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L'invenzione antifascista
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E-book307 pagine4 ore

L'invenzione antifascista

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Info su questo ebook

La colossale mole di studi, opere, dichiarazioni, romanzi, film sul Ventennio mussoliniano lascia ancora molti interrogativi, incertezze, lacune. Il Professor Manco, con talento di esploratore e perspicacia di indagatore, ha il merito di aver guardato, analizzato le scelte politiche di quegli anni nel contesto dell'inscindibile connessione della situazione italiana e internazionale, dimostrando incontrovertibilmente come anche le pagine più detestate di quegli anni, come il sodalizio con la Germania di Hitler e le leggi razziali, non siano affatto ascrivibili a disonestà o leggerezza. Dimostra anche come e quanto il Ventennio sia assolutamente in antitesi alla mistificante vulgata partigiana del capitalismo plutocratico e monocratico nelle false vesti della democrazia e del comunismo.
LinguaItaliano
Data di uscita23 mag 2021
ISBN9791280130549
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    L'invenzione antifascista - Giovanni Luigi Manco

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    Πολιτεία

    GIOVANNI LUIGI MANCO

    L’INVENZIONE

    ANTIFASCISTA

    LOGO EDIZIONI AURORA BOREALE

    Edizioni Aurora Boreale

    Titolo: L’invenzione antifascista

    Autore: Giovanni Luigi Manco

    Collana: Politeia

    ISBN versione e-book: 979-12-80130-54-9

    In copertina: Mario Sironi, illustrazione per Il Popolo d’Italia

    LOGO EDIZIONI AURORA BOREALE

    Edizioni Aurora Boreale

    © 2021 Edizioni Aurora Boreale

    Via del Fiordaliso 14 - 59100 Prato

    edizioniauroraboreale@gmail.com

    www.auroraboreale-edizioni.com

    Questa pubblicazione è soggetta a copyright. Tutti i diritti sono riservati, essendo estesi a tutto e a parte del materiale, riguardando specificatamente i diritti di ristampa, riutilizzo delle illustrazioni, citazione, diffusione radiotelevisiva, riproduzione su microfilm o su altro supporto, memorizzazione su banche dati. La duplicazione di questa pubblicazione, intera o di una sua parte, è pertanto permessa solo in conformità alla legge italiana sui diritti d’autore nella sua attuale versione, ed il permesso per il suo utilizzo deve essere sempre ottenuto dall’Editore. Qualsiasi violazione del copyright è soggetta a persecuzione giudiziaria in base alla vigente normativa italiana sui diritti d’autore.

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    I - IL DUCE DEL SOCIALISMO

    Di tre rivoluzionari il nome di Mussolini, scelto dal padre Alessandro, attivo propagandista della Prima internazionale dei Lavoratori. Il primo quello del rivoluzionario messicano Benito Pablo Juarez, il secondo quello di Amilcare Cipriani, uno dei mille garibaldini finito a Portolongone per gli incitamenti alla sovversione, il terzo quello di Andrea Costa che, con Bakunin, sognava una rivolta generale in Italia.

    Sulle orme del padre si prodiga, fin da giovanissimo, nella lotta per i lavoratori, gli emarginati, i poveri e più volte si trova costretto a riparare all’estero per le sue idee.

    Tutti abbiamo letto e sentito parlare nel bene e nel male di lui, soprattutto nel male, dai pubblici servizi di informazione, come spesso accade ai vinti della storia e pochissimi, almeno fino ad ora, riescono a vedere il lui una delle menti più lucide, dal punto di vista teorico del marxismo in Italia, a differenza di Turati e compagnia, impaludati su uno sterile evoluzionismo, materialismo volgare, parlamentarismo. Basta guardare alla sua opera civile e teorica, all’azione inscindibile dal pensiero, nel contesto delle contingenze storiche e sociali, per intenderne la profonda umanità, sincerità, prodigalità.

    Il suo pensiero politico si desume da articoli e discorsi, sprazzi di luce, intuizioni vibranti di pàthos, lungo le analisi dei fatti concreti. Il linguaggio, chiaro come un fiume scorre senza alterare un sia pur piccolo particolare del fondale.

    Scorrendo le pagine dei 36 volumi dell’Opera Omnia, delle interviste, dei diari dei suoi collaboratori, si intende come le sue intuizioni costituiscano un fondamentale apporto teoretico al marxismo, ad un socialismo diverso da quello già aspramente criticato da Marx quale espressione di letterati senza posizione e avvocati, capaci più di dividere le forze progressiste in fazioni antagoniste anziché aiutarle a concentrarsi su rivendicazioni realizzabili. Ricordando il fatto-atto, la praxis marxista, respinge le passive attese dei riformisti, lo sterile soggettivismo di alcuni tra i suoi comunisti figli.

    Il rivoluzionario, dice, ha il dovere di essere la voce di chi non ha voce, degli ultimi bollati dai borghesi come canaglia, malfattori, teppa.

    «Confrontate una pagina di Marx con una pagina di Bonomi o di Turati. Scorgerete l’abisso. Chi ascolta la voce insidiosa di questo equivoco personaggio non sarà mai un audace. Non si supererà mai... Preferirà la palude alla vetta, il riposo alla marcia»¹.

    «Il socialismo è un problema di classe. Anzi è il solo, unico problema di una unica classe: la classe proletaria. Solo in questo senso Marx ha detto che il socialismo è un problema anche umano: la classe proletaria rappresenta tutta l’umanità e col suo trionfo abolisce le classi. Ma non possiamo confondere il nostro umanitarismo con l’altro umanitarismo elastico, vacuo, illogico, propugnato dalla massoneria»².

    A chi nega il socialismo, appellandosi alla giustificazione naturalistica della violenza contro i deboli, implicita nella concezione evoluzionistica, Mussolini risponde:

    «la lotta per l’esistenza cambia e che la lotta di interessi materiali — combattuta con mezzi di violenza — diverrà lotta d’interessi spirituali, combattuta coi mezzi civili della discussione, della ricerca, della persuasione. Oggi, afferma Spencer, siamo in un periodo di trapasso fra la vecchia società a base di oppressione singola e collettiva, e la nuova civiltà ordinata secondo giustizia. Non è lontano il giorno in cui alla lotta per la vita, succederà l’intesa, l’accordo per la vita»³.

    Un’organizzazione collettiva basata non sulla lotta fra uomo e uomo per la conquista dei mezzi di sussistenza, o tale da incoraggiare questa lotta, bensì sul principio di cooperazione, sul rafforzamento dei fattori socializzanti, conduce naturalmente ad un modo di pensare sociale.

    In tutte le fasi dello sviluppo sociale l’uomo ha rivelato una naturale propensione a cooperare, collaborare in un clima di concordia per raggiungere obiettivi comuni, più potente dell’egoismo o della sete di potere. Kropotkin in una delle sue opere più note (Reciproco aiuto) dimostra come la tendenza a cooperare si evidenzia non solo tra gli uomini civili ma anche tra i selvaggi e perfino tra gli animali. Una qualità caratteristica del regno animale conduce alla vita gregaria.

    In pratica Kropotkin contesta l’idea, attribuita a Darwin, che il regno della natura sia caratterizzato dalla pura lotta per la sopravvivenza individuale, dove solo i più idonei possono sopravvivere. Nella lotta per l’esistenza riconosce solo un aspetto della natura, potendosi esperimentare dappertutto, insieme a questo aspetto, l’attivazione del principio opposto. Inoltre se in passato la propensione al reciproco aiuto si riscontrava in modo più forte e diretto nei piccoli gruppi, attualmente, via via che cresce la scala delle unità di vita sociale e la divisione del lavoro, si manifesta anche tra i membri di ogni gruppo sociale nei quali la società si organizza; all’interno di ciascun gruppo e tra i vari gruppi. L’antagonismo nel e tra gruppo — è poi per Kropotkin soprattutto un derivato, almeno nel suo aspetto più disumano, della proprietà privata e dalla divisione della società in classi.

    Anche Gandhi, estremamente diffidente verso i politicanti, il capitalismo, il bolscevismo, la socialdemocrazia, guarda al concetto di reciproco aiuto come ad un antidoto alla logica di sfruttamento e scorge nell’attività libera e associata il sano fondamento della vita comunitaria.

    In altre parole il socialismo, lungi dal rappresentare un’utopia irrealizzabile, è iscritto nel codice genetico della società. Il socialismo come fine, naturalmente, non come specifica ideologia. Il socialismo è semplicemente il mondo del futuro nel quale «il lavoratore esce dalla condizione economica morale di salariato per assumere quella di produttore, direttamente interessato agli sviluppi dell’economia e al benessere della nazione. Se il socialismo è, e vuol restare, un fatto di vita, deve smettere di costituire un problema preminentemente dottrinale per riflettere nei contenuti i movimenti della vita, fluire con essa»⁴.

    Il socialismo è per lui la fede intensa che gli suggerisce di definire la corrente massimalista del partito, che a lui fa riferimento, ala evangelica del partito socialista⁵, ma la fede che nasce dalla ragione, dalla scienza, non da dogmi, pregiudizi.

    «Credere per atto sentimentale, significa avere una fede religiosa; credere per atto volitivo e ragionato significa avere la fede degli spiriti liberi, la fede cosciente che non si illude, né mente a sé stessa o agli altri. È necessario tendere a fare del socialismo una fede ragionata. I tempi sono maturi. Il disagio generale di tutti i partiti socialisti non proviene solamente dalle deficienze riscontrate nella dottrina o delle incoerenze dell’attuale pratica; v’è una causa d’ordine morale sulla quale richiamare l’attenzione dei lettori: il socialismo è stato troppo creduto e poco spiegato. (...) i nuovi filistei del nostro movimento hanno bevuto il socialismo a forti dosi: hanno troppo creduto colla fede cieca e dogmatica di tutti i religiosi e gli entusiasmi facili dei primi tempi dovevano necessariamente condurre alla crisi attuale. No. Credere non basta, bisogna ragionare. A quelli che ci gridano Credete!, noi rispondiamo, Dimostrate!. Spiriti irrequieti, ricercatori, noi gettiamo le idee — tutte le idee — nella nostra fucina intellettuale — e dal blocco impuro — attraverso l’aspra fatica e la fiamma purificatrice della nostra passione — sorge l’idea liberata da tutti gli elementi eterogenei — l’idea che amiamo e per la quale siamo disposti a qualunque sacrificio e senza paure e senza rimpianto. Il socialismo noi lo comprendiamo e lo amiamo così»⁶.

    Non è uno spiritualista ma neppure un materialista. Nei manoscritti economici-filosofici del 1844 Marx giudica lo spiritualismo (o idealismo) e il materialismo portati dell’auto estraneizzazione umana, dell’antagonismo tra uomo e uomo, tra uomo e natura. Lo spiritualismo prescinde del tutto dagli aspetti sensibili in quanto riflesso dell’effettiva separazione dell’uomo dalla natura; il materialismo trascura gli aspetti sociali in quanto riflesso della separazione dell’uomo dalla comunità: ambedue posizioni unilaterali ed erronee.

    Non pone in discussione l’idea di Dio ma, appunto, il Dio della tradizione teologica.

    Per lui ogni forma di vita è sacra, divina: in ogni uomo si rifrange l’intera umanità. Lo ribadisce in occasione della commemorazione dell’assassinio del compagno Pio Battistini, al teatro Giardini di Cesena:

    «Dite agli odiatori, ai selvaggi, che la vita è una manifestazione sacra della natura e che solo la natura è arbitro del nostro destino. Dite che chi uccide un uomo, grande o piccolo che sia, uccide un mondo».

    Ogni forma di vita ha un valore assoluto. Due persone sono due infiniti paralleli. Il valore è incommensurabile appunto, e la somma del valore di più uomini è sempre uguale a uno. L’uomo sfugge alle regole di mercato.

    «Quando noi affermiamo che Dio non esiste, intendiamo, con questa proposizione, sì negare l’esistenza del Dio personale della teologia; del Dio adorato, sotto vari aspetti e con modi diversi, dai devoti di tutto il mondo; del Dio che dal nulla crea l’universo e dal caos la materia; del Dio dagli attributi assurdi e ripugnanti alla ragione umana»⁷.

    «Per noi la morale non è che una delle superstrutture ideologiche della società umana, prodotta, quindi, dal reale substrato delle condizioni economiche e seguente le modificazioni economiche delle quali è modellata. Così nei tempi della feroce lotta per la vita, la morale era egoistica, né poteva essere altrimenti. Oggi possiamo affermare che tende ad un altruismo puro e illuminato, poiché si impregna dei principi di fraternità e di solidarietà, principi sviluppatisi dopo il trionfo della borghesia sul clero e sulla nobiltà, principi che avranno domani la loro realizzazione nel compimento di quel processo evolutivo che si chiama socialismo. (...) La nuova morale sorge! Quando al principio della Lotta per la vita si sarà sostituita il principio dell’intesa per la vita, la morale cannibalesca dei primi tempi e la morale di rinuncia del deismo, lasceranno posto alla morale umana; basata sul principio della fraternità universale e sul completo, libero sviluppo, sull’espansione feconda di tutto quel cumulo di energie che formano la integrale personalità umana!»⁸.

    «La vera morale non è quella che s’origina dalla speranza egoistica di un premio, o dalla tema, pure egoistica, di un castigo. L’uomo religioso non ci appare dunque come morale, appunto perché, invece di agire secondo principi di coscienza, non fa il male semplicemente per sfuggire all’inferno e fa il bene per conquistarsi uno stallo in paradiso»⁹.

    La morale ha significanza, valore, in quanto esplicazione di sé, sentimento vittorioso che associa ed eleva gli spiriti.

    «Essere buoni significa fare del bene, senza trombe pubblicitarie e senza speranza di ricompensa nemmeno divina. Rimanere buoni tutta la vita: questo dà la misura della grandezza di un’anima! Rimanere buoni, malgrado tutto, cioè malgrado gli inganni tesi alla buona fede dai mistificatori, malgrado le ingratitudini e gli oblii, malgrado il cinismo dei professionali: ecco una vetta di perfezione morale alla quale pochi giungono e sulla quale pochissimi restano! Il buono non si domanda mai se vale la pena. Egli pensa che vale sempre la pena. Soccorrere un disgraziato, anche se immeritevole; asciugare una lacrima, anche se impura; dare un sollievo alla miseria, una speranza alla tristezza; una consolazione alla morte, tutto ciò significa tessere la trama della simpatia, con fili invisibili, ma potenti, i quali legano gli spiriti e li rendono migliori»¹⁰.

    Conoscere il bene è volerlo. Dare è tutt’altro che un impoverirsi, è un arricchirsi, un aprirsi al mondo esterno, irraggiarsi nella natura riconosciuta quale continuità di sé. Dare senza riserve, senza attendere ricompense di alcun tipo. Si serve la vita perché la si ama. Amare fa rima con servire.

    «Non avvelenate il soccorso. Che importa il denaro se è accompagnato da una smorfia di indifferenza, di noia?»¹¹.

    In Marx riconosce il grande teorico, il più grande, alla cui influenza non si sottrae, tant’è vero che il suo pensiero risulta ora una rielaborazione, ora uno sviluppo, ora un ripensamento del filosofo tedesco. Il marxismo, in quanto espressione delle fondamentali problematiche del presente, è per lui la bussola del movimento proletario e socialista¹², l’orizzonte della cultura, confluendo in esso la produzione più significativa del socialismo anteriore: il conflitto tra città e campagna ripreso da Fourier e Owen; la critica dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il principio distributivo della ricchezza, la trasformazione dello Stato politico in attività amministrativa, mutuati da Saint-Simon.

    «C’è molta verità nella critica marxista, ma ve n’è anche nell’ideologia mazziniana. Proudhon ha qualche cosa (o molto di vivo, come gran parte dell’opera bakuniana è ancora salda come granito di roccia. Vogliamo noi, spiriti spregiudicati, credere in un solo vangelo, giurare in un solo maestro? O non vale la pena, in quelle che sono epoche di liquidazione, di gettare nella grande fucina ardente della storia i nostri valori politici e morali, per scevrare in essi l’eterno dal transitorio, ciò che passa da ciò che non muore? È mai possibile, nel campo sconfinato dello spirito, la monogamia delle idee? Non è ciò un autonegarsi alla più diretta e profonda comprensione della vita e dell’universo? La vita è varia, complessa, multiforme: ricca di possibilità, fertile di sorprese, prodiga di contraddizioni. Chi è lo stolto che pretende di violentarla nel breve capestro di una formula, nella schematica proposizione di un dogma? Libertà, dunque: libertà infinita!»¹³.

    Trova una fonte d’ispirazione in Bakunin, ma anche in Nietzsche, attraverso la frequentazione di ambienti anarchici, e in altri ancora, ma il campo d’indagine rimane sempre quello marxista e, proprio in quanto tale non crede, non consente con la nietzschiana cancellazione di duemila anni di storia. Nella millenaria lotta degli oppressi vede un continuum nel quale il cistianesimo è un progresso nella storia dell’umanità¹⁴.

    Nel momento in cui esprime un giudizio definitivo sul cristianesimo dà ragione a Marx e sconfessa Nietzsche. Marx ripete con il determinismo il concetto di linearità del processo storico, caratteristico della cultura ebraica. Postula dunque che il cristianesimo sarà si superato, ma nello stesso tempo realizzato, cioè dialetticamente ricostituito a un grado più elevato¹⁵.

    Meditando sul tema dell’ascesi scopre profonde, feconde risonanze tra Nietzsche, il grande cantore della vita, e Marx, il grande salvatore della vita. Mentre il cattolicesimo guarda alla Terra come alla valle di lacrime¹⁶, Nietzsche, superando l’immagine contraffatta della realtà, libera le forze per trasformare la realtà. Un parallelo talmente significativo che stupisce come sia potuto sfuggire prima di Mussolini. Cos’è infatti l’oltre-uomo se non consapevolezza della miseria dell’uomo moderno e, al contempo, speranza del suo riscatto? O, meglio, figura simbolica che promette la salvezza dall’angoscia nell’acquisizione di sé? E cos’è l’opera fondamentale di Marx, il Capitale, se non analisi dell’uomo privato della sua essenza attraverso la potenza reificata della sua ascesi?

    «Nel marxismo (...) niente è fallito. Niente, diciamo; né la teoria della miseria crescente, né quella della concentrazione di capitale, né la previsione apocalittica della catastrofe. Tutto ciò non ha solo un valore storico, ma anche un valore attuale. E lo dimostreremo, parlando, a suo tempo, del ponderoso volume pubblicato recentemente da Rosa Luxembourg: Die Akkumulation des Kapitals. La realtà è una sola per tutti: sono le interpretazioni di essa che hanno diviso i socialisti in varie scuole»¹⁷.

    Si oppone con vigore al coro equivoco di quelli che proclamano la bancarotta totale del marxismo¹⁸.

    «Anche nel marxismo c’è la lettera e lo spirito. È di questo che noi siamo imbevuti: è lo spirito del marxismo e non tanto la dottrina marxista nella sua espressione formale e superabile, ciò che informa la nostra weltanschauung. I riformisti tentano di giovarsi della lettera per uccidere lo spirito, ma attraverso gli acrobatismi della loro dialettica di virtuosi si scorge l’artificio e la debolezza intrinseca della loro tesi, come traverso i buchi del mantello d’Antistene, il Cinico, si scopriva l’orgoglio...»¹⁹.

    Scrive Marx nel 18 Brumaio:

    «Per prendere coscienza del proprio contenuto, la rivoluzione del secolo deve lasciare che i morti seppelliscano i loro morti. Prima la frase sopraffaceva il contenuto; ora il contenuto trionfa sulla frase».

    Marx non si è proposto di ridurre il socialismo a teoria dogmatica ma al contrario elevarlo alla dignità di disciplina scientifica, ad analisi di nessi causali oggettivi. Rapportare, ed eventualmente rettificare, rivedere di continuo, senza remore, l’ideologia sulla base dei dati empirici forniti dall’osservazione, è prassi marxista. Marx opinava che chi compone un programma per l’avvenire, è un reazionario²⁰.

    «La verità assoluta attorno alla quale non si può discutere, che non si può negare o rinnegare, è la verità morta; peggio, è la verità che uccide. Noi non siamo, noi non vogliamo esser mummie perennemente immobili con la faccia rivolta allo stesso orizzonte, o rinchiuderci tra le siepi anguste della beghinità sovversiva, dove si biascicano meccanicamente le formule corrispondenti alle preci delle religioni professate; ma siamo uomini e uomini vivi che vogliamo dare il nostro contributo, sia pure modesto, alla creazione della storia»²¹.

    «Nel viandante affaticato amo simboleggiare l’umanità che muove alla ricerca di una maggiore libertà economica e spirituale: il mantello è il passato colle sue tirannie politiche, religiose, morali: è il passato che nasconde l’uomo, il vero uomo – l’uomo misura di tutte le cose come Protagora voleva. In questo spogliarsi rapido di abitudini antiche, l’uomo conquista il suo avvenire»²².

    Uno spogliarsi, evidentemente, più facile alle intelligenze meno permeate dalle idee del passato, ai più giovani, nel mondo come una primavera fiammeggiante²³ per la loro disposizione a liberare, purificare il mondo dalle anacronistiche resistenze del passato che limitano la pienezza della vita, e questi affianca ai proletari nel processo di liberazione.

    Posizioni ispirate da una sincera tensione ad appagare il bisogno di libertà e autonomia del soggetto pensante, quella stessa che probabilmente porterà Sigmund Freud a riconoscere in Mussolini, in una dedica autografa, L’eroe della civiltà.

    Mussolini è il socialista massimalista, cioè comunista, allontanato dalla componente di maggioranza del PSI, tanto dogmatica quanto miope. Quello che dopo la Grande Guerra, finché rimase un margine di speranza, cioè fino al 1924, cerca strenuamente di ricucire lo strappo con il partito. Quello che nel 1932, nei colloqui con Ludwig, si pone idealmente vicino all’esperienza dei Soviet; nel 1933, al Consiglio nazionale delle corporazioni, fredda il livore anticomunista dei gerarchi, sostenendo, appoggiando le tesi comuniste di Ugo Spirito, cattedratico pisano. Quello che in Repubblica Sociale, pur nelle incredibili difficoltà di un’economia di guerra, cerca di dare concretezza al socialismo mai ripudiato.

    La natura, i sentimenti, la sincerità di un uomo si svelano nei momenti cruciali dell’esistere e Mussolini si è sempre dimostrato, in ogni occasione, un infaticabile servitore del popolo.

    Chi come lui, ad appena diciannove anni, avrebbe scelto di vivere volontariamente sulla propria pelle l’estrema indigenza degli ultimi in Svizzera, Francia, Germania ed Austria, per due anni, facendo anche lo spaccapietre, adattandosi a dormire sotto i ponti, per un motivo di carattere ideale: non fare il soldato al servizio di un governo antipopolare?

    Nei suoi scritti definisce servi gli alti ufficiali prezzolati dal Re e istiga alla diserzione.

    Senza un attimo di tregua, appena tornato a Forlì nel 1904, grazie all’amnistia per la nascita dell’erede al trono, si pone coraggiosamente al fianco dei braccianti che versano in una grave condizione di emarginazione e ne sostiene la rivolta:

    «Per la coltivazione della terra vige in Romagna il sistema di mezzadria. Il mezzadro o contadino lavora e risiede nel potere e divide a perfetta metà col padrone i prodotti e le spese. A lato dei mezzadri, che si trovano in una situazione di relativa agiatezza, sta la grande massa dei braccianti giornalieri raggruppati, i più, nei villaggi e nei borghi.

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