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Sociologie e sociologi nella pandemia: Teoria, analisi e confronti nel Servizio Sanitario Nazionale

Sociologie e sociologi nella pandemia: Teoria, analisi e confronti nel Servizio Sanitario Nazionale

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Sociologie e sociologi nella pandemia: Teoria, analisi e confronti nel Servizio Sanitario Nazionale

Lunghezza:
279 pagine
3 ore
Pubblicato:
12 apr 2021
ISBN:
9788832761955
Formato:
Libro

Descrizione

Nell’avviata rigenerazione del Servizio Sanitario nazionale post-Covid-19 le sociologie ed i sociologi hanno sicuramente un ruolo importante. Non soltanto in termini di de-burocratizzazione ed empatia sistemica ma soprattutto come agenti catalizzatori di processi circolari di social innovation interni ed esterni alla Pubblica amministrazione. Processi ancorati ad una nuova divisione del lavoro sociologico e all’esercizio critico dell’immaginazione sociologica. In questa direzione il volume suggerisce, anche sulla base del confronto con sociologi (accademici e professionali) esperti nei temi della sanità, tracce di riflessione ed esperienze sul come i diversi tipi di sociologi (professionali, accademici, liberi professionisti, consulenti sanitari) e le sociologie possono e devono concorrere alla resilienza del Sistema Sanitario nazionale italiano nella Covid Age.
Pubblicato:
12 apr 2021
ISBN:
9788832761955
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Libro

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Anteprima del libro

Sociologie e sociologi nella pandemia - Pietro Paolo Guzzo

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Prefazione

di Everardo Minardi e Gian Luca Piscitelli

Per chi fa, pratica, applica la sociologia in una dimensione, quindi, professionale, è difficile affidarsi a centri di elaborazione sociologica che seguono le suggestioni di definizioni immaginifiche della vita sociale.

Parlare di una società catastrofica (dopo il Covid 19) ¹ sembra quasi corrispondere alla pretesa di risolvere con un label conclusivo e riduttivo un qualcosa di troppo complesso che, visto dall’esterno, genera non una conoscenza puntuale e precisa, ma una sorta di smarrimento cognitivo ed interpretativo, a cui è difficile dare risposte risolutive.

C’è un filone molto interessante di riflessione sociologica che riguarda i disastri, le catastrofi e che si impongono in termini di emergenze, proprio come la pandemia che stiamo fronteggiando a livello globale. Siamo debitori a Samuel H. Prince (1886-1960) se per la prima volta la sociologia è stata applicata ad un evento critico – nella fattispecie, l’esplosione di una nave carica di esplosivi nei pressi del porto di Halifax nel 1917. Le considerazioni dell’attivissimo docente dell’University of King’s College di Halifax sono raccolte nel celebre volume, pubblicato nel 1920, dal titolo Catastrophe and Social Change: Based Upon A Sociological Study of the Halifax Disaster. In questo testo Prince si interroga riguardo agli effetti sociali che quel disastro provocò e che tale viene considerato proprio perché ha avuto una rilevanza sociale ed economica (ma anche mentale sui singoli individui).

Oggi questo avviene di fronte agli effetti diffusivi di una pandemia che non sembra destinata ad interrompersi in un breve periodo. La nostra attenzione si concentra sugli effetti inclusivi in una disciplina, la sociologia, che aveva invece reagito in termini diversi di fronte alle tremende catastrofi della Seconda guerra mondiale. Dopo i drammi di quella guerra, la sociologia si era rafforzata, aveva acquisito una centralità nell’ambito delle scienze sociali per la sua capacità di interpretare (non solo descrivere) i processi distruttivi, ma anche e soprattutto ricostruttivi che si erano ingenerati per effetto di quella processione di eventi che per lungo tempo hanno segnato la crescita economica e lo sviluppo dei territori e delle comunità.

In questa direzione dovrebbe muoversi la nostra attenzione poiché una sociologia come sapere applicato ai temi della ricostruzione e dello sviluppo (di qualità e di quantità) della vita sociale, anche a seguito della sua progressiva istituzionalizzazione negli ordinamenti universitari, ha visto modificarsi abbastanza rapidamente la sua ottica, con la forte accentuazione delle matrici teoriche e degli strumenti metodologici che la rendevano riconoscibile e distintiva rispetto alle altre scienze sociali.

In realtà quasi sempre la storia della sociologia si presenta come storia delle teorie dei corpi, degli organismi, dei sistemi della vita sociale in cui la dimensione dei soggetti e delle relazioni sociali è presente, ma spesso subordinata alla spiegazione delle regole, delle funzioni, delle forme organizzative della vita sociale. A tale visioni della società e delle sue forme organizzative si sono accompagnate, non sempre in chiave reattiva, quelle posizioni che hanno portato dall’interazionismo simbolico alle diverse espressioni di una sociologia relazionale che nella comprensione dei mondi della vita² e dei loro contenuti ha portato al centro dell’attenzione i nessi tra la dimensione del micro sociale (le relazioni tra le persone, tra e nei gruppi, tra e nelle associazioni) e la dimensione del macro sociale (le organizzazioni, le imprese, le istituzioni).

La comprensione delle relazioni non regolate, non istituzionalizzate di per sé, tra il micro e il macro sociale diventa sempre più la chiave di lettura e di comprensione di eventi e processi che si evidenziano nella quotidianità della vita sociale, ma anche e soprattutto in occasione di situazioni che mettono in evidenza la instabilità e la vulnerabilità della dimensione organizzativa, sistemica della vita sociale.

Troviamo un’ampia eco della consapevolezza acquisita di tutto ciò proprio nel testo di Pietro Paolo Guzzo che dedica la prima parte del suo lavoro al modo in cui sociologicamente è possibile rappresentare un accadimento che ha delle conseguenze non solo sistemiche, ma fisiche sui corpi degli esseri umani – la diffusione del virus Sars_Cov-2 – e al tempo stesso si presenta come un prodotto sociale in termini di vulnerabilità societaria. In particolare, al sistema sanitario nazionale italiano il nostro Autore, forte della competenza acquisita nel corso della sua lunga attività professionale, dedica particolare attenzione.

In questa prospettiva ritorna ancora di particolare interesse la riflessione avviata da Prince, poi arricchitasi nel tempo di tanti importanti contributi (come quelli di E. L Quarantelli e R. Dynes³). Ricordare anzi la figura e il contributo di S. H. Prince torna utile anche per un’altra ragione. Prince non fu solo un accademico che lavorò esclusivamente nell’ambiente ‘protetto’ della sua cittadella universitaria. A parte la sua intensa attività di curato anglicano la cui memoria suscita ancora plauso⁴, egli fu un instancabile pioniere nell’ambito della sociologia applicata, ma anche dei servizi sociali, impegnato nell’azione di riforma delle strutture istituzionali per gli esclusi e i carcerati; in breve, un attivista sociale che non si risparmiò nel dare il proprio contributo pratico alla realizzazione di programmi sociali e dell’emergente Welfare State.

Prince (ma si pensi anche a Wirth o ad Alinsky) appartiene a quella folta schiera di sociologi anglosassoni che hanno cercato di suggellare la compenetrazione tra l’analisi teorica e l’impegno pratico per mezzo del proprio lavoro, della propria personale esperienza di vita vissuta. Soggettività pienamente coscienti, presenti tra noi in un tempo non molto lontano e in grado di stimolare, se non di generare, un cambiamento di interesse collettivo, pubblico, prima che una certa speculazione antiumanista e la tuttora imperante ideologia dello psicoanalismo (che oggi si camuffa dietro una pluralità di forme, in stretta sintonia con le ‘esigenze di mercato’), spingessero verso la privatizzazione e l’intimismo.

Questi ‘esempi di vita’ ci suggeriscono che non esiste un solo modo di fare sociologia (in primis, accademica) ; accanto all’analisi teorica, è altrettanto essenziale il momento applicativo come attestazione di un modo di praticare la disciplina che vuole essere-nel-mondo; perciò a ‘questo mondo’ si rivolge per tentare di evidenziarne le contraddizioni, ma anche di prefigurare le condizioni di un loro superamento, per trovare una soluzione ‘clinica’ ai problemi sociali che scatenano. Problemi che attengono tanto al singolo quanto alle collettività, alla dimensione del micro e del macro sociale nella loro continua connessione.

E di tutto ciò ci sembra che sia avvertito il testo di Pietro Paolo Guzzo già a partire dal titolo, che recita per l’appunto sociologie e sociologi nella pandemia, cioè nell’emergenza di un fenomeno che è già ‘catastrofe’, ‘disastro’, per le morti che finora ha comportato; ma è al tempo stesso premessa e condizione per la costruzione sociale di nuove relazioni, di diversi comportamenti sociali, di ruoli sociali che non ripetono passivamente i precedenti, perché si sono variate le aspettative e, quindi, le forme e le regole delle relazioni sociali.

E poiché alla vulnerabilità abbiamo accennato, il pensiero non può che volgersi anche a quei paesi in cui i loro sistemi sanitari sono in termini di organizzazione e risorse più fragili, precari, a differenza del nostro che può vantarsi di considerare la salute di ogni cittadino come un valore degno di pubblica tutela.

Quindi il lavoro di Guzzo ci riporta al centro del dilemma ormai storico tra una sociologia, quella definita e istituzionalizzata nei percorsi accademici della formazione, e le diverse sociologie che si configurano nella lettura e nella comprensione di eventi e processi che modificano strutture e regole della vita sociale, con diverse e rinnovate configurazioni nelle dimensioni del micro e del macro sociale e nelle loro relazioni.

Tra le diverse sociologie esiste anche quella professionale, riguardo alla quale il testo di Guzzo rappresenta un ulteriore sforzo di definizione e legittimazione, preoccupato com’è non di riferirsi ad essa in astratto bensì nella concretezza dell’attuale emergenza sanitaria. È qui, nel contatto diretto con le criticità e le sempre più stridenti contraddizioni societarie, con la policrisi (termine usato per sottolineare la multidimensionalità – economica, sociale e sanitaria – della pandemia), che il sociologo può riscoprire il suo ruolo in termini di agente di interprofessionalità e catalizzatore di Social Innovation, attraverso il suo essere mediatore privilegiato di senso intersoggettivo associato alle diverse possibilità di ‘Social User Innovation’ dei servizi che provengono congiuntamente dai cittadini-utenti e dagli operatori del sistema sanitario nazionale.

Guzzo - pertanto, e a partire dalla tipizzazione delle sociologie proposta dal suo maestro Antonio La Spina - da per acquisito ciò che era già chiaro in Burawoy: non ci può essere né una sociologia pubblica, né una sociologia di policy senza una sociologia professionale che fornisca metodi veri e sperimentati, saperi accumulati, interrogativi di orientamento e schemi concettuali. La sociologia professionale non è nemica della sociologia pubblica e di quella di policy, ma il sine qua non della sua esistenza – fornendo sia legittimità e competenza per la sociologia pubblica e quella di policy.

In questo quadro, la sociologia professionale non è quella che farebbero i sociologi non accademici. La concezione di una sociologia professionale semmai, con particolare riferimento al nostro Paese, potrebbe essere utile a superare certe sterili distinzioni che si sono sedimentate nel corso del tempo, come quella tra l’appartenenza all’ambiente accademico (con le sue ‘sicurezze’ di ordine economico e il suo essere fonte di autonomia) e l’adesione a deboli affiliazioni associazionistiche a partecipazione onerosa, non raramente politicizzate.

È nostra convinzione, anzi, che si potrebbe fare sociologia professionale sia all’interno, sia all’esterno dell’ambito accademico. Difatti, una sociologia che possa dirsi professionale è cosciente sia dei fattori sociali di produzione e valutazione della conoscenza, sia del rischio di autoreferenzialità; e un sociologo che a sua volta voglia definirsi professionale non può ingannarsi né ingannare i suoi referenti, negando o sottacendo l’esistenza di una dimensione politica della ricerca scientifica.

In breve, non si può essere immuni dalle controversie e dai confronti politico-sociali che segnano ogni campo professionale e che influenzano le condotte, anche perché il sociologo, accademico o non, come tutti gli esseri umani, ha le sue passioni, i suoi interessi e i suoi trucchi più o meno retorici⁶.

La sociologia professionale, pertanto, configurandosi in termini di ‘esercizio di riflessività’ e, fondandosi principalmente sulle norme scientifiche e l’efficacia pratica, potrebbe rappresentare la via al superamento dei limiti imposti allo sviluppo della disciplina sia dalle gerarchie del potere accademico, sia dal disconoscimento di un sapere (e un saper fare) sociologico prodotto da chi accademico non è.

Nella consapevolezza del carattere value-laden, prima ancora che value-committed, della sociologia è proprio il riferimento a dei valori condivisi, a degli standard di prestazione e di valutazione che - nella piena coscienza dei limiti di qualsivoglia impresa umana, anche scientifica – esprime la vigenza di un etica professionale e il configurarsi di una morale professionale come garanzia di autorevolezza e attendibilità.

Riconoscere allora che la sociologia non è solo un’impresa cognitiva, ma anche morale (cosa che può implicare oltre all’impegno e alla critica, la generazione di una condotta pratica volta a gestire un cambiamento), corrisponde ad un ampliamento di consapevolezza circa il proprio ruolo di sociologi e la propria professione in un mondo sociale che è fatto, intriso, costituito di valori, impegni morali, posizioni normative⁷.

Pertanto, l’accento posto sull’etica professionale sollecita tutti i sociologi – accademici e non – a riconoscersi in una comunità di pratica che offra supporto all’interpretazione situata della esperienza di ogni professionista; che sostenga l’espressione di soggettività riflessive; che accompagni lo svolgimento relazionale dei processi di costruzione sociale di significato; che si prenda cura dell’immaginazione sociologica e verifichi le condizioni della sua sostenibilità. Proprio come il testo di Guzzo ci sembra suggerire.

In questo senso e parafrasando Wenger, potremmo aggiungere che quale che sia la pratica esercitata dal sociologo, il fare sociologia non è solo in sé e per sé. È sempre un fare in un contesto storico e sociale che da struttura e significato alla propria attività. È così anch’essa una pratica sociale che dà luogo a dei prodotti sociali (che siano categorie, classificazioni, piuttosto che progetti d’intervento) .

Occorre perciò prestare una particolare attenzione sulle modalità in cui potrebbe avvenire una mobilitazione organizzativa (oltre la pluralità delle associazioni esistenti) verso la l’auspicata costituzione di una comunità di pratica dei sociologi professionali, rappresentano tuttora una sfida di creatività, manco a dirlo! sociologica.

EM, GP

Faenza-Roma, 9 gennaio 2021


1 C. Lombardo,S. Mauceri (a cura di), La società catastrofica. Vita e relazioni sociali ai tempi dell’emergenza COVID-19, Franco Angeli, Milano 2020

2 A. Ardigò, Crisi di governabilità e mondi vitali, Bologna, Cappelli, 1980.

3 Cfr., in particolare; dei due sociologi Response to social Crisis and Disaster, in Annual review of sociology, 1977, III, pp. 23-49. Contributi che dovrebbero, quindi, essere riscoperti per comprendere meglio e trovare le più adeguate soluzioni ai problemi che l’attuale mobilitazione istituzionale, organizzativa, e il flusso di informazioni legati alla pandemia stanno creando piuttosto che risolvendo e, così, generando non poche tensioni e stress ai danni dei singoli e della collettività.

4 Ce lo ricorda Henry Roper, The Halifax explosion. Samuel Henry Prince and the tradition of christiansocial action at the King’s, 6 dicembre 2017, http://www.kingschapel.ca/blog/prince.

5 M. Burawoy, For Public Sociology, in American Sociological Review, 2005, 70, pp. 4-28.

6 M. Santoro, Per una sociologia professionale e riflessiva (solo così anche pubblica) in Sociologica, 2007, 1.

7 Ibidem

8 Cfr. di E. Wenger, Comunità di pratica. Apprendimento, significato, identità, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006.

Presentazione

di Cleto Corposanto

La pandemia Covid19 ha rappresentato – e rappresenta tuttora – un evento molto importante dal punto di vista degli studi sociali (oltre che, naturalmente, da quelli di area sanitaria volti a contrastare il diffondersi del virus e contenere gli effetti della malattia su milioni di persone in tutto il mondo). Abbiamo tutti preso parte, in qualità di attori sociali, al lungo periodo di lockdown, la famosa fase uno, quella che ci ha visti confinati nelle nostre case in attesa che l’esplosione dei contagi riducesse la sua carica virulenta. Oggi assistiamo ad un lento recupero verso la presunta normalità – quello che c’era prima, e che forse è concausa stessa della pandemia – in un momento nel quale il confine fra le cose che si possono fare e quelle da evitare pare ancora molto labile.

Cosa mi resta dei ragionamenti sociologici sulla pandemia a distanza di qualche mese dalla sua esplosione, e dopo che alla cosa ho dedicato la curatela di un volume e un paio di convegni, rigorosamente tutto online?

Resta la considerazione che continuare a chiamare distanza sociale quella che ho sempre affermato essere una distanza fisica (misurabile peraltro, metro alla mano come si sta facendo per la ripresa delle attività scolastiche in tutta Italia) è un grave errore concettuale. Perché è chiaro che se quella distanza fisica non viene rispettata – e gli ultimi esempi dei vacanzieri in Sardegna e nei posti tradizionali delle vacanze estive come la Spagna e la Grecia lo dimostrano chiaramente – il virus contagia ancora eccome. Oggi come ieri continuiamo a non essere distanti socialmente per il virus ma ad abbisognare di una distanza fisica che può essere, dal punto di vista della malattia, salvifica. Non rendersene conto a distanza di diversi mesi dallo scoppio della pandemia, in tutti i sensi, è incredibile.

Mi resta il convincimento che siamo un popolo che ha bisogno di regole, meglio se stringenti. Se le cose ce le impongono con la forza (salvo poi lamentarsi, prima, durante e dopo) ok, altrimenti abbiamo la tendenza a non vedere quello che accade fin ché ci sbattiamo contro. Questo dipende quasi certamente da una scarsa fiducia nelle istituzioni, nella politica e nella scienza. Tutti aspetti sui quali bisognerà lavorare alacremente nel futuro.

La scarsa fiducia nella scienza, in congiunzione con una tendenza al liquidare le cose che non si comprendono con tesi complottistiche di varia natura – alimentate in modo sconsiderato da un uso smisurato e poco corretto di Internet e annessi vari - provoca un naturale disallineamento con una serie di comportamenti che, se non sono collettivi, vedono ridursi di gran lunga la propria efficacia. Basti pensare al dibattito sui vaccini, oltre a quello sull’uso dei dispositivi di protezione da utilizzare.

Resta molto basso, alla luce di tutto ciò e nonostante alcuni encomiabili esempi contrari, il senso di comunità che alberga in noi. Siamo maestri a livello teorico – fin quando si deve scrivere sui social insieme ce la faremo o si deve cantare sui balconi l’inno nazionale – ma non appena il valore del fare comunità si deve calare nel reale e trasformarsi in azioni concrete, singole e collettive, ci perdiamo. Torniamo al chi fa da sè fa per tre che in alcune situazioni, purtroppo, non va bene.

Il libro che Guzzo ha pensato e scritto va nella direzione giusta. Perché prova a mettere a fuoco una serie di problemi ai quali qui ho solo fugacemente accennato in una prospettiva di ragionamento scientifico, e facendo ricorso alla lunga tradizione delle teorie sociologiche che riguardano i temi dei comportamenti collettivi e degli aspetti sanitari della risposta ai bisogni di salute della popolazione. Si intuisce, anche solo sfogliando l’indice, che il tema affrontato è di una vastità grandissima, perché mette a nudo le necessità di ripensare alle nostre vite sociali a livello micro, meso e macro. Uno sforzo enorme,

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