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La scienza della sabbia: Manuale di divinazione geomantica

La scienza della sabbia: Manuale di divinazione geomantica

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La scienza della sabbia: Manuale di divinazione geomantica

Lunghezza:
245 pagine
1 ora
Pubblicato:
27 mar 2021
ISBN:
9791280418081
Formato:
Libro

Descrizione

Coloro che praticano le tecniche divinatorie lo sanno: esse non sono mezzi primitivi utilizzati dall’uomo per dialogare col proprio inconscio, ma vere e proprie forme di cultura, indissolubilmente intrecciate alla storia, alla filosofia e alla religione dei popoli presso le quali sono diffuse. Diventare esperti di una divinazione richiede tempo, dedizione, fede. Il cosiddetto indovino, che non indovina proprio niente, ma deduce e traduce il linguaggio della Psiche, è prima di tutto un iniziato, una persona che ha percorso un profondo cammino introspettivo prima di potersi connettere coi Signori del Fato. Egli deve aver fatto proprio l’immenso sapere degli antichi, per poterlo mettere a servizio dei suoi contemporanei. Ecco perché tali tecniche vengono definite Arti: non basta saperle praticare e conoscerne la tecnica, occorre prima di tutto consacrarvici. E come accade per tutte le forme d’arte, bisogna salvaguardarle, studiarle, conservarle e divulgarne la pratica affinché non cadano in declino. La divinazione geomantica è forse la più antica arte divinatoria esistente. Non offre solo responsi efficaci se praticata con avvedutezza, ma ci testimonia il sapere di popoli antichi, ci parla delle loro spiritualità, poesie, storie, leggende. In poche parole, la geomanzia ci mette in contatto con gli strati più profondi della nostra anima, ove risiedono gli archetipi che popolano, dalla notte dei tempi, l’inconscio collettivo della nostra specie.
Pubblicato:
27 mar 2021
ISBN:
9791280418081
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

La scienza della sabbia - Valeria Menozzi

cover-GEOMANZIA

Valeria Menozzi

LA SCIENZA DELLA SABBIA

Manuale di divinazione geomantica

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«Mi chiamo Alì; sono tessitore di professione, e sono venuto qui per guadagnarmi il vitto col lavoro delle mie mani.»

«Recatemi,» soggiunse Smeraldina, «la mia tavola geomantica di ramla e la penna d’acciaio: tosto la verità si farà chiara quanto la luce del meriggio.»

Allora si mise a far calcoli, indi alzata la testa, disse, dopo un momento di silenzio: « Tu menti, miserabile!»

Tratto da la Storia di Alisciar e Smeraldina, Le mille e una notte, AA.VV

Preambolo

L’anno me lo ricordo bene: era il 1998.

La data precisa non la so, ma doveva essere un venerdì perché era in quel giorno che la scuola per stranieri di Mezzeh chiudeva per il riposo settimanale e io potevo concedermi delle gite fuori Damasco.

Mi pare fosse novembre. Faceva un po’ fresco, indossavo una felpa, il vento piegava i cespugli di acacia e fischiava tra le rovine della basilica di san Simeone, a quaranta chilometri da Aleppo.

Non ricordo che ora fosse, ma doveva essere mezzogiorno perché il sole batteva a picco su ciò che rimaneva della colonna sulla quale era salito, nel 422, per parlare con gli angeli, il monaco Simeone, e su cui era rimasto per trentasette anni. La colonna, che in quel momento guardavo e toccavo, era ormai ridotta a un enorme uovo di pietra; dei suoi leggendari quindici metri di altezza, levigati dalle intemperie e depredati dai cacciatori di reliquie, ne erano rimasti sì e no due, ma sapeva ancora incutere una certa reverenza. Oggi suppongo che la guerra le abbia dato il colpo di grazia e non ci sia più.

Comunque, come vi dicevo, all’epoca dei fatti doveva essere ora di pranzo perché cominciavo a sentire fame e, a giudicare dall’odorino invitante di carne arrosto che veniva dalle rovine, non ero l’unica. Qualcuno stava facendo un picnic nell’antica basilica a cielo aperto. Poco distanti due ragazzi e due ragazze, forse poco più giovani di me, stavano mettendo un pollo a cuocere in una buca per terra e mi invitarono a pranzare con loro.

Mentre mangiavamo ci raccontammo cosa facevamo lì. Io ero una studentessa italiana al quarto anno di università, avevo ottenuto una borsa di studio per studiare l’arabo in Siria e quel giorno mi era venuta l’idea di visitare il sito di Qalʽ at Simʽān. Loro erano studenti kurdi all’ultimo anno di superiori, vivevano nella vicina Jarabulus e si recavano spesso a Qalʽ at Simʽān perché, dicevano, c’era una bella energia.

Avevano ragione. Trascorsi il pomeriggio con loro, erano simpatici, un ragazzo suonava il tamburello e una ragazza danzava la ras sharqi. Nonostante indossasse un salopette di jeans informe il suo corpo si muoveva in modo incredibilmente sensuale. Quando il sole accennò a tramontare e le pietre cominciarono a tingersi di rosa dissi che me ne dovevo andare, se no poi perdevo la corriera per Damasco. Prima però la ragazza che non aveva danzato, volle a tutti i costi leggermi la sabbia. Io non sapevo cosa significasse leggere la sabbia, ma intuii che poteva trattarsi di una mantica e non mi feci pregare. La musica cessò, la danzatrice in salopette si accovacciò a terra, tutti tacquero. La ragazza che si apprestava a divinare pulì la rena davanti a sé, la baciò velocemente e con uno stecco di acacia tracciò sul suolo un cerchio e, dentro, dei puntini, apparentemente a caso. La sua bocca si muoveva. Pregava? Cantava? O contava? Gli altri attendevano in silenzio. Poi la ragazza tracciò ancora sul suolo, ma questa volta fuori dal cerchio, degli altri puntini e dopo averli osservati me li interpretò: parlò del mio passato, del mio presente e del mio futuro. Non ricordo esattamente cosa mi disse, parlava veloce e in un dialetto che non conoscevo, non compresi bene tutto, ma ricordo che quel rituale mi affascinò molto. Avevo intuito bene. Avevo appena assistito alla pratica di un’arte divinatoria, simile a quella dei miei amati tarocchi, probabilmente ben più antica e chiesi alla ragazza come si chiamava. «Ilm al raml» rispose, scienza della sabbia. Quel venerdì di novembre del 1998 l’ho sentita nominare per la prima volta, in seguito ho avuto modo di rincontrarla e studiarla. Ho scoperto che è una mantica molto antica e diffusa, conosciuta in occidente col nome di geomanzia.

INTRODUZIONE

Cos’è la geomanzia?

Sull’enciclopedia Treccani, la geomanzia, dal latino geomantia e dal greco γεωμαντεία, è così definita:

"Divinazione in base a segni naturali o artificiali sul terreno.

Tra gli Arabi e nel Medioevo cristiano si segnavano punti, a caso, sulla sabbia: la figura risultante dal loro collegamento mediante linee conteneva il presagio."

In realtà, questa definizione, è divisa in due parti e nella prima, sono riassunte due forme di conoscenza geomantica.

La prima forma di geomanzia, antica quanto l’uomo, è quella che interpreta i segni naturali dell’ambiente circostante in modo da trarne indicazioni utili a vivere in armonia con esso. Nasce agli albori civiltà, probabilmente nella stessa epoca in cui si formano i primi culti, di tipo animista e sciamanico, e a cui risalgono forme di sepoltura, di tipo ipogeo. Stiamo parlando del Paleolitico medio e superiore, quel periodo che va dai centomila ai diecimila anni fa. In questa epoca remota gli uomini erano nomadi, la loro sussistenza si basava sulla caccia e sulla raccolta di frutti spontanei, per loro era importante capire dove spostarsi durante le migrazioni stagionali e stabilire quale luogo potesse ospitarli per un certo periodo di tempo. I loro sciamani, detentori di una filosofia spirituale secondo cui tutto ciò che ci circonda è dotato di anima, erano in grado di stabilire se gli spiriti della Natura fossero disposti ad accoglierli o no, ovvero se l’ambiente circostante fosse ospitale, salubre o meno, osservando i corsi dei fiumi, la posizione delle rocce, la disposizione alberi, la nidificazione degli animali e le traiettorie dei fulmini. Non solo. Riuscivano persino a rilevare la presenza di corsi d’acqua sotterranei, miniere metallifere e correnti telluriche ad alto potenziale energetico e terapeutico (dette lay-lines dagli anglosassoni o vene del drago dai cinesi) lungo le quali, nel corso della Storia, vennero edificati luoghi di culto e di guarigione, templi, torri, osservatori astronomici quali dolmen, menhir, cairn e nuraghi.

Come vi riuscissero non è chiaro, da quanto si evince dalle leggende e dai ritrovamenti archeologici, pare che gli sciamani, per captare le energie terrestri, si servissero di bastoni di nocciolo e indossassero particolari cappelli a punta, elementi che poi sono rimasti nell’iconografia del mago, come si evince dai tarocchi del Mago e del Papa. Ma molto probabilmente la capacità di questi sacerdoti derivava dal fatto che per loro la Terra era un’entità viva e sapevano dialogare con essa.

Gli antichi ragionavano con una mentalità olistica, non dualistica come la nostra. Per loro esisteva una correlazione imprescindibile tra micro e macrocosmo, dinamiche terrestri e celesti, materia e spirito, creatura e creatore. Per loro valeva la regola ermetica secondo cui ciò che è in alto è come ciò che è in basso. Dunque i loro medici erano sciamani, i loro astronomi erano astrologi e i loro architetti geomanti. Essi erano ben consci del fatto che noi influenziamo l’ambiente circostante esattamente come l’ambiente influenza noi.

Man mano poi che i popoli si stanziarono in aree specifiche e le tribù si ripartirono, creando le differenti etnie, vennero a differenziarsi anche le discipline geomantiche e da questa differenziazione nacquero: il Feng Shui cinese, il Vastu indiano, il Kasō giapponese, nonché le varie forme di radionica, radiestesia e rabdomanzia greche, etrusche, latine, celtiche, aborigene, native americane, africane.

Dopo la rivoluzione industriale il sapere si è drasticamente scisso tra sacro e profano e tale separazione è rimasta sino ai tempi più recenti. Sebbene la scienza e la tecnica abbiano fatto passi da gigante, la dissacrante sconsideratezza con cui fino a oggi abbiamo sfruttato le risorse naturali ha spesso avuto drammatiche conseguenze: i modi e i luoghi scelti per edificare le case spesso si sono rivelati malsani per il nostro benessere psicofisico; gli edifici, le strade e i ponti che abbiamo costruito in epoca recente purtroppo non si sono rivelati sicuri e duraturi quanto quelli antichi.

Fortunatamente oggi si sta rivalutando il pensiero olistico e sono sempre più frequenti gli architetti che, per creare strutture sicure, a misura d’uomo e rispettose per l’ambiente, si occupano di geo-biologia e architettura ecosostenibile, discipline che integrano le tecniche più avanzate di costruzione col sapere geomantico antico.

È un tema affascinante lo so, ma non è di questo che ci occuperemo nel nostro libro.

A noi interessa la geomanzia di cui si parla nella seconda parte della definizione, quella cioè ottenuta tracciando e interpretando segni artificiali nel terreno.

Vi state chiedendo come si formano questi segni? Per ora vi basti sapere che occorre:

Invocare le energie della Terra (intesa come pianeta, come elemento, ma anche come mondo ctonio) e chiedere loro consiglio.

Lanciare sassolini/semi/conchiglie per terra o tracciare punti su sabbia/lavagnette/fogli con un dito o uno strumento e contarli secondo il sistema binario in modo tale da ottenere risultati pari o dispari.

Formare delle figure coi risultati binari ottenuti, 16 per l’esattezza, che vanno interpretate sia in base al proprio significato archetipico-divinatorio, sia in base alla posizione che assumono in un determinato metodo di lettura.

Ogni figura geomantica è composta da quattro linee di uno o due punti, per cui si parla di tetragrammi.

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Nel disegno che segue li vediamo tutti, nel capitolo riguardante la Pratica scopriremo come si formano e nel capitolo intitolato Le Figure Geomantiche li conosceremo a uno a uno.

Quello che per ora mi preme farvi comprendere è il substrato culturale e spirituale in cui questa mantica nasce e si sviluppa, così da ragguagliarvi circa le energie che vengono implicate in questo tipo di vaticinio.

È abbastanza evidente che la geomanzia divinatoria derivi da quella tellurica e sia andata formandosi (dove e quando lo vedremo nel capitolo successivo), fino a diventare una disciplina con caratteristiche specifiche a seconda dei luoghi in cui viene praticata, ne consegue che anch’essa vada concepita con una filosofia di fondo animista. Andando a punzecchiare, tagliare, bussare la terra si interpellano le energie elementali che custodiscono i segreti del suolo, il quale, a sua volta, racchiude i misteri del cielo e di tutto il cosmo. Non a caso la geomanzia è stata definita anche astrologia terrestre e ha caratteristiche simili e complementari all’astrologia celeste. Quello che l’uomo compie, perforando il terreno, è sostanzialmente un atto sacrilego e magico. Ciò avviene anche quando si semina e si passa l’aratro, quando si

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