiltà e cultura possano conservare un’impronta che pare essere una riproduzione fedele di situazioni, nomi, vicende, ambienti e località?

    A fornire le risposte a queste domande c’è innanzitutto la scienza ufficiale, se pure la storia possa essere considerata tale, ma per fortuna ci sono autori, studiosi o semplici curiosi, tutti cosiddetti alternativi, che hanno il coraggio di andare oltre.

    Uomini e donne liberi dai condizionamenti determinati da appartenenze che spesso limitano, quando addirittura non bloccano, il desiderio e la possibilità di cercare fuori dai canoni per verificare ipotesi nuove, potenzialmente foriere di risposte, spesso inattese ma efficaci e chiarificanti, a questioni sempre aperte.

    Le domande poste in apertura appartengono proprio a questa categoria di questioni capaci di fare potenzialmente riscrivere la storia e sono la conseguenza diretta di una lettura disincantata delle narrazioni contenute nei testi antichi: racconti che, nella loro evidenza letterale, paiono non essere classificabili nella categoria dei miti o delle leggende ma essere inseribili in quella delle cronache.

    Fare finta che i testi antichi contengano informazioni concrete riserva sorprese che, spesso, non sono neppure ipotizzabili.

    Non è la prima volta che ciò accade, non è la prima volta che risposte nuove si presentano sulla scena con la loro forza dirompente.

    Per quel che riguarda i testi omerici, ad esempio – fortunatamente per noi, per il mondo della cultura in genere e per la stessa scienza che lo dileggiava – il commerciante tedesco Heinrich Schliemann ha ipotizzato che narrassero vicende realmente accadute e non si è arreso, ha proceduto con grande coraggio in totale autonomia e ha così potuto regalare al mondo alcune tra le più importanti scoperte che la storia dell’archeologia abbai mai registrato.

    Libero dai dogmatismi culturali imperanti e consapevole dei rischi che si corrono quando si varcano confini che certa cultura vorrebbe invalicabili, scriveva:

    «Se i miei scritti contengono qua e là contraddizioni, spero che esse mi saranno perdonate se si terrà conto che qui io scopro un mondo nuovo per l’archeologia, che finora non si erano mai trovate o si erano trovate pochissime delle cose che io ho riportato alla luce a migliaia, che tutto mi appariva sconosciuto e misterioso e spesso dovevo azzardare ipotesi»¹.

    Riteniamo che quest’affermazione si attagli perfettamente a ogni azione di ricerca che possa essere definita di frontiera e che quindi rimanga sempre aperta a nuove acquisizioni.

    Con il lavoro condotto sulla Bibbia abbiamo imparato negli anni a essere aperti a ogni possibile sorpresa; abbiamo capito che è assolutamente necessario essere disposti a rimettere costantemente in discussione tutto ciò che si ritiene di sapere perché nuove acquisizioni possono in ogni momento sconvolgere certezze apparentemente acquisite e ritenute irremovibili.

    Felice Vinci nel suo libro Omero nel Baltico ha riscontrato corrispondenze tali da indurlo a ipotizzare che le vicende descritte dal poeta greco (o da chi per lui) si siano svolte nel nord dell’Europa: toponomastica e geografia costituiscono la base di una analisi che ha portato l’autore a formulare conclusioni che si presentano tanto affascinanti quanto sconcertanti per la cultura tradizionale: l’Iliade e l’Odissea, con la guerra di Troia e tutto ciò che l’ha preceduta e seguita, sarebbero da collocare nei territori bagnati dal mar Baltico.

    Questo nostro libro si pone ovviamente su questa strada. Sia gli autori sia l’editore sono l’esempio di quanto possa essere valido l’assunto che chi si lascia bloccare dal timore di commettere errori non avvierà mai alcun cammino.

    In un ambito come quello di cui ci occupiamo, la verità è quanto di più sfuggevole si possa immaginare e le difficoltà che s’incontrano nel percorso sono tali e tante che la tentazione di rimanere sempre cauti oltre ogni limite rischia di costituire un freno, un elemento limitante al punto da bloccare la volontà di procedere ma questo libro contiene, in modo implicito ed esplicito, dati precisi e circostanziati: gran parte di ciò che ci insegnano sulla storia antica è quantomeno da rivedere con grande attenzione.

    Circa tre anni fa un archeologo (che non nominiamo per motivi facilmente comprensibili) consegnò a Mauro Biglino una lettera in cui evidenziava la profonda delusione provata una volta entrato nel mondo accademico; tra le tante affermazioni citiamo testualmente la seguente:

    «…mi sarei aspettato di studiare la Storia attraverso una molteplicità di punti di vista e con un sincero occhio critico volto a individuare le centinaia di tasselli mancanti per comporre il mosaico, e creare così una specie di pan-storia. Anche in ambito universitario, invece, si studia una storia creata e teorizzata da storici europeisti atti a mantenere questo loro predominio…».

    E prosegue affermando che un tale tipo di visione parziale fa «emergere lacune e discrepanze a cui il mondo accademico-scientifico non può e non vuole dare risposta».

    La storia dunque si ripete e pare non insegnare nulla: il mondo accademico che dileggiava Schliemann e faceva del sarcasmo sulla sua ipotesi di attribuire fondamento storico ai poemi omerici, a distanza di 150 anni è lo stesso che tende a mettere in ridicolo lavori cosiddetti alternativi perché condotti al di fuori dei canoni e dei confini che la cultura imperante ritiene spesso invalicabili.

    Ma la ricerca libera deve proseguire a beneficio di chi desidera studiare per sapere, rimanendo aperto anche a ciò che potenzialmente potrebbe mettere in discussione quanto si crede di sapere e che viene spesso diffuso e imposto come una sorta di dogma da cui non ci si può e non ci si deve allontanare.

    È interessante quanto descrive l’archeologo e storico Paul Veyne (membro del College de France) quando rappresenta la situazione delle varie culture che si rifanno a programmi di verità all’interno di quadri di riferimento che sono palesemente arbitrari e che possono variare nel tempo ed entrare anche in contraddizione tra di loro, ma che sono utilizzati per ammaestrare l’umanità all’interno di recinti culturali, funzionali non tanto al sapere vero quanto al mantenimento di strutture atte a condizionare e indirizzare il pensiero dei singoli:

    «Una volta che si è all’interno di uno di questi vasi, ci vuole un colpo di genio per uscirne e cambiare; in compenso, una volta fatto questo geniale cambiamento di vaso, i bambini piccoli possono essere socializzati sin dalle classi elementari al nuovo programma. Essi ne sono soddisfatti come i loro antenati erano soddisfatti del loro, e non cercano assolutamente il modo di uscirne poiché non percepiscono nulla al di là di questo: quando non si vede ciò che non si vede, non ci si rende nemmeno conto di non vedere. A maggior ragione non ci si rende conto della forma bislacca di questi limiti».

    Scrive l’autore che nessun mito può essere «interamente mitico» e già i Greci sapevano che ogni racconto, quanto fantasioso o incredibile possa apparire, ha sempre un fondamento di verità².

    Pare ovvio affermare che questo è valido per tutte le culture del passato.

    La nostra fortuna consiste nel poter vivere in un’epoca in cui gli strumenti di diffusione della conoscenza favoriscono uomini e donne desiderosi di uscire da questi vasi, essendo disponibili a osservare con mente aperta e con quella attitudine che dovrebbe caratterizzare la scienza vera, l’unica definibile come tale perché capace di accogliere anche ciò che ne mette potenzialmente in continua discussione le acquisizioni, incrementando così il patrimonio culturale dell’intera umanità (Schliemann docet).

    A questo nostro primo lavoro seguiranno approfondimenti e altrettante verifiche, ma ciò che stiamo vedendo è solo l’inizio di un percorso che andrà ben oltre le premesse, già di per sé straordinarie, portandoci a compiere raffronti che metteranno in comunicazione più mondi, sia culturali che storico-geografici.

    Mauro Biglino, Cinzia Mele


    ¹ Prefazione a Trojanische Altertümer, 1874.

    ² Si veda il testo I Greci hanno creduto ai loro miti?, Ed. Il Mulino.

    1

    Storia e geografia: miti o realtà? La terra d’Egitto e i primi collegamenti nordici

    Racconti arcaici, concepiti da sconosciuti autori, sono giunti sino a noi da un lontano passato; storie trasmesse prima oralmente, e poi per iscritto, che narrano di mondi, popoli, vicende misteriose e incredibili, tanto più se interpretate secondo una visione razionalistica che non tiene conto delle modalità espressive di coloro i quali, immersi in uno spazio e un tempo troppo lontani dalla nostra cultura, hanno elaborato quei racconti difficili da comprendere pienamente.

    Una chiave di lettura che spesso introduce in modo artificiale degli strumenti d’interpretazione finalizzati a rendere comprensibili e accettabili per la nostra cultura quelle memorie; ne consegue così che testi¹ che raccontano di mondi allietati da una costante primavera, di giganti, dèi e semidèi, esseri umani dalle vite lunghissime, macchine volanti di ogni tipo, terre lontane e continenti sommersi, siano considerati come appartenenti al genere mitologico, e anche parte della Bibbia viene così interpretata.

    Leggendo il testo cosiddetto sacro con mente libera da preconcetti, l’impressione che se ne trae è quella di una dettagliata cronistoria; interminabili passi dell’Antico Testamento vengono dedicati alla minuziosa descrizione della costruzione della dimora di Dio: tipi e dimensioni del legname da usare, qualità e colore dei tessuti con cui fare i tendaggi, supportati da rigorose specifiche tecniche, e poi censimenti e regole sanitarie, quantificazione e spartizione dei bottini di guerra, solo per fare alcuni esempi, rimandano l’idea che chi scrive aderisca alla realtà in cui vive e non abbia altro tipo di finalità comunicative, se non quella di redigere un resoconto delle istruzioni ricevute e delle attività svolte. In alcuni casi² è Dio stesso a ordinare di «scrivere sul libro per ricordo» determinati eventi. In tale contesto sono inserite le vicende di patriarchi dalle vite ultrasecolari in quanto dotati ancora di una elevata percentuale del dna degli Elohim che li avevano fabbricati (a loro immagine) con l’ingegneria genetica, figli di Dio (cioè degli Elohim) che prendono come mogli le figlie degli uomini³, giganti dotati di sei dita per ogni arto che dormono in letti lunghi quattro metri⁴, cherubini che risultano essere macchine volanti monoposto dotate di lame fiammeggianti⁵ e ruote che si muovono con i cherubini stessi⁶, rotoli volanti lunghi dieci metri e anfore di piombo che dal cielo atterrano rivelando all’interno la presenza di una donna che li pilota⁷, porte spazio-temporali che conducono nel mondo sconosciuto da cui proveniva e a cui tornava periodicamente Yahweh, l’Elohim che si occupava del popolo di Israele. Descrizioni da libro di fantascienza che sembrerebbero smentire il realismo cui abbiamo accennato e per le quali, onde evitare ripetizioni non facenti parte delle finalità specifiche di questo lavoro, preferiamo rimandare il lettore a testi in cui se ne tratta in modo ampio e al contempo particolareggiato⁸.

    A questo proposito vale la pena evidenziare che mentre l’umana, istintiva reazione davanti a tali racconti è quella dell’incredulità, madre natura ci offre esempi quasi illimitati di varietà, sia nella vita animale sia in quella vegetale. Solo 12.000 anni fa si estinse la megafauna, caratterizzata da animali di dimensioni molto superiori a quelle attuali; mentre ancora oggi esistono alberi come le sequoie, dalle enormi dimensioni e dalle vite millenarie, animali come lo squalo artico, che raggiunge i 400 anni ed esseri umani, rari ma non per questo meno reali, dalle altezze eccezionali che superano i 2,6 m.; così come esistono sullo stesso pianeta Terra esseri viventi che, pur essendo strutturati con la stessa biochimica ed essendo costituiti e programmati dalle stesse molecole elementari, hanno durate di vita quasi incommensurabili le une con le altre: basti pensare alla vita dei batteri, fatta da poche decine di secondi, o quella di farfalle che vivono 24 ore, e a quella di testuggini che raggiungono anche i 200 anni o ancora ai millenni raggiunti da alcuni alberi.

    Per quanto riguarda la tecnologia non si dovrebbe ignorare che, anche oggi, essa convive con uomini primitivi; pensiamo a certi indigeni dell’Amazzonia, che forse un giorno, quando avranno acquisito l’uso della scrittura, trasmetteranno ai posteri i racconti di strane macchine volanti che di tanto in tanto sorvolavano i loro cieli.

    Il fatto che, a oggi, non sembrano essere stati rinvenuti reperti archeologici che confermino i racconti biblici o quelli di altri testi mitologici, non dovrebbe consentire di bollare tali memorie come frutto della fantasia di antichi autori, ma solamente lasciare in sospeso domande alle quali la ricerca, che non potrebbe essere definita tale se imbrigliata nel dogmatismo, forse un giorno darà delle risposte.

    In realtà studi e libri come quelli di autori quali Marco Pizzuti⁹ o Jim Marrs¹⁰, sono colmi di testimonianze e documentazioni che attestano quanto stiamo qui ipotizzando.

    Andiamo ora a osservare come anche la geografia biblica sia caratterizzata da concreto realismo.

    Nel libro della Genesi¹¹ viene descritto l’Eden con precisione e dovizia di particolari che niente hanno a che fare con mondi ultraterreni; sono indicati i quattro corsi d’acqua che irrigavano quel territorio, specificandone il nome: il fiume Pison che scorre intorno a tutta la regione di Avila, il Ghicon che scorre intorno a quella di Etiopia, il Tigri posto a oriente di Assur e il fiume Eufrate; vengono inoltre specificati i materiali preziosi che da quella terra si potevano ricavare e cioè oro puro, pietra onice e resina odorosa.

    Nonostante la puntuale descrizione, le note della Bibbia¹² specificano:

    «Eden non si può localizzare. Più che un luogo, il termine indica la condizione di armonia nella quale è posto l’uomo. I quattro fiumi alludono ai punti cardinali».

    Anche a proposito della terra di Magog¹³, il lettore è disincentivato dal pensare possa trattarsi di un luogo reale, e le note sono perentorie: «Si tratta di nome di fantasia»¹⁴ e citando un ultimo esempio, i commenti riferiti ai passi di Gen 14, 1 e seguenti, nei quali vengono citate Sodoma, Gomorra, Astarot e altre città, precisano che «non è possibile spiegare il contesto storico di questo episodio e molti luoghi sfuggono a ogni identificazione».

    Di Gog e Magog si parlerà ampiamente nel terzo capitolo ma riteniamo utile sintetizzare qui che Gog è un re apocalittico ricordato in Ezechiele¹⁵ che lo pone in Magog, chiamandolo principe di Mesek e Tubal: pare essere un re del settentrione e, in effetti, i territori di Mesek e Tubal vengono generalmente collocati in Asia Minore. Alcuni studiosi collegano i termini Gog e Magog con Ga-Ga, città della Siria citata nelle lettere di El-Amarnah; altri con un non meglio identificato territorio di sachi (poi gag); altri ancora ci vedono una possibile collocazione in Lidia. Ci sono poi alcuni che vedono in Gog l’indicazione generica di un popolo barbaro che avrebbe attraversato la Palestina per giungere fino ai confini dell’Egitto e in questo popolo si vorrebbero vedere gli Sciiti, anche se, per questi ultimi, l’identificazione più probabile è quella che li pone in relazione con la regione settentrionale e orientale del mar Nero dal quale scacciarono i precedenti abitanti, i Cimmeri, intorno al sec. viii a.C.

    Stante la concretezza del racconto biblico e i precisi particolari che ne definiscono la geografia, è lecito porsi la questione se i luoghi in esso citati esistano nella realtà, se si trovino dove la tradizione li colloca e se siano ancora oggi rintracciabili, concedendoci la libertà di provare ad affrontare tali questioni con spirito pionieristico che rinuncia a seguire percorsi suggeriti da terzi.

    Sarà questo il principale obiettivo della presente ricerca, basata su una scelta metodologica palese e dichiarata come quella del fare finta che i racconti biblici abbiano un fondo di verità e rimandino, dunque, a vicende e localizzazioni concrete, sia pure nell’incertezza che ne circonda la possibile verifica e identificazione.

    Nonostante a oggi molti luoghi biblici non siano stati individuati, e alcuni di essi vengano considerati come luoghi meramente simbolici, in via generale verrebbe comunque spontaneo rispondere affermativamente alle questioni poste e, sebbene nessuno sappia con assoluta certezza dove si trovino l’Eden, Magog, Sodoma e Gomorra, sembrerebbero non esserci dubbi sull’Egitto, Gerusalemme o il fiume Giordano, per citare a titolo di esempio località universalmente note e protagoniste del racconto biblico, dalle quali deduciamo dove le relative vicende si sono svolte.

    Diciamo in via preliminare che questo lavoro ci porterà a confrontare vie diverse, ipotesi apparentemente contrastanti da cui scaturiranno domande e dubbi che costituiscono allo stesso tempo la sostanza e lo stimolo della ricerca.

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