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Tiger nel fango: La vita e i combattimenti del comandante di Panzer Otto Carius

Tiger nel fango: La vita e i combattimenti del comandante di Panzer Otto Carius

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Tiger nel fango: La vita e i combattimenti del comandante di Panzer Otto Carius

Lunghezza:
521 pagine
7 ore
Editore:
Pubblicato:
Jan 28, 2018
ISBN:
9788899158217
Formato:
Libro

Descrizione

Quando iniziai a scrivere delle mie esperienze al fronte, intendevo riservarle ai membri del 502° Panzer-Abteilung (Tiger). Quando i miei scritti si evolsero in questo libro, era da intendersi come un tentativo di rendere giustizia al soldato tedesco. La diffamazione del soldato tedesco è stata apertamente e sistematicam

Editore:
Pubblicato:
Jan 28, 2018
ISBN:
9788899158217
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Otto Carius (Zweibrücken, 27 maggio 1922 - Herschweiler-Pettersheim, 24 gennaio 2015) fu un comandante di carri armati della Wehrmacht col grado di tenente a cui è stata accreditata la distruzione di più di 150 carri nemici durante la seconda guerra mondiale. È stato insignito della Croce di Cavaliere con Fronde di Quercia.


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Anteprima del libro

Tiger nel fango - Otto Carius

Otto Carius

TIGER

NEL FANGO

La vita e i combattimenti

del comandante di Panzer Otto Carius

Edizione italiana a cura di

Andrea Lombardi e Vincenzo Valentini

Traduzione di Vincenzo Valentini

ISE001

001

Dedicato ai miei camerati della 2ª Compagnia

dello schwere Panzer-Abteilung 502

per ricordare con onore coloro che caddero

e per ricordare a quelli ancora vivi

il nostro indimenticabile

ed eterno cameratismo.

INDICE

- Prefazione

- 1a parte

- 2a parte

- 3a parte

- 4a parte

- 5a parte

- Postfazione

- Documenti

- Appendice

- Glossario

- Mappe e illustrazioni

- Note

- Colophon

logoitaliastorica

Prefazione

Noi vecchi soldati della Wehrmacht siamo grati a chi traduce e pubblica gli scritti di autori tedeschi relativi alla seconda guerra mondiale. Grazie a queste pubblicazioni, le mistificazioni dei media relative al soldato tedesco sono state contrastate, e l’immagine della Wehrmacht è divenuta più obiettiva grazie all’aiuto dato dalla varietà delle fonti. Siamo particolarmente grati quando pensiamo ai camerati caduti che, assieme a volontari provenienti da tutta l’Europa occidentale, combatterono per salvarsi dal comunismo e la cui memoria fu macchiata dalle diffamazioni. Sfortunatamente, abbiamo dovuto sperimentare direttamente come i memoriali di guerra siano stati distrutti e profanati nel nostro stesso paese, mentre Monumenti in memoria del disertore ignoto sono stati inaugurati in pompa magna a Brema, Amburgo e Bonn: Questo deprecabile comportamento è quasi impensabile in un qualsiasi altro paese (va puntualizzato che fino al 31 dicembre 1944 ci furono nella Wehrmacht 1.408 disertori ufficialmente riconosciuti, su un totale di circa sette milioni di uomini sotto le armi nelle forze armate tedesche, in cinque anni di guerra!). Nessun altro popolo è stato imbrogliato dopo il 1945 così audacemente e - cosa che mi imbarazza - con così tanto successo, come quello tedesco. Nonostante le fonti più recenti, il quadro storico non è stato corretto. Con l’aiuto di molti ex addetti alla propaganda del Terzo Reich, la rieducazione si è rivelata un completo successo. Le nostre tradizioni sono derise, mentre i nostri vecchi avversari, almeno, riconoscono i risultati della Wehrmacht e del nostro popolo nella seconda guerra mondiale, e in taluni casi essi addirittura li ammirano. Visto l’atteggiamento della gente comune, è comprensibile che il cittadino in uniforme svolga il servizio militare solo per evitare il più lungo e più spiacevole servizio civile. Politici, prelati e altre personalità pubbliche dipingono i soldati della Bundeswehr come potenziali omicidi senza che la giustizia li persegua. Anche il ministro del lavoro Blüm può permettersi di dichiarare, durante un discorso in Polonia, che lui non trova differenze tra un soldato e una guardia di un campo di concentramento. Trovo sorprendente, di conseguenza, che l’opinione pubblica occidentale sia stata sorpresa dalla reazione della Germania alla guerra del Golfo del 1991. Se le virtù militari e l’idealismo sotto qualsiasi forma sono stati calpestati e ridicolizzati per decenni, non ci si può aspettare nulla di diverso. Se tutti pensano solo a loro stessi, e non è che si possa togliere l’idealismo dalla naftalina quando serve! Un soldato deve compiere il suo dovere come prescritto dalla legge. Il suo nemico non viene mai scelto da lui, ma piuttosto per lui dai politici. "Mourir au feu ou sur la route, c’est le métier du soldat (Morire sotto il fuoco o in marcia, questo è il mestiere del soldato"). Il detto di Napoleone è sempre valido per tutti i soldati. L’esperienza comune unisce i combattenti di tutte le nazioni, come dimostrano molti raduni di veterani. Dal 1945 non c’è mai stata una settimana senza guerra da qualche parte nel mondo. Nel delirio che seguì la fine di entrambe le guerre, gli Alleati persero due volte la pace mondiale nel XX secolo. Speriamo che nel futuro siano al potere politici che abbiano sempre bene in vista gli obiettivi politici durante le battaglie meglio combattute e nelle intossicanti conseguenze della vittoria. Qualsiasi popolo desidera vivere in pace e libertà. Ma non si dovrebbe parlare sempre e solo di diritti umani, si dovrebbero anche sottolineare i doveri umani. Speriamo che le giovani generazioni creino un ordine pacifico e duraturo. La precondizione per questo sarà la disponibilità al compromesso da parte di tutte le nazioni. In ogni caso. Noi vecchi combattenti memori delle amare esperienze e in ricordo dei nostri camerati caduti vogliamo trasmettere questo memento: la guerra è in politica la peggiore delle alternative!

Otto Carius

Prefazione all’edizione tedesca (1960)

Quando iniziai a scrivere delle mie esperienze al fronte, intendevo riservarle ai membri del 502° Panzer-Abteilung (Tiger). Quando i miei scritti si evolsero in questo libro, era da intendersi come un tentativo di rendere giustizia al soldato tedesco. La diffamazione del soldato tedesco è stata apertamente e sistematicamente realizzata, intenzionalmente o meno, dal 1945, sia in Germania che all’estero. Il pubblico però ha il diritto di sapere come erano veramente quella che è stata sia la guerra che il normale soldato tedesco! Ma questo libro è soprattutto indirizzato ai miei vecchi compagni carristi. Per loro va inteso come un ricordo di quei tempi difficili. Noi facemmo esattamente quello che fecero i soldati nostri camerati in tutte le altre specialità dell’esercito, il nostro dovere! Ho potuto descrivere gli avvenimenti che costituiscono la maggior parte della narrativa, le operazioni tra il 24 febbraio e il 22 marzo 1944, poiché dopo la guerra riuscii a salvare i rapporti operativi divisionali e di Corpo relativi. Mi furono consegnati allora e io li spedii a casa. Per tutti gli altri avvenimenti, oltre alla mia memoria, sono stati a mia disposizione gli usuali documenti ufficiali.

Otto Carius

TIGER

NEL FANGO

La Patria chiama

Mi piacerebbe proprio sapere cosa se ne faranno di quel tappetto, disse uno dei giocatori di carte. Erano tutti rannicchiati con una valigia sulle ginocchia, e passavano il tempo giocando a carte nel tentativo di rendere la loro partenza più sopportabile. Quel Cosa faranno di quel tappetto… era riferito a me. Ero in piedi alla finestra dello scompartimento, e fissavo le montagne dell’Hardt mentre il treno cigolava verso est attraverso le pianure del Reno. Mi sembrava di essere su di una nave che lasciava il suo porto sicuro per veleggiare verso l’ignoto. Dovevo ancora sforzarmi, a volte, per convincermi di avere nel taschino il foglio della mia chiamata di leva: Posen, 104° Reggimento Addestramento di Fanteria: Fanteria, la Regina delle Battaglie! Ero l’elemento estraneo in questo gruppo, e non potevo davvero biasimare nessuno per il fatto che non mi prendevano sul serio. A dire il vero era proprio comprensibile. Ero già stato scartato due volte dopo essere stato chiamato alla leva: Non idoneo al momento perché sottopeso. Per due volte dovetti ingoiare il rospo e ricacciare le lacrime. Dio mio, di certo al fronte a nessuno importa quanto pesi! Le nostre armate avevano già dilagato attraverso la Polonia in una corsa senza precedenti verso la vittoria. Qualche giorno prima anche la Francia aveva iniziato a incassare i primi massicci colpi delle nostre armi. Mio padre era già in armi; all’inizio della guerra aveva indossato di nuovo l’uniforme. Questo significava che mia madre avrebbe dovuto gestire una famiglia ormai ridotta di numero, non appena le fosse stato consentito di ritornare alla nostra casa posta sulla frontiera. E io avrei dovuto passare il mio diciottesimo compleanno a Posen da solo per la prima volta. Solo allora mi resi conto di quanto dovevo ai miei genitori per la mia infanzia felice! Chissà quando avrei potuto tornare di nuovo a casa, sedermi al piano o suonare il mio violoncello o il violino. Fino a qualche mese prima, volevo dedicarmi alla musica. Poi cambiai idea e iniziai ad interessarmi all’ingegneria meccanica. Per questa ragione mi ero dato volontario per i Panzerjäger. Ma nella primavera del 1940, non avevano bisogno di volontari. Ero destinato ad essere un fante. Ma anche questo andava bene! L’importante era esserci! Dopo un po’ il nostro scompartimento divenne silenzioso. Di sicuro avevamo tutti tante cose a cui ripensare, e le lunghe ore del nostro viaggio ci consentivano ampie opportunità di farlo. Fummo davvero contenti che il tempo dell’introspezione fosse finito, quando sbarcammo con le gambe irrigidite e le schiene indolenzite a Posen. Un gruppo di commilitoni del 104° Reggimento ci accolse, ci disse di metterci al passo e ci condusse all’acquartieramento. Le camerate non erano certo lussuose. Lo spazio era scarso, e mi ritrovai con quaranta altre persone in uno stanzone. Non c’era molto tempo a disposizione per elucubrare sugli esaltanti doveri di un difensore della madrepatria; dovemmo iniziare una battaglia per la nostra sopravvivenza contro i veterani. Ci consideravano fastidiosi estranei. La mia situazione era veramente disperata: non avevo neanche un accenno di barba! E dato che solo una folta barba era segno di vera mascolinità, fui sulla difensiva dal primo momento. La gelosia degli altri per il fatto che a me bastava una sola rasatura di barba alla settimana peggiorò ancora le cose. Il nostro addestramento sembrava fatto apposta per darmi sui nervi. Spesso pensavo alla mia scuola superiore, il Maximilianeum, mentre esercizi e cerimonie venivano eseguiti fino allo sfinimento, e ci rotolavamo nel fango della zona di addestramento durante gli esercizi sul terreno. Solo in seguito apprezzai il valore di questo addestramento fondamentale. L’esperienza fatta a Posen mi tirò fuori più di una volta da situazioni pericolose. Poche ore dopo, tutte le sofferenze erano dimenticate. La rabbia che avevamo provato contro l’Esercito, i nostri superiori e le nostre stesse idiozie nel corso dell’addestramento si dissolsero in fretta. Fondamentalmente eravamo tutti convinti che quello che stavamo facendo aveva uno scopo. Un paese può considerarsi fortunato quando ha una giovane generazione disposta a dare tutto per il proprio paese come fecero i tedeschi in entrambe le guerre mondiali. Nessuno ha il diritto di biasimarci, come accadde dopo la guerra, anche se i nostri ideali erano malriposti. Speriamo solo che all’attuale generazione sia risparmiata la stessa delusione che fu riservata a noi. Sarebbe poi ancor meglio se venisse il tempo per un paese in cui una pace permanente eliminasse il bisogno di soldati. Il mio sogno a Posen era di finire il mio corso base della fanteria fresco come una rosa. Il sogno finì con una delusione soprattutto a causa delle marce a piedi. Iniziarono con quindici chilometri, aumentati di cinque ogni settimana e si conclusero con cinquanta. Era una regola non scritta che tutti i diplomati dovessero portare la mitragliatrice. Chiaramente volevano mettere me, il piccoletto del gruppo, alla prova per valutare fino a che punto si sarebbe potuta spingere la mia volontà ostinata di riuscire. Non c’era quindi da meravigliarsi se un giorno tornai all’acquartieramento con una tendinite ed una vescica infetta delle dimensioni di un uovo. Non fui in grado di dare altre dimostrazioni del mio valore di fante a Posen. Fummo trasferiti a Darmstadt. L’improvvisa vicinanza a casa rese la mia vita nell’acquartieramento più accettabile e la prospettiva di un permesso per il fine settimana forniva un ulteriore incentivo. Dovevo sentirmi proprio sicuro di me quella mattina in cui il comandante di compagnia era alla ricerca di dodici volontari per il corpo dei carristi. Era stabilito che potessero far domanda solo meccanici automobilistici, ma con un sorriso di condiscendenza mi fu consentito di unirmi ai dodici volontari. Il vecchio era probabilmente soddisfatto di potersi liberare di questo nanetto. Tuttavia la mia decisione non fu del tutto priva di rimorsi di coscienza, in quanto mio padre mi aveva dato il premesso di unirmi a qualsiasi specialità, anche l’aviazione, ma aveva categoricamente proibito i Panzer. Probabilmente nella sua mente già mi vedeva bruciato e in preda ad atroci sofferenze. Ma ciò nonostante, mi ritrovai nella nera uniforme carrista. E comunque non ho mai rimpianto questo passo, e se dovessi ritrovarmi ancora soldato, non avrei dubbi in merito e il corpo carrista sarebbe la mia unica scelta. Ridiventai di nuovo una recluta e mi trasferii al 7° Battaglione Panzer d’addestramento a Vaihingen. Il mio capocarro era l’Unteroffizier August Dehler, una bravissima persona e un ottimo soldato. Ero il porgitore, e scoppiavamo tutti di orgoglio quando ricevemmo il nostro Panzer 38 (t) cecoslovacco. Ci sentivamo praticamente invincibili con il nostro cannone da 3.7 cm e le due mitragliatrici cecoslovacche. Eravamo entusiasti della protezione data dalla corazzatura del mezzo, e comprendemmo solo dopo che si trattava solo di una protezione morale¹, dato che all’occorrenza avrebbe potuto resistere solo al fuoco di armi leggere. Imparammo i fondamentali della guerra corazzata a Putlos nell’Holstein, dove effettuammo anche dei tiri con munizioni reali nell’area addestrativa. Nell’ottobre 1940 venne creato il 21° Panzer-Regiment a Vaihingen. Poco dopo l’inizio della campagna di Russia venne integrato nella 20ª Panzer-Division presso il poligono di addestramento di Ohrdruf. Il nostro addestramento avanzato era incentrato su operazioni congiunte con unità di fanteria. Quando nel giugno 1941 ci venne consegnata la nostra dotazione standard di razioni di emergenza, capimmo che qualcosa stava per succedere. Tutti si chiedevano dove saremmo stati destinati, fin quando ci ritrovammo in rotta verso la Prussia orientale. Nonostante le varie voci dei contadini prussiani, eravamo ancora convinti di essere stati inviati al confine per ragioni di sicurezza. Questa supposizione era frutto del nostro addestramento a Putlos, ove avevamo operato con carri anfibi. Questi carri marciavano sott’acqua fino alla costa dove riemergevano. Pensavamo quindi che il nostro avversario sarebbe stato l’Inghilterra. Ora eravamo in Prussia orientale, ma le nostre incertezze non ci avrebbero tormentato ancora per molto. Ci trasferimmo alla frontiera il 21 giugno. Dopo aver ricevuto un rapporto sulla situazione, capimmo finalmente quale sarebbe stato il nostro ruolo incombente. Tutti mostravamo un atteggiamento di calma glaciale, benché interiormente eravamo tutti eccitati, La tensione divenne quasi insopportabile durante la notte. I nostri cuori stavano per esploderci in petto quando udimmo gli squadroni di bombardieri e Stuka che rombavano verso oriente sopra le nostre teste. Eravamo stazionati sulle estremità di un bosco a sud di Kalwarya. Il nostro comandante aveva portato un apparecchio radio civile sul suo carro: esso proclamò ufficialmente l’inizio della campagna di Russia cinque minuti prima dell’ora X. Con l’eccezione di qualche ufficiale e sottufficiale, nessuno di noi era ancora stato in azione. I soli proiettili veri che avevamo sentito erano quelli del poligono di tiro. Avevamo fiducia nei nostri veterani. Erano già fregiati delle loro Croci di Ferro e delle decorazioni per le azioni d’assalto e davano l’impressione di una calma impassibile. Gli stomaci e le vesciche di tutti gli altri però stavano andando fuori controllo. Eravamo convinti che i Russi avrebbero aperto il fuoco da un momento all’altro ma tutto restava tranquillo e, con nostro grande sollievo, ricevemmo l’ordine di attaccare.

Sulle orme di Napoleone

Irrompemmo attraverso le posizioni del confine a sudovest di Kalwarya. Mentre arrivavamo a Olita quella sera, dopo una corsa di 120 chilometri, ci sentivamo quasi come dei veterani. Eravamo comunque felici di poterci fermare, dato che la corsa aveva portato i nostri sensi allo stremo. Le nostre armi erano a portata di mano, tutti gli uomini erano vigili. Come servente ero quello che aveva la posizione peggiore. Non solo non potevo vedere nulla, ma nemmeno potevo affacciarmi a prendere una boccata d’aria fresca. Il calore soffocante nel nostro catino era quasi insopportabile. Ogni granaio che raggiungevamo creava eccitazione, ma erano tutti abbandonati. Con enorme curiosità, aspettavo che il capocarro mi descrivesse quello che accadeva, e trovai tremendamente eccitante quando ci riferì di aver visto il primo caduto russo. Con un misto di attesa e di ansia, attendevamo il nostro primo contatto con i russi. Ma nulla accadde. Dato che non eravamo il Battaglione di testa, potevamo sperare nel contatto solo se l’avanzata fosse stata fermata. E così raggiungemmo senza incidenti il primo obiettivo della giornata, il campo di aviazione di Olita. Ci liberammo con piacere delle nostre uniformi incrostate di polvere e fummo contenti di poter trovare dell’acqua per poterci lavare come si doveva. L’esserci tolte le uniformi ci fece sentire meravigliosamente bene. Involontariamente mi tornò alla mente il pensiero di quelle figurine dei pacchetti di sigarette² che tutti collezionavamo con passione: Bivacco in territorio nemico. Improvvisamente attorno a noi si sentì un ronzio. All’inferno! imprecò il nostro comandante che era disteso accanto a me nel fango. Ma non stava maledicendo il fuoco nemico, bensì la mia goffaggine, dato che mi ero sdraiato sul suo tozzo di pane. Un battesimo del fuoco ben poco romantico. I russi erano ancora nei boschi attorno al campo di aviazione. Si erano ripresi dopo lo shock iniziale e avevano iniziato a prenderci di mirai. Prima di arrivare a capire quello che stava succedendo, eravamo di nuovo sui carri. E partimmo per la nostra prima azione notturna, come se non avessimo fatto altro per anni. Mi sorpresi a pensare come ci fossimo tutti acquietati non appena avevamo realizzato che quella era una faccenda maledettamente seria. Il giorno seguente ci sentivamo quasi dei veterani quando partecipammo alla battaglia di carri a Olita, dove contribuimmo a forzare l’attraversamento del Niemen. Ci indispettì il fatto che i nostri carri erano equivalenti a quelli russi, nonostante alcune nostre perdite. L’avanzata continuava senza intralci. Dopo la cattura della pista Pilsudski, procedemmo verso Wilna. Dopo che Wilna fu catturata il 24 giugno, eravamo orgogliosi e forse un tantino arroganti. Ci sentivamo parte di qualcosa di importante. Quasi non ci accorgevamo di quanto ci avessero sfinito i rigori dell’avanzata. Solo dopo esserci fermati, crollammo dove eravamo e dormimmo come fossimo morti. Non ci curavamo troppo di quello che accadeva. Chi avrebbe potuto fermarci? Solo pochi avevano forse riflettuto sul fatto che stavamo marciando lungo lo stesso tratto che aveva preso il grande imperatore francese Napoleone. Lo stesso giorno e alla stessa ora 129 anni prima, egli aveva dato lo stesso ordine di attacco ad un altro gruppo di soldati abituati alla vittoria. Si trattava solo di una coincidenza casuale? Oppure Hitler voleva dimostrare che non avrebbe commesso gli stessi errori del grande corso? In ogni caso noi soldati eravamo sicuri delle nostre capacità e della nostra buon sorte. E per nostra fortuna non potevamo scrutare nel futuro, avevamo invece solo la volontà di sfondare e concludere la guerra prima possibile. Dovunque la popolazione lituana ci accolse entusiasticamente, vedendo in noi i loro liberatori. Ci stupì molto il fatto che le botteghe degli ebrei erano state saccheggiate e distrutte quasi dappertutto prima del nostro arrivo. Pensavamo infatti che tali cose potessero accadere solo in una Kristallnacht in Germania. Questo ci colpì e condannammo la rabbia della folla. Ma non c’era tempo per questi pensieri, l’avanzata continuava senza interruzioni. Fino ai primi di luglio fummo coinvolti nello sfondamento e corsa verso il fiume Duna. I nostri ordini erano di continuare ad avanzare senza interruzione, giorno e notte, per tutto il giorno. Ai conducenti fu chiesto l’impossibile e presto mi trovai seduto io stesso al sedile dell’esausto commilitone per dargli il cambio per qualche ora. Se solo non ci fosse stata tutta quella polvere insopportabile! Ci avvolgevamo stracci attorno al naso e alla bocca per poter respirare attraverso le nuvole di polvere che erano sospese sopra la strada. Da tempo avevamo asportato i visori dai carri per poter almeno vedere qualcosa. Come fosse farina, la polvere sottile penetrava dappertutto. Le nostre uniformi, fradice di sudore, si attaccavano al corpo e uno spesso strato di polvere ci ricopriva dalla testa ai piedi. Avessimo avuto qualcosa da bere in quantità sufficiente, tutto sarebbe stato più sopportabile, ma così non era. Bere era proibito, perché i pozzi avrebbero potuto essere avvelenati. Saltavamo giù dai nostri catini in cerca di una pozzanghera, levavamo lo strato verde superiore e ci inumidivamo le labbra. Questo ci dava un po’ di respiro per andare avanti. La nostra avanzata puntava a Minsk, dove combattemmo nella parte settentrionale della città. Si creò la prima sacca, la Beresina venne attraversata e si continuò ad avanzare verso Vitebsk. Il ritmo dell’avanzata continuava senza rallentamenti, ma anche i rifornimenti ora faticavano a stargli dietro. Le truppe di terra ovviamente non erano minimamente in grado di seguirci, nonostante le marce forzate. Nessuno si preoccupava dell’area che fiancheggiava ambo i lati della Rollbahn. I partigiani che avremmo poi imparato a conoscere, si nascondevano lì. Anche i nostri forni da campo molto presto restarono indietro e il pane divenne una rara leccornia. Benché il pollame ci fornisse carne in abbondanza, questo menu monotono presto ci stancò. Avevamo l’acquolina in bocca al pensiero di pane e patate. Ma i soldati che stanno avanzando al suono delle fanfare che annunciano grandiose vittorie alla radio, non prendono mai niente veramente sul serio. L’8 luglio fummo colpiti. Per la prima volta dovetti evacuare il carro. Eravamo il carro di testa ad Ulla, un villaggio completamente bruciato. I nostri genieri avevano costruito un ponte di barche sulla Duna a fianco di quello fatto saltare. Fu in quel punto che penetrammo nella linea di difesa nemica lungo la Duna. Ci misero fuori uso proprio sul lato del bosco a ridosso dall’altra riva del fiume. Accadde tutto in un baleno. Un colpo contro il nostro carro, uno schianto metallico, l’urlo di un camerata, ed ecco tutto! Un colpo aveva perforato una grossa piastra di corazzatura a fianco del sedile del marconista. Non fu necessario impartire l’ordine di saltare fuori. Solo dopo essermi passato la mano sulla faccia mentre mi acquattavo nel fosso a lato della strada, mi accorsi che anch’io ero stato colpito. Il nostro marconista aveva perso il braccio sinistro. Maledicemmo il fragile e rigido acciaio ceco che non aveva fornito una minima resistenza al cannone controcarro russo da 47 mm³. Le lamiere scheggiate e i bulloni di serraggio della nostra corazzatura causarono molti più danni dello schegge del proiettile russo. I miei denti fracassati trovarono la strada del cestino al posto di medicazione. Lo shrapnel conficcato nella mia faccia vi rimase fino a quando se ne uscì da solo come mi era stato correttamente predetto. Tornai al fronte chiedendo passaggi a vari veicoli. I villaggi in fiamme punteggiavano la strada finché raggiunsi la mia Compagnia poco prima di Vitebsk. La città in fiamme tingeva il cielo notturno di rosso sangue. Dopo che prendemmo Vitebsk il giorno seguente, iniziammo a pensare che la guerra era solo all’inizio. Avanzare, difendersi, eliminare la resistenza, mettersi all’inseguimento; tutto questo si susseguiva. Gli avvenimenti di tre settimane furono annotati con poche righe nel mio diario.

Da 11 al 16 luglio: avanzata via Demidov-Duchovshcina verso Jarzevo (autostrada Smolensk-Mosca) per circondare forze nemiche nella zona di Vitebsk-Smolensk. Combattimenti per i guadi sul Dniepr a Racino.

Dal 17 al 24 luglio. Combattimenti difensivi per Jarzevo e al fiume Wop. Combattimenti difensivi sulla posizione Wop-Wotrya. Combattimenti per eliminare le forze nemiche circondate nella sacca di Smolensk.

Dal 25 al 26 luglio: Inseguimento lungo il corso superiore della Duna.

Dal 27 luglio al 4 agosto: battaglia difensiva a Jelnja e Smolensk. Combattimenti difensivi sul fiume Wop e davanti a Bjeloj.

Dietro questo scarno riassunto dei fatti si nascondono le sofferenze che possono solo essere immaginate da coloro che c’erano. Quelli che non c’erano, riterrebbero la descrizione come un’esagerazione. Mi si consentirà di non fare commenti più espliciti, in particolare dato che sperimentavo tutto questo dalla prospettiva di un servente. Un servente non è nella posizione di poter dare un’opinione generale delle operazioni condotte. Tutti noi demmo il massimo e accettammo senza mugugni tutti i disagi. Eravamo certi che il successo si sarebbe potuto raggiungere solo se tutti avessero dato il massimo. Nonostante questo, qualche volta ci capitava di uscire dai gangheri quando alcune persone non si rendevano conto dei loro doveri e responsabilità. Dopo un torrido giorno di combattimenti in cui le nostre gole riarse avevano atteso invano un po’ d’acqua, tirammo giù tutti i santi del Paradiso quando nel nostro Battaglione si sparse la voce che il nostro comandante aveva ordinato gli fosse allestito un bagno preparato con l’acqua destinata al nostro caffè. Questo comportamento incredibile da parte di un superiore ci risultava incomprensibile. Ma il pensiero del nostro superiore al bagno ci diede poi così tante possibilità per storielle e scherzi da caserma, che l’intera faccenda fu vista solo dal punto di vista umoristico.

I primi T-34

Ma un altro accadimento ci investì con la violenza di un treno. Per la prima volta comparvero i russi T-34! La nostra sorpresa fu completa. Com’era possibile che gli alti papaveri là in alto non fossero a conoscenza dell’esistenza di questo eccellente mezzo? Il T-34 con la sua buona protezione, la sua sagoma ideale e un magnifico cannone lungo da 76.2 mm era temuto da tutti e rappresentò una minaccia per qualsiasi carro tedesco fino alla fine della guerra. Cosa potevamo fare contro questi mostri che ci venivano scagliati contro ad ondate? Potevamo solo dargli un buffetto con il nostro cannone; al suo interno i Russi potevano continuare indisturbati a giocare a carte. Il cannone PAK da 3.7 cm era allora la nostra migliore arma controcarro. Se si era fortunati si poteva colpire l’anello di rotazione della torretta del T-34 e bloccarla. Se poi si era molto più fortunati si poteva anche metterlo fuori combattimento. Di certo non c’era da stare allegri! La nostra unica ancora di salvezza era il cannone FlAK da 8.8 cm che poteva affrontare con successo anche questi nuovi carri russi. Cominciammo quindi a guardare con grande rispetto alle truppe dell’artiglieria contraerea, che fino ad allora avevamo talvolta snobbato. Come se Ivan avesse saputo della nostra situazione, iniziarono i suoi attacchi nel nostro settore per la prima volta al grido di Urrà! Urrà!. Sulle prime pensavamo si trattasse della nostra fanteria che stesse attaccando con il proprio Urrà!. Ma scoprimmo subito che non era così. Dato che Mosca era ormai secondo noi quasi a portata di mano, iniziò a serpeggiare la sensazione che non fosse più possibile contare su di una conclusione rapida della campagna. Era quindi con uno stato d’animo contrastato che il 4 agosto 1941 ricevetti l’ordine di trasferirmi a Erlangen con il 25° Battaglione Panzer Rimpiazzi. Tre giorni prima avevo aggiunto la Tresse⁴ da sottufficiale alle spalline della mia uniforme. Facemmo l’esame come conducenti di camion e di carro a Erlangen. Subito dopo, arrivammo a Winsdorf vicino a Berlino per partecipare all’8° Corso Aspiranti Ufficiali. Il 2 febbraio 1942, fui informato di non aver superato il corso. La stessa cosa accadde a Gert Meyer e Klaus Waldemeier del nostro Plotone, mi era chiaro che non avevo preso la cosa con sufficiente serietà. In più c’era una questione che non avrei dovuto chiedere. Pensavo di poter affidare i miei dubbi alla lavagna, ma i miei superiori non trovarono niente affatto divertente la mia domanda Ma gli ufficiali della riserva sono anche esseri umani?. Perciò restammo sottufficiali e aspiranti ufficiali dopo aver finito il corso. Ma in effetti questo non ci sconvolgeva granché. Dopotutto i Tenenti appena sfornati dovevano prestare servizio nelle unità addestrative, mentre noi fummo immediatamente rispediti al nostro vecchio Reggimento. Fummo rimandati al reparto con parole di incoraggiamento. Il nostro ufficiale tattico, che amavamo tutti alla follia perché era un gran personaggio e guidava il suo reparto con vero slancio, alla nostra partenza ci disse di essere certo che avremmo presto avuto successo al fronte. Là avremmo potuto dimostrare facilmente la nostra attitudine a diventare ufficiali, E noi volevamo dimostrargli che aveva ragione. Ancora oggi quando penso a lui, faccio silenziosamente le mie congratulazioni alla Bundeswehr da quando ho saputo che l’Oberst Philipp era il comandante del Reggimento d’addestramento di Andernach.

Di nuovo con la vecchia banda

Ritrovammo il 21° Panzer-Regiment acquartierato per l’inverno a Gshatsk. Era stato tremendamente decimato: solo una Compagnia possedeva ancora dei carri armati. Tutti gli altri mezzi erano andati persi in combattimento durante la ritirata di quel famigerato inverno 1941-1942. Vi stavamo aspettando!, così ci accolsero i nostri camerati, ora mostrateci cosa avete imparato!. Ghignavano in modo sospetto e avvertimmo che ci aspettava qualche tiro mancino. Fummo comandati a spalare la neve. Dovevamo liberare il terreno davanti ai carri durante i combattimenti, per evitare che ci finissero dentro bloccandosi. Dentro la neve con le nostre uniformi nere e davanti ai carri - che bell’affare! Ma contrariamente a tutte le aspettative, tutto procedette bene. E di certo ce la passavamo di certo meglio dei nostri camerati i quali, vestendo le tenute speciali da carrista, erano impiegati come fanteria. Eravamo sempre più invidiosi di come Ivan fosse molto meglio equipaggiato rispetto a noi. Rimanemmo in estasi quando finalmente arrivarono al reparto dei nuovi carri per rimpiazzare le perdite. La 10ª Compagnia fu totalmente riequipaggiata di Panzer ed io potei finalmente prendere il comando del mio Plotone. Da marzo fino alla fine di giugno 1942, ci battemmo senza grandi risultati in combattimenti difensivi attorno alle nostre postazioni invernali a Gshatsk e ad est di Wjasma. In seguito fummo trasferiti nella zona di Sychewka, dove ci unimmo all’offensiva ad est di Bjeloj. Durante questi combattimenti fui proposto per una promozione, e solo pochi giorni dopo la promozione accadde qualcosa che mi fece quasi perdere i nuovi gradi appena acquisiti. Il mio Plotone era posizionato lungo un tratto boscoso. Un bel posto!, esclamò il mio pilota, ed aveva ragione. Non c’era visibilità davanti e dietro, dappertutto bosco e cespugli. La terra di nessuno incominciava sull’altro lato del sentiero. Davanti e un po’ di lato c’era un cannone controcarro. I pochi fanti erano sparsi tra di noi. I piloti e i porgitori dei quattro carri del mio Plotone erano appena andati a prelevare il rancio. Stavo già pregustando le cibarie quando iniziarono i fuochi artificiali, e i russi attaccarono. Gli equipaggi erano dimezzati, nessun carro era pronto al combattimento. Fui preso dal panico, mi infilai nel sedile del pilota e mi tirai fuori dal bosco. Gli altri carri del Plotone mi seguirono pensando che le comunicazioni radio fossero in avaria. Stavano eseguendo l’ordine di fare esattamente quello che faceva il carro del comandante del Plotone nel caso in cui fosse accaduto qualcosa del genere. Dopo che avevamo guidato per qualche centinaio di metri, realizzai che razza di casino avevo combinato. Gli artiglieri del cannone controcarro e la manciata di fanti avevano probabilmente perso la testa quando avevano visto che me l’ero svignata. Feci una veloce retromarcia e recuperai la vecchia posizione. Ma quei ragazzi coraggiosi nelle buche avevano mantenuto il loro sangue freddo e avevano già respinto l’attacco. Caspita, che branco di eroi!, disse il comandante del cannone controcarro, se questo è il massimo che sapete fare, allora tanto vale che non veniate nemmeno al fronte! Ero lì con la coda tra le gambe, e la sola cosa che potei fare fu di assicurargli che una cosa del genere non sarebbe mai più accaduta. Quell’esperienza mi segnò fortemente per molti giorni dopo. Com’era stato facile prendere una decisione così affrettata e come sarebbe potuta finire male! Ovviamente avrei dovuto restare lì, anche se non eravamo pronti a combattere. Lo avevo capito chiaramente dopo pochi minuti, ma l’errore era già stato fatto quando ci eravamo messi in movimento. Questo episodio rappresentò per me una vera e propria lezione, e mi sforzai di tenerla sempre a mente, specialmente quando dovevo giudicare dei subalterni. Ero contento di aver avuto l’opportunità di sgombrare la mia mente prima che la nostra unità fosse trasferita nell’area a nord di Orel. Dopo averlo fatto, potevo almeno attendere la mia promozione con la coscienza pulita. Prima di poter ricevere la mia promozione però ero destinato a fare conoscenza con un campo di operazioni veramente speciale. Divenni per un breve periodo il comandante di un Plotone del Genio della Compagnia Comando.

Una catastrofe

Eravamo nei nostri bunker, molto dietro le linee. Un mattino, il comandante mi chiamò tutto eccitato. Guarda Carius, vieni a dare un’occhiata, sembra un film! Com’è possibile una cosa del genere? Una Divisione campale della Luftwaffe⁵ nuova di zecca e perfettamente equipaggiata stava varcando le nostre postazioni in direzione al fronte. Mi si seccò la gola: sembrava una favola! Dai tascapane ai cannoni, tutto era nuovissimo. Vedemmo armi di cui avevamo solo sentito parlare: l’MG 42, il cannone controcarro da 7.5 cm a canna lunga⁶, e altre cose sorprendenti. Di sicuro qui non sarebbe potuto accadere niente. Ci sforzavamo di convincerci che anche noi avremmo finalmente avuto la possibilità di riequipaggiarci completamente. Tutto quello che stava avanzando verso il fronte era la garanzia per un inverno tranquillo in quel settore. Naturalmente il nostro comandante di compagnia ardeva dalla voglia di esaminare tutte le belle cose da vicino. Così guidammo fino alla linea del fronte per verificare la situazione. Prevaleva un’atmosfera di autorevolezza. Si aveva l’impressione di trovarsi in un’area addestrativa. I sottufficiali portavano i loro eleganti cappelli a visiera; le truppe erano ignare e annoiate nelle loro posizioni. Non c’era nessunissimo segno di combattimenti. Per questo motivo avevano messo via le MG 42 nelle casse di trasporto, così niente poteva entrare nei loro meccanismi. Non c’era verso di convincere questi camerati a farci dare anche solo un’occhiata a queste nuove armi prodigiose. Si insinuò in noi una sensazione spiacevole. Cosa sarebbe accaduto se Ivan avesse deciso di attaccare in quel punto? Prima che queste armi fossero state pronte all’impiego, i russi avrebbero già travolto le posizioni. Le nostre paure sarebbero state confermate di lì a poco. Un cupo rimbombo da nord est ci destò una mattina. Allungammo le nostre orecchie per qualche minuto, poi ci catapultammo fuori dai bunker. Fuori una tormenta di neve ci mozzò il fiato in gola e quasi ci travolse. Era il tempo ideale per un attacco russo. Senza attendere il segnale di allarme, risvegliammo la Compagnia. I nostri sospetti erano confermati. Giunse presto la notizia che i russi avevano sfondato. Trovammo il comandante della Divisione della Luftwaffe al suo posto di comando in uno stato di prostrazione completa. Non sapeva dove si trovassero le sue unità. I carri armati russi avevano spianato tutto prima che i cannoni controcarro avessero potuto sparare un solo colpo. Ivan aveva catturato il nuovissimo equipaggiamento, e la Divisione era scappata in tutte le direzioni. Per fortuna il nemico aveva consolidato le sue nuove posizioni dopo la rapida vittoria iniziale, temendo una trappola. Così, con qualche difficoltà, il nostro Reggimento riuscì a tamponare lo sfondamento. Un manicomio totale! Accadde poi che un reparto di fanteria che si stava avvicinando a un villaggio fu salutato da dei soldati con l’uniforme della Luftwaffe. Poco dopo, questi ultimi aprirono il fuoco sui fanti con un’efficacia devastante. Erano i russi, indossanti le uniformi invernali catturate. Così ricevemmo l’ordine di sparare a tutte le uniformi della Luftwaffe, dato che potevano nascondersi dentro di esse solo dei russi. Sfortunatamente, anche alcuni dei nostri gruppi isolati caddero vittime di questo ordine. Ogni volta nei giorni e settimane successive sentivamo martellare a distanza una MG 42, potevamo scommettere che a spararci erano i russi. Non ne avevamo ancora usata una in azione e la nostra fanteria spesso aveva dovuto accontentarsi di armi sottratte ai russi. Ci imbestialiva pensare ai responsabili di questo fallimento: avevano messo le armi migliori nelle mani di truppe completamente inesperte, male addestrate e buttate al fronte. Quanto avrebbero potuto essere utili questi uomini e mezzi nelle settimane successive nei combattimenti offensivi e difensivi a sud di Bjeloj-Koselsk-Shnicie! Sopravvissi ad un’azione particolarmente dura come Tenente di fresca nomina e comandante di un Plotone del Genio. La nostra missione era di liberare dalle mine il percorso davanti ai carri, e fui sorpreso di essermela cavata solo con una ferita superficiale alla mano. Iniziai da allora a valutare nel giusto modo il compito che veniva richiesto ai nostri genieri. Ero contento di essere stato trasferito di nuovo alla nostra vecchia 1ª Compagnia. Rividi August Dehler, il mio vecchio capocarro. Nel frattempo era stato promosso Feldwebel e naturalmente fummo assieme nello stesso Plotone. Le operazioni a cui partecipammo assieme portarono alle perdite più gravi per il nostro Battaglione dall’inizio della campagna. I russi impiegarono delle grandi quantità di fuciloni controcarro, che perforavano con facilità i nostri carri. Le nostre perdite furono molto elevate. Molti dei nostri camerati furono feriti mortalmente nei loro Panzer o furono evacuati con gravi ferite. Eravamo del tutto impotenti nei combattimenti notturni. I russi lasciavano che ci avvicinassimo moltissimo, e quando riuscivamo a identificarli era troppo tardi per difenderci, specialmente perché

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