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Omero - Odissea tradotta in lingua siciliana

Omero - Odissea tradotta in lingua siciliana

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Omero - Odissea tradotta in lingua siciliana

Lunghezza:
341 pagine
6 ore
Pubblicato:
May 8, 2021
ISBN:
9791280343048
Formato:
Libro

Descrizione

Traduzione magistrale dell'Odissea in lingua siciliana redatta dal Prof. Luigi Antonio Nastasi
Masterful translation of the Odyssey in Sicilian language written by Prof. Luigi Antonio Nastasi
Pubblicato:
May 8, 2021
ISBN:
9791280343048
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Omero - Odissea tradotta in lingua siciliana - Luigi Antonio Nastasi

ISBN

Luigi Antonio Nastasi

OMERO L’ODISSEA

NELLA TRADUZIONE

INTEGRALE

IN LINGUA SICILIANA

Prefazione di Liborio Mingoia      

Studio Byblos - editore

A me muggheri

 A li me’ figghi: Totò, Giulio e Francesca

«Et primo de siciliano examinemus ingenium, nam videtur sicilianum vulgare sibi famam pre aliis asciscere, eo quod quic quid poetantur Ytali sicilianum vocatur […]»

«Indagheremo per primo la natura del siciliano, poiché vediamo che il volgare siciliano si attribuisce fama superiore a tutti gli altri: che tutto quanto gli Italici producono in fatto di poesia si chiama siciliano […]»

 De vulgari eloquentia Dante Alighieri

CRONOLOGIA DEGLI EVENTI PIÙ IMPORTANTI

DALL’ETÀ DEL BRONZO ALLA GRECIA ARCAICA

Età del Bronzo 3000 -1000 a.C.

Apice età micenea 1450 -1180  

Impero Ittita 1380 -1050  

Guerra di Troia 1210- ¬1180  

Popoli del Mare 1200 -1100  

Distruzione dei Palazzi micenei 1180  

Invenzione alfabeto greco 750  

Omero VIII secolo  

Fissazione scritta dell’Iliade e dell’Odissea   560- 527  

Le date sono approssimative

PREFAZIONE

Sono entrato per la prima volta in contatto con l’Odissea di Omero all’età di dodici anni quando frequentavo la seconda media: essa costituiva il classico che veniva fatto studiare ai ragazzi dopo che essi avevano letto l’Iliade in prima e avrebbero letto l’Eneide in terza. Ovviamente nella classica traduzione italiana di Ippolito Pindemonte. Era una lingua ostica a ragazzini di dodici anni che solo la mediazione dell’insegnante e il supporto delle note riuscivano a rendere mediamente comprensibile. Ma con tanta fatica! Me ne innamorai subito, non solo per il fascino emanato dal protagonista, Ulisse, ma per il mondo che la sua lettura apriva agli occhi e alla mente d’un adolescente cresciuto in un piccolo paese collinare del centro della Sicilia. Un paese circondato da una cerchia di colline e montagne che escludevano lo sguardo da tanta parte dell’ultimo orizzonte, vietandogli di proiettarsi in un universo più vasto per soddisfare l’intimo desiderio di allargare i propri orizzonti visivi e mentali, nel viaggio verso la conoscenza.

E questa (questo viaggio verso la conoscenza d’un mondo di avventure, eroi, dei, ninfe, mostri…), credo, è stata la spinta che ha indotto Luigi Nastasi ad avventurarsi in questo lavoro Ciclòpico: la traduzione in lingua siciliana dei 12.007 esametri dell’Odissea di Omero, il libro dell’avventura della conoscenza, come ci ricorda l’Ulisse dantesco nella celebre esortazione rivolta ai compagni prima di avventurarsi nel folle volo: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza.

Dal punto di vista linguistico, quello di Luigi, è stato un lavoro estremamente impegnativo non esistendo una lingua siciliana, una sorta di koinè dialectos (κοινὴ διάλεκτος), ma cento parlate.

Infatti, come scrive Gesualdo Bufalino in Cento Sicilie, dal punto di vista linguistico, la Sicilia è non un’isola ma un continente formato da innumerevoli isole, per cui, continuando a parafrasare Bufalino, si potrebbe affermare: Cento Sicilie, cento dialetti! Camilleri, nella sua produzione dialettale, ha dovuto inventare una lingua, Luigi ci prova raccattando vocaboli dalle varie parlate locali, inventandone altri che innesta nella sua parlata patria, o utilizzando lemmi desueti, poco usati ma estremamente pregnanti dal punto di vista semantico.

è il caso di ‘ngannarùsu, epiteto che nella prima stesura caratterizza Ulisse e che traduce il greco polýtropos. Ora, è abbastanza evidente che qui Luigi valorizza la versione di Dante che, nel 26° canto dell’Inferno, colloca Ulisse tra i consiglieri fraudolenti (e dentro da la lor fiamma si geme/ l’agguato del caval che fé la porta/onde uscì de’ Romani il gentil seme.), mentre nella versione definitiva aggiunge un aggettivo, spertu (dd’omu spertu e ngannarusu ), che amplia le caratteristiche di Ulisse avvicinandole al termine greco, reso abbastanza fedelmente da Ippolito Pindemonte con l’espressione quell’uom di multiforme ingegno.

Una delle caratteristiche del lavoro è, infatti, la ricerca di termini pieni di significatività, con una forte pregnanza semantica, che siano in grado di esprimere il mondo omerico e di piegarlo al mondo interiore di Luigi e di dargli la necessaria sonorità tipica della parlata siciliana e gelese.

Come ogni traduzione, il lavoro è una interpretazione dell’opera origginaria, una sorta di nobile tradimento, in quanto la trasposizione in un’altra lingua inevitabilmente finisce per rappresentare la civiltà e l’immaginario che si sostanziano in quella lingua. Qua e là, a tratti, sembra infatti affiorare uno spirito siculo in talune espressioni linguistiche: ‘un ci ‘nquitàri a mugghieri, ‘u to cori, patri, ‘un si ricriàva, quannu ti facìva sacrifìci’…

 Se è vero che molte volte l’autore finisce per identificarsi con ciò che scrive, questo è ancora più vero in alcuni passaggi del lavoro in cui sembra di vedere Luigi questionare davanti a un buon caffè che gli si raffredda davanti mentre lui, tutto preso dalla discussione, dimentica di berlo, tutto preso da espressioni colorite tipiche della parlata popolare in un bar gelese: «Chi paroli vai dicènnu, figghia mia!. Luigi intimamente si sente un po’ Ulisse, uomo di ingegno versatile", che si volge da molte parti spinto dalla curiosità e dalla mobilità della mente, con una forte inclinazione al viaggio e a nuove avventure intellettuali, come evidenzia il fatto che lui, docente di Scienze, si diletti di poesia applicando il suo ingegno in situazioni e in maniere nuove, avventurandosi in campi inesplorati e apparentemente lontani dalla sua formazione culturale e professionale.

Pronto al viaggio e all’avventura, ma incline alla nostalgia e alla ricerca degli affetti desiderati a lungo e alla fine ritrovati, resistendo al canto della sirene ammaliatrici e alle tentazioni del nuovo: chi disiàva chiossài ‘i tutti di turnàri a la so’ casa e di la so’ fimmina, era priggiuneru intra na rùtta funnùta di na bèdda ninfa, Calìpsu, chi su vulìva maritàri! Nell’augurare al libro del viaggio un buon viaggio tra i lettori, mi piace concludere queste mie considerazioni con alcuni versi di Konstantinos Kavafis

Quando ti metterai in viaggio per Itaca

hai a augurarti che la strada sia lunga,

fertile in avventure e in esperienze.

I Lestrìgoni e i Ciclòpi

o la furia di Nettuno non temere,

non sarrà questo il genere di incontri

se il pensiero resta alto e un sentimento

fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

In Ciclòpi e Lestrìgoni, no certo,

né nell’irato Nettuno incapperai

se non li porti dentro

se l’anima non te li mette contro.

Hai a augurarti che la strada sia lunga.

[…..]

Impara una quantità di cose dai dotti

Sempre hai ad avere in mente Itaca -

raggiungerla sia il pensiero costante.

Soprattutto, non affrettare il viaggio;

fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio

metta piede sull’isola, tu, ricco

dei tesori accumulati per strada

senza aspettarti ricchezze da Itaca.

[….]

Gela, Giugno 2020  Liborio Mingoia

LI FATTI CUNTATI DI ODISSEO

LA PERDITA DI NAVI E D’OMINI

Li fatti cuntati nta l’Odissea succidèru ‘n deci anni.

Nun si canuscinu li jorna chi ci vosiru pi lu viaggiu di Troia a li Cìconi.

4 jorna ristau di li Cìconi.

9 jorna ristau di li Cìconi e di li Lotòfagi.

1 jornu ristau di li Lotòfagi.

Nun si canuscinu li jorna chi ci vosiru p’arrivari di li Lotofugi a   l’isula di li crapi.

1 jornu ristau nta l’isula di li crapi.

3 jorna ristau di lu Ciclòpi.

Nun si canuscinu li jorna chi ci vosiru p’arrivari di li Ciclòpi all’isula di Èolo.

30 jorna si firmau di Èolo.

10 jorna all’isula di Èolo quasi a Itaca

Nun si sapi quanti jorna ci vosiru di Itaca a la casa di Èolo

6 jorna di l’isula di Èolo a la terra di li Lestrìgoni

1 jornu vicinu li Lestrìgoni.

Nun si sapi quanti jorna ci vosiru di li Lestrìgoni all’isula di Eea.

3 jorna ristau nna l’isula prima d’arrivari di Circe.

1 annu si firmau vicinu Circe.

1 jornu di Circe all’Ade e turnàri di Circe.

1 jornu arrè vicinu Circe.

Nun si sapi quanti jorna stesi ‘n mari prima d’arrivari nna    l’isula di lu Suli.

36 jorna ristau nna l’isula di lu Suli

10 jorna nna l’isula di lu Suli all’isula di Ogigia.

7 anni si firmau nna l’isula di Ogigia vicinu Calipso.

20 jorna p’arrivari d’Ogigia a Scheria.

3 jorna vicinu Alcinoo.

1 jornu di Scheria a Itaca

Li perditi di li navi e d’omini

Partìu di Troia cu 12 navi

Da battagghia contru li Cìconi persi 72 omini (6 pi ogni navi)

6 omini si li manciau Polifemo

11 navi foru affunnati cu tutti l’omini di li Lestrìgoni.

1 omu di la navi di Odisseo si lu manciau lu re di li Lestrìgoni, Anfifàti.

1 omu Elpinore, murìu vicinu Circe

6 omini si li manciau Scilla.

La so navi cu tuttu l’equipaggiu vinni distrutta di na timpesta e di li fulmini di Zeus, vicinu all’isula di lu Suli.

LIBBRU I

LU CUNCILIU DI LI DÈI

E LI RACCUMANNAZIONI DI ATENA A TELEMACO

O Dea, cunta la storia di lu viaggiu di dd’omu spertu e ngannarusu chi tantu tempu viaggiau, doppu chi distrussi la cità di Troia. Vitti tanti paisi, canuscìu tanti omini e patìu tanti peni dintra lu cori, e supra lu mari, luttannu pi la so vita e pi chidda di li so’ cumpagni. Ma lu stessu nun li salvau, è pi culpa di la pazzìa d’iddi mureru tutti, foru pazzi! Pirchì si manciaru li voi di lu Suli Ipiriuni, e lu Suli cancillau lu jornu di lu ritornu. O dea, cunta ssa storia. Tutti chiddi chi scamparu a la guerra e a lu mari, turnàru ‘n casa. Sulu iddu, chi disìava chiossai di tutti di turnàri a la so casa e di so muggheri, era priggiuneru dintra na grutta funnuta di na bedda ninfa, Calipso, chi si lu vuleva maritari. Ma, quannu, cu lu passari di lu tempu vinni l’annu chi li dèi avevanu dicisu chi iddu turnàssi ‘n casa. Tutti li dèi avevanu pena: sulu Poseidone tinìva na raggia contru Odisseo insinu a quannu turnau a la so casa. Ma Poseidone un jornu si ni jìu luntanu, di l’Etiupi, unn’aveva statu mmitatu a un sacrificiu di tori e d’agneddi, ddà si truvava assittàtu a manciari.

Quannu l’àutri dèi èranu tutti dintra la casa di Zeus re di l’Olimpo, e ntra d’iddi Zeus si misi a parrari: «Ma pirchì l’omini dannu la culpa sempri a li dèi: vannu dicènnu chi tutti li malanni e li svinturi semu nuàutri a mannalli, mentri è pi li sbagghi d’iddi chi patiscinu e soffranu. Sbagghiau Egisto chi si misi cu la muggheri di Agamennone, e poi ammazzau l’Atridi, a lu ritornu di lu figghiu di Atreo. Nuàutri l’avìamu avvisatu, macari si canuscìa la so sorti. Nuàutri ci lu dìssimu, ci mannàmu a Hermes, lu missaggeru cu l’occhiu finu, pi diri di nun ci ncuitàri la muggheri, e di nun ammazzari ad Agamennone. Fu vinnicatu di so figghiu Oreste, quannu fu granni. Chissu ci dissi Hermes, ma li so’ saggi paroli nun cunvinceru lu cori di Egisto: ch’ora paia tuttu a na vota».

Ci rispunnìu Atena, la dea cu l’occhi azzurri: «Figghiu di Crono, patri di tutti nuàutri, putenti ntra li putenti, iddu appi chiddu chi si miritàva. Avìssiru a mòriri accussì tutti chiddi chi fannu ss’aziuni. Ma lu me cori soffri pi lu curaggiusu Odisseo, chi luntanu di li so’ soffri di tantu tempu dintra l’isula abbrazzàta di lu mari. È n’isula china di vosca, unni ci sta na dea, la figghia di Atlante chi canusci li funni di lu mari, e sulu teni li culonni chi spartunu terra e celu. È so figghia chi tratteni l’eroi, e cu paroli duci cèrca di strammiallu pi farici scurdari Itaca. Ma Odisseo si turmenta di lu disìu di taliari macari sulu lu fumu ch’acchiana di la so terra, e voli mòriri. E lu to cori, patri, nun si ricriava, quannu ti faceva sacrifìci vicinu li navi Achee, dintra la chiana granni di Troia? Pirchì, Zeus, l’odi tantu?».

 Ci rispunnìu lu re di li nuvuli: «Chi paroli vai dicènnu, figghia mia. Comu mi pozzu scurdari di lu divinu Odisseo chi ntra l’omini murtali è lu megghiu di tutti pi la so menti, e chiossai d’ogni àutru avi fattu sacrifici a li dèi chi lu celu granni hannu? Ma Poseidone, signuri di la terra, cova na raggia forti pi lu fattu di lu Ciclòpi chiddu ch’Odisseo ci annurbau l’unicu occhiu, Polifemo assumigghianti a un diu, ntra li Ciclòpi è lu chiù forti; lu parturìu la ninfa Tusa, figghia di Forco, re di lu mari chi a Poseidone si juncìu dintra na grutta funnuta. D’allura lu diu chi fa trimari la terra alluntanau Odisseo di lu so paisi senza fallu mòriri. Ma ora nuàutri pinzamu a comu fari pi fallu turnàri. Comu passa la raggia a Poseidone chi sulu nun po cumbattiri contru tutti li dèi».

Ci rispuniu la dea cu l’occhi azzurri: «Figghiu di Crono, patri di tutti nuàutri, putenti ntra li putenti, si è chissu lu vuliri di li biati, chi lu saggiu Odisseo avi a turnàri a la so casa, mannàmu sùbbitu ad Hermes missaggeru all’isula di Ogigia, accussì ci porta a la ninfa di li beddi capiddi, sùbbitu la dicisioni pigghiata: Odisseo, forti e ngigniusu, avi a turnàri».

Accussì dissi, e s’attaccau li sànnili a li pedi, li beddi sànnili d’oru di l’immurtali chi quannu tira lu ventu lu pòrtanu supra lu mari e supra la terra nfinita. Pigghiau la lancia robusta, cu la punta pizzùta di brunzu, la lancia granni forti e pisanti chidda cu la quali ammazzau tanti eroi quannu contru iddi si raggia, la figghia di lu patri unniputenti. Savutau di li cimi di l’Olimpo e fu ‘n terra di Itaca, davanti a lu purtuni di Odisseo, davanti a la soglia di lu bagghiu. Dintra la manu tinìva l’asta di brunzu e assumigghiava a nu straneru. Truvau li Proci superbi chi davanti la porta jucavanu cu li dadi, assittàti supra li peddi di li voi chi iddi stessi avevanu scurciàtu. Araldi e servituri veloci miscavanu dintra li coppi lu vinu cu l’acqua, e cu li sponzi spurtusati puliziavanu li tavuli, Telemaco chi ntra li Pritinnenti stava assittàtu cu la pena dintra l’arma. Pinzava, dintra lu so cori, a lu patri curaggiusu, s’arrivassi a strasattu a fari scuffàri li Proci, e a ripigghiari l’onuri, e a rignari supra li so’ ricchizzi.

A chissu pinzava, ‘n mezzu a li Proci, quannu vitti Atena. Sùbbitu si ni jìu versu lu purticatu, arraggiatu dintra lu so cori chi l’òspiti aspittassi assai; e quannu ci fu vicinu ci pigghiau la manu, si fici dari la lancia di brunzu e ci dissi: «Ti salutu straneru, sì lu binvinutu ntra nuàutri; ora pigghiati lu manciari e chiù tardu ni dici di zoccu hai di bisognu».

Accussì dicènnu jia avanti, mentri, appressu jia Pallade Atena. E quannu foru dintra la stanza cu lu suffittu jàvutu, appuiau la lancia contru na culonna, granni, unni si truvavanu l’àutri armi di lu curaggiusu Odisseo; doppu la fici assittari supra un tronu, ntarsiatu, beddu assai, supra ci misi un pannu finu; c’era un vanchitèddu, p’appuiarisi li pedi. Vicinu misi p’iddu na seggia, luntanu di li Proci, pirchì l’òspiti, scantatu di li vuci di li giuvini vastasi, nun si sdignassi di lu manciari; vuleva macari dumannarici di so patri luntanu.

Vinni n’ancella a purtàri l’acqua, nta la brocca d’oru, dintra un vacili d’argentu, pirchì si lavassiru; e misi vicinu a iddi na tavula bedda liscia. Vinni la dispinzera a purtàri lu pani e tantu manciari chi misi cu abbunnanza. Piatti di carni, di tanti tipi, purtau lu servu e calici d’oru misi davanti a iddi. Vineva sempri lu servu e l’inchìva li biccheri di vinu. Arrivaru li Pritinnenti e s’assittaru unu vicinu a l’àutru, supra troni e seggi. A iddi li servi jittaru l’acqua supra li manu, l’ancelli purtaru lu pani dintra li cannistra, li giùvini jìnchivunu li biccheri di vinu. E supra lu manciari misuru li manu.

Ma quannu li Pritinnenti foru sàzi di manciari e bìviri, pinzaru ad àutru a li danzi e a li canti chi rallegranu tutti li banchetti.

Un servu misi ntra li manu di Femio na bedda citra, chi pi li Proci era custrittu, contru la so vuluntà, a cantari, e lu cuntastori tuccau li cordi e accuminciau lu so cantu. La dea cu l’occhi azzurri dissi a Telemaco, avvicinannu la so testa a chidda d’iddu pi nun si fari sèntiri di l’àutri. «Nun t’arraggiari, òspiti, pi chiddu chi dicu. A iddi ssi cosi piacinu, soni e canti, certu, chissu pirchì si màncianu li ricchizzi di l’àutri, senza virgogna, pi un omu li cui ossa bianchi sunnu supra la terra e spattisciunu cu l’acqua o sunnu purtàti di l’unna di lu mari.

Ma si iddi lu vidissinu turnàri a Itaca, tutti priassiru d’aviri pedi veloci nveci chi oru o abiti priziusi. Ma iddu murìu di morti amara, e nun c’è chiù cunfortu pi nuàutri; macari si c’è cu dìci chi putissi ancora turnàri, lu jornu di lu so ritornu è persu.

Ma ora tu parra e dimmi chiaramenti: cu’ sì?, Qual è lu to paisi? Di cui sì figghiu? Cu quali navi arrivasti e pirchì li marinara ti purtaru a Itaca, e cu’ su’? Certu chi insinu a ccà nun vinisti a pedi. E dimmi macari chissu pirchì accussì lu sacciu, si chista è la prima vota o di me patri fusti già òspiti: eranu tanti chi vinèvanu ‘n casa nostra e tanta genti macari iddu canuscia».

Ci rispuniu la dea cu l’occhi azzurri: «Ma certu, chiaramenti, tutti cosi ju ti dicu. Mi vantu d’essiri Mente, figghiu di lu saggiu Anchialo, cumannu supra Tafi, genti ch’amanu lu remu. Navicamu supra lu mari culuri di lu vinu, versu genti stranera, versu Tìmisa ‘n cèrca di brunzu, sugnu juntu ccà cu li navi e li cumpagni. Pòrtu cu mia ferru lucenti. La me navi è ancurata ddà, dintra lu portu di Reitro, sutta lu Nirito riccu di vosca. Òspiti semu unu di l’àutru di tantu tempu; addumannulu a lu vecchiu Laerte chi a lu paisi nun veni chiù, accussì mi dicinu, chi sta sempri ‘n campagna, luntanu, a suffriri; na vecchia serva ci porta lu manciari e lu bìviri quannu lu so corpu nun reggi chiù cu li stanchìzzi e si trascina insinu a ddà supra a lu so tirrenu chiantatu a vignetu. Arrivai ora ora. Mi dìssuru chi to patri era turnatu: ma forse li dèi mettanu mpirimènti a lu so viaggiu. Pirchì nun è mortu, è ancora vivu lu gluriusu Odisseo;qualchi cosa lu tratteni a lu mari granni, forsi, è supra n’isula abbrazzata di l’acqua, omini sarbaggi e malvagi lu tènunu, contru lu so vuliri, priggiuneru.

Ma ora fazzu na prufizia, accussì comu li dèi mi lu cunsigghianu dintra lu cori, comu cridu chi succedi, macari si ju prufeta nun sugnu e mancu espertu di voli d’aceddi. Di lu so paisi Odisseo, nun ci resta luntanu ancora pi tantu tempu, mancu si fussi attaccatu cu li catìni di ferru.Trova lu modu di turnàri datu ch’è omu spertu e ncignusu.

Ma ora parra tu e cu franchìzza dimmi: «Si’ lu figghiu di Odisseo, si’ daveru so figghiu? Ad iddu assumigghi assai pi la forma di la testa e l’occhi beddi; pirchì sempri nzemi èramu nuàutri dui prima chi si mbarcassi pi Troia, supra li concavi navi, c’eranu macari àutri Argivi, li megghiu. Ma d’allura ju e Odisseo nun ni vittumu chiù ».

Dissi allura lu saggiu Telemaco: «Òspiti ti parru, cu franchizza. Me matri dici chi sugnu so figghiu, ma ju nun lu sacciu; nuddu po sapiri qual è la so nascita. Vulissi essiri figghiu di un omu cuntentu, d’arrivari a la vicchiaia patruni di li so’ ricchizzi. E iddu, nveci, di cui mi dìciunu figghiu, pirchì chissu tu m’addumanni, è di tutti li murtali lu chiù scuntentu».

Ci rispuniu la dea cu l’occhi azzurri: «Sta stirpi nun resta senza gloria, si Penelope fici un figghiu comu a tia. Ma dimmi allura e parra cu franchizza: chi banchettu è mai chistu? Cu’ su’ ssi pirsuni? Chi bisognu hai? E na festa o un pranzu di matrimoniu? Manciari assèmi nun mi pari: chissi chi màncianu dintra sta sala parinu superbi. Cu’ tràsissi ccà, si fussi saggiu, si pigghiassi di raggia vidennu ssu spittaculu».

Dissi allura Telemaco: «Òspiti, datu chi mi l’addumanni, hai sapiri chi sta casa fu unurata e ricca quannu Odisseo era ancora ccà, nta lu so paisi. Ora li dèi chi conzanu svinturi la pinzaru diversamenti e ficiru d’iddu l’omu chiù scanusciutu supra sta terra. Pirchì di la so morti ju nun avissi tantu duluri si fussi mortu a Troia, ‘n mezzu a li so’ cumpagni, o dintra li vrazza di li so’ cari doppu la guerra. L’Achei avìssiru jisàtu na tomba e macari so figghiu n’avissi avùtu onuri.

Senza onuri nveci l’arpìi si lu rubbaru; scanusciutu, scurdatu di tutti, scumpariu e a mia mi lassau duluri e lacrimi. E nun sulu p’iddu chiànciu e mi lamèntu, àutri traggedi mi desiru li dèi. Li prìncipi chi supra l’isuli tènanu lu putiri, a Dolicchio, a Same, a Zacinto cummigghiata di vosca, e chiddi chi cumannunu ccà, a Itaca pitrusa, tutti si vònnu maritari a me matri e, d’ostramenti, mi distrùgginu la casa. A ssì nozzi udiusi idda nun si rifiuta, ma mancu accunsenti. Màncianu e cunsumanu chiddu ch’è miu e prestu ruvinanu macari a mia».

A iddu rispusi Atena siddiata: «Certu assai ti manca Odisseo chi jisa la manu supra ssì Proci vastasi. S’arrivassi, ora, si davanti sta sala cumparissi, cu lu scudu e n’accetta e cu du’ lanci nta li manu, accussì com’era quannu ju lu vitti pi la prima vota, dintra la me casa, chi bìviva cuntentu dopo chi turnau di Efira, di la casa di Ilu figghiu di Mirmaro; aveva jutu ddà supra la navi veloci, Odisseo, a circàri un vilenu murtali pi mettilu supra li frecci di brunzu; ma Ilu nun ci lu detti, pirchì si scantava di li dèi, chi nun mòrunu mai; nveci ci lu detti me patri, chi l’amava assai.

Se, Odisseo, cumparissi ora ‘n mezzu a li Proci, accussì com’era tannu, assai amari fùssanu li nozzi. Ma spetta a li dèi diri sì si po vinnicari quannu torna a la so casa. A tia ju ti dicu chi hai a pinzari comu livari li Pritinnenti dintra la to casa. Ora, sènti e stai attentu a chiddu chi dicu. Dumani, chiama li prìncipi Achei a cunsigghiu e a tutti iddi parra, pigghiannu a testimoni li dèi. A li Pritinnenti cumanna chi si ni vanu, ognunu a la so casa. To matri, si lu so cori ci dici di spusarisi, si ni va a la reggia di so patri putenti assai. A tia, si mi voi scutàri, dugnu stu saggiu cunsigghiu: pripara na navi di vinti remi, la megghiu chi hai, e parti; vatinni a circàri nutìzi di to patri, datu ch’avi assai ch’è luntanu, qualcunu ti ni po parrari o forsi putìssi sèntiri na vuci chi veni di Zeus e chi fa canusciri lu so nomi ntra l’omini.

  A Pilo, pi prima cosa vatinni, e dumanna a Nestore gluriusu. Poi vatinni a Sparta, di lu biunnu Menelao: ntra l’Achei di li curazzi di brunzu fu l’ultimu a turnàri. E si veni a sapiri chi to patri è vivu e chi torna, aspetta ancora p’un annu, supporta ancora, macari si nun ni poi chiù, ma si sai chi murìu, allura torna a lu to paisi, jisa na tomba, facci l’offerti di li morti, comu si cummeni, e duna un maritu a to matri.

Doppu chi fai tutti ssi cosi, penza comu hai ad ammazzari li Proci dintra la to casa, si facci cu facci o cu lu ngannu. Nun sì chiù un criaturu, nun hai chiù dd’età.

Nun lu sai quali numinata si fici ntra l’omini lu divinu Oreste, pirchì scannàu a ddu ‘nfami e malignu di Egisto chi ci ammazzau lu patri gluriusu? Macari tu, granni comu sì, e beddu, hai ad essiri curaggiusu, accussì tutti ponnu diri beni di tia e di li to’ figghi. Ma, è ura ch’ju tornu a la me navi, di li cumpagni chi mi stannu aspittannu. Tu pigghia li me’ cunsigghi e penza a tuttu».

Dissi allura lu saggiu Telemaco: «Cu tantu affettu, òspiti, mi parri, comu un patri chi parra a lu figghiu, nun mi scordu li to’ paroli. Ma pirchì hai prescia di ripigghiari lu viaggiu, resta ancora, fatti un bagnu chi ti rifrisca l’arma e poi cu lu cori chinu di cuntintìzza torna a la to navi purtannu cu tia un rialu, beddu

assai e priziusu, com’è usanza ntra òspiti chi si vònnu beni, accussì ti riòrdi di mia».

Ci rispuniu la dea cu l’occhi azzurri: «Nun mi tratteniri ancora, aiu prescia di pàrtiri. Lu rialu chi lu to cori ti spincìu a darimi, mi lu duni a lu ritornu, accussì ju lu portu a casa; pìgghiani unu beddu, e doppu ni hai macari tu unu ancora chiù beddu».

Dissi accussì e si ni jiu, la dea cu l’occhi azzurri, sparìu comu n’aceddu. Ma dintra lu cori ci misi forza e curaggiu e lu ricordu di lu patri fu p’iddu chiù vivu di prima. Pinzannu, iddu si maravigghiava dintra lu so cori: aveva caputu chi si trattava di un diu. S’avvicinau veloci a li Proci, lu giùvini assumigghianti a un diu, ‘n mezzu a iddi cantava lu cuntastori assai canusciutu, e iddi assittàti lu sintìanu ‘n silenziu. Cantava lu ritornu di li Dànai, lu tristi ritornu di Troia chi a iddi ci detti Pallade Atena.

Di li so’ stanzi ntisi lu cantu la figghia di Icario, la saggia Penelope. Scinnìu la scala; nun era sula, era accumpagnata di dui ancelli. Quannu arrivau ntra li Proci, la fimmina bedda, si firmau vicinu a un pilastru chi tinìva lu tettu e si cummigghiau la facci, cu lu velu lucenti. Vicinu a idda c’eranu una di na parti e una di l’atra, l’ancelli. E chiancennu idda ci dissi a lu divinu cuntastori: «Femio, tant’àutri canti canusci, chi ncàntanu l’omini: canti di dèi, canti d’eroi, chiddi chi càntanu tutti li cuntastori. A iddi canta unu di chissi, e iddi si bìvunu lu vinu, e stannu ‘n silenziu. Ma cu ssu cantu finiscila, pirchì mi strazza lu cori dintra lu pettu. Duluri tirrìbbili, nsuppurtabili c’è dintra di mia, un omu granni chiànciu, e senza sosta lu ricordu, un eroi la cui numinata l’inchìu tutta la Grecia, e arrivau a lu cori di Argo».

Allura ci dissi lu saggiu Telemaco: «Pirchì, matri mia, nun voi chi lu cuntastori fideli canta comu ci dici lu so cori? Nun hannu culpa li cuntastori è Zeus chi a l’omini spàrti la sorti, comu voli. Nun c’è bisognu d’arraggiarisi cu iddu si canta lu distinu malignu di li Greci: li Proci amanu chiossai ssu cantu pirchì ci pari chiù novu. Fai chi lu to cori e la to arma avi la forza di sèntiri. Nun fu sulu Odisseo chi persi a Troia lu jornu di lu so ritornu, ma tanti àutri eroi pèrsiru la vita. Ora vatinni nta li to’ stanzi, penza a li to’ cosi, a lu fusu e lu tilàru, e cumanna a l’ancelli di pinzari sulu a lu travagghiu. A l’omini toccanu li discursa, ma a mia chiossai di tutti chi ‘n sta casa regnu e cumannu». Turnau dintra li so’ stanzi la fimmina, maravigghiata, sarvannu dintra lu cori li saggi paroli di so figghiu. E quannu, nzemi a l’ancelli, acchianau dintra li so

stanzi, chianceva lu maritu Odisseo, insinu a quannu Atena nun ci pusau supra li pinnulari un sonnu duci. Si ntìsunu li vuci di li Pritinnenti dintra la sala china d’ùmmiri: tutti si vulèvanu spartiri lu lettu cu idda. E ntra iddi, lu saggiu Telemaco ncuminciau a parrari: «Prìncipi, chi vuliti la manu di me matri, nun vuciati chiù, ora, e gudèmuni stu banchettu: pirchì è na bedda cosa sèntiri un cuntastori canusciutu, com’è chissu, ch’avi na vuci comu un diu. Dumani all’arba ni riunemu tutti ‘n cunsigghiu: vogghiu diri apertamenti di jirivìnni di la me casa. Jitivìnni a circàri lu manciari di nàutra banna, e spardativi li vostri ricchizzi, mmitannivi unu cu l’àutru. Si nveci vi pari cosa bona e chiù facili spardàri la robba di un omu sulu, allura manciativìlla: ju prèu e chiamu li dèi chi campanu ‘n eternu pirchì Zeus avi a dari lu modu di ricanciàrivi l’aziuni. Murìti dintra la me casa, e nun ci sarrà vinnitta pi vuàutri».

Dissi accussì, e tutti si muzzicavanu li labbra, maravigghiati chi Telemaco aveva parratu accussì Ad iddu si rivurgiu Antinoo, figghiu di Eupite: «Telemaco, sugnu sicuru chi foru li dèi chi ti nsignàru a parrari cu tantu curaggiu e malacriànza. Bada chi nun ti fa re di Itaca Zeus, figghiu di Crono, di Itaca abbrazzàta di lu mari, com’è to dirittu di nascita».

Rispunnìu lu saggiu Telemaco: «Chissu ju vulissi chi Zeus facissi succediri, Antinoo, macari si chiddu chi dicu ti fa nfuriari. Cridi chi chissu è lu chiù tintu di li mali? Nun è un mali essiri un re: ricca è la so casa e iddu è unuratu di tutti.

Ma a Itaca abbrazzàta di lu mari, ci sunnu, àutri prìncipi, giùvini e menu giùvini. Unu di chissi si pigghiassi lu regnu, datu chi murìu lu divinu Odisseo. Ma di la me casa sugnu ju lu patruni, macari di li servi, chi pi mia li vincìu Odisseo gluriusu».

Di rimannu ci dissi Eurimaco figghiu di Polibo: «Telemaco, sulu li dèi sannu, quali di l’Achei avi a rignari supra Itaca. Teniti li to’ ricchizzi e regna dintra la to casa. Nun c’è omu chi putissi spugghiariti di li to’ ricchizzi, cu la forza, insinu a chi c’è un abitanti nta l’isula. Ma supra lu furasteri ti vogghiu spiàri, d’unni veni?, Qual è lu so paisi? La so stirpi?. Ti portau nutìzi di lu ritornu di to patri o vinni sulu pi li so’ nterèssi? A lu mpruvvisu sparìu, nun si fici mancu canusciri: e nun parìva taliannulu un omu di nenti».

A iddu rispunnìu lu saggiu Telemaco: «Eurimaco, me patri ormai nun torna chiù . Di li vuci chi m’arrivanu nun ci cridu chiù e nun ci fazzu mancu casu a l’uraculi chi me matri va chiamannu, mmitannu ‘n casa li fattucchieri. Lu furasteri è di Tafo ed è òspiti anticu. Si chiama Mente, figghiu di lu saggiu Anchialo, e regna supra li Tafi ch’amanu lu remu».

Accussì dissi Telemaco: ma aveva ricanusciutu la dea immurtali. Li Proci si dèttiru, a la danza e a lu cantu cuntenti, aspittannu chi si facissi sira. E mentri babbiàvanu, scinnìu lu scuru: allura si ni jeru a durmìri, ognunu a la so casa. Telemaco d’ostramenti si ni jiu nta la stanza chi di lu curtigghiu beddu assai; fu fabbricata p’iddu javita, sicura; ddà si ni jiu pi durmìri, cu tanti pinzeri dintra lu cori. Cu iddu si ni jeva purtannu la torcia ardenti la saggia Euriclèa,

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