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La Caduta degli Dei: Bibbia e testi induisti - La storia va riscritta

La Caduta degli Dei: Bibbia e testi induisti - La storia va riscritta

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La Caduta degli Dei: Bibbia e testi induisti - La storia va riscritta

Lunghezza:
980 pagine
10 ore
Editore:
Pubblicato:
Apr 26, 2021
ISBN:
9788833801988
Formato:
Libro

Descrizione

La storia dell’umanità è completamente diversa da quello che ci hanno insegnato!
questo libro offre la chiave per riscriverla.

Diversi siti archeologici, sparsi per il mondo, ancora oggi nascondono una conoscenza segreta custodita gelosamente all’interno della propria tradizione culturale.

Dai testi induisti alla Bibbia, gli antichi ci hanno tramandato una storia dell’umanità ben diversa da quella che la storiografia ufficiale insegna: emergono così racconti su civiltà extraterrestri, ibridazione, mezzi volanti e armi “divine”, tecnologie e conoscenze avveniristiche, impensabili per un’epoca lontana.

Attraverso uno studio approfondito e dettagliato, lontano dai dogmi e dalla teologia, gli autori rivelano incredibili realtà che possono portare a riscrivere totalmente la storia.

Tutto è sotto i nostri occhi, basta avere il coraggio di osare e di leggere i testi così come ci sono stati trasmessi.
Questo libro vede la collaborazione di studiosi appartenenti a diversi ambiti della scienza: ingegneria, storia, medicina che, insieme, offrono uno sguardo complessivo e un’interpretazione alternativa utili a riscrivere la nostra storia.

In questo libro troverai possibili spiegazioni a:

  • Babele: leggenda o rampa di lancio?

  • Eliseo compiva miracoli o impiegava la scienza degli Elohim?

  • Ezechiele e la moderna ingegneria aerospaziale

  • La procreazione assistita nel passato.

  • Templi antichi: luoghi di culto o centri tecnologici

  • Vimana: carri volanti degli Dei dotati di temibili “armi divine” in grado di distruggere intere città o eserciti.

  • Viaggi su altri pianeti e macchinari per convertire la luce solare in energia

  •  
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Editore:
Pubblicato:
Apr 26, 2021
ISBN:
9788833801988
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

La Caduta degli Dei - Mauro Biglino

Editori.

PARTE PRIMA

1

La visione di Ezechiele Cosa vide?

Heinrich Schliemann, il più azzardato degli archeologi, ha scritto:

«Se i miei scritti contengono qua e là contraddizioni, spero che esse mi saranno perdonate se si terrà conto che qui io scopro un mondo nuovo per l’archeologia, che finora non si erano mai trovate o si erano trovate pochissime delle cose che io ho riportato alla luce a migliaia, che tutto mi appariva sconosciuto e misterioso e spesso dovevo azzardare ipotesi»³.

Questa affermazione di Schliemann rappresenta al contempo una sorta di base programmatica e di presa d’atto della situazione in cui si trova chi ha il coraggio di percorrere vie nuove nella consapevolezza che l’errore è sempre dietro l’angolo ma che lo stare fermi per timore di commetterne uno è scelta ben peggiore e non porta a nulla.

La sostanza è ben più importante dell’eventuale errore di superficie e l’analisi dell’eventuale errore è comunque sempre utile ai nuovi sviluppi.

Questo e il prossimo capitolo affrontano un tema particolarmente complesso e controverso: le cosiddette visioni di Ezechiele.

Lo facciamo con lo spirito che anima il nostro lavoro e in piena coerenza con il metodo del considerare vero ciò che gli antichi autori hanno tramandato nelle pagine che ci sono giunte.

Non a caso abbiamo utilizzato il termine autori al plurale: il libro attribuito a Ezechiele è frutto del lavoro di mani molteplici e diverse, che hanno operato separatamente nella volontà di conservare la memoria di fatti vissuti dal profeta.

Il Nuovo Grande Commentario Biblico⁴ introduce l’analisi di questo libro con le seguenti affermazioni:

«Nessun libro profetico suscita più interrogativi del libro di Ezechiele. Questo testo unisce oracoli profetici e riflessioni di carattere legale, prosa e poesia, descrizioni storiche estremamente dettagliate e allusioni mitologiche assai immaginose, giudizio equilibrato e visione sfrenata, verboso sermoneggiare e vivace rappresentazione drammatica. Questo comporta una ricchezza di materiali e una vastità di visione molto maggiori che in altri libri profetici…».

Questa varietà di stili e temi rispecchia la – ed è frutto della – modalità della sua composizione che è avvenuta nel corso di molti anni ed è opera di più mani.

Le difficoltà di comprensione derivano, a nostro avviso, dall’impossibilità, o dalla non volontà aprioristica, di accettare quelle parti del contenuto che risultano essere stupefacenti ma difficilmente riconducibili alla visione teologico-dottrinaria elaborata su quel libro.

Lo stesso Nuovo Grande Commentario Biblico⁵ ci dà conto di questo aspetto rilevando che la sua lettura…

«comporta pure una sconcertante molteplicità di opinioni da parte degli studiosi su quasi ogni aspetto della composizione e del messaggio del libro».

Concordiamo con questa considerazione che è confermata dalla storia dell’esegesi che si sviluppa da secoli attorno al testo; un’esegesi che nell’ultimo secolo ha conosciuto continui mutamenti nelle conclusioni formulate dagli studiosi. Dal già citato Nuovo Grande Commentario Biblico⁶ apprendiamo infatti che…

«nel primo decennio del XX secolo venne sollevato un gran numero di interrogativi, suscitati da studiosi tedeschi come A. Bertholet, R. Kraetzschmar e J. Herrmann riguardo alla presenza di doppioni, aggiunte redazionali e inserzioni tarde […]. Nel 1924, G. Holscher (Ezekiel, der Dichter und das Buch) attribuì a un originario Ezechiele solo 177 versetti su un totale dei 1235 che formano i 48 capitoli del libro. Egli considerò Ezechiele un profeta estatico che pronunciava i suoi oracoli in versi poetici, e quindi tutti i versetti in prosa dovevano ovviamente essere attribuiti a un redattore o commentatore posteriore. Nel 1930, C. C. Torrey (Pseudo-Ezekiel and the Original Prophecy, New Haven 1930) ipotizzò che l’intero libro fosse stato scritto nel III secolo, come frutto di una invenzione. L’anno seguente James Smith (The Book of the Prophet Ezekiel: A New lnterpretation, London 1931) sostenne che il libro fu composto un secolo prima dell’esilio da un israelita del Nord e pubblicato più tardi nel regno di Giuda da Ezechiele o dalla sua scuola. Il libro di Ezechiele divenne così il testo più discusso tra gli studiosi. La letteratura critica a partire dal 1950 è gradualmente ritornata sulla posizione secondo cui il libro sarebbe ampiamente costituito dalla predicazione di Ezechiele ma studiosi più recenti ammettono un’ampia revisione del libro di Ezechiele da parte di discepoli che operarono al tempo dell’esilio o poco dopo. W. Zimmerli (trad. ingl., Herm; Philadelphia 1979-1983) sostiene un graduale processo di sviluppo della tradizione, o un aggiornamento del testo o una rielaborazione nel processo di redazione letteraria. Zimmerli attribuisce questi a una Scuola del profeta che applicò gli insegnamenti del profeta alla mutata situazione dell’esilio e alle speranze di una riforma sacerdotale. Lavori successivi sulle strutture letterarie e sullo stile del libro hanno portato M. Greenberg e altri commentatori a riaffermare i contributi personali del profeta più ampiamente di quanto Zimmerli fosse disposto a riconoscere».

Insomma, possiamo concludere che, almeno per il momento, l’incertezza regna ancora sovrana e siamo ben lontani dall’avere una visione chiara, unitaria e condivisa di quel libro profetico.

In questo quadro così mutevole, e nell’impossibilità oggettiva di dichiarare certa questa o quella interpretazione noi seguiamo il nostro metodo e analizziamo quel testo che la tradizione cristiana, dal Concilio di Trento in poi, dichiara essere indiscutibilmente frutto dell’ispirazione divina.

Così agisce anche la teologia che vede nei racconti oggetto dell’analisi di questo capitolo la narrazione di visioni estatiche, la rappresentazione di manifestazioni divine, la descrizione delle forme nelle quali si sarebbe resa presente la gloria spirituale di Yahweh e la meraviglia che destava nel profeta l’incontro con l’ineffabile presenza spirituale di Dio.

Si è arrivati anche a scrivere che si è trattato di allucinazioni oniriche, mettendo così i fedeli nella condizione di pensare che uno dei massimi profeti della loro religione fosse un personaggio che soffriva di una qualche forma di patologia mentale.

Per chiarezza di rapporti col lettore noi evidenziamo fin d’ora il nostro pensiero che è in totale disaccordo con quanto riportato sopra che riteniamo essere sostenuto e scritto quasi come se la Bibbia non ci fosse.

Le innumerevoli incertezze sopra evidenziate, unitamente all’assoluta mancanza di verità certe e condivise, consentono da sempre alla teologia – e alle varie forme di correnti spiritualiste – di procedere con le ipotesi che da secoli vengono veicolate ma, al tempo stesso, garantiscono uguali diritti e la stessa liceità alla scelta di procedere con una lettura del testo molto concreta, assolutamente aderente a ciò che gli autori (uno o tanti?) ci hanno lasciato.

Noi procediamo qui con l’analisi del testo ebraico masoretico e – così come i teologi, ispirati dalla loro visione religiosa, narrano ciò che ritengono di vedere – noi proviamo a narrare ciò che il testo evoca in menti dotate di conoscenze capaci di cogliere rispondenze precise tra le parole e una realtà molto concreta e materiale.

Lo scopo di questo studio è quello di suscitare domande in un ambito in cui l’incertezza che regna sovrana non le rende solamente lecite ma addirittura doverose per ogni uomo che, stimolato dalla curiosità, non si ferma alla prima spiegazione, soprattutto quando questa non appare essere in risonanza con il testo cui viene applicata.

Ogni lettore farà naturalmente le sue considerazioni.

Per un’ipotetica collocazione temporale degli eventi biblici analizzati forniamo una sintetica cronologia che, date le difficoltà oggettive, non può e non vuole essere considerata certa.

Adamo, Eva: 4500-4000 a.C.

Enoch che viaggia con gli Elohim: 3800-3500 a.C.

Diluvio biblico: 3500-3200 a.C.

Babele (rampa di lancio?): nel millennio dal 3000 al 2000 a.C.

Sodoma e Gomorra: 2000 a.C.

Abramo, Isacco, Giacobbe: tra il 2000 e il 1900 a.C.

Periodo trascorso in Egitto: 1800/1600-1400/1200 a.C.

Mosè: 1400-1200 a.C.

Davide e Salomone (Yahweh vola su cherubino): intorno al 1000 a.C.

Elia (abduction sul ruach degli Elohim): IX secolo a.C.

Zaccaria (visione del cilindro volante e dell’efah con donna dentro): VI secolo a.C.

Ezechiele: VII-VI secolo a.C.

Ezechiele

Ezechiele (nome che significa El è forte, El fortifica), figlio di Buzi, nacque intorno al 620 a.C. Apparteneva a una famiglia sacerdotale ma operò in qualità di profeta. Deportato in Babilonia nel 597 a.C., si stabilì nel villaggio di Tel Aviv, sul fiume Kebar (Kevar).

Le notizie sulla sua vita sono scarse e la sua attività fu probabilmente molto contrastata: si sa infatti che godeva di un grande prestigio perché gli anziani del popolo si rivolgevano spesso a lui per gestire affari importanti, anche se a volte non comprendevano il contenuto della sua predicazione o, deliberatamente, decidevano di non dargli credito.

Il suo ministero si inserì nel periodo storico in cui il regno di Giuda visse i suoi ultimi anni di stato indipendente. Il re Giosia avviò un’importante riforma religiosa ma la sua morte, avvenuta in battaglia contro l’Egitto nel 609 a.C., ne impedì l’applicazione. Nel 598, l’esercito babilonese saccheggiò Gerusalemme e deportò migliaia di cittadini, soprattutto quelli politicamente, socialmente e culturalmente più importanti.

A seguito di un altro tentativo di ribellione vennero annientate tutte le città di Giuda e Gerusalemme fu conquistata (2 Re 25; Ger 52).

Il fatto saliente della sua predicazione è in effetti la caduta di Gerusalemme: prima di questo tragico evento egli spinge i suoi connazionali a riporre la fiducia in Yahweh, mentre molti di loro avrebbero preferito mettersi nelle mani dell’Egitto per prevenire ed evitare la conquista da parte dei Babilonesi. Dopo la caduta della città e del regno di Giuda, egli esorta il popolo esiliato a sperare nella certezza della liberazione e del ritorno in patria con conseguente ricostruzione del Tempio, restaurazione della sovranità nazionale e del culto sotto la guida di un nuovo sacerdozio.

Ezechiele (o chi per lui) scrive di avere intrapreso il suo ministero nel 593 (a.C.) tra gli esuli in terra di Babilonia (Ez 1, 2) e la sua ultima profezia è datata 571 (Ez 29, 17).

Si ritiene che fosse nella schiera dei prigionieri deportati in Babilonia dopo la caduta di Gerusalemme nel 598 (2 Re 24, 16): la parte più rilevante del suo ministero si deve essere svolta durante il regno del re Sedecia e il periodo che seguì la definitiva caduta della città nel 586. È interessante annotare il suo impegno teso a contrastare i tentativi di rovesciare il dominio babilonese; egli affermava la necessità di osservare con assoluto scrupolo le norme dettate da Yahweh anche se questo avveniva in uno stato di soggezione politica nei confronti del dominio straniero.

La sua missione aveva il compito di ridare speranza al popolo in esilio: dopo la punizione sarebbe tornato il momento della rifondazione di Israele a partire dalla rinascita della città santa di Gerusalemme e del Tempio.

Ezechiele è considerato un profeta e nell’accezione letterale del termine lo era, in quanto parlava in nome e per conto dell’Elohim di riferimento.

Se al vocabolo profeta attribuiamo invece il significato popolare che rimanda a una presunta capacità di prevedere il futuro dobbiamo subito precisare che quei testi sono stati redatti dopo che gli eventi si erano verificati: si tratta pertanto delle classiche profezie cosiddette "post eventum", come peraltro sono tutte le profezie bibliche in nostro possesso. I documenti che le contengono e che possediamo sono sempre stati compilati in epoca successiva a quelle dei fatti cui si riferiscono, pertanto il loro valore profetico è definito e riconosciuto esclusivamente dalla dottrina e dalla fede e non dalle evidenze documentali.

Questa è in sostanza la cornice storico-letteraria che inquadra gli eventi e le esperienze di Ezechiele che ci interessano.

È nostra convinzione che la Bibbia non sia un testo teologico e che quindi le sue parti debbano essere studiate dagli specialisti di riferimento: il libro di Ezechiele costituisce appunto una delle tante sezioni anticotestamentarie che necessitano di questo tipo di approccio.

Per tentare di facilitare la comprensione di un testo così complesso, abbiamo scelto di procedere prima con una presentazione unitaria delle cosiddette visioni (Cosa vide?) riprendendo qui per comodità di lettura un lavoro pubblicato in altro nostro testo, per poi proseguire con la formulazione di ipotesi (Cosa poteva essere?) elaborate da tecnici dotati della preparazione necessaria per comprendere ciò che è stato descritto, sia pure con la terminologia di cui disponevano gli autori del tempo.

Cosa vide?

A cinque anni dal momento della deportazione di cui si è detto sopra, Ezechiele ebbe la visione descritta nel primo capitolo.

Nell’esposizione noi ipotizziamo che l’autore degli scritti sia egli stesso, con tutte le riserve di cui abbiamo dato conto.

Scrive il profeta che mentre si trovava sulle rive del fiume Kevar (Ez 1, 1):

Iniziamo subito col rimarcare che le normali traduzioni sintetizzano spesso questa affermazione con la generica espressione visione divina.

Ben diverso è invece il significato espresso dal profeta, che dice di aver visto gli Elohim dopo che i cieli si sono aperti: si tratta infatti di una visione vera e propria, cioè il concreto atto del vedere una pluralità di soggetti e oggetti realmente presenti.

È necessaria a questo punto una precisazione utile a comprendere il significato reale di un termine che, in ambito religioso, ha assunto tradizionalmente una valenza che qui è chiaramente fuorviante. Quando parliamo di visione noi siamo immediatamente indotti a pensare a quel fenomeno che porta a percepire quasi fisicamente delle realtà considerate soprannaturali. Il termine ebraico i023-1 (mare) indica invece l’atto concreto del vedere un qualcosa di reale, anzi con maggiore precisione, possiamo dire che indica proprio ciò che viene osservato: oggetto, persona presente, situazione, scena, evento, fenomeno.

Quindi Ezechiele ci dice di avere concretamente visto eventi in cui sono presenti, anzi, di cui sono attori principali, gli Elohim con le loro strutture volanti, e sono proprio queste ultime in particolare a colpire l’autore del testo.

Il profeta ci mette al corrente della scena alla quale ha assistito e ricorda bene il giorno e il luogo: il giorno 5 del quarto mese del quinto anno (probabilmente 593-592 a.C.) dell’esilio di Ioiachin (Ez 1, 4 e ss.):

Del termine nube e dei suoi possibili significati diremo nel prossimo capitolo.

Abbiamo qui una precisazione di non poco conto: il i023-18 (ruach), cioè il presunto spirito divino della teologia, in realtà è un vento che si presenta con manifestazioni fisiche evidenti dal punto di vista sia visivo che sonoro, come vedremo meglio tra breve: nel prossimo capitolo questi elementi saranno oggetto di esame tecnico proprio per la loro concretezza molto esplicita e significativa.

Intanto rileviamo che il i023-19 (ruach) giunge da una direzione geografica precisa (nord), mentre Ezechiele si trova sulle sponde di un canale, il Kevar, che risulterebbe corrispondere al corso d’acqua chiamato Nil, derivante dall’Eufrate, che si trova in bassa Mesopotamia.

Non ci troviamo in presenza di una visione mistica o di una esperienza onirica, ma di un evento concreto realmente vissuto dal profeta.

Il versetto precisa che l’occhio della scintilla si trovava nel centro del fuoco. Il termine tradotto con occhio indica anche un qualcosa di luminescente e il vocabolo tradotto con scintilla indica anche l’ambra o l’elettro.

Abbiamo quindi la descrizione di quello che potrebbe essere un vero e proprio incontro ravvicinato con un oggetto non meglio identificato che indubbiamente era in aria: una nube tempestosa che proviene da Nord, nel suo mezzo si identifica un fuoco che ruota su se stesso, una sorta di radiazione luminosa attorno e, al suo centro, un che di splendente come l’elettro.

Quest’ultima immagine serviva probabilmente a descrivere il colore e la luminescenza della parte centrale (l’elettro era una lega sia naturale che artificiale costituita di oro e argento) o magari rappresentava i fenomeni elettromagnetici, in quanto le proprietà elettriche dell’ambra (che i Greci definivano electron) erano già ben conosciute nell’antichità.

Ma proseguiamo nell’analisi della descrizione:

Intanto annotiamo che il termine viventi si trova in ebraico in forma femminile, i024-5 (chaiot), come se si volessero indicare delle non meglio identificate cose (?) viventi; questo è il significato del sostantivo femminile che indica infatti cosa vivente o anche animali⁷. Ci si trova qui in presenza di una definizione che non identifica uomini o persone ma cose animate, cose che si muovono.

Nella sua forma aggettivale, la radice i024-6 indica la presenza di una particolare forza animata, esprime l’idea del movimento e di un movimento condotto in modo autonomo. Questa parte della visione è particolarmente importante, soprattutto per ciò che si dirà in seguito sui cherubini perché, come vedremo, sarà il profeta stesso a identificare i vari elementi mettendoli in stretta correlazione: sarà proprio lui a rivelarci che cosa sono le cose viventi, senza alcuna necessità di interpretazione o ipotesi da parte nostra.

Per il momento ci limitiamo a cogliere la descrizione che ce ne fa l’autore.

L’aspetto dei quattro viventi o, per meglio dire, delle quattro cose in continuo e rapido movimento, era così caratterizzato (Ez 1, 5-17, che riportiamo senza il testo ebraico per non appesantire eccessivamente la lettura, ma sempre rispettando la letteralità e la forma del testo originale):

•«E questa apparenza loro somiglianza di adam ad esse» (anche qui abbiamo il pronome nella forma femminile);

•«Ciascuna aveva quattro facce (parti frontali) e quattro ali»;

•«I piedi loro erano un piede diritto, e la pianta dei piedi loro era come la pianta del piede di vitello (cioè piatto), ed erano scintillanti come occhio [luminescenza] di bronzo lucido»;

•«E mani di adam da sotto ali loro, sopra i loro quattro lati» (il termine ebraico i025-1 , kanaf , ha vari significati: ala, estremità, bordo);

•«Tutti e quattro avevano le loro facce (parti frontali) e ali (estremità, bordi)»;

•«Le ali (estremità) erano accostate una all’altra» (femmina a sorella sua recita letteralmente il versetto 9);

•«Non si giravano nel loro procedere e ciascuno procedeva in direzione della sua faccia (parte frontale, anteriore)»;

•«Forma di facce loro facce di adam, e per tutti e quattro facce di leone a destra e facce di bue dalla sinistra, e facce di aquila» (a seconda del lato da cui li si osservava, si presentavano quindi con sembianze diverse);

•«Facce loro e ali loro erano separate dal di sopra»;

•«Ciascuna ne aveva due unentisi a un altro e due coprenti il loro corpo»;

•«Ciascuna procedeva in direzione della sua faccia (parte anteriore), verso là dove il vento era per andare»;

•«Andavano e non si giravano nel loro andare»;

•«E somiglianza (forma) delle (cose) viventi apparenze loro come braci di fuoco brucianti come apparenze di le torce andanti avanti e indietro tra i viventi»;

•«E splendore aveva il fuoco e dal fuoco uscente (usciva) fulmine»;

•«E le (cose) viventi correre e tornare (zigzagare in ogni direzione) come visione di il lampo»;

•«E una ruota a terra vicino a (dal lato di) le viventi per quattro facce (parti anteriori) loro»;

•«E aspetto di le ruote e fatture loro come occhio di Tarscisc (splendore di pietra preziosa, crisolito)»;

•«E somiglianza una a quattro loro»;

•«E apparenze loro e fatture come che (se) fosse la ruota in mezzo a la ruota (una ruota dentro un’altra)»;

•«Su quattro di (quattro) lati (direzioni) loro in andare esse»;

•«Non si giravano in andare esse».

Il versetto 13 merita un’attenzione particolare perché ci dice che il loro aspetto era:

Ogni cosa semovente emetteva quindi una qualche forma di energia che richiamava il fuoco di torce: anche qui abbiamo un ulteriore esempio di quei confronti funzionali di cui si diceva innanzi.

Non possiamo certo cadere nell’errore infantile di vedere quelle cose viventi realmente e contemporaneamente simili nella forma a uomini, leoni, buoi, aquile e lampade fiammeggianti. Ci troviamo indubbiamente di fronte a una descrizione particolareggiata, sicuramente meravigliata, fatta con una certa cura e con l’intento di descrivere attentamente ciò che è stato visto da Ezechiele in seguito all’apertura dei cieli.

Ribadiamo che non si tratta assolutamente di un sogno o di una visione così come la si vuole presentare da sempre; notiamo inoltre come sia quasi ossessivo il bisogno di ripetere che quelle cose in movimento andavano in tutte le direzioni senza la necessità di girarsi, cioè di ruotare, come facevano naturalmente i normali carri da trasporto: evidentemente si trattò di una stranezza assolutamente unica, tale da colpire colui che stava assistendo all’evento.

A seconda del lato con cui si presentavano all’osservatore, assumevano un aspetto diverso: visti di fronte sembravano esseri umani; osservati di lato potevano ricordare vari tipi di animali: evidentemente le ruote, le ali aperte o chiuse e la varia tipologia di movimenti compiuti dovevano in un qualche modo ricordare immagini e situazioni facilmente descrivibili con esempi tratti dal mondo animale.

La tradizione si è veramente sbizzarrita nel tentare di spiegare e rappresentare in vario modo le similitudini contenute nel testo: uomo, aquila, leone e bue. Ogni interpretazione data prende origine comunque dalla pregiudiziale spiritualista che condiziona dogmaticamente la lettura del testo biblico: ci torneremo quando formuleremo le ipotesi tecniche.

Le curiosità però non finiscono qui. Proseguiamo nella lettura (Ez 1, 18):

•«E cerchi (curvature) loro e grandezza (altezza) a loro»;

•«E cerchi (curvature) loro pieni di occhi attorno a quattro essi».

Questi cerchi dovevano apparire decisamente imponenti e tutti e quattro erano dotati all’intorno di quelli che il profeta chiama occhi.

I versetti 19-21 ci descrivono poi alcune modalità di movimento di questa macchina:

•«E in (quando) avanzare di le (cose) viventi avanzavano le ruote vicino a (a lato di) essi»;

•«E in (quando) sollevarsi le (cose) viventi da su la terra si sollevavano le ruote»;

•«Verso (dove) che era là il vento per andare andavano là [dove] il vento per andare»;

•«E le ruote si sollevavano a lati loro (con loro) poiché vento di la (cosa) vivente in (con) le ruote»;

•«In (quando) andare essi andavano e in (quando) stare (fermarsi) essi stavano (si fermavano)»;

•«E in (quando) sollevarsi essi da su la terra si sollevavano le ruote a lati loro (con loro)»;

•«Poiché vento (energia) di la (cosa) vivente in (con) le ruote».

Dunque, ci sono ruote che si muovono con l’insieme di questo non meglio identificato oggetto e che con esso non solo si spostano, ma si alzano e si abbassano sul suolo.

Il successivo versetto 22 ci dà conto di un altro particolare a noi decisamente familiare:

Proviamo ora a chiederci onestamente, liberi dai pregiudizi dogmatici e dottrinali: abbiamo difficoltà a vedere, in quest’ultima immagine, delle cupole trasparenti che si trovano sopra le teste di quelli che, a questo punto della descrizione, pensiamo di poter tranquillamente definire piloti?

Possiamo rispondere serenamente di no: la descrizione appare qui molto chiara, priva di equivoci e nella sezione dedicata agli aspetti tecnici il tutto diverrà, sia pure nella necessaria forma ipotetica, più coerente.

I versetti 23 e 24 ci descrivono infine la posizione delle ali e addirittura il rumore prodotto dal movimento:

•«E sotto la volta (cupola) le ali loro diritte una a sorella sua»;

•«A ciascuno due coprenti a essi e a ciascuno due coprenti a essi corpi loro»;

•«E udii suono (rumore) di ali loro come suono (voce, rumore) di acque molte»;

•«Come suono (voce, rumore) di Shaddai [termine dalla traduzione incerta e controversa] in (quando) procedere loro»;

•«Suono (voce, rumore) di strepito come suono (rumore) di accampamento»;

•«In (quando) fermarsi essi facevano cadere (abbassavano) le ali».

In sostanza, Ezechiele ci racconta che quando le cose viventi si sollevavano, le ali erano spiegate, mentre il movimento era accompagnato da un forte rumore che richiamava addirittura quello di un accampamento militare, e che quando si fermavano le ali si abbassavano.

Immediatamente dopo si verifica un fatto che colpisce il profeta (Ez 1, 25-27):

•«E fu suono (rumore) da su a la volta (cupola) che su teste loro»;

•«E da sopra a la volta (cupola) che su testa loro come apparenza di pietra di zaffiro»;

•«Forma (somiglianza) di trono»;

•«E sopra forma (somiglianza) di trono i029-1 , chisse , forma (somiglianza) come di apparenza di adam su di esso da al di sopra».

Segnaliamo qui un esempio di come la vocalizzazione della lingua ebraica sia stata fondamentale per l’attribuzione di significato ai singoli termini.

La radice i029-2 , chisse, appena citata può essere vocalizzata e letta come "chisse e allora significa trono, oppure può essere identificata e letta come chese e indica allora la luna piena". In questo caso i Masoreti hanno riconosciuto nel passo il significato del trono su cui sedeva un individuo, mentre in altri brani hanno chiaramente identificato la luna piena (come in Sal 81, 4 e Pr 7, 20).

Nel nostro lavoro ovviamente rispettiamo sempre la vocalizzazione posta dai custodi della tradizione (i Masoreti, appunto) che hanno redatto il Codice di Leningrado: il testo di riferimento per le traduzioni moderne, e sul quale si basano sostanzialmente tutte le Bibbie pubblicate con l’imprimatur della Chiesa.

Insomma, sopra le cupole che stavano sulle teste dei viventi si solleva una struttura a forma di sedile (trono) su cui si trova un essere simile agli uomini.

Il profeta procede quindi nella descrizione dei particolari, e racconta ancora di avere visto un qualcosa che già lo aveva colpito precedentemente (Ez 1, 27):

•«Come occhio di la scintilla (elettro, ambra)»;

•«Come apparenza di fuoco»;

•«Casa a lui attorno (lo circondava)»;

•«Da apparenza (sembianza) di fianchi suoi e al di sopra»;

•«E da apparenza (sembianza) di fianchi suoi e al di sotto»;

•«Vidi come apparenza (sembianza) di fuoco e splendore a lui attorno».

Questo essere simile a uomo seduto al posto di comando emanava dunque una luce particolare, che ricordava forse il colore dell’elettro o dell’ambra: una luce dorata, quindi, con riflessi luminosi particolarmente evidenti nella parte bassa.

Annotiamo una curiosità, il termine con cui il testo biblico definisce l’ambra (o elettro) è i030-1 (chashmal), cioè lo stesso con il quale l’ebraico moderno indica l’elettricità: la concretezza si ripresenta nella sua evidenza.

Il racconto si chiude con un’affermazione che ci rimanda al kavod, cioè alla cosiddetta gloria di Dio citata dal profeta e su cui torneremo più avanti.

Dice Ezechiele (1, 28):

«Come apparenza (sembianza) di arco che è in la nube in giorno di la pioggia, così apparenza (sembianza) di splendore attorno…».

Ciò che fino a ora era stato definito ruach improvvisamente viene identificato come il kavod, ponendoci di fronte a una serie di questioni non da poco:

•Ruach e kavod erano la stessa cosa?

•Erano due termini usati per definire caratteristiche compresenti nello stesso oggetto volante non meglio identificato: vento, aria in movimento, peso, potenza?

•Il kavod che si presenta a Mosè nel libro dell’Esodo (e di cui abbiamo ampiamente parlato nei libri già citati) era lo stesso poi visto da Ezechiele?

•Essendoci almeno 7-800 anni di separazione tra le vicende dell’Esodo e quelle del profeta, il kavod è rimasto lo stesso o si trattava di due mezzi diversi?

•L’autore ha utilizzato lo stesso termine per rilevare le caratteristiche essenziali come ad esempio quella dell’enorme peso dell’oggetto?

•In tempi diversi si usavano vocaboli diversi per identificare oggetti simili oppure vocaboli simili erano usati per oggetti diversi?

Tra il carro armato di Leonardo da Vinci (o carro coperto, come lo chiamava lui) e gli attuali carri armati si registrano differenze inimmaginabili ma l’ingegnere, pittore e scienziato italiano descriveva così i suoi:

«Farò carri coperti, securi e inoffensibili; e quali intrando intra li nimici con le sue artiglierie, non è sì grande moltitudine di gente d’arme che non rompessimo. E dietro a questi potranno seguire fanterie assai illese e senza alcuno impedimento»⁸.

La descrizione funzionale di Leonardo vale per entrambe le tipologie (carri del Cinquecento e carri moderni) ma, in assenza di immagini, nessuno potrebbe rappresentarsi le straordinarie differenze strutturali e funzionali derivanti dall’evoluzione che hanno subito in pochi secoli.

Nello stesso versetto il profeta conclude dicendo che «vide, cadde a terra e udì uno che parlava».

A questo punto abbiamo ritenuto di non potere tradurre il termine kavod con gloria, perché quanto qui descritto non fa che confermare che davanti a Ezechiele – come già in precedenza davanti a Mosè – si è presentato qualcosa di grande, potente e rumoroso e il profeta, proprio come Mosè, descrive nei particolari tutti gli elementi che consentono di definire grande e potente ciò che ha visto, fuori di ogni dubbio.

Al termine di queste rivelazioni, il successivo capitolo 3 ci offre ulteriori conferme.

Dopo la descrizione particolareggiata della macchina, e dopo il resoconto di tutto ciò che gli dice quell’essere splendente simile a un adam che sedeva sul trono (noi diremmo sul ponte di comando…), egli scrive che mentre un ruach lo sollevava da terra (Ez 3, 12-14):

•«ho udito dietro di me suono [voce, rumore] di terremoto grande…» che viene prodotto dal i031-1 (Yahweh di-kavod);

•«E suono (rumore) di ali di le (cose) viventi toccanti ciascuna a sorella sua»;

•«E suono (rumore) di le ruote a lati loro»;

•«E suono (rumore) di terremoto grande».

Seguendo Ezechiele, ci pare qui di udire il suono diverso prodotto dagli strumenti di volo (ali, eliche?) e dalle ruote (turbine?) con cui la macchina si muoveva a terra.

Avvertiamo anche il rumore di terremoto che abbiamo ascoltato ogni volta che ci siamo trovati su una pista di volo in concomitanza col decollo di un aeroplano.

Kavod di Yahweh, baruch o berum?

È stato benedetto o si è sollevato dal suolo?

Il lettore attento potrà trovare una traduzione diversa del versetto 12.

La Bibbia pubblicata dalle Edizioni San Paolo (supplemento a «Famiglia Cristiana», Cinisello Balsamo 2010) traduce così:

«Poi uno spirito [ruach, N.d.A.] mi sollevò e udii dietro a me un fragore di gran terremoto, mentre la Gloria del Signore [kavod di Yahweh] si alzava da quel posto».

La Bibbia CEI (Editio Princeps, 2008) riporta:

«Allora uno spirito [ruach] mi sollevò e dietro a me udii un gran fragore: Benedetta la Gloria del Signore [kavod di Yahweh] là dove ha la sua dimora».

La differenza è sostanziale e le edizioni critiche la spiegano così.

Nel secondo caso riportato, il traduttore legge in ebraico la radice i032-1 , brch, che significa benedire.

Nel primo, invece, si dà conto del significato derivante dalla radice i032-2 , brm, che significa sollevarsi, alzarsi.

I commentari biblici fanno notare come la confusione tra le due lettere finali (kaf e mem) fossero frequenti nei vecchi scritti.

Così scrive la NET Bible:

«This translation anslation accepts the emendation suggeste in BHS of i032-3 (bÿrum) for i032-4 (barukh). The letters mem i032-5 and kaph i032-6 were easily confuse in the old script while i032-7 (blessed be) both implies a quotation which is out of place here and also does not fit the later phrase, from its place, which requires a verb of motion».

In pratica, tradurre ipotizzando il concetto del luogo che benedice Dio è privo di senso e non concorda neppure grammaticalmente con la necessità di avere un verbo che indichi un movimento, un moto da luogo: si tratta dunque di una lettura inaccettabile.

Il Textual criticism of the Hebrew Bible⁹ conferma i concetti qui espressi e commenta nel seguente modo:

f033-1

Emanuel Tov rileva che non viene specificato chi pronuncia quelle parole di benedizione che non sono neppure precedute dalla tradizionale formula introduttiva i033-1 , lemor, cioè per dire. L’esegeta suggerisce quindi di accettare l’emendamento proposto dal biblista Luzzatto che vi legge appunto i033-2 , berum, cioè la radice che indica l’atto del sollevarsi da terra.

Ci chiediamo infatti:

•Che senso avrebbe un luogo che benedice la Gloria di Dio?

•Quale sarebbe questo luogo suo specifico?

•Come potrebbe questo luogo suo trovarsi a terra, proprio dietro le spalle di Ezechiele?

È ovvio che la scelta di berum (si alzava) è l’unica possibile se si vuole dare un senso alla frase: l’esegesi ebraica lo ha evidenziato molto bene.

Questa esperienza termina con la descrizione secca e concisa di un evento (versetto 14):

Notiamo ancora una volta come i termini ruach e kavod risultino intercambiabili nell’economia del racconto.

Il kavod rifà la sua comparsa nel capitolo in cui Ezechiele ci rivela, con immediatezza e con una certa sorpresa, una sua presa d’atto e ci lascia il racconto esplicito di una fase operativa molto concreta in cui i cherubini sono coprotagonisti.

Si tratta del capitolo 10: la vicenda si svolge a Gerusalemme.

Ciò che qui ci interessa è dare risposta a un elemento che avevamo lasciato in sospeso quando abbiamo detto che il profeta stesso ci avrebbe rivelato che cos’erano quelle cose viventi dotate di estremità che si aprono, di cerchi, di ruote inserite le une nelle altre e, soprattutto, di quella particolare modalità di movimento orizzontale e verticale che abbiamo già visto.

Ezechiele prosegue nel racconto (Ez 10, 1):

«E vidi ed ecco attraverso la volta che…

… come pietra di zaffiro come apparenza similitudine di trono…».

Compare qui il termine cherubini.

Nella traduzione del capitolo 1 avevamo letto che sotto la parte centrale dell’oggetto volante dotato di una cupola si trovavano le cose viventi e abbiamo notato come il vocabolo che le definisce sia femminile.

Abbiamo anche capito che la definizione di viventi si riferisce non già alla caratteristica peculiare degli esseri biologicamente viventi, ma al loro muoversi autonomo e repentino in ogni direzione. Ora apprendiamo che la cupola era trasparente perché attraverso di essa si poteva vedere un trono/sedile fatto di materiale rilucente, ma qui Ezechiele ci rivela un altro particolare: a posarsi sui cherubini era addirittura il carro degli Elohim.

Noi cominciamo qui a pensare che forse tra i cherubini e le cose viventi ci fosse un rapporto preciso: vedremo che sarà Ezechiele stesso a darci un’informazione precisa in tal senso e nelle pagine dedicate alla descrizione tecnica l’ipotesi si farà concreta.

Colui che sta seduto sul trono visibile attraverso la cupola impartisce un ordine a un uomo vestito di lino (Ez 10, 2):

L’ordine ci conferma che i cherubini sono dotati di ruote e che tra di esse vi è uno spazio all’interno del quale un individuo può entrare per compiere delle azioni che, al momento, non sono oggetto del nostro interesse.

Il versetto successivo ci racconta che mentre l’uomo svolgeva il compito che gli era stato assegnato (10, 3):

I cherubini si vanno quindi a posizionare alla destra del Tempio e la nube ne riempie il cortile interno.

Ma da dove proveniva quella nube?

Ezechiele fornisce la risposta (Ez 10, 4):

Prosegue il testo:

«Il Tempio si riempì della nube e il cortile si era riempito della lucentezza del [kavod] di Yahweh».

Ecco dunque la spiegazione del profeta: il kavod è posizionato sui cherubini, si alza, supera la protezione (soglia) del Tempio e si porta all’interno del cortile, mentre una nube avvolge il Tempio stesso.

Nel versetto successivo veniamo a conoscenza di un altro elemento che ci stupisce non poco, se pensiamo alla figura dei cherubini descritta dalla tradizione dottrinale.

Per intanto annotiamo qui, per inciso, che il kavod e il ruach producono esattamente gli stessi effetti visivi e sonori, a ulteriore riprova del fatto che il ruach non rappresenta sempre l’eterea e impalpabile manifestazione dello spirito divino ma spesso è un oggetto concreto, materiale, solido, evidente, rumoroso, che tutti possono vedere e udire nel suo muoversi. In determinate situazioni la sua ipotetica essenza spirituale sarebbe inspiegabilmente articolata e complessa, viste le numerose strutture che lo compongono e che agiscono sia in modo sincronico che separatamente.

Tutto questo gran movimento infatti non solo è visto da Ezechiele, ma viene anche udito da chi si trova nell’impossibilità di assistere ai movimenti compiuti dai vari mezzi meccanici presenti sulla scena, infatti (Ez 10, 5):

Non c’è quindi solo Ezechiele che vede quanto avviene nel cortile interno, ma c’è anche chi, trovandosi nel cortile esterno, ode il rumore prodotto dai cherubini.

Anche questo particolare ci fa comprendere come non si sia trattato di una visione mistica o di un’esperienza onirica: vengono infatti descritte anche le sensazioni uditive di altri che erano presenti ma che, a causa del muro perimetrale, non potevano vedere.

I versetti 6-8 espongono l’azione compiuta dall’individuo vestito di lino tra le ruote dei cherubini, mentre i versetti dal 9 al 12 riprendono la descrizione che il profeta ritiene importante evidenziare soprattutto nei seguenti particolari (come sopra, evitiamo l’ebraico per non rendere troppo difficoltosa la lettura):

•«E vidi ed ecco quattro ruote a lato di i cherubini»;

•«Ruota una a lato di il cherubino uno»;

•«E ruota una a lato di il cherubino uno»;

•«E apparenza di le ruote come occhio di una pietra di Tarscisc»;

•«E apparenza di esse somiglianza di una a quattro esse (erano uguali)»;

•«Come che (se) era (fosse) la ruota in mezzo di la ruota»;

•«A quattro loro ruote loro (ciascuno aveva la sua ruota)».

E infine ci informa che, per quanto lui aveva udito (Ez 10, 13):

Questa precisazione del profeta pare strana, e forse anche inutile: chiamare le ruote «cerchio» risulta infatti una ripetizione priva di senso.

Non lo è se si considera il significato del termine i037-5 , galgal, che indica rotazione rapida: erano ruote che giravano rapidamente, cioè turbinavano.

Se volessimo trasformare l’azione indicata dal vocabolo galgal in un nome proprio da attribuire alle ruote, le potremmo definire turbine senza necessità di usare l’immaginazione. Più avanti formuleremo ipotesi tecniche su questi elementi costitutivi dei cherubini che – oramai lo abbiamo capito – erano chiaramente mezzi meccanici, non certo individui angelici e spirituali.

Il lettore attento avrà anche notato, infatti, che i cherubini non interagiscono mai con Ezechiele o con altri uomini e nessuno si rivolge a loro: non parlano, non ricevono ordini come i malakhim, i cosiddetti angeli…

L’ipotesi formulata è dunque legittima e ne abbiamo ulteriore conferma nei versetti successivi (Ez 10, 15):

Ezechiele ci anticipa indirettamente ciò che confermerà di lì a poco: la cosa che aveva visto sul fiume (cap. 1) assieme alle cose viventi, cose semoventi era quella che sta ora nuovamente vedendo con i cherubini.

Questi si alzano e nell’osservare quel movimento Ezechiele rileva che (versetti 16-17):

•«In (quando) procedere di i cherubini procedevano le ruote di lato ad essi»;

•«E in (quando) portare di i cherubini ali loro a essere alte da su la terra non giravano attorno le ruote anche esse da lato loro (non si allontanavano)»;

•«In (quando) stare fermi essi si fermavano»;

•«E in (quando) essere alti essi si alzavano con essi».

In sintesi: abbiamo ruote direttamente collegate ai cherubini e ali che si alzano e si abbassano rispetto alla superficie del suolo con le ruote che seguono questo movimento, alzandosi e abbassandosi con l’insieme della struttura.

L’uniformità e la contemporaneità del movimento erano date dal fatto che nell’insieme della struttura agiva il:

Il tutto era evidentemente mosso dalla stessa fonte di energia: lo vedremo meglio più avanti.

Arriviamo ora alla descrizione sorprendente che conferma la chiave di lettura seguita fino a qui (versetti 18 e 19):

Ezechiele assiste a quello che potremmo definire il riaggancio: il kavod che esce dal cortile interno, supera la soglia, si porta sopra i cherubini che erano rimasti all’esterno e che, quando il kavod è sopra di loro, attivano gli strumenti di volo per alzarsi.

L’azione viene ulteriormente precisata:

Il kavod degli Elohim che nel versetto 4 si era sollevato per portarsi nel cortile interno del Tempio ora si alza, supera la soglia, ne esce e torna a posarsi sui cherubini che erano fermi nei pressi della porta orientale del Tempio.

Nel successivo versetto 20, abbiamo l’affermazione che ci aiuta a comprendere l’insieme delle visioni che il profeta descrive in vari capitoli e ci consente di fare ciò che l’angelologia tradizionale dimentica, forse volutamente: capire ciò che veramente sono i cherubini.

Qui Ezechiele ammette che fino a quel momento non aveva compreso bene quanto aveva visto nel capitolo 1 del suo libro e infatti è solo dopo aver assistito alla successione di questi eventi che può affermare di aver capito che cos’era la i039-19 , chaiah, singolare di chaiot, cioè la cosa vivente (semovente) che aveva visto trovarsi i040-1 (Israel-elohe tachat), cioè sotto Elohim di Israele, sulla sponda del fiume Kevar e:

In quel momento capisce che quelle cose viventi sono i cherubini e la scoperta sorprende anche noi, anche se a questo punto avevamo già intuito che ci doveva essere necessariamente una connessione.

Ma ciò che ci interessa è sottolineare l’aspetto concreto della situazione: Ezechiele riconosce che ciò che aveva visto sulle sponde del fiume gli era rimasto incomprensibile; non sapeva che cosa fossero quelle cose viventi che si muovevano rapidamente, presentavano caratteristiche che le rendevano paragonabili ad animali, avevano strumenti atti a farle volare, zigzagavano come il fulmine…

Solo ora, dopo averle viste muoversi in collegamento diretto col kavod, capisce che le i040-5 , chaiot, sono i keruvim, cioè i cherubini.

Le cose viventi su cui si sono esercitati per secoli gli esegeti nel tentativo di definirne forma e sostanza reale, spirituale, angelica, allegorica, metaforica, mitica, mistica, esoterica, ecc. sono proprio i cherubini di cui ci stiamo occupando e che stanno assumendo contorni sempre più precisi sotto i nostri occhi e ancora più diverranno concreti nell’ipotesi di descrizione tecnica che ne daremo più avanti.

A questo punto, compiuto ciò che aveva in mente e dopo aver lanciato una serie alternata di minacce e promesse, Yahweh se ne va con l’intera struttura volante totalmente ricomposta (Ez 11, 22-23):

Difficilmente la sceneggiatura di un film potrebbe essere più circostanziata nella descrizione di questa manovra: l’Elohim di nome Yahweh si alza in volo con il mezzo unito ai cherubini che vi si sono agganciati, lascia la città e va a posizionarsi sull’altura che si trova immediatamente a est.

La scena davanti ai nostri occhi è chiarissima e non richiede ulteriori commenti.

L’intera vicenda vede ancora un viaggio in Caldea a bordo del ruach e trova poi il suo epilogo definitivo nel versetto 24 del capitolo 11, che, a questo punto, riteniamo non debba richiedere più spiegazioni:

Chiudiamo l’esame dedicato alle esperienze di Ezechiele con il capitolo 43 del suo libro.

Con la solita precisione ci dice giorno e luogo dell’evento: siamo all’inizio del venticinquesimo anno dell’esilio (si ipotizza quindi il 572 a.C.), il 10 del mese.

Sono passati quindi circa vent’anni dai fatti descritti nel capitolo 1. Sappiamo dal capitolo 40 che era stato posato, messo su un’altura elevata – i041-17 , inicheni, cioè mi posò, mi fece restare, dice letteralmente – e che aveva incontrato lì un (Ez 40, 3):

Questo individuo gli fa da guida in un percorso che lo porta a esaminare vari luoghi di una città che non viene identificata con precisione.

I versetti che ci interessano si trovano nel capitolo 43. Qui ci dice di essere stato condotto alla porta della città rivolta a Oriente dove (Ez 43, 2):

Abbiamo visto sopra che l’arrivo del kavod era accompagnato da effetti precisi (43, 2) descritti come il suono di molte acque cui si accompagnava una luminescenza che interessava il terreno sottostante.

Nella Septuaginta (le Bibbia scritta in greco in Egitto nel III secolo a.C.) il versetto contiene una variante molto significativa. Il versetto greco, a differenza di quello ebraico, non contiene riferimenti a grandi masse di acqua, ma richiama un non meglio identificato suono prodotto da un insieme di molti che si moltiplicano. L’espressione fa pensare a una sorta di incremento di rumore che si implementa costantemente nel corso dell’evento cui assiste Ezechiele: il kavod fa il suo ingresso sulla scena e il rumore prodotto aumenta progressivamente con il suo avvicinarsi.

Pare proprio la descrizione dettagliata dell’avvicinamento di un normalissimo mezzo dotato di motore.

La versione greca ci offre un ulteriore particolare: il terreno splendeva come la luce che proveniva dal kavod, quindi in realtà il terreno sottostante, e solo quello, non faceva altro che riflettere la luce emanata dalla cosiddetta gloria.

Rumore e luce sono localizzati in modo preciso ma il capitolo 43 ci rivela ancora una volta come questa presunta gloria di Dio (kavod di Yahweh) fosse limitata nello spazio perché, oltre a venire da Oriente – e dunque non essere presente negli altri punti cardinali – nel versetto 5 ci dice che:

L’immediatezza rappresentata dall’avverbio che introduce l’affermazione ci fornisce una chiara rappresentazione della consequenzialità dei fatti: non appena (ed ecco) il kavod giunge ed entra dalla porta d’Oriente, riempie lo spazio interno.

Dall’incommensurabilità trascendente della gloria di Dio ci si attenderebbe che riempisse ben di più di una limitata costruzione in pietra ma, se il kavod è ciò che ipotizziamo noi, tutto diviene comprensibile e coerente: riempiva il locale a esso destinato.

Le conferme sulla fisicità dell’oggetto e degli effetti che produce sono dunque continue e inequivocabili¹⁰.

Ezechiele afferma nuovamente che ciò che stava vedendo corrispondeva a quanto aveva assistito in precedenza e che noi abbiamo esaminato traducendo i capitoli 1 e 10: compare sempre lo stesso oggetto volante che proviene da una direzione precisa, con il solito accompagnamento di emissioni luminose e grande frastuono.

L’intero testo di Ezechiele rimanda dunque a eventi cui il profeta ha addirittura partecipato in alcuni casi e che ha inteso descrivere con dovizia di particolari: macchine volanti guidate dagli Elohim che si presentano in varie localizzazioni geografiche, si spostano, si alzano e abbassano e, a distanza di decenni, si ripresentano sempre con le stesse caratteristiche.

Con il kavod/ruach per il momento terminiamo qui: li riprenderemo nel prossimo capitolo con la formulazione delle ipotesi che li riguardano, ivi compresa una loro possibile rappresentazione grafica.

I cherubini meritano ancora la nostra attenzione.

Riassumendo quanto detto e riprendendo i passi che abbiamo trovato¹¹ possiamo dire che i i043-1 keruvim:

•sono abbinati a lame-fiammeggianti/cerchi che ruotano rapidamente; questo elemento è stato tradizionalmente male interpretato e confuso con una spada perché meglio si adattava alla figura dell’angelo inteso come individuo (Gen 3, 21-24; Ez 10, 9-12);

•quando non si muovono autonomamente possono (devono?) essere trasportati con un carro realizzato appositamente secondo un progetto preciso (1 Cr 28, 18);

•hanno ruote che possono procedere in tutte le direzioni senza girarsi, rimanendo sempre strutturalmente unite all’insieme dell’oggetto volante principale (Ez 10, 16-18);

•hanno una parte centrale circolare che ruota/turbina rapidamente (Ez 10, 13);

•si possono muovere zigzagando compiendo movimenti simili a quelli di moltissime delle descrizioni moderne di oggetti volanti non identificati che evidenziano capacità di cambiare direzione assolutamente inusuali e comunque non accessibili ai nostri mezzi di trasporto (Ez 1, 1 e ss.);

•hanno una base piatta su cui poggiare (Ez 1, 7);

•nel loro mostrarsi in azione ricordano funzionalmente varie figure di animali (Ez 1, 10);

•quando sono collegati al carro di Yahweh hanno sotto di loro uno spazio nel quale può passare almeno una persona che si muove e svolge delle operazioni (Ez 10, 2 e ss.);

•sono dotati di strutture che coprono e proteggono quando sono chiuse, mentre quando sono aperte servono per il volo (Ez 10, 5-19);

•nel muoversi producono un rumore udibile a distanza anche da chi non li può vedere perché coperti, ad esempio, da strutture murarie (Ez 10, 5);

•nel muoversi sono accompagnati da tutte quelle manifestazioni che ci si attende da un mezzo meccanico dotato di sistemi di propulsione e forse anche di caratteristiche tipiche di elementi tecnologici: rumore assordante, emissione di energia e aloni che circondano l’oggetto (2 Sam 22, 12-14);

•sono un mezzo su cui l’Elohim si posa, si siede, staziona, standovi seduto come si sta a cavallo, e vola compiendo azioni agili e rapide (1 Sam 4, 4; 2 Sam 6, 2; 2 Sam 22, 10-13; 1 Cr 13, 6; 1 Cr 28, 18…);

•sono dotati di una qualche forma di arma che colpisce a distanza (2 Sam 22, 15);

•si muovono uniti al kavod/ruach dell’Elohim ma anche in modo indipendente, come appare nella successione di spostamenti che a Gerusalemme è stata la seguente (Ez 8-10-11): sono presenti con il carro dell’Elohim; si posizionano alla destra del Tempio mentre il carro si alza e si porta all’interno; producono un rumore udibile da chi non li può vedere dal cortile esterno; quando il carro torna su di loro aprono le ali e si alzano; l’insieme della struttura si solleva uscendo dal Tempio e si posiziona alla sua porta orientale, da cui si leva nuovamente per lasciare la città e atterrare sull’altura situata a Oriente dell’abitato.

Come detto sopra, la conoscenza diretta del testo fa sorgere numerosissimi dubbi.

Ricordiamo ancora una volta che non è nostro obiettivo definire o meno l’esistenza in assoluto delle figure angeliche, bensì verificarne la presenza e la descrizione nell’Antico Testamento e confrontarla con i contenuti della tradizione religiosa e spiritualista in generale.

Sulla scorta di questa precisazione, diciamo che l’insieme dei dati distribuiti nei vari passi biblici analizzati genera delle domande:

•I cherubini sono veramente presentati nell’Antico Testamento come individui?

•Hanno una personalità propria?

•Sono dotati di una qualche forma di libero arbitrio?

•Si muovono come gli esseri umani?

•Si muovono come esseri viventi alati?

•C’è una qualche situazione in cui degli uomini, o Dio stesso, si rivolgano a loro in forma diretta o indiretta?

•Fungono da intermediari tra uomo e Dio?

•Ricevono ed eseguono consapevolmente degli ordini?

•Interagiscono con l’uomo svolgendo una delle funzioni che la teologia, le correnti spiritualiste e la devozione popolare hanno loro attribuito?

•Trasmettono all’uomo un qualche senso di spiritualità?

•Possono essere motivatamente inseriti in una gerarchia angelica costituita da entità considerate spirituali?

•Sono dotati delle caratteristiche loro attribuite dal Catechismo della Chiesa cattolica, là dove afferma come Verità di Fede che gli angeli: «In quanto creature puramente spirituali, hanno intelligenza e volontà: sono creature personali e immortali. Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria»? O ancora: «Essi, fin dalla creazione e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono alla realizzazione del disegno salvifico di Dio» ¹²?

Questi interrogativi divengono ancora più pressanti se si considera che il sistema ruach/kavod/cherubini pare qui costituire un tutt’uno.

Nel libro Non c’è creazione nella Bibbia abbiamo analizzato le varie forme e le innumerevoli circostanze in cui il kavod e il ruach agiscono nei vari passi in cui ricorrono: Gen 1, Es 16, Es 19, Es 24, Es 33, Es 34, Es 40, Lv 9, Lv 10, Nm 9, Nm 14, Nm 16, Nm 17, Nm 20, 1 Sam 4, 2 Sam 6, 2 Sam 22, 1 Re 6, 1 Re 8, 1 Re 18, 2 Re 2, 1 Cr 13, 1 Cr 28, 2 Cr 5, 2 Cr 7, Zc 5, Zc 6…

Dall’esame là condotto sono emersi interrogativi, domande pressanti – concernenti il kavod (la cosiddetta gloria di Dio) e il ruach (il cosiddetto spirito di Dio) – che riprendiamo perché sono di inevitabile attualità e soprattutto perché in questo lavoro ipotizziamo risposte concrete, coerenti e sensate, perché elaborate nel pieno rispetto del testo biblico:

•Perché si deve dire che la gloria di Dio uccide in modo inevitabile ma solo chi si trova nel suo raggio di azione chiaramente limitato?

•Perché inventare allegoricamente che questi effetti agiscono in uno spazio circoscritto?

•Perché inventare metaforicamente l’incapacità, o impossibilità, da parte di Dio di controllarne gli effetti?

•Perché attribuire limiti così evidenti alla manifestazione della gloria di Dio?

•Perché inventare che ciò che Dio non è in grado di controllare può essere invece controllato da normalissime rocce, quelle dietro le quali si nasconde Mosè?

•Ha senso elaborare l’idea di una gloria spirituale dotata di lati, di un fronte e di un retro?

•Che senso ha inventare e affermare che la gloria può essere vista solo dalla parte posteriore?

•È normale pensare che una gloria spirituale abbia direzioni in cui muoversi?

•È normale che la gloria passi davanti a una persona e poi prosegua permettendo una visione non pericolosa dal lato posteriore?

•Perché Mosè deve chiedere espressamente a Yahweh di vedere la sua gloria?

•Dobbiamo pensare che la gloria di Dio non accompagnasse costantemente Yahweh?

•Era quindi un attributo cosiddetto spirituale ma non permanente?

•Decideva lui se portarsela appresso e in che occasioni?

•Compariva a comando?

•Si manifestava solo a seguito di una precisa richiesta?

•Perché, come per la manifestazione del kavod di Yahweh a Mosè, era necessario un appuntamento con indicazione di giorno e luogo?

•Perché viene definito anche come turbine di vento e carro di fuoco?

•Lo spirito e la gloria di Dio, hanno necessità di uno spazio preciso per rendersi presenti?

•Lo spirito di Dio che porta via Elia non poteva agire su di lui in ogni luogo e in ogni momento, prendendolo con sé quando meglio avesse deciso?

•Perché fargli fare tanto cammino per raggiungere una postazione precisa da cui prelevarlo?

•È un caso che il luogo del prelevamento si chiamasse Bet-El, cioè Casa di El? Era forse una base degli Elohim?

•Perché lo spirito si intromette fisicamente tra Elia ed Eliseo?

•Perché lo si vede salire concretamente fino a che l’oggetto volante scompare in alto?

•Perché i discepoli vanno a cercarlo, con la certezza che lo spirito lo abbia depositato da una qualche parte nel territorio circostante?

•Perché nell’esperienza vissuta da Zaccaria, per vedere la cosiddetta presenza divina nel cilindro volante e nell’efah che giunge anch’esso in volo, è necessario alzare gli occhi?

•Perché la cosiddetta manifestazione divina si trova in mezzo a – e proviene da – torri metalliche?

•Perché la cosiddetta manifestazione divina si divide in varie componenti aventi caratteristiche fisiche (come i colori) distinte?

•Perché la cosiddetta manifestazione divina deve muoversi nello spazio per coprire le distanze che intende percorrere? Non è forse onnipresente?

•Perché la cosiddetta manifestazione divina risulta costituita da molti elementi?

•Perché le singole parti che la compongono, una volta separate, procedono solo dopo avere ricevuto l’ordine di farlo da parte di un semplice malakh?

•Che senso o fine poteva avere l’inventare tanti suoni assordanti, colori brillanti e riflessi metallici di varia natura per rappresentare un quid di spirituale?

•Perché descrivere in un modo così materiale lo spirito e la gloria di Dio, visto che lo stesso Dio aveva più volte espresso il divieto assoluto di rappresentare in qualunque forma alcunché da venerare? Lo spirito e la gloria non erano oggetto di venerazione visto che li descrivevano così chiaramente in pieno spregio dell’ordine divino? (Vedremo presto che ruach, kavod e cherubini potevano essere tranquillamente rappresentati perché non erano

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