Scopri milioni di ebook, audiolibri, riviste e altro ancora

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

La Dea che Creò l'Uomo: Dai miti sumeri un'ipotesi sorprendente

La Dea che Creò l'Uomo: Dai miti sumeri un'ipotesi sorprendente

Leggi anteprima

La Dea che Creò l'Uomo: Dai miti sumeri un'ipotesi sorprendente

Lunghezza:
286 pagine
2 ore
Editore:
Pubblicato:
13 apr 2021
ISBN:
9788833801810
Formato:
Libro

Descrizione

La Dea che creò l’uomo – Dalla conduttrice di Turisti per caso, un appassionante studio alla ricerca delle nostre origini

Dio non è un uomo con la barba, anche se Enki (il dio sumero) l’aveva ed è servito da modello a Michelangelo!

Dio è donna, una dea in carne e ossa, forse molto in carne: Ninmah. Una genetista che con grande perizia riuscì a fare l’uomo, divenendo la genitrice di tutti noi. Dopo di lei Inanna, dea dell’amore e della guerra, tentò la scalata al potere, ma fu ridotta
al silenzio.

Dopo anni di indagini e viaggi, alla ricerca della dea nel mondo, prendendo in esame i miti sumero/accadici. Syusy Blady arriva a questa conclusione tra le teorie sulla dea madre e le ipotesi sugli antichi astronauti. Dio, all’inizio, era una Dea, la Dea Madre, la Dea dai mille nomi e dai mille volti.

Con La Dea che creò l’uomo scoprirai:
  • come mai l’immagine della Dea è stata negata, demonizzata e poi sostituita
  • la logica del fallo e la logica del seno
  • leggendo i miti con mente aperta, scopriremo che non raccontano favole
  • …e molto altro ancora.
All'interno 33 QR code o link per vedere ciò che ha scoperto in giro per il mondo l’autrice.
Acqusita ora la tua copia e immergiti nella scoperta delle nostre origini!
Editore:
Pubblicato:
13 apr 2021
ISBN:
9788833801810
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Correlato a La Dea che Creò l'Uomo

Libri correlati

Anteprima del libro

La Dea che Creò l'Uomo - Syusy Blady

DEMONTIS

1

Dio è nato donna

Allora ditemi: credete ancora che Dio sia un uomo con la barba che parla con l’effetto eco?

Non è colpa vostra, o nostra, ci hanno martellato con questa immagine per millenni ed è scontato che questa sia l’idea che ci siamo fatti di Dio.

Deve essere stato Michelangelo, con la sua Cappella Sistina, a farci credere definitivamente che Dio, in tutta la sua gloria, si presenti così a noi esseri umani figli riconoscenti e timorosi.

Forse la barba bianca e l’aspetto vetusto da patriarca ci sono stati tramandati dalle immagini di dèi antichi, come quelli sumeri, gli Enlil o gli Enki, con la loro bella barba folta i loro capelli ondulati e lunghi e il copricapo con diversi ordini di corna.

Ci sono, sparsi per il mondo, su montagne inaccessibili, e anche qui in Italia al Bonzone in Ligura, immagini scolpite di un uomo con la barba, come in Perù, a Tiahuanaco un Dio, Viracocha, ha questo aspetto, insolito per le popolazioni andine che sono caratterizzate dal fatto di essere glabre. Questi fatti non sono da dimenticare e ne parleremo più avanti ma, se vogliamo arrivare alla prima immagine del divino che gli esseri umani davvero hanno adorato, l’immagine di Dio della Cappella Sistina, dovrebbe essere diversa. Guardatela, con una lunga dissolvenza, che servirebbe a tornare indietro nel tempo, cambiare in una Dea!

Come mai allora questa immagine si è trasformata così tanto? Addirittura fino al punto di essere negata, demonizzata, smembrata? Come sempre la storia e le regole le fanno i vincitori e la Dea, sconfitta e negata è divenuta un mistero.

Questo è il primo fra tutti i misteri il più grande insabbiamento della storia ufficiale: il fatto accertato che Dio, all’inizio, era una Dea, la Dea Madre, la Dea dai mille nomi e dai mille volti.

Tornando indietro nella storia dell’uomo e viaggiando dall’Asia al Medio Oriente, dal sud America fino ad arrivare a casa nostra, scopriremo che Dio è donna!

Un’inedita identificazione della Dea Madre

Ma un attimo, non è finita qui, che ne è stato di questa Dea grassa adorata nel Neolitico e anche prima in tutto il mondo?

Lei stessa com’è nata?

Chi se l’è inventata?

C’è un originale dal quale ha preso origine la figura, così insistentemente indagata e riscoperta oggi dal mondo femminista e anche da quello accademico?

Il mio tentativo di analisi, che deriva da anni di indagine in viaggi e letture, parte dal simbolo stesso della vagina o dalle figurine di dee grasse di 25000 anni fa fino alle dee mediorientali: Iside, Inanna e molte altre dai mille nomi, alle dee presenti in tutto il mondo dalla Shakti in India alla Pachamama in Perù, all’Al Lat di Palmira e tante altre. Insomma le dee che ho visto e indagato nei miei viaggi seguendo per anni gli studi di illustri archeologhe, come Marija Gimbutas, e di tante altre ricercatici.

Ma io in questo scritto voglio soffermarmi su un punto che è ignorato da tutti quelli che fino a ora hanno indagato la figura della Dea Madre: andrò alla ricerca di una presenza mitica ma forse anche reale, che possa giustificare questo culto arcaico. Naturalmente non so se ci ho visto giusto ma mi sono accorta che tutte queste immagini di dee potrebbero fare riferimento a una figura arcaica.

In testi sumero-babilonesi è Ninhursag o Nammu (signora delle colline) la madre di Enki che suggerisce al figlio di creare l’uomo e come Ninmah (signora maestosa), che aiuterà Enki nel realizzare il piano. Essa, per portarlo a compimento, si inseminerà del nuovo essere, geneticamente creato in laboratorio, un misto di DNA terrestre con una parte divina, e partorirà l’Adamo, cioè il prototipo dell’uomo cambiando il suo nome in Nintur (colei che partorisce).

Così si dice in diversi miti mesopotamici e un sigillo la mostra seduta con un bambino in braccio contornata di ampolle come se fosse in un laboratorio e con l’albero della vita alle spalle.

Questa dea presso gli accadi era conosciuta come Belet-ili,Signora degli dèi.

Col nome di Ninursag, diventerà la Pacificatrice, perché a lei verrà affidato il territorio conteso tra le varie divinità del Medio Oriente e forse da questa sua caratteristica di Dea Madre e di dea pacificatrice nasce l’immagine che stiamo esaminando.

Ma c’è ancora dell’altro.

Secondo l’ipotesi degli antichi astronauti, i miti sumeri possono essere letti in chiave realistica. Questi dèi sarebbero intervenuti sull’evoluzione dell’uomo e sulla stessa civiltà umana. In questa ipotesi, che introduce la variante che manca alla storia, la Dea Madre potrebbe essere stata la genetista che ci ha creati.

2

Tempo arcaico

Le grotte

Donna: femminile, materno, fecondo, utero, caverna… Ecco, fermiamoci qui, alla caverna.

L’uomo preistorico non è vero che stava nelle caverne, coperto di pelliccia interrogandosi su che cosa fosse il fuoco. Permettete che io non creda all’immagine da sussidiari che ci hanno fatto digerire fin da piccoli!

È quasi un’immagine da barzelletta che a forza di essere rappresentata ci è diventata familiare, ma la nostra preistoria, la tanto favoleggiata età della pietra, era veramente così?

Nelle caverne come quelle che ho visto in Liguria ai Balzi Rossi o in Patagonia alla grotta del Milodonte, un animale preistorico simile a un orso che veniva allevato (sì, allevato!) nella parte più arretrata della caverna, si sono trovate tracce di vita sociale e di devozione.

L’uomo preistorico, è provato, viaggiava, si spostava e aveva in comune molte cose con tutti quegli altri esseri umani che vivevano contemporaneamente a lui sparsi per il mondo, era un essere sociale che si organizzava in piccoli gruppi per fare la caccia o i commerci o la pesca, ma che amava anche vivere in grandi gruppi nelle grotte che erano veri e propri villaggi.

L’industria litica era fiorente ed era un’industria vera e propria se, dove si trovano giacimenti di ossidiana, come da noi alle Eolie, sul terreno si sono trovate migliaia di punte di frecce lavorate come se fossero preparate per l’esportazione. Infatti da quelle piccole isole il prodotto veniva portato in tutta la penisola e all’estero, per esempio fino in Dalmazia. Viene da chiedersi, altrimenti, perché stare su di un’isola senza risorse e senza fiumi?

Perché lì c’era una materia prima estraibile lavorabile e commerciabile e se ne ricavava tanto guadagno che permetteva a quelle popolazioni di avere vasi di creta policroma, proveniente da altri luoghi, probabilmente frutto di scambi, se è vero, come è vero, che sull’isola non c’era certo la creta per costruirli! L’uomo preistorico e del Neolitico era sociale e aveva un culto sociale, seppelliva i suoi morti facendo riti e rendendoli sacri, come nel caso della donna del Paleolitico, incinta morta prima del parto e seppellita in una grotta di Ostuni, la grotta di Santa Maria di Agnano, ritrovata nel 1991 e divenuta oggetto di culto della preistoria, più precisamente del gravettiano cioè 28000 anni fa, che successivamente si trasformò, con molta facilità, nel culto di una Madonna adorata ancora oggi in quella stessa grotta. Sono andata a vedere il sito e mi ha colpito il fatto che quella donna avesse una specie di cappellino fatto di conchiglie, centinaia di conchiglie, come la Venere di Willendorf.

Noi donne, abituate a dare importanza all’abbigliamento, ci possiamo chiedere: era una moda comune? Un segno di casta?

Come mai moltissimi scheletri risalenti a quell’epoca hanno lo stesso cappello di conchiglie?

Insomma, quella società primitiva che, per dirla tutta, tanto primitiva non doveva esserlo se 10000 anni fa si costruivano templi come quelli di Göbekli Tepe, era una società con caratteristiche comuni in buona parte del mondo?

Nelle grotte venivano incise e poi dipinte scene di animali, come a Lescaux, affreschi che ora gli archeologi tendono ad attribuire a mani di donne, anche se a me, vedendo la perizia di tutti i dipinti e graffiti su pareti di grotte in tanti luoghi come sulle falesie dell’Acacus, in Libia, viene da pensare che potesse essere lo stesso artista o la stessa scuola a creare quei capolavori tracciati con mano sicura, senza ritocchi. Straordinari!

Sto esagerando? Forse, ma resta il fatto che per tracciare con tanta sicurezza una linea o un graffito ci vogliono ore e ore di prove e non certo la scarsa capacità di un rude cacciatore alle prese coi pennelli.

In quelle grotte così importanti venivano fatti riti, che oggi definiremmo performance artistiche concettuali, durante i quali si tracciavano le impronte delle mani spruzzandoci sopra liquido colorato in modo da lasciare il segno della presenza di donne uomini bambini.

Nelle grotte venivano celebrati i momenti comuni, la sepoltura dei morti e tutte le ritualità del gruppo, comprese le danze e le trance. Perché nelle grotte?

Non perché fossero l’unico riparo possibile, per quello c’erano le capanne, rifugi improvvisati di questi ipotetici raccoglitori, ma le grotte erano le chiese i luoghi di culto perché provate a guardarle: sono l’immagine stessa della vagina, dell’utero.

Antro e grotte uguale vagina

Un esempio di grotte frequentate nella preistoria che mi ha colpito l’ho trovato in Liguria.

La grotta e il museo dei Balzi Rossi a Ventimiglia, la porta d’Italia, quasi al confine con la Francia, qui ci sono stati i romani è stato fiorente il Medioevo ma qui c’è stato l’uomo preistorico ben 250 mila anni fa.

Il sito venne indagato dal principe Florestano di Monaco nel 1846 che vi trovò molte statuette di Veneri e chissà cosa altro ma se le portò via e non se ne seppe più nulla, nel 1871 arrivò l’archeologo Rivière e trovò tracce del paleolitico superiore.

Poi arrivò anche Sir Embury, quello dei giardini, che fece costruire il museo che ho visitato.

Quello che è certo è che alla grotta del Caviglione da 250 mila anni fa fino al gravettiano c’è stata una presenza continua degli esseri umani che ha lasciato depositi, strati su strati di attività umana, inumazione dei morti, depositi di selci, resti di cibo, focolai e sopra la parete della grotta anche il graffito di un cavallo. Il graffito simile a quelli che ho visto in Acacus, appartenenti anche quelli a vari periodi della presenza umana da quelle parti, quando il deserto era savana e quindi c’erano animali grandi da cacciare o quando il deserto era fertile pianura coltivabile e quindi l’attività dell’agricoltura era fiorente, fino all’arrivo dei cavalli (per non parlare dei dipinti delle teste rotonde di cui è difficile stabilire l’origine ma che sono simili ai… che si trovano nelle grotte australiane) insomma stessa situazione, stessa cultura, fra virgolette, globalizzata.

Qui davanti alle grotte dei Balzi Rossi non c’era il mare come c’è ora, c’era una pianura, una savana e solo più in là, il mare.

Ma la cosa che non si può non notare è che le grotte, a ben guardare, sono a forma di un’enorme vagina, un utero.

La geometria delle Veneri

Al museo, dove ci sono le statuette delle dee che vennero rinvenute nella grotta, è conservato il pulcinella, una Venere di 25 mila anni, cioè del gravettiano.

Le statuette delle Veneri, ritrovate a Balzi Rossi, hanno queste pance tonde iscrivibili in un cerchio e la struttura iscrivibile in un rombo; viene da chiedersi a chi si erano ispirati, i paleolitici, per raccontarle così? Gli archeologi che hanno fatto questa affermazione dicono che potevano essersi ispirati alle donne del tempo, grasse, larghe di fianchi con culi prominenti, la famosa donna callipigia. Sarà, ma sicuramente le donne che sono inumate in quel luogo non hanno certo queste caratteristiche, come le sepolture che sono state trovate ai Balzi Rossi in località Caviglione.

Sull’etichetta esposta al museo accanto alle bacheche dove sono state riprodotte le sepolture, fino a poco tempo fa, era scritto che quello era l’uomo del Caviglione. Effettivamente si tratta di uno scheletro del gravettiano molto grande, anche lui con un copricapo di conchiglie, come la Venere di Willendorf o come la donna di Ostuni, che ho raccontato, ma la cosa importante che ha stupito tutti è che, dopo l’analisi del DNA, questo uomo del Caviglione si è poi scoperto essere una donna! Una donna che sicuramente ricopriva un ruolo importante nel gruppo, forse una sacerdotessa, o una guerriera, longilinea e alta 1,80 metri! Sempre ai Balzi Rossi sono stati inumati tre personaggi: un uomo alto 1,90 e due altre giovani, anch’ esse molto alte, due sorelle.

Niente a che fare con le Veneri grassocce!

Accanto a loro, due selci che si è scoperto venire dalla Francia da 200 chilometri di distanza, segno che queste popolazioni viaggiavano in tutta Europa e scambiavano, e a proposito di copricapo di conchiglie lo troviamo anche addosso ai resti del principe di Finalborgo, morto 19 mila anni fa, trovato nelle grotte delle Arene Candide su uno strato di ocra rossa, sempre in Liguria.

Mi vengono in mente i resti delle donne sepolte con tutti gli onori nei kurgan asiatici, tumuli tomba molto più tardi appartenenti all’età del bronzo che servivano a conservare le spoglie di donne importanti per la loro comunità: madri, sciamane e anche guerriere o con ruoli si potrebbe dire maschili, se non fosse che la divisione tra maschile e femminile è una categoria che appartiene più al nostro mondo che al mondo antico, figuriamoci alla preistoria.

Questi paleolitici avevano conoscenza del territorio sul quale si muovevano e, a giudicare dalla loro moda, per esempio la cuffietta di conchiglie, forse erano un’unica cultura sparsa almeno in tutta Europa. Tanto che il principe di Finalborgo, come anticipato, aveva un volto orientale, era molto alto per la sua età (a 15 anni era alto 1,70) e si pensa venisse dalla Russia o dalla Siberia.

In ogni caso le statuette delle Veneri grasse, non potevano ispirarsi certo alle vere donne di cui abbiamo esempi nelle ossa ritrovate!

Perché riprodurre queste statuette in modo così opposto al reale, raccontando un fisico così diverso, il fisico di una donna grassa con un ventre prorompente, seni enormi e, in questo caso, anche una testa abbastanza piccola? Quindi queste statuette non rappresentavano donne vere, né figure erotiche, come si è creduto per molto tempo, prima che si arrivasse a un’altra spiegazione che interpreta le loro fattezze come propiziatorie per la fecondità. La domanda rimane: chi volevano rappresentare, se questo era lo scopo? Perché fare una figura così astratta e come mai, e lo vedremo, questa figura la troveremo sempre rappresentata così, nella forma steatopigia, in tutto il Mediterraneo e non solo?

La vagina

La vagina è il mistero della creazione, è l’altra parte della luna, quella sconosciuta, è il trionfo della vita, è la porta da dove tutto nasce, è una cornucopia vivente.

L’ho visto anche a Puket in Thailandia quando sono andata per il giro del mondo di Velisti per caso a visitare la grotta detta dei falli… che riservava una sorpresa.

Effettivamente i falli nella grotta c’erano, erano fatti di legno dipinti proprio con il prepuzio rosso, ce n’erano tantissimi ammucchiati alla rinfusa nella grotta, ma guardando in alto si capiva che più che oggetti di culto erano offerte a un culto e la protagonista del culto era appunto la grotta, allungata e piena di pieghe come una vulva e con un utero di pietra che si poteva distinguere guardando in alto. Ecco quindi: la grotta è l’utero, la sua entrata è la vagina.

Questo simbolo fallico è un richiamo degli antichi culti preistorici della fecondità come dice Jacquetta Hawkes:

«Questi simboli maschili erano in rapporto con la Dea, ed era per farle piacere che abbondavano nei suoi santuari»¹.

I santuari della dea recentemente scoperti in Medio Oriente rivelano dei falli di ogni forma e dimensione. Il fatto che quest’ultimi, e simboli fallici come le corna di toro, siano il solo segno maschile scoperto negli antichi luoghi sacri, indica che gli adoratori originari del fallo erano le donne stesse.

Come dice Marija Gimbutas: il simbolismo della rigenerazione, il fallo, rappresenta la forza del maschio e continuò a essere un’icona di rigenerazione dal Neolitico fino in epoca storica.

Quante statue della dea vedremo nell’atto di essere penetrate da un fallo senza, come posso dire… il proprietario! Un maschile senza identità, si potrebbe dire.

Presso i Moso, di cui parlerò anche più avanti, popolazione matriarcale dello Yunnan, la divinità che viene adorata tutti gli anni andandoci in processione è una vagina, scolpita nella pietra di una montagna sacra.

I Moso sono una società matriarcale. Le matriarche, cioè le Dabu, molto solidali tra loro e con le altre donne del villaggio, tutti gli anni fanno un pellegrinaggio alla montagna sacra e, guarda caso, arrivano a una fenditura incisa nella roccia. Il culto delle pietre vulva è stato studiato da Max Dashu che ha fondato nel

Hai raggiunto la fine di questa anteprima. per continuare a leggere!
Pagina 1 di 1

Recensioni

Cosa pensano gli utenti di La Dea che Creò l'Uomo

0
0 valutazioni / 0 Recensioni
Cosa ne pensi?
Valutazione: 0 su 5 stelle

Recensioni dei lettori