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La ragazza con la rotella in più
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E-book595 pagine13 ore

La ragazza con la rotella in più

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Info su questo ebook

Lilia, un'insegnante di letteratura la cui vita scorre, in apparenza, in una normale quotidianità, ma cela al suo interno una natura complessa ed enigmatica. Il suo percorso di'intreccia con quello di quattro incompresi – Alice, Mattia, Nadia e Alex – che, in un giorno come un altro della loro insignificante vita, incontrano un essere sovrannaturale, Lor, che promette di aiutarli a riscattarsi dall'emarginazione. Ma a due condizioni: aiutare Lilia a ricordare il suo passato di cui non ha memoria e quindi a ritrovare la sua vera natura, e sconfiggere tutti insieme le ombre, esseri umani solo per metà che manipolano il mondo. La ragazza con la rotella in più è il racconto di persone arrabbiate col mondo, emarginate, sole... ma che non si sono arrese. Perché si può superare tutto, anche quando ogni cosa sempre perduta. È una storia di libertà, quella di essere stessi, diventando finalmente chi si è sempre stati, ma che ci si è scordati di essere.
LinguaItaliano
Data di uscita18 mag 2021
ISBN9788894548280
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    Anteprima del libro

    La ragazza con la rotella in più - Nunzia Alessandra Schilirò

    addice.»

    Le gemelle Gapiès e la proff. tocca

    Lilia e Rosa vivevano insieme da sempre. Forse vivevano una sola stessa vita da quando, trentadue anni prima, erano state registrate all’anagrafe. Nella testa di Lilia, Rosa aveva il compito di vivere e lei di agevolarla in questo. Da bambine, nessuno riusciva a distinguerle. Il viso delle gemelle era irregolare e ipnotico; suscitava lo stesso stupore dell’alba quando affiora dalle fessure delle nuvole e le spacca, obbligandole a inchinarsi davanti a quei colori strabilianti ed eccentrici. Lo sguardo delle sorelle era indefinito e sbalorditivo, somigliava a quell’alba che resta ferma per un po’, incastrata tra sbarre di nuvole, disposte come fette di torta non ancora prese d’assalto, prima di riprendere a scorrere in rigagnoli di crema fucsia e arancione fluorescenti. Soltanto qualcuno riusciva a mantenere lo sguardo in quegli occhi cangianti, liquidi, melmosi, oscuri, acuminati, accecanti, furtivi e precisi come un laser, sgattaiolato da una gabbia di riccioli colorati. Una massa esagerata di capelli che, per un bambino vero, doveva nascondere per forza almeno un coniglio. Di bambini veri ne avevano conosciuti solo due, fino a quel momento. I figli del parrucchiere dove Rosa aveva trascinato Lilia, con la solita scusa di renderla felice, costringendola a quelle mechès fluorescenti fucsia e arancioni. Qualche istante prima di pagare erano piombati nel negozio due bambini che, insieme, non superavano i diciotto anni e, dopo un’occhiata radiografica alle due gemelle, erano scoppiati a ridere.

    «Hai visto quanti anelli hanno in testa?» esclamava il più piccolo.

    «Sì, sono le signore degli anelli!» ribatteva il più grande, ridendo.

    «Hanno almeno un coniglio nascosto lì sotto» riprendeva il più piccolo. «Sotto gli anelli ci deve essere per forza un coniglio. Uno a testa. Queste mi sa che non ce l’hanno la testa» ripeteva il piccolo ridendo forte.

    «Ehi,» esclamava Rosa, che non si adeguava mai al suo interlocutore e, per attirare l’attenzione dei due, che ridevano ancora, aggiungeva «voi cosa nascondete in pancia?»

    «Tu sei una bambina vera, come noi!» ribatteva immediatamente il più alto dei due. «Che bello, finalmente! Giochiamo insieme?»

    Rosa stava per rispondere, quando il parrucchiere, afferrati entrambi i bambini per il polso, li faceva volare dietro una porta a soffietto, ordinando loro di tornare dalla nonna e non farsi più vedere al negozio. Lilia, con il suo sguardo da Gorgone, immobilizzava la sorella, che stava per partire in difesa dei due piccoli. Lilia si era appena colorata i capelli per farla felice e non aveva alcuna intenzione di farsi rovinare ancora di più quella giornata, già da dimenticare.

    Crescendo, le due gemelle avevano imparato a distinguersi. Rosa indossava abiti succinti e si truccava in modo eccessivo, mentre Lilia non si truccava mai e, pur avendo lo stesso corpo sinuoso della sorella, indossava sempre ampie gonne lunghe e maglioni maschili, tutto rigorosamente nero. Rosa sfoggiava il suo corpo senza pudore, perché non gli dava alcuna importanza. Manifestava sempre i suoi pensieri e amava creare storie per divertirsi, inventando nuovi personaggi, che sapeva interpretare alla perfezione.

    Mille volte Lilia avrebbe voluto criticare la sorella, perché la trovava troppo eccentrica e volubile, ma riteneva che i pensieri non fossero degni di essere espressi, quando costituiscono armi improprie o sono privi di originalità. Alle volte, però, Lilia credeva che il suo silenzio non dipendesse dall’affetto nei confronti di Rosa, ma dall’idea che nessuno, compresa sua sorella, meritasse davvero le sue parole. A Lilia non importava di essere considerata sciatta. Sapeva che per chi sa cogliere la profondità che traspare dall’apparenza di ogni cosa, tra le due sorelle la più affascinante doveva sembrare lei. Merito, forse, di quel sorriso, sfoderato assai di rado, per via di un leggero accavallamento dei due incisivi centrali. Imperfezione che Rosa non possedeva, avendo avuto in sorte, al contrario, una dentatura da far impallidire Julia Roberts.

    Lilia insegnava letteratura moderna all’Università di Trieste. Era una cattolica praticante e, ritenendosi donna d’altri tempi, avrebbe voluto non uscire mai di casa, se non per andare all’università o in chiesa. Credeva di conoscersi bene: si giudicava irreprensibile e onesta. Le convinzioni di Lilia, però, erano palazzi pericolanti, crepati e scossi dall’orgoglio smisurato per la sua sfrenata ambizione di carriera universitaria e per le sue congetture, che avrebbero dovuto raggiungere l’apice della perfezione. Lilia, infatti, come amava raccontare alla sua migliore amica, una farfalla notturna, non sentiva delle semplici voci nella testa, come gli eroi greci, ma tutti gli aspiranti concorrenti di un talent show canoro che si esibivano insieme. Per tenere in equilibrio il suo mondo folle, aggiungeva, si era dovuta creare una vita rassicurante, fatta di ordine e simmetria: ogni cosa andava tenuta sotto controllo. Le abitudini dovevano restare sempre quelle. Il mondo avrebbe dovuto mantenersi inalterato, per essere un posto desiderato e rassicurante, come il suo cuore, che aveva il compito di ridurre al minimo ogni passione, se proprio non poteva evitarla. Amava stare a casa, soprattutto da sola e chiacchierare con la sua amata piantina. Naturalmente non conversava a parole, ma con il pensiero. Amava la sua piantina, sempre pronta ad ascoltarla, soprattutto perché era unica ed esisteva solo grazie a lei. Si trattava, infatti, di un innesto inventato da Lilia durante uno dei suoi amati giorni di pioggia. Nessuno sapeva come fosse nata quella piccola pianta, che aveva sette fiori corrispondenti ai colori dei chakra: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, blu e indaco.

    Lilia era conosciuta e ammirata in tutto l’ambiente universitario per i suoi libri. Ne aveva scritti, in pochi anni, più di dieci. Ogni scrittore che aveva amato in maniera particolare era diventato il fulcro di una nuova interpretazione critica. In particolare, avevano riscosso successo le monografie su Camus e Kafka. Che bisogno c’è delle mie parole, pensava, quando Shakespeare, Tolkien, Hugo, Melville, Dostoevskij, Pessoa, Neruda, Hikmet, Kundera, Conrad, Fante, Celine, Marài, Màrquez, Mc Ewan, Schmitt, Musso e tanti altri hanno già detto tutto?

    Lilia era nota in quasi tutta la città anche per le chiacchiere che giravano sul suo conto. Molti la definivano matta. Alcuni dicevano che era impazzita dopo quel terribile incidente, in cui aveva perso la sorella. Da allora conviveva con dei dolori inspiegabili e senza cura che, a volte, la paralizzavano completamente, altre, invece, la costringevano a camminare da foca colibrì. Sembrava, infatti, che si muovesse scivolando, utilizzando i piedi come fossero la pancia di una foca. Scompariva poi, in poche frazioni di secondo, come fosse un colibrì che vola capovolto all’indietro. Era più veloce della lucertola di Gesù Cristo quando cammina sull’acqua. Alcuni studenti avevano addirittura organizzato dei tornei per riuscire a imitare la camminata della donna. Un’altra voce che girava sul suo conto riguardava le sue origini: più di qualcuno sosteneva che Lilia e Rosa non fossero figlie dei Gapiès. Si diceva che fossero state adottate e che Lilia fosse diventata matta scoprendo la verità. Quale verità? Di questa ne circolavano così tante versioni che chiunque preferiva inventarne una nuova, piuttosto che faticare a scoprire quale fosse quella autentica. La più gettonata, negli ultimi tempi, sosteneva che i veri genitori delle gemelle fossero morti in un incidente stradale, mentre quelli adottivi fossero stati vittime della criminalità cosiddetta comune. La preferita dalla gente, però, restava quella che le voleva figlie del rettore dell’Università di Trieste, suicida, dopo il tradimento della moglie, morta in un incidente mentre si trovava con l’amante e l’altra figlia. Lilia sapeva di essere considerata un po’ svitata, ma nessuno poteva dire se questa sua fama la infastidisse o meno: non parlava mai di sé. Parlare troppo o non parlare nascondono lo stesso tipo di imbarazzo, rimuginava nella sua mente. Chi esagera con le parole ha bisogno di risultare simpatico, di essere accettato, di non lasciare il tempo a nessuno per intravedere la disperazione e la profondità della sua anima. Chi parla poco, rifletteva, spera che, non stressando nessuno, otterrà gli stessi risultati del logorroico, non lasciando appigli per scorgere gli abissi della propria interiorità. Lilia parlava con la gente solo quando lo riteneva indispensabile. Intratteneva grandi discorsi, invece, con l’invisibile. Si rivolgeva all’acqua, alla tristezza, alla gioia, alle piante e a ogni essere per i più inanimato. Forse lo faceva per il terrore di essere abbandonata di nuovo. Per evitarlo, si teneva lontana dalle persone, per quanto possibile, e comprava a scorte industriali tutto quello che le piaceva. Era il suo modo per far durare le cose in eterno, possibilmente inalterate.

    In città, si spettegolava molto anche sul fatto che non parlasse con nessuno al telefono. Nessuno, ovviamente, ne conosceva il motivo, anche se le storie che si raccontavano erano diverse. Uno studente, una volta, aveva detto persino che la professoressa Lilia Gapiès non parlava al telefono perché era sorda. Durante una sessione d’esame, infatti, Lilia, eccezionalmente presente, era rimasta impassibile e assente per l’intera giornata. Ogni anno, però, la maggioranza degli studenti chiedeva di essere seguito per la tesi proprio dalla professoressa Gapiès, che ne sceglieva solo alcuni. Gli studenti non amavano Lilia solo per la sua professionalità e per le sue lezioni coinvolgenti. La proff. tocca, così la chiamavano, era famosa anche perché non rivolgeva mai a nessuno la parola per prima ma, se le si poneva una domanda sul proprio futuro, rispondeva con precisione sbalorditiva, senza mai sbagliare, soprattutto se si trattava di indovinare numeri. Le sue specialità erano le date di matrimonio, di laurea, i voti agli esami, il numero di figli e le targhe d’automobili. A proposito di automobili, si raccontava che le odiasse. Per questo non guidava ed eccezionalmente era stata vista su qualche taxi. Amava camminare. Spesso, arrivava all’università completamente zuppa. Gli ombrelli erano banditi. Riteneva che i cerchi richiudibili rappresentassero figure demoniache, cose che mutano essenza per servire padroni senza senso.

    La proff. tocca aveva un intuito eccezionale, che qualcuno definiva, per invidia, fortuna sfacciata. Per molta gente era una strega. Per il suo collega appassionato di fisica quantistica, invece, aveva solo imparato a usare, seppur in microscopica parte, le infinite possibilità del campo quantico.

    Se non fosse stato per le sue mani, sempre bruciate dal freddo e dagli eczemi, sarebbe stato facile, incrociandone lo sguardo, scambiarla per una creatura fantastica. Aveva nudi occhi fatati, che mettevano in soggezione, indagavano, imbarazzavano. Occhi spiritati, liquidi, veloci, ipnotici e magnetici. Da noir e da cartone animato insieme. Occhi che potevano essere fatali, anche se neppure lei avrebbe mai potuto immaginarlo. Occhi che sembravano dire: Hai ragione, mi sono toccati in sorte gli occhi di un’altra persona. A guardarli, infatti, era questa l’impressione che davano.

    La professoressa Gapiès deve essere matta per forza. Hai mai visto i suoi occhi? Sembrano quelli di un alieno. Dicevano quasi tutti, mentre affollavano le aule universitarie, aspettando che arrivasse. Lilia entrando sentiva quei commenti, anche se erano stati sussurrati tempo prima. Restava indifferente perché, nel profondo del suo cuore, sapeva benissimo di essere strana e non aveva bisogno di dare importanza a quel mondo, che le confermava solo la sua consapevolezza. In fondo non è colpa mia, pensava, se a me viene facile tutto quello che agli altri risulta impossibile e, viceversa, a me risulta infattibile tutto quello che per gli altri è abituale. Guidare una macchina, avere un marito e dei figli, intrattenere relazioni sociali e usare l’ombrello, per esempio, erano cose impossibili per la proff. tocca che, ormai, si era rassegnata a quella sua condizione. Se avesse potuto, avrebbe tenuto segreta la sua stravaganza, ma non decideva mai quando si sarebbero verificati gli eventi incredibili della sua vita. Spesso arrivava tardi a lezione perché, nel cambiare aula, dovendo passare da un piano all’altro, appena terminava le scale si ritrovava in un posto sconosciuto. Corridoi o aule in penombra, affollate di strane creature, che si facevano avanti una alla volta, pretendendo da lei confessioni o cose che Lilia era certa di non sapere o di non avere. Era come se l’università fosse popolata di milioni di esseri, la maggior parte dei quali del tutto identici agli esseri umani. All’inizio, infatti, sembravano studenti come gli altri, che si muovevano in dimensioni all’apparenza identiche alla sua. Si rendeva conto di essere sgusciata in un mondo parallelo e di muoversi tra aule e corridoi sovrapposti agli originali e invisibili a tutti, tranne che a lei, solo quando veniva aggredita o quando sentiva le sue gambe rallentare, come se una forza oscura la volasse bloccare. L’università per Lilia, dunque, non era costituita da trenta aule divise su tre piani, a cui si aggiungevano diversi uffici, sale riunioni e aule magne, ma almeno dal triplo dei locali, per di più cangianti e mobili, in grado di spostarsi dove volevano e apparire con un aspetto sempre nuovo. Anche per questo, gli studenti la guardavano stupiti, quando arrivava a lezione trafelata. Per tutti, infatti, fare un piano di scale, per di più in discesa, era piuttosto agevole. Per fortuna, pensava Lilia, nelle altre dimensioni il tempo scorre molto più velocemente e i miei ritardi non superano mai i quindici minuti accademici. A chi avrebbe potuto raccontare di quelle sue ore di battaglie estenuanti, che per i suoi studenti corrispondevano a poco più di dieci minuti di attesa? Si erano abituati tutti a vederla entrare in classe qualche volta turbata, altre smunta, stanca o sudata o con gli occhi da panda, gli abiti stropicciati, una pettinatura differente da un quarto d’ora prima o, al contrario, vederla contenta, più bella e, in ogni caso, diversa, da come l’avevano vista durante la lezione precedente.

    Nessuna diceria sulla sua presunta follia, però, poteva mettere in dubbio le sue qualità professionali. Era dotata di un’intelligenza di molto sopra la media, anche se, a volte, vedendola camminare per i corridoi, scappare via da qualche aula o mormorare litanie francesi, poteva confondere le idee. Qualcuno giurava d’averla vista contemporaneamente all’università a insegnare e al Bar degli Specchi a servire ai tavoli. I colleghi triestini la giustificavano sostenendo che, nel tempo libero, ognuno fosse libero di fare ciò che voleva, compreso servire ai tavoli, anche perché era di certo la migliore tra i critici di letteratura degli ultimi anni. Cosa importava se era così bizzarra? Qualcun altro diceva che era un po’ svitata, perché nei giorni di bora passeggiava lungo le rive, recitando preghiere incomprensibili, come se volesse calmare il vento o liberarsi di un segreto troppo pesante. Giuravano di averla vista persino giocare con il vento: chinandosi come se tenesse qualcuno sulle spalle, oscillando come se fosse spinta, ridendo e cadendo in acqua a braccia aperte. La maggior parte delle persone, però, non la sopportava, perché fingeva di essere ciò che non era, una semplice insegnante intellettuale. Se uno finge di essere ciò che non è, non può farlo apertamente, sostenevano. Rendere il mondo un palcoscenico svelato infastidiva soprattutto coloro che ignoravano il valore delle maschere. Chi non sa stupirsi di quante persone può essere, non ha alcuna idea di chi sia, di chi potrebbe essere e di quale vita conduca, pensava Lilia.

    L’anticamera del suo ufficio era piena zeppa di libri accatastati a piramide. Lei stessa aveva risposto alla domanda di uno studente sul motivo di quella scelta, spiegando che al mercato dei libri in Iraq, i libri erano vere e proprie montagne lasciate per strada, perché un proverbio locale diceva Chi legge non ruba e chi ruba non legge. Quando le domandavano come fosse l’Iraq, lei rispondeva che ovviamente non c’era mai stata. Era un’altra delle sue stranezze: parlare di qualsiasi posto, senza averlo mai visto. Quando le domandavano se il crimine per lei più inaccettabile fosse il furto, lei rispondeva che certamente era intollerabile rubare le vite degli altri. E, naturalmente, continuava, per riuscirci basta ingannare il cuore, la testa, il tempo o qualsiasi altra cosa dell’altro a cui l’altro abbia dato senso.

    Di lei dicevano, dicevano, ma nessuno conosceva la verità. Erano noti solo alcuni fatti. E i fatti, si sa, sono soltanto una parte e sono soggetti alle oscillazioni spazio-temporali e alle interpretazioni più disparate. Mutano al mutare del narratore, cambiano a seconda dell’osservatore e si piegano alla volontà del vincitore. Lilia era indifferente a quel chiacchiericcio, perché era convinta che la realtà non fosse mai conoscibile. Lo sapevano già i fisici degli anni trenta, pensava e, ancora prima, i mistici, che non a caso dicevano che tutto è maya. Se solo la gente capisse che sono le informazioni a determinare la realtà, comprenderebbe che invocare la pioggia come uno sciamano o parlare con il vento non è diverso dal comunicare con un amico. Gli alberi non si abbracciano, si intrecciano, cosa molto più intima, diceva tra sé, ma non per questo pensano che gli uomini siano matti. È sempre la realtà invisibile a determinare quella visibile. Come fanno gli uomini a pensare che ciò che vediamo costituisca l’unico mondo esistente? Perché tanta arroganza e presunzione? Io non so quanti universi esistono, ma ne immagino almeno sette paralleli e contemporanei al nostro. Non solo tantissimi mistici, filosofi, fisici, ma anche moltissimi libri e film hanno cercato di svegliarci, ma l’essere umano non vuole sentire, raccontava Lilia alla notte. Molti dicono di aver apprezzato tantissimo il film Matrix, ma lo hanno compreso? No, assolutamente no. Mi domando cosa abbiano pensato quando in Matrix hanno sentito dire che noi siamo tutti schiavi e viviamo in una prigione senza sbarre. Forse, niente. Forse, è proprio questo il guaio: gli esseri umani non sanno più pensare, né farsi domande. Sono solo drogati dal sesso, dai soldi, dal potere e dal successo.

    Quasi sempre, quando restava da sola, Lilia aveva molta paura. Anche per questo, spesso, amava trascorrere il tempo congetturando. Parlare con se stessa o con esseri invisibili la rassicurava. Pur non temendo affatto la morte, aveva il terrore di essere uccisa. Sentiva che non poteva morire, perché la sua vita, fino a quel momento, era stata inutile e priva di senso e sapeva che, se fosse morta, non sarebbe cambiato nulla. Era solo da viva che poteva cambiare la situazione, anche se non sapeva come fare e non si preoccupava affatto neppure di tentare. Anzi, lottava perché tutto restasse immutato. Lilia aveva la sensazione che qualcuno, da tempo, cercasse di farla fuori. Un nemico invisibile e potentissimo, dai metodi insoliti, di quelli che non lasciano traccia. Qualcuno che sembrava conoscerla meglio di lei.

    A quest’angoscia, causa principale della sua insonnia, si aggiungeva il suo più grande problema, quello di non riuscire a capire se gli eventi che le accadevano erano reali o no. Non comprendeva, infatti, se certi avvenimenti si verificassero realmente o fossero soltanto dei sogni. A complicare quella commistione di piani tra l’onirico e il reale, si aggiungeva la confusione di non capire se quelle situazioni appartenessero proprio alla sua vita o alla vita di altri. Non sapeva se stava vivendo cento vite in una sola o se si spostava in continuazione da una dimensione all’altra. Non riuscendo a condividere con nessuno i suoi problemi, si era convinta di vivere spesso in uno dei suoi pensieri, come se la sua mente fosse davvero in grado di animare mondi, creandoli dal nulla. Un giorno, per esempio, le era capitato di andare al mare e di ritrovarsi a litigare con un uomo, di cui era la fidanzata. Si vedeva vivere, era sicura di essere lei e, al tempo stesso, certa di non esserlo. Non era la prima volta che Lilia incontrava un’altra sé. Lui la stava accusando di derattizzare la camera da letto; le diceva proprio così: potresti evitare di derattizzare la stanza in cui dormo? In effetti, Lilia aveva spruzzato del profumo nella loro camera, proprio per far scomparire il tanfo delle puzzette dell’uomo, così le chiamava lei per non offenderlo. La presunta derattizzazione era avvenuta, tra l’altro, con il profumo che l’uomo le aveva regalato e che lei, proprio per questo, adorava. Il fidanzato, inoltre, la accusava di essere troppo difficile a tavola. Si stava arrabbiando moltissimo, perché lei non voleva mangiare. Lui, allora, iniziava a urlare di essere stanco di ricevere inutili premonizioni, che si stava esaurendo vivendo con lei e che doveva immediatamente dargli i numeri per vincere il superenalotto. Lilia gli spiegava che non poteva usare quel suo dono per vincere dei soldi, tra l’altro con un metodo a cui non credeva e che trovava umiliante e svilente. L’uomo, allora, si infuriava ancora di più e si chinava per prendere un grosso bastone. Lilia, per scappare da quella situazione, iniziava a correre verso il mare, pensando che con gli uomini le andava sempre a finire male, per questo decideva che li avrebbe odiati tutti, per sempre. All’improvviso, un’onda gigantesca la inghiottiva. Sbatteva la testa più volte contro qualcosa, ma era troppo debole per riuscire a capire cosa fosse. Percepiva tonnellate d’acqua sulla testa e sentiva che stava per soffocare, quando le appariva un vecchio che, con due bacchette, creava un’enorme bolla di sapone dove la faceva entrare, per poi condurla in un giardino meraviglioso all’interno di una grotta marina. L’uomo le spiegava che lui era il mago delle bolle di sapone e le avrebbe insegnato come salvarsi dagli uomini. Bastava che imparasse a creare delle bolle di sapone, focalizzando l’attenzione sul fatto che nessuno avrebbe potuto mai entrare all’interno di una bolla, salvo che non fosse stata lei stessa a permetterlo.

    «Le bolle di sapone» sentenziava il mago «possono assumere qualsiasi forma e dimensione, possono intersecarsi, attraversarsi, unirsi, esattamente come le anime incarnate sulla Terra, capito? Come diceva Ermete Trismegisto come nel piccolo così nel grande, come in alto così in basso, intendendo dire che, in ogni parte dell’universo, anche in una sola goccia del mare, è contenuto l’universo intero. Un modello olografico, in cui tagliando un pezzo qualsiasi di ologramma ritroviamo nel singolo frammento la visione tridimensionale del tutto. In ogni cosa vi è il tutto. Ogni cosa è il tutto e il tutto è ogni cosa. Noi siamo i frammenti del tutto, a cui torniamo alla fine del viaggio, capito?» Concludeva così il mago delle bolle di sapone che, prima di riportarla sulla spiaggia, le consegnava un pesce, chiedendole di allattarlo.

    Lilia si ritrovava nella sua stanza, senza più alcun fidanzato, né figlio pesce, né mare, ma con una donna identica a lei che la fissava e stringeva due bacchette nelle mani con cui si divertiva a creare bolle di sapone di ogni tipo.

    «Tu sei me? O tu sei Rosa?» chiedeva Lilia ma, appena l’aria faceva vibrare le sue corde vocali, la donna scompariva e le bacchette del mago delle bolle di sapone cadevano a terra. Lilia le raccoglieva immediatamente e, con tutta la velocità di cui era capace, le chiudeva in un cassetto dentro l’armadio, sperando che finissero là dentro anche le tante, troppe domande che affollavano la sua mente. Dov’era stata? Era pazza? Perché sapeva cose che non studiava e ritrovava oggetti che sembravano arrivati da altri mondi? Perché si ritrovava all’improvviso da altre parti, così diverse dalla Terra? Erano mondi paralleli? Erano realtà o fantasia? E qual era la sua vera storia? Chi erano i suoi genitori? E lei a chi somigliava? I figli a chi somigliano? A chi li cresce, perché sono di chi li cresce con amore, o a chi li concepisce? E se i figli non somigliassero a nessuno? Da dove proveniva? E soprattutto perché non realizzava mai ciò che voleva?

    I Quattro e Lor

    Stavano seduti nella sala d’attesa del dottor Nino. Quattro sconosciuti con una cosa in comune: quel nome. Come spesso capita nella vita, si erano accorti in un istante di quello che avevano ignorato prima, per almeno un centinaio di volte, la loro presenza. Qualcuno sostiene sia un buon segno cogliere novità in un posto familiare, significherebbe svegliarsi nel momento presente. Era in quel giorno di presenza, dunque, che i quattro attendevano ciascuno la propria seduta dallo psichiatra che tutti, senza saperlo, avevano soprannominato il dottor Nino.

    Era un giorno insignificante di un anno insignificante della vita insignificante di quattro malati psichiatrici di un medico, psichiatrico e insignificante, eternamente in ritardo, che lavorava in un ospedale qualunque di una città insignificante e che urlava per un non nulla. Aveva sbagliato mestiere? Probabile, ma non più della maggior parte degli uomini.

    I quattro si erano studiati per mesi, prima di rivolgersi la parola, forse per questo all’improvviso e senza alcun motivo, iniziavano a chiacchierare. In meno di sei minuti erano già amici.

    «La gente si aspetta cose strane da chi frequenta la sala d’attesa di uno psichiatra. Ignora che ne avremmo bisogno tutti e che i sani sono coloro che riconoscono di avere un problema, a differenza dei sedicenti sani che, al contrario, chiamano malati di mente quei pochi consapevoli che dagli psichiatri ci vanno di propria iniziativa» esclamava tutto d’un fiato uno scheletro parlante, Alice.

    L’esternazione della donna spingeva i quattro a guardarsi bene negli occhi. In pochi istanti, ciascuno riconosceva nello sguardo dell’altro la propria stessa condizione di fallito e il medesimo desiderio di riscattarsi da quel ruolo di reietto escluso.

    Tornava il silenzio. Stavano seduti nella sala d’attesa di uno psichiatra psichiatrico e insignificante e, a vederli così, potevano sembrare quattro esseri qualunque, anche se non avevano proprio niente degli esseri qualunque. Lo sapevano bene i loro genitori che, con il tempo, erano diventati contenti di avere dei figli spastici, come li chiamavano, pensando che i figli non si fossero mai accorti di quell’appellativo. Non esiste essere umano, però, che non percepisca nel suo cuore l’intenzione dell’altro. Non sempre ne ha consapevolezza, ma quella percezione si incide sul corpo, prima ancora che nell’anima, manifestandosi con disturbi di varia entità: da un banale mal di testa a malattie incurabili. Di questo Nadia era certa, perché lo viveva su di sé, da quando era piccola. I quattro, forse proprio perché emarginati dal mondo e considerati del tutto svitati, sapevano ascoltare il proprio cuore. I genitori degli svitati, disinteressati a qualsiasi cosa li riguardasse, godevano di tutti i benefici del loro ruolo, che definivano sfortunato e che li voleva vittime di un infausto destino. Per questo, loro potevano incasellare tutto e tutti, imprigionare chiunque in rigide definizioni e mettere etichette dappertutto, perché avevano il patentino di sfigati. In quanto possessori del titolo, potevano lavorare di meno, prendersi ferie quando gli pareva, gridare per delle sciocchezze, considerare i loro figli spastici insignificanti e ignorarli a più non posso. Qualunque cosa facessero erano sempre giustificati dal fatto di aver avuto in sorte uno dei quattro deficienti, altro appellativo usato quando erano costretti a parlare dei propri figli. Se i genitori dei quattro si fossero interessati a loro e avessero scoperto in che modo erano diventati amici, avrebbero confermato la propria idea di aver generato dei poveri pazzi. Per fortuna, non avevano né il tempo né la voglia di occuparsi dei deficienti. Lo facevano solo quando non avevano alternative. Conoscere il loro mondo era superfluo e inutile, tanto più che avevano già il proprio ruolo da interpretare e questo risultava molto più conveniente. Tutti gli esseri umani interpretano diversi ruoli nel corso della propria esistenza ma, restare attaccati a una delle proprie maschere, è tipico di chi vuole illudersi di conoscere se stesso, ignorando di essere un esercito di personaggi volubili e mutevoli. Per chi si sente uno, sempre uguale a se stesso, senza conoscere neanche l’ombra della propria essenza, è comodo pensare che la realtà sia immutabile e, di conseguenza, anche i propri ruoli. La chiamano coerenza, anche se non ha niente a che fare con la coerenza. È semplice ignoranza del funzionamento elementare dell’essere umano.

    In un giorno insignificante di un anno insignificante come tanti, nella sala d’attesa di uno psichiatra psichiatrico e insignificante, dopo l’esternazione di Alice e tre minuti di silenzio, prendeva la parola Alex.

    «Chi ti ama, a volte, è brusco. Non può compiacerti, ti scuote e ti fa soffrire, perché vede meglio di te ciò che tu non puoi vedere, visto quanto sei direttamente coinvolto in una certa situazione. In questa sala d’attesa, abbiamo trascorso insieme, ignorandoci, duecentosessanta mila seicentoquaranta minuti e quindi quattromila trecentoquarantaquattro ore, ben centottantuno giorni, più di quanti ne abbia trascorsi con mio padre da quando sono nato e, visto che il tempo fa nascere l’amore, vi amo e, visto che vi amo, devo dirvi questo. Riscattiamoci dalla nostra condizione di esclusi, dimostrando al mondo intero di essere effettivamente diversi, ma non in quel senso dispregiativo inteso dai più, che ci scherniscono.»

    Alex non aveva ancora finito, quando interveniva Mattia, l’uomo con un elmetto in testa.

    «Ehi tu, nutrito, seduto vicino alla ragazza radiografia,» esclamava Mattia sollevando un po’ la testa, in modo che Alex potesse vedere i suoi occhi che spuntavano da sotto l’elmetto «sei persino più matto di quanto appari.»

    «Non sembra matto per niente lui, a differenza tua, che sei solo un maleducato! E cosa vuol dire che sono la ragazza radiografia?» ribatteva Alice, lo scheletro parlante.

    Alex che, a causa dei suoi disturbi psichici, non tollerava di essere interrotto, iniziava a strillare così forte che tutti, in quel giorno insignificante di un anno insignificante, erano costretti a coprirsi le orecchie e a scappare fuori dall’ospedale qualunque. Coloro che non facevano in tempo a coprirsi le orecchie, svenivano per le urla di Alex ma, prima di perdere i sensi, udivano altre grida agghiaccianti. Erano quelle dei malati terminali ricoverati in altri reparti che, dopo mesi di coma, si risvegliavano in preda al panico a causa di quelle grida e, tappandosi le orecchie, supplicavano di essere portati fuori da quel posto. Nel frattempo, i vetri diventavano di cemento e i muri si crepavano. Per fortuna Alice, riuscendo a leggere nel pensiero di Alex, gli si avvicinava e, poggiandogli dolcemente le mani sulle spalle, lo abbracciava. Alex, come per incanto, si tranquillizzava. Alice aveva scoperto che l’unica persona da cui Alex si era mai sentito amato era stata sua nonna. Dato che la vecchiaia le aveva sottratto la vista, la donna aveva imparato a riconoscere il nipote dalle spalle, così lo tastava e poi lo abbracciava da dietro, sussurrandogli qualcosa di incomprensibile all’orecchio, qualcosa che lo rendeva docile e sorridente, prima che il nipote trasformasse il mondo intero in un cumulo di cemento pericolante.

    «Visto che la seduta è saltata,» diceva Alice mentre Alex la fissava con adorazione «perché non ci sediamo nel giardino qui fuori e proviamo a pensare a quello che ha suggerito Alex? Ora so, anzi sappiamo, che non dobbiamo mai interromperlo se sta parlando. Non preoccupatevi, perché parla pochissimo.»

    «E tu come le sai?» chiedeva Mattia, l’uomo con l’elmetto in testa.

    «Perché non ho un elmo sulla testa che mi impedisce di pensare» rispondeva Alice «E dimmi perché mi hai chiamato Ragazza Radiografia?»

    «Senti Miss Saputella,» la aggrediva Mattia, avvicinandosi con fare minaccioso «tu non sai niente di me, perciò se parli ancora ti strappo la lingua.»

    «Ehi ehi, Rambo,» lo fermava Nadia «calmati. In fondo tutti noi ci stiamo chiedendo perché hai un elmo in testa.»

    «Fatevelo dire dalla maga qua, da Miss Saputella, da questa Radiografia ambulante. Ma non ti fai male quando ti siedi, visto che sei più secca di uno scheletro di ominide?» rispondeva Mattia indicando con il mento Alice.

    «Non sempre riesco a leggere il pensiero della gente. Se c’è troppo fango in testa, per esempio, o è troppo vuoto è impossibile» ribatteva Alice.

    «Che cosa vuoi insinuare?» strillava Mattia piantandosi a un centimetro dal naso di Alice «Ti do una testata che ti svuoto la vita e ci libero tutti dalla tua inutile presenza.»

    «Ehi ehi,» gridava Nadia «afferrandolo per il braccio. Mattia si voltava a guardare chi gli stava provocando quel brivido, mai sentito prima. Quella donna malferma era l’essere più bello che avesse mai visto in vita sua.»

    «Perché non andiamo a sederci vicino a quell’albero? Se lo guardate bene, ha occhi, naso e bocca storta sul tronco» sussurrava Nadia.

    «Di quale droga ti fai?» chiedeva Mattia ridacchiando, per nascondere l’imbarazzo di sentirsi così eccitato da quella donna malferma.

    «Non sei affatto spiritoso e non capisco perché tu, che parli poco, oggi stai parlando così tanto» rispondeva velocissima Alice.

    «E tu che ne sai?» domandava Mattia.

    «Ancora? Vi ho già detto che so leggere nel pensiero. Non sempre, ma molto spesso. Non so come mi capita. A volte mi succede. Punto e basta.»

    Mattia arrossiva e decideva di tacere, perché temeva che Alice, leggendogli nel pensiero, svelasse a tutti la sua cotta per Nadia che trovava irresistibile.

    «Ad un’altezza di circa un metro e settanta da terra potrete osservare gli occhi, il naso e la bocca storta dell’albero davanti al quale possiamo sederci. Sicuramente lì dentro vive un uomo, imprigionato da un maleficio» riprendeva Nadia.

    Alex annuiva, perché amava le persone precise, le storie e i numeri. Mattia faceva un segno di assenso con il capo, senza troppa enfasi, per evitare che il suo tono di voce tradisse l’entusiasmo di poter ascoltare Nadia, finalmente.

    «Ci vengo solo se ci promettiamo che non parleremo di noi per almeno i prossimi trent’anni. Questo significa che possiamo diventare amici per dimostrare al mondo che non siamo dei falliti solo perché abbiamo qualche disturbo che ci rende diversi dagli altri, ma senza mai dirci, per almeno trent’anni, perché eravamo in cura dal dottor Nino e senza parlare del nostro passato» diceva Alice parlando velocissima, a raffica, come faceva quasi sempre.

    «Sì, tanto voi non potete immaginare per quanti secoli e secoli noi saremo amici e quante ne passeremo» rispondeva Nadia.

    «Anche tu leggi nel pensiero?» domandava Mattia con apprensione.

    «No» ribatteva Nadia «Ogni tanto io, di sera, vedo degli scorci di futuro. O meglio, vedo delle immagini e poi scopro, dopo giorni, settimane o mesi, che quello che avevo visto era un’anticipazione del futuro.»

    «E non ti sei mai sbagliata?» chiedeva Mattia.

    «Purtroppo no. Tutto ciò che vedo, prima o poi accade» bisbigliava Nadia, come se si vergognasse di quella sua capacità.

    «Fai sogni premonitori?» domandava Alice.

    «No,» rispondeva Nadia «sono sveglia. Credo mi capiti per delle ragioni che non conosco, proprio come accade a te. Succede e basta. Quanto tempo avete prima che qualcuno si ricordi di venirvi a prendere?» chiedeva.

    «Un’ora» rispondeva Alice.

    «Due. Mia madre sa quanto è lento il dottor Nino» diceva Mattia.

    Alex restava immobile a fissare il vuoto, come se non avesse sentito una parola. Nessuno osava insistere.

    «Perché vuoi che non raccontiamo proprio niente di noi per almeno trent’anni?» domandava Nadia.

    «Perché suppongo che trent’anni mi bastino per fidarmi di voi, innanzi tutto. Non lo avete letto Il Piccolo Principe? È quello che io vi racconto di me ed è l’importanza che io do a voi a rendervi importanti per me. Non voglio affezionarmi troppo. Non voglio condizionarvi, né essere compatita. Vorrei che mi consideraste soltanto da questo momento in poi. Ok?» rispondeva Alice che riprendeva a raffica. «Io vorrei inventare un cammino tutto nostro, tipo quello di Santiago di Compostela. Potremmo chiamarlo il cammino di Nalmal, che deriva dalle nostre iniziali e, durante il cammino di Nalmal, potremmo fondare una nuova religione, cercando ovviamente di non essere un fallimento come fu Gesù all’inizio. Se non si fosse ingegnato con i miracoli, sarebbe rimasto lui da solo con la Maddalena e al massimo quattro apostoli. Noi potremmo inventare una religione che salvi i giovani dal loro destino di bombolocci e cioè di bomboloni, perché farciti di tutte le paure, le ansie e le aspettative dei loro genitori e bambocci perché, avendo tutto, sono diventati più idioti e vuoti di chi li ha cresciuti. Ehi? Mi state ascoltando o siete come quasi tutti gli altri, cioè morti che camminano?»

    «Alice,» rispondeva Mattia molto annoiato «ci stai uccidendo con tutte le tue parole. Qui siamo già oltre il sanguinamento delle orecchie. È per questo che sei così magra? Ti nutri di parole?» concludeva ridendo.

    «Non sei affatto divertente!» lo stroncava Alice aggredendolo «Il mio peso non ha importanza, perché io non sono solo un corpo o un tubo digerente, ok? E poi io mi nutro di energia. Si può vivere benissimo senza cibo e senza acqua, lo sai?»

    «Oh mamma mia, scherzavo!» esclamava Mattia. «Come siete suscettibili voi donne.»

    «Come ti permetti di generalizzare?» interveniva Nadia.

    «Senti, non ti ci mettere pure te!» proclamava Mattia con un tono insolitamente maturo, che non lasciava spazio a repliche. Quel modo di parlare e quella frase risvegliavano Alex dal suo stato catatonico quasi perenne. L’uomo sgranava gli occhi e li fissava uno a uno.

    «Prendiamoci almeno un paio di lauree a testa e scopriamo l’elixir dell’eterna giovinezza» sentenziava Alex.

    Mattia sbuffava e attendeva, come tutti, prima di rispondere, per la paura di interromperlo.

    «Che noia mortale!» esclamava Mattia «Si laureano tutti oggi, cani e porci, la laurea è inflazionata, alla portata di tutti, inutile e barbosa. Per non parlare di come funzionano le università.»

    «La cultura è il solo strumento di salvezza che esiste,» ribatteva Nadia «anche se devo riconoscere che naturalmente la laurea non è garanzia di intelligenza, quindi cosa proponi Mattia?»

    «Di vivere facendo giustizia e dunque svaligiando banche, farmacie e truffando i ricchi, semplice» rispondeva scostando un po’ il suo elmetto dalla fronte.

    «Ah, ecco a cosa ti serve quel residuato bellico osceno che porti sulla testa!» diceva ridacchiando Alice «Oppure» continuava «serve a non farci vedere il buco enorme che hai sulla calotta, quello da cui hai perduto tutto il cervello?» concludeva sghignazzando.

    «Smettila!» proclamava Mattia, con quel suo tono serio e perentorio che, effettivamente, riusciva a pietrificare tutti.

    «Hai detto niente passato per trent’anni,» si intrometteva Nadia «perciò per un bel po’ non credo che sapremo perché Mattia indossa un elmetto. Forse pensa che la vita sia una battaglia. Sentite,» continuava abbassando il tono di voce «ogni tanto io ho delle visioni e, in una di queste, ho assistito a una storia incredibile per salvare gli esseri umani, che sono davvero in pericolo, anche se quasi nessuno lo sa. Dobbiamo andare alla ricerca di un vecchio saggio di nome Lor.»

    Prima ancora di mettere ai voti le varie proposte, i quattro si ritrovavano proprio al cospetto di quel vecchio saggio che, riuscendo a sentire tutte le parole di chi intende nominarlo, appariva in mezzo a loro. All’inizio, i quattro sentivano soltanto una voce, perché una nube luminosissima li costringeva a guardare in basso.

    «So che voi quattro siete diversi dalla maggior parte delle persone, perciò non vi sarete spaventati più di tanto per la mia apparizione» sentenziava quell’essere, mentre dissolveva la nube scintillante muovendo la mano e chiudendo la luce nel suo pugno. I quattro riuscivano a scorgerlo. Faticavano a credere ai loro occhi. Un uomo dalla lunga barba rossa e viola, alto più di due metri e mezzo, con gli occhi poco più piccoli di due palline da tennis, di colore indaco luminescente, avvolto in un mantello arcobaleno, che lo copriva dalla testa ai piedi.

    «Come hai fatto a trovarci?» chiedeva Nadia basita, ma meno degli altri, che lo fissavano come fosse un alieno, senza riuscire a smettere di guardarlo negli occhi.

    «Ho dei poteri sconosciuti per la maggior parte degli uomini, anche se sono stati proprio alcuni uomini a donarmi quello di sentire chiunque abbia l’intenzione di pronunciare il mio nome e tutte le parole che pronuncia nelle due ore precedenti. Certo, quelli erano uomini eccezionali. Dei monaci, che vivono da più di cinquecento anni nascosti in un monastero tibetano. Un luogo in cui le vibrazioni energetiche sono così elevate da far guarire in un istante chiunque riesca a entrarvi. Un posto milioni di volte più miracoloso di Lourdes e dove i puri di cuore possono realizzare istantaneamente qualsiasi loro desiderio. Saprete almeno che il cuore ha il campo magnetico più grande di qualsiasi altra parte del vostro corpo? Avete idea di quante informazioni invii ogni istante al cervello¹? E di cosa significhi tutto questo?»

    «Qualcosa sappiamo. Noi vogliamo andare lì» rispondeva Nadia, mentre Mattia e Alice sgranavano gli

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