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51° Stato: IT EXIT

51° Stato: IT EXIT

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51° Stato: IT EXIT

Lunghezza:
152 pagine
2 ore
Editore:
Pubblicato:
May 3, 2021
ISBN:
9791220336932
Formato:
Libro

Descrizione

L'Italia del 2056 si trova con il 70% del territorio stressato dalla produzione agricoltura intensiva o da una industrializzazione, inevitabile e indispensabile, a garantire la sopravvivenza dei suoi cittadini. Decisioni, certamente corrette dal punto di vista economico, ma che poco si conciliano con la terra dalla fertile felicità, di Latina memoria. Il Giardino d'Europa, come veniva definita l'Italia in epoca neoclassica, un ricordo. Qui inizia una storia geopolitica, forse rivoluzionaria, di riscatto ambientale e di orgoglio nazionale. Magari inventata o verosimile. Chissà…
Editore:
Pubblicato:
May 3, 2021
ISBN:
9791220336932
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

51° Stato - Giuseppe Orlandi

633/1941.

L’Antefatto

La Seconda guerra mondiale, ormai volgeva drammaticamente al termine, con i suoi milioni di vittime innocenti sembrava volesse scrivere, con il sangue dei caduti, una nuova storia per l’umanità, caratterizzata dalla estenuante militarizzazione difensiva delle potenze coinvolte nello scacchiere bellico del tempo. Prima il Patto Atlantico ad Occidente e dopo il Patto di Varsavia ad Oriente, avevano, nello specifico, la funzione di difendere il territorio di competenza, di ogni singola nazione, da una ipotetica e forse fittizia invasione del nemico ideologico e contrapposto al di là della simbolica e misteriosa cortina di ferro, per noi Occidentali. Per le nazioni comuniste era vitale difendersi dagli speculatori e capitalisti liberali’, usurpatori delle ricchezze comuni e dei beni essenziali ed inalienabili alla vita e alla dignità dell’uomo. La concezione difensiva, in modo contradditorio ed illogico, aveva generato una proliferazione di armi distruttive, talmente potenti da rendere inutile l’eventuale vittoria sul nemico ideologico e storicamente riconosciuto. La boma H, in possesso sia dal blocco comunista, con al comando l’U.R.S.S., che dalle nazioni liberali, sotto il controllo statunitense, erano sufficienti per cancellare dallo scenario planetario la terra, con una sola esplosione. Stati Uniti ed UR.S.S. erano consapevoli dei pericoli derivanti da un improvvido e maldestro uso della tecnologia nucleare, se mai fosse finita sotto il controllo di improbabile e inetti leaders mondiale, non all’altezza della responsabilità insita e richiesta nella gestione di armi così distruttive e potenti e dalle terrificanti conseguenze esplosive.

La Guerra fredda era, di fatto, già iniziata molto prima della vittoria sul male comune, rappresentato dal Nazismo e dal suo indomabile e diabolico leader, Adolf Hitler.

A guerra conclusa, inizia per le nazioni Occidentali, un periodo di straordinaria evoluzione economica ed incredibilmente Giappone, Germania ed Italia conoscono uno sviluppo industriale senza precedenti nella storia. In pochi anni, le nazioni sconfitte nella Seconda guerra mondiale, sono perfettamente e miracolosamente in linea per così dire, tal punto di vista industriale, con le realtà geopolitiche più sviluppate; sia in ambito economico che culturale le distanze, con le nazioni vincitrici e da comprovata solidità democratica e liberale, vengono praticamente annullate. Certo il Piano Marshall aveva sicuramente incoraggiato lo sviluppo; specie in Italia avviene il miracolo economico degli anni ’60: dalla distruzione e dalla disperazione, direttamente e in pochi anni si passa alle vacanze di massa nei mesi estivi e alle serate infinite, da trascorrere nei locali della Capitale in modo spensierato, fino all’alba.

Dietro il fenomeno economico italiano, chiamato, appunto miracolo economico, esistono risvolti di politica non chiaramente definiti e per molti versi oscuri. Forse per questo motivo la storiografia non ha fatto mai pienamente luce su quanto si discuteva nei palazzi di potere - e anche fuori - ed inerenti il ruolo non ancora bene definito da assegnare all’Italia. Gli inglesi – e non solo - spudoratamente utilizzavano il termine Italietta per rimarcare il presunto ed atavico atteggiamento del popolo, storicamente più acculturato della terra, - non fosse altro per i suoi tremila anni di storia, - di giocare contemporaneamente due partite, in attesa di formulare la scelta definitiva, solo dopo aver individuato il vincitore della contesa. Niente di più falso e offensivo: morire, nella consapevolezza di farlo e volerlo, per difendere valori e principi etici universali, è una prerogativa comune e non un’eccezione dell’essere italiano.

Dopo la conclusione del Secondo conflitto mondiale, la situazione italiana, dal punto di vista politico e diplomatico, non era assolutamente chiara e definita.

Stretta tra la morsa dei due blocchi ideologici, quello liberale democratico e quello comunista, l’Italia è oggetto di lusinghe e di attenzioni amorevoli da parte delle principali potenze al mondo, ma anche destinataria involontaria di offese e pregiudizi del tutto inconsistenti dal punto di vista storico. Nel secondo caso era facile sentire pronunciare parole dispregiative come italietta appunto, alludendo ad una ipotetica e inconsistente abitudine degli italiani a non schierarsi apertamente da una parte o dall’altra dei contendenti militari, forse per viltà o patetico opportunismo politico. Ḕ anche vero che l’Italia, dopo la Seconda guerra mondiale, è destinataria di attenzioni e lusinghe, in particolare e incredibilmente da parte delle due super potenze atomiche: Stati Uniti ed U.R.S.S. Naturalmente le motivazioni erano diametralmente opposte: serviva un cuscinetto da frapporre al nemico di sempre e l’Italia per la sua incredibile posizione geografica era la preda giusta. Del resto, non sarebbe nemmeno corretto pensare all’Italia come una vittima da sacrificare sull’altare della Guerra fredda. Per motivazione storiche, culturale ed anche religiose, sia gli Stati Uniti che l’U.R.S.S. avevano per l’Italia una sincera e spontanea ammirazione e rispetto. Il piano Marshall fu con la potenza dei miliardi di dollari catapultati in Italia, uno dei primi motivi razionalmente validi che favorirono lo sviluppo economico degli anni’60, comunemente definito miracolo economico. Per giusta risposta è anche vero e storicamente valido pensare all’U.R.S.S. negli anni più drammatici della Guerra fredda come ad un mercato protetto e garantito dalla super vigilanza dei Soviet, i quali garantivano alle grandi aziende italiane, attive nei principali settori strategici, condizioni ottimali per poter crescere e proliferare senza particolari patemi, derivanti da una spregiudicata concorrenza. L’ U.R.S.S., durante la Guerra fredda, era per molte aziende italiane il secondo mercato di esportazione, esattamente dopo quello americano.

Due fuoriclasse della politica ed economia al fianco della piccola Italia, stranamente interessate a renderla forte dal punto di vista della solidità finanziaria, fino al punto che la Penisola a forma di stivale diventerà in pochi anni la sesta o settima potenza economica al mondo. Il risultato si può definire a ragione miracoloso, superiore per importanza allo stesso fenomeno iperbolico di sviluppo e decollo economico industriale che caratterizzò, nello stesso periodo, le altre nazioni che vennero sconfitte nella Seconda guerra mondiale: Germania e Giappone. Se pur lodevole il decollo dell’economia in Germania e Giappone si deve, comunque, considerare, quale naturale stimolo al progresso tecnologico, l’influsso non irrilevante fornito dalle ricchezze minerarie del territorio in cui si trovano queste due grandi nazioni. In entrambe il ferro, il carbone ed altri minerali, erano e sono facilmente reperibili nei ricchi giacimenti presenti in modo più o meno diffuso in tutto il territorio, L’Italia, no. Non ha questa fortuna, dipende totalmente dall’estero, ieri come oggi, quasi completamente per quanto riguarda le materie prime (ferro, carbone, petrolio) ed è maledettamente dipendente dall’estero anche per quanto concerne i beni primari: grano, cereali in genere, olio ed altro. Uno stato che non può fare altro che trasformare, incessantemente in beni durevoli o di consumo, le risorse naturali possedute da altri per poter sopravvivere. La conclusione del Secondo conflitto mondiale aveva lasciato molti aspetti di natura geopolitica in sospeso: l’Italia perennemente in bilico tra la doppiezza ideologica comunista e la "doppiezza ideologica liberale cattolica. I primi, i comunisti, pubblicamente dichiaravano eterno amore al nascente schieramento politico militare Occidentale e, al contempo, ascoltavano con interesse le lusinghe provenienti da Mosca. La doppiezza cattolica, anche se meno nota, in ambito storico politico, indicava l’atteggiamento dei governi del periodo post bellico, dopo il 1945. Tutti i leaders cattolici del tempo sinceramente e scrupolosamente praticanti del credo cristiano erano, contestualmente e fermamente intenzionati, costi quel che costi, a militarizzare l’Italia, anche con armi nucleare da dislocare nei punti strategici e più vulnerabili della nazione.

Tra Mosca e Washington, negli anni più incandescenti della storia d’Italia, esattamente tra il 1945 e il 1953, avrà inizio e troverà solide basi la cultura politica nazionale, sempre in equilibrio tra i due mondi così lontani e diversi. Lusinghe di eterno amore agli Stati Uniti da una parte; dall’altra la forza attrattiva dell’ideologia sovietica e dei facili investimenti ad altissima redditività che una realtà, non liberale, era in grado di offrire alle poche e fortunate aziende estere autorizzate a produrre dentro i propri confini. La contrapposizione Est Ovest tornerà di moda anche dopo il crollo del Muro di Berlino e troverà una propaggine inaspettate negli anni 2050/2056. Il 1948, fu un anno difficili, la guerra civile ammantata da ideologie di ogni tipo, sembrava imminente. I governi cattolici, dando applicazione alla cosiddetta definizione geopolitica ricordata con il termine di doppiezza, utilizzarono metodi non propriamente cristiani per redimere ogni tentativo di spostare ad Est del mondo la posizione politica della nazione. I protagonisti politici comunisti, pur avendo dichiarato fedeltà all’Occidente, ancora peggio dei clericali intransigenti, segretamente attendevano la giusta opportunità storica per avvicinare l’Italia al blocco militare ad oriente di Trieste. Quel blocco militare politico che si identificherà con il cosiddetto Patto di Varsavia che, ufficialmente, verrà fondato solo nel 1955. In un clima di Guerra fredda apparente e dichiarata si muoveranno i nostri protagonisti, nella prima fase, - subito dopo la guerra e fino agli anni ’60 del secolo scorso, - e nella seconda fase, con altri protagonisti nel periodo storico vicino alla storia e agli avvenimenti dei giorni nostri.

L’Italia, in termini geografici, nient’altro che una piccola penisola nel Mediterraneo, ma non così piccola da sembrare inutile, svolgerà un ruolo decisivo nello scacchiere politico militare, subito dopo la fine del Secondo conflitto mondiale.

In America le lobby di italiani, ormai affermate ed inserite nel Nuovo Continente, faranno pressione al Congresso statunitense per fornire ogni supporto possibile, sia economico che militare alla terra degli avi. Il piano Marshall fu la conseguenza sperata: l’Italia sommersa da miliardi di dollari, troverà il substrato oggettivo per determinare e realizzare in economia e non solo quel fenomeno unico e irripetibile chiamato Miracolo economico italiano. Il legame, tra Vecchio e Nuovo Mondo, troverà nell’Italia il punto di congiunzione più importante e valido. Gli inglesi erano intenzionati a punire l’Italia per il suo doppiogiochismo, abbandonandola a sé stessa e consegnarla persino e tranquillamente, senza nessun rimpianto, ai nemici comunisti. L’Inserimento dell’Italia nel blocco militare atlantico, infatti, non fu assolutamente indolore e nemmeno scontato e facile. Solo l’abile diplomazia dei politici del tempo e le pressioni degli italo americani, ormai residenti nel Nuovo Mondo in modo stabile e idealmente allocati tra i nuovi potenti del tempo, resero possibile accettare, senza ritorsioni, l’Italia nel ristretto cerchio delle nazioni unanimemente definite liberali. Malgrado l’atteggiamento ambiguo dimostrato durante la guerra, la nazione dei grandi navigatori entrò dalla porta principale nel contesto delle nazioni che contano, come se avesse vinto il II conflitto bellico. A volte, la storia si ripete ciclicamente modificando, però, il risultato finale e ciò, che prima non fu raggiunto, non esclude che, con protagonisti differenti e con condizioni economiche adatte, l’impensabile possa diventare realtà.

Per gli Stati Uniti, la penisola italiana non è mai stata considerata semplicemente un avamposto fondamentale e strategico nel cuore del Mediterraneo. I legami fortissimi tra la comunità italiana di oltreoceano e il Belpaese, evidenti, soprattutto dal secondo dopoguerra in poi, sempre più forti e stringenti. La storia non ha mai approfondito il tema, anche per non destabilizzare il già precario equilibrio del mondo, ma nemmeno escluso il progetto nemmeno tanto nascosto di inglobare l’Italia all’interno della unione di stati americani: ordito negli anni ’50 anche attraverso una santa alleanza tra i poteri forti leciti e quelli illeciti. In poche parole, trasformare l’Italia nel 51° stato americano, sottraendolo all’influenza millenaria europea, sia culturale che diplomatica. Dopo la fine del Secondo conflitto mondiale, l’utopia di acquisire l’Italia dentro l’unione americana, fu timidamente avanzata e poi immediatamente ritirata per non surriscaldare il clima già incandescente, da golpe che si respirava nel 1948, e negli anni successivi, nella terra del bel canto.

La l’hobby italiana in America non vedeva di buon grado l’atteggiamento prevaricante e umiliante che, l’Inghilterra in particolare, intendeva assettare al popolo pavido e doppiogiochista che aveva ceduto alle lusinghe del Nazismo. In questa fase della storia, l’unico modo per proteggere l’Italia dai

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