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Nel mondo alla rovescia. Appunti da un ambulatorio per immigrati

Nel mondo alla rovescia. Appunti da un ambulatorio per immigrati

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Nel mondo alla rovescia. Appunti da un ambulatorio per immigrati

Lunghezza:
648 pagine
10 ore
Editore:
Pubblicato:
25 mar 2021
ISBN:
9791220329361
Formato:
Libro

Descrizione

"Li ho riletti uno ad uno, questi foglietti scritti di fretta all'ambulatorio, fra un appuntamento da dare e una scheda da compilare. Minuscoli cammei, trasparenti fino a svanire se confrontati con la valanga della Storia contemporanea. Avrei voluto creare dei ritratti per bucare con storie individuali il guscio dell'indifferenza, ma non tutti hanno voglia di raccontare a un'estranea le proprie odissee, e a me non piace inventare, rimpolpare con parole mie la scarna ossatura del vissuto altrui. Ci fosse un Capa, un Cartier Bresson, mi sono detta, a immortalare in un solo scatto fotografico alcuni di questi visi - gli occhi, la sofferenza, la rassegnazione, i lampi di ribellione non sempre trattenuti -, alcuni di questi sconosciuti che ho incrociato avrebbero potuto diventare una persona, un nome, un simbolo, in un momento storico in cui degli immigrati - il cui flusso peraltro è sempre stato, ovunque, una costante nella storia dell'umanità - si parla troppo spesso come di un pericolo, prevalentemente quando si vuole gettare una cortina di fumo su certe vicende politiche che a qualcuno conviene occultare, o quando essi annegano in numero eclatante nel tentativo di approdare nell'Occidente che, più spesso che no, è stato la causa del loro forzato sradicamento."

Claudia Berton, l'autrice di questo libro, dopo essere stata per due decenni insegnante di Liceo, ha lavorato per anni come volontaria nell'ambulatorio Caritas di Verona, la città dove vive. E' lì che ha raccolto frammenti delle storie dei migranti che ha incontrato, prendendo lo spunto per studiare le vicende storiche dei paesi da cui essi provengono, vicende che racconta in questo libro e che giustificano le odissee di tanti esuli alla ricerca di una vita migliore.
Editore:
Pubblicato:
25 mar 2021
ISBN:
9791220329361
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Nel mondo alla rovescia. Appunti da un ambulatorio per immigrati - Claudia Berton

633/1941.

Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata costituisce violazione dei diritti dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941.

Li ho riletti uno ad uno, questi foglietti scritti di fretta all’ambulatorio, fra un appuntamento da dare e una scheda da compilare. Minuscoli cammei, trasparenti fino a svanire se confrontati con la valanga della Storia contemporanea. Avrei voluto creare dei ritratti per bucare con storie individuali il guscio dell’indifferenza, ma non tutti hanno voglia di raccontare a un’estranea le proprie odissee, e a me non piace inventare, rimpolpare con parole mie la scarna ossatura del vissuto altrui. Ci fosse un Capa, un Cartier Bresson, mi sono detta, a immortalare in un solo scatto fotografico alcuni di questi visi - gli occhi, la sofferenza, la rassegnazione, i lampi di ribellione non sempre trattenuti -, alcuni di questi sconosciuti che ho incrociato avrebbero potuto diventare un individuo, un nome, un simbolo, in un momento storico in cui degli immigrati - il cui flusso peraltro è sempre stato, ovunque, una costante nella storia dell’umanità - si parla troppo spesso come di un pericolo, prevalentemente quando si vuole gettare una cortina di fumo su certe vicende politiche che a qualcuno conviene occultare, o quando essi annegano in numero eclatante nel tentativo di approdare nell’Occidente che, più spesso che no, è stato la causa del loro forzato sradicamento. Queste persone però non sono personaggi in cerca di un autore: sono, come me, formiche impotenti in un pianeta che sembra diventare sempre più un mondo alla rovescia, un teatro dell’assurdo. Un mondo dove per troppi avere un lavoro sembra un traguardo irraggiungibile e che, per contro, crea lavori come look promoter, come mi è capitato di scoprire qualche tempo fa. Un mondo che avrebbe ancora la capacità di nutrire tutti i suoi abitanti, ma non certo di soddisfare all’infinito l’avidità smisurata di un’esigua minoranza. Un mondo che peraltro si è sviluppato dallo spostamento di popoli, che fin dall’alba della Storia hanno incrociato e fecondato le reciproche culture.

Li ho raccolti più volte, con rispetto, questi foglietti di appunti con brandelli di storie raccontate sommariamente, in poche righe, ma l’accavallarsi vorticoso degli eventi violenti che stanno alla radice dell’odierna immigrazione me li ha spesso fatti dimenticare, mentre la mia indignazione cresceva. Così il progetto iniziale - un testo che avrei voluto venato di pungente ironia - è diventato via via, mio malgrado, una citazione indignata, una raccolta di dati sempre superati dalla statistica più recente, in un susseguirsi frenetico di aggiornamenti, uno scavare nella storia del colonialismo per ritrovarvi i prodromi del nuovo colonialismo di oggi, un collage delle parole di uno stuolo di scrittori che all’odierna barbarie oppongono nei loro scritti una lucida visione etica, l’unico appiglio che può dare almeno una scintilla di speranza.

Non si può guardare a questi ospiti delle nostre città senza conoscere, almeno sommariamente, la Storia dei luoghi da dove provengono: forse allora si potrebbe comprendere meglio le vicende che hanno alle spalle, forse l’empatia data dall’identificazione ci renderebbe migliori, mettendo in prospettiva - con il confronto - anche le nostre storie individuali. Mi sono concentrata soprattutto sull’immigrazione di musulmani perché Nordafrica e Medio Oriente sono mondi che studio da decenni ormai, su cui ho scritto e dove ho viaggiato quasi esclusivamente, provando una attrazione fortissima per la loro secolare civiltà. Non secondario come motivo di questa mia predilezione è il bisogno - in un momento storico in cui l’entità islam è stata ed è demonizzata dai media occidentali, e di conseguenza dalle masse che da questi dipendono per l’ informazione - di ribadire la ricchezza di questa civiltà e di cercare di ristabilire verso di questa una visione obiettiva. Moltissimi l’hanno già fatto in maniera egregia - anche se i loro libri non appaiono mai tra i bestseller - e a loro rendo omaggio citando le loro opere fondamentali. Tocca infatti ai poeti e agli scrittori tenera accesa la fiamma della consapevolezza, ribadire alcuni principi fondamentali che non si possono accantonare con indifferenza, mettere con le spalle al muro, sollecitare ad aprire gli occhi e ad ascoltare, perché più si conosce e più si comprende.

Di recente sono tornata all’ambulatorio dopo un lungo viaggio in Iran: è stata la terza volta che ho visitato questo paese, un paese splendido di gente accogliente e gentile, ma ad ogni mia partenza dall’Italia c’è stato chi - e non erano pochi - mi sconsigliava di viaggiare in quello che i media occidentali demonizzano da decenni come luogo di grandi pericoli. Puntualmente, anche prima di quest’ultima partenza, all’ambulatorio c’è stato chi mi si è rivolto con violenza, quasi gridando: Sei pazza! Se ti prendono in ostaggio, non verremo certo a riprenderti. So bene che da quella massa le cui uniche fonti di informazione sono la televisione e i giornali locali - e anche i maggiori quotidiani nazionali, se è per quello - non posso sperare ascolto: l’aveva già detto Mac Luhan negli anni settanta che il medium è il messaggio e che i media sono un fedele riflesso del concetto di cultura che il potere detiene. (NOTA: Scrive Peter Handke in: Un viaggio d’inverno, ovvero Giustizia per la Serbia, ed. Einaudi, pag. 88: Cosa si sa là dove si possiede un sapere a base di internet e online, privo di qualsiasi sapere effettivo, che può nascere solo dall’imparare, guardare o imparare? Cosa sa chi al posto di un fatto si trova davanti unicamente all’immagine dello stesso, o, come nei notiziari televisivi, a uno stenogramma dell’immagine, o, come nel mondo della rete in-formatica, allo stenogramma di uno stenogramma?) Purtroppo, sembra che in gran parte del mondo i detentori del potere siano tutt’altro che i filosofi auspicati da Platone. In Europa, dove peraltro i governi contano ormai poco o nulla, stanno alzando la testa movimenti di matrice fascista che credevamo sepolti definitivamente una settantina di anni fa. In Medio Oriente - dove Israele, che con gli USA si è appena dichiarato contrario alla denuclearizzazione dell’area - lo Stato sionista, tra le migliori incarnazioni del mondo alla rovescia (NOTA: E’ recente la notizia della costruzione a Gerusalemme del Museo della Tolleranza, che - in omaggio appunto alla tolleranza - sarà costruito, insieme a un albergo a 500 stanze, un enorme centro commerciale e un gigantesco complesso residenziale, sull’antico cimitero di Mamilla - in arabo acqua di Dio- nella Città vecchia, un importante luogo storico usato fin dai tempi dei romani, che le ruspe stanno distruggendo, cancellando così, con criminale proposito, un altro pezzo della Palestina storica. Ovviamente, le varie petizioni all’ONU e all’Unesc sono state disattese), continua a gridare al pericolo del nucleare iraniano, mentre per parte sua detiene, non ufficialmente ma con il tacito consenso dell’Occidente e senza aver nemmeno firmato il trattato di non proliferazione, un gran numero di testate nucleari. (NOTA: Il 23 maggio 2015 gli USA, con il Regno Unito e il Canada, hanno affossato alle Nazioni Unite – secondo il volere di Israele - la bozza di risoluzione proposta dall’Egitto che prevedeva la convocazione, da parte del segretario generale Ban ki-moon, di una conferenza per avviare la denuclearizzazione del Medio Oriente entro il primo marzo del 2016) Lo Stato islamico di Iraq e e del Levante intanto continua ad avanzare, e nonostante gli USA e l’Europa - ora impegnati sul fronte anti-russo - sostengano mentendo che sta perdendo terreno, quello che attendono e a cui in realtà mirano è il crollo di al-Assad, mentre le uniche forze che combattono seriamente contro il Califfato sono il governo siriano, il movimento libanese Hezbollah, l’Iran e le organizzazioni della resistenza curda. (NOTA: Un documento del 2012 della Defense Intelligence Agency degli Stati Uniti, pubblicato daJudicial Watch, conferma come, in coordinamento con gli Stati del Golfo e la Turchia, gli Usa e le potenze europee abbiano intenzionalmente sostenuto i gruppi armati islamisti per destabilizzare Bashar al-Assad. Secondo questi documenti, il Pentagono ha previsto il probabile sviluppo dello Stato Islamico come risultato diretto della strategia, ma ha descritto questo risultato come una opportunità strategica per isolare il regime siriano e bloccare l’espansione dell’influenza dell’Iran nell'area mediorientale. Si tratta della destabilizzazione creativa nel Medio Oriente, dunque, per impedire che emerga una potenza regionale più forte delle altre e in grado di minacciare gli interessi strategici degli USA e infastidire Israele) All’orizzonte c’è al momento anche l’idea terrificante di bombardare, per sconfiggere gli scafisti, i barconi su cui i migranti lasciano l’Africa, caldeggiata con la motivazione assurda di una sedicente protezione delle loro vite.


Biologicamente, siamo tutti della stessa specie - mi scrive mia figlia, emigrata all’estero, in un momento di sconforto per queste notizie - ‘culture’, ‘etnie’, ‘rivoluzioni’, ‘dittature’, ‘più evoluti/meno evoluti’, ‘democrazia’, ‘oscurantismo’: sono tutte etichette transitorie e di comodo, miseri istanti, nella storia millenaria della nostra specie. Una specie che gli stessi paleontologi e antropologi dichiarano intrinsecamente aggressiva, e che infatti a suo tempo ebbe ragione su altre specie a noi strettamente imparentate , come il mite Paranthropus, che si nutriva di soli tuberi e che infatti si estinse, forse anche con la complicità dei nostri meno miti antenati. La follia distruttrice della guerra, Ares il distruttore, ci fanno tutti fratelli. Tutto il resto che ci raccontiamo - le culture, le religioni, la politica - sono favole, illusioni momentanee, pronte ad essere crudelmente smentite lungo le strade tumultuose e cieche della più cinica selezione naturale.

Mi sento stanca e soprattutto scoraggiata: stanca di leggere e raccogliere le voci che, all’opposizione, illustrano la realtà dei fatti, stanca dell’ipocrisia della vulgata, stanca dell’indifferenza della maggioranza delle persone con cui ho a che fare. Anche i migranti che incontro all’ambulatorio mi sembrano - e con ben più ragione di me - scoraggiati e disperanti di soluzioni a breve termine. I fogli di appunti e testimonianze di vita che vado raccogliendo ormai da una decina di anni all’ambulatorio potrei stracciarli, con gesto romantico, perché una parte di me pensa che siano solo inutili fogli al vento. Eppure, una testarda speranza - che è in sostanza la mia fede nella parola scritta - mi impedisce di farlo. Devo dunque continuare nel tentativo di dissipare l’ignoranza, perlomeno quella incolpevole e in buona fede, e di cercare di riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio, come invita a fare Calvino. Raccolgo così questi fogli sparsi nella speranza che almeno una parola possa diventare seme di consapevolezza, così come è stato per me.

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La sola condotta onorevole sarà di puntare tutto su un terribile azzardo:

che le parole siano più forti dei proiettili

(Albert Camus)

Come scatole cinesi i molteplici inizi di questo testo si sono rincorsi in questi ultimi anni, mentre il panorama in cui vivo muta andando però, purtroppo, sempre nella stessa direzione. A macchia d’olio il devastante estendersi del predatorio neo-liberismo capitalista scardina le società, crea divisione e violenza, emargina e sradica esseri umani, devasta e inquina il pianeta. Da dove cominciare e come imbrigliare sulle pagine la piena delle parole, delle informazioni spigolate in lunghe, pignole letture in lingue diverse?

Gli italiani leggono troppo poco e oggi - soprattutto da noi - l’informazione è in genere subordinata al potere e ad esso funzionale. Potrei scrivere un intero manuale dei pregiudizi più comuni, triti e ritriti, ed espressi senza alcun pudore, nei quali quotidianamente mi imbatto. I media principali, in stretto rapporto con le grandi potenze economiche e militari, forniscono dosi quotidiane di propaganda invece che di informazione, e così plasmano e subordinano le masse. Che senso ha lavorare per combatterli, se i miei libri non arriveranno mai a un grande pubblico? Nonostante ciò, tuttavia, scrivere è liberatorio, se non altro per me stessa, per non sentirmi anch’io parte della massa senza volto. Ogni volta che siedo davanti alla tastiera del computer, mi chiedo il perché di questa mia urgenza di scrivere. Nasce forse dalla speranza che informare onestamente sia il primo passo verso un mondo migliore? O forse, come ha scritto Margherita Gandini, dalla voglia di guarire io stessa da questo vivere fatto di male e mali che non possono essere curati e dalla rabbia che mi prende nello scoprirli quotidianamente? Scrivo soltanto per tacitare in qualche modo la mia consapevolezza di essere - per il momento almeno - tra quelli che godono di una vita di qualità? O sto forse rincorrendo l’immagine estinta di una società composta da esseri umani che s’incontrano, e il rimpianto di un’età spensierata tramontata troppo presto o mai vissuta? (NOTA: M. Gandini: Tra di voi sull’Olimpo, ed. EMI).

So con chiarezza che, quantomeno, voglio prendere le distanze dalla politica della nazione in cui sono nata: un’Italia a cui hanno strappato l’anima contadina, paese mangiato dall’incuria, infestato di uscieri, portaborse e ipocriti baciapile senza Dio, terra di bambini tiranni e di adulti educati fin da piccoli al baciamano di vescovi e sottosegretari (NOTA: Cfr. Rumiz: Come cavalli che dormoni in piedi, ed. Feltrinelli). Un paese che, asservito alla potenza che lo ha liberato settant’anni fa e che da allora ne dirige la politica, è parte di un’Europa sonnambula in cui, dopo il tramonto di tutti gli ideali sui quali si è formata, di comune c’è solo la moneta - che comunque non ha lo stesso valore in tutti gli Stati - e gli squilibri che averla adottata ha comportato. Un’Europa che - e quanto bene lo dice Paolo Rumiz! - è sprofondata in una voragine dove anche la guerra non è più tale, non più l’opposto della pace ma parte integrante di una pace fondata sulla sofferenza di altri, espressione di un mondo dove il mio benessere dipende dalla tua povertà, dove in Italia si va al mare e in Bosnia, negli stessi minuti, ci si taglia la gola, e magari a poche miglia a sud della Sicilia centinaia di disperati sono inghiottiti dalle onde. Una guerra che non è più assalto alla baionetta e nemmeno fischio di granata, ma qualcosa di peggio: sentirsi pupazzi in mano a un Mangiafuoco sconosciuto che accende e spegne focolai a macchia di leopardo, l’Afghanistan, poi l’Iraq, la Siria, la Libia, l’Ucraina. Posti dove non c’è guerra - guai a nominarla, la guerra -, solo uno stato di instabilità permanente. Aree di crisi le chiamano. Peccato che nessuno, tantomeno l’Europa, è in grado di gestirle (NOTA: P. Rumiz, op. cit.).

Nei libri li ho trovati, i miei compagni di anima, e ne porto dentro i pensieri che hanno ispirato i miei, le parole che hanno ispirato e dato forma alle mie, e lo sguardo che ha indirizzato il mio sguardo. Questa strada di pensieri, parole e sguardi, si è fatta andando, un libro dopo l’altro, e non so se sono stati i libri a chiamarmi, o se sono stata io che li ho riconosciuti. Ho sempre avuto l’abitudine, propria dei bambini solitari, di parlare a sconosciuti interlocutori raccontando i miei pensieri e da sempre ho sentito che la mia vocazione era tradurli in parole scritte. In tempi diversi, pacifici, sarei forse stata una scrittrice di storie romanticamente descrittive a lieto fine, rimanendo beatamente inconsapevole degli artigli della politica. Tuttavia, il terribile secolo breve in cui sono nata ha fatto sì che, quando ero già adulta e madre, aprissi gli occhi, costringendomi a scrivere saggi che ruotano sempre intorno a temi politici, con l’intento di mettere a nudo quello su cui la vulgata comune tace. Sulle orme degli Essays Orwell, a scrivere mi spinge soprattutto l’impulso storico di guardare in faccia la realtà - quella presente ma soprattutto la sua genesi nel passato - per giungere al nocciolo, all’origine degli eventi, e a tentare di serbarne la memoria per contestualizzare il presente. E, da insegnante quale sono stata e ancora mi sento, non posso non tentare di condividere quello che vado scoprendo, e che continua a sconvolgermi e a indignarmi. Vorrei essere dotata della capacità di sintetizzare, di ridurre il numero delle pagine dei miei testi rendendoli così più appetibili per gli eventuali lettori, e dunque per gli editori - che oltre a non dare alcuno spazio a scrittori ignoti come me, sempre pensano ai costi e alle vendite, più che al contenuto - ma non ci riesco: troppo è infatti il bisogno di giustificare ogni affermazione, ogni critica, di spiegare ogni passaggio, di citare le mie fonti: e intanto il testo si allunga, mio malgrado, inesorabilmente. Vorrei anche avere il coraggio di esprimere i pesanti giudizi a cui mi portano i miei studi, e che nella scrittura tendo a moderare, anche se ormai la parola moderazione puzza di opportunismo, e se sono convinta che non sia più tempo di essere moderati nell’opporsi a chi non conosce moderazione di sorta. Tuttavia, benché io aborrisca la semplificazione del bianco o nero che è propria dei fondamentalismi, mi sembra anche che al punto in cui siamo arrivati sia necessario non solo affermare, ma gridare che ormai il re è nudo. Non potremo forse cambiare nei prossimi decenni il tremendo meccanismo che è stato innescato e che farà inesorabilmente il suo corso, ma almeno avremo l’amara consolazione di essere state Cassandre lungimiranti.

Lo scomodo baratro della consapevolezza si è spalancato per me nei mesi precedenti la prima guerra americana nel Golfo. Fino ad allora non mi ero occupata di politica se non molto superficialmente. In seguito, in volo verso l’Australia nel Natale del 1991, alla vigilia dell’attacco all’Iraq, vidi dall’alto le navi da guerra in agguato nel Golfo persico come animali da preda e qualche settimana dopo dagli schermi televisivi, nell’assolata estate australe, vissi come un attacco personale le bombe che cadevano su Baghdad, riprese con perfette inquadrature, quasi si trattasse di uno spettacolo di fuochi artificiali. Me ne sentii profondamente offesa, ferita. Non avevo alcun dubbio su chi fosse l’aggressore e quale fosse il fronte da cui muovere la mia guerra personale, che era ancora soprattutto un fronte letterario, culturale. Stiamo bombardando il giardino dei nostri primi genitori, disse Michel Serres quando le prime bombe caddero sulla città che era stata l’òmphalos della ricerca iniziatica di Louis Massignon (NOTA: Cfr. postfazione di Michel Vital Le Bossé a: Jacques Keryell: Il giardino di Dio", ed. EMI ).

Nel 1962, sul letto di morte, in occasione del milleduecentesimo anniversario della fondazione della città sul Tigri, Massignon aveva scritto il suo ultimo articolo, imperniato sul simbolismo medievale del destino di Baghdad, il giardino di Dio appunto. Aveva raccontato del Khidr, il verde - il misterioso personaggio di una saga islamica assimilato ad Elia - che aveva avuto da Allah il dono della scienza segreta ed era da tempo immemorabile il protettore a cui le madri di Baghdad, quando erano angosciate per la sorte dei loro bambini, offrivano esili barchette fatte di bastoni su cui ponevano sette ceri accesi prima di affidarle al Tigri, pensando alla sua misteriosa nave di cui parla la Sura XVIII (70,78) del Corano. Massignon - uno studioso e un mistico che credeva negli incontri e negli influssi reciproci delle civiltà - era tornato alla fede cristiana della sua giovinezza proprio grazie al contatto con l’islam. A sua volta, il filosofo iraniano Ali Shariati raccontò che l’incontro con il cattolico Massignon aveva cambiato la sua vita facendogli comprendere cosa significasse realmente la sua religione, l’islam sciita.

Ancora confusamente, cominciai allora a pormi alcune semplici domande. Nel 1991 erano tutti d’accordo, Nazioni Unite incluse, che Saddam Hussein andasse punito: ma un decennio prima non era stato forse il protetto dell’Occidente, USA e Regno Unito in testa, quando era in guerra contro l’Iran di Khomeini, guerra in cui l’Occidente, sempre avido di affari, per par condicio vendeva armi ad entrambe le parti in conflitto? Gli inglesi in particolare, che avevano scriteriatamente riorganizzato in un’entità unitaria (NOTA: F. Cardini: Istanbul, ed. Intersezioni, pag. 208) la Mesopotamia che gli ottomani, rispettosi delle distinzioni etniche e religiose, avevano diviso in tre vilayet - sciiti al sud, sunniti al centro e kurdi al nord - dovevano conoscere bene le motivazioni per l’occupazione irachena del piccolo, ricchissimo emirato, loro che oltre a creare questo cocktail esplosivo avevano in precedenza favorito - secondo la logica del divide et impera - anche la nascita del Kuwait, lasciando alla Mesopotamia storica solo un minuscolo accesso al mare. (NOTA: Quando nel 1990 gli USA di Bush senior e di James Baker decisero di scaricare Saddam Hussein, otto giorni prima dell’invasione irachena del Kuwait, di cui erano al corrente, fecero dichiarare all’ambasciatrice americana April Glaspie a Baghdad che la questione del Kuwait non toccava gli interessi americani, lasciando così intendere a Saddam che non sarebbero intervenuti contro di lui) E non era stato forse l’Occidente a fornire al dittatore le armi chimiche con cui aveva gassificato i curdi ad Halabia e in altri luoghi del nord iracheno? Non era stata l’Italia, mi chiedevo, a vendere al dittatore iracheno i famosi rubinetti d’oro nonché nove milioni di mine antipersona usate contro i curdi nel nord del paese? Leggevo poesie della resistenza curda a quel tempo, ma nessuno che io conoscessi aveva alcun interesse per la tragedia di questo popolo.

Da quando nel 1968 Saddam era entrato in scena - pochi anni dopo il golpe militare che, appoggiato da John F. Kennedy, aveva portato al potere il partito Baath (NOTA: La CIA scelse il Baath, all’epoca un partito minore, per i suoi buoni rapporti con l’esercito iracheno. Nel golpe, che rovesciò Abdul Karim Passim, vennero uccise 5.000 persone, decimando così la classe istruita irachena. Passim agli occhi dell’Occidente era colpevole di aver fatto uscire l’Iraq dal patto di Baghdad, l’alleanza antisovietica sostenuta dagli USA; di aver nazionalizzato una parte delle concessioni della Iraq Petroleum, società controllata dai britannici; di aver espresso la legittima rivendicazione storica nei confronti del Kuwait. Cfr. Nafeez Mosaddeq Ahmed: Dominio, ed. Fazi) - il comportamente americano verso l’Iraq era stato a dir poco disgustoso. Dopo aver inserito il paese nella loro lista di stati terroristi, lo avevano - caso più unico che raro - depennato nel 1982 perché l’amministrazione Reagan, formata perlopiù dagli stessi uomini che sarebbero poi tornati al potere con Bush jr, voleva essere libera di fornire a Saddam armi (di distruzione di massa) e aiuti nella guerra contro l’Iran di Khomeini senza dover passare attraverso il controllo del Congresso (NOTA: Cfr. N. Chomsky, D. Barsamian: America: il nuovo tiranno, ed. Rizzoli). Gli Stati Uniti continuarono a fornirgli il loro sostanzioso appoggio anche dopo le atrocità da lui compiute contro i curdi, gli iraniani e gli stessi iracheni dissidenti: atrocità che soltanto al tempo della prima guerra del Golfo gli USA e i loro sodali denunciarono, apprestandosi a punirlo perchè aveva invaso e annesso il Kuwait (NOTA: Cfr. Frederick Mario Fales: Saccheggio in Mesopotamia, ed. Forum, pag 149,218) in violazione della legge internazionale, come declamavano quegli improvvisati cultori della giustizia. Ma non commetteva forse Israele lo stesso crimine da quasi mezzo secolo, in totale impunità - niente sanzioni, nessun ultimatum, nessun bombardamento - avendo occupato la Cisgiordania e Gaza nel 1967, e avendo in seguito annesso unilateralmente e illegalmente Gerusalemme e le alture del Golan nel silenzio complice dell’Occidente

In realtà, nel 1990-91 Saddam andava punito - ma, si badi bene, non eliminato - perché aveva commesso il crimine di mostrarsi troppo indipendente dai suoi patroni occidentali. L’intervento fu preparato da una campagna stampa che fu una guerra in sé, condita di menzogne come quella che gli invasori iracheni avevano fatto irruzione in un ospedale rimuovendo 321 neonati dalle loro incubatrici, lasciandoli morire sul pavimento freddo di Kuwait city. Si sa, la morte dei bambini fa sempre effetto, ma poi anch’essi quando fa comodo diventano solo anonimi danni collaterali. L’operazione punitiva - quando la disparità delle forze raggiunge queste vette, non si può più parlare di guerra in senso tradizionale, scrive Asor Rosa (NOTA: Cfr. A. Asor Rosa: Fuori dall’Occidente, ed. Einaudi, p 32 ) (…) si è massacrato un esercito in fuga, non uno in lotta - formata sotto l’egida dell’ONU asservito agli Stati Uniti e composta da una coalizione di 35 stati guidati dagli USA di Bush senior, ebbe il pittoresco nome di Desert Storm. Fu mostrata sugli schermi con grande copertura mediatica, ma - memore della funzione che la stampa aveva avuto nel denunciare gli orrori del Vietnam - i potenti imbavagliarono la stampa libera e nacque la figura del giornalista embedded, colui che - al servizio del potere - combatte una guerra di disinformazione di massa. In realtà erano stati gli USA a favorire l’invasione del Kuwait, per avere il pretesto per scatenare la guerra che volevano. E mentre a Saddam lasciavano intendere che aveva via libera, in segreto promettevano al Kuwait di appoggiarlo nel caso di un’invasione irachena. Forte di ciò, il Kuwait si comportò in modo orribile e illegale nei riguardi delle rivendicazioni dell’Iraq che cercava di ottenere un accordo per vie pacifiche. Accadde dunque esattamente il contrario di quello che gli USA e la stampa asservita ci fecero credere. (NOTA: Per le dinamiche alle spalle della guerra e i documenti che ne danno testimonianza, cfr. Nafeez Mosaddeq Ahmed, op. cit.)

I vincitori non tolsero le devastanti sanzioni che avevano imposto nell'agosto 1990 e motivarono la decisione con la motivzione - smentita peraltro dai fatti - che le sanzioni servivano a rendere impopolare il regime e ostacolare il riarmo dell’Iraq. Queste inutili misure, in un decennio causarono immense sofferenze agli iracheni, che morirono a centinaia di migliaia: si parla di 1.700.000 morti - molti più di quanti non ne abbia ucciso Saddam negli anni del suo potere - e ne distrussero la società, che fino ad allora era stata la più istruita e meglio curata del Medio Oriente, con standard di vita da primo mondo. Tra gli episodi più ignobili della sproporzionata, terribile potenza della guerra tecnologica del 1991 contro il paese vi fu il bombardamento a metà febbraio di un rifugio antiaereo a Baghdad. Erano le 4 del mattino e gli iracheni, soprattutto donne e bambini, vi si erano rifugiati per sfuggire ai martellanti bombardamenti: morirono tra le 400 e le 500 persone. Il rifugio devastato fu conservato da Saddam a memento dei sistemi usati dai sedicenti democratici Stati Uniti. Nell’ultimo giorno della guerra, poi, con la vittoria americana ormai assicurata e l’esercito iracheno in rotta, gli aerei USA cominciarono a bombardare i soldati in ritirata che lasciavano Kuwait City su quella che oggi è ricordata come la strada della morte: fu un massacro raccapricciante, con i corpi straziati lasciati poi a marcire nel deserto. Alla fine della guerra, prendendo alla lettera l’incitamento di Bush padre ad insorgere contro Saddam, i musulmani sciiti di Bassora si ribellarono contro l’esercito iracheno, che li sterminò mentre elicotteri USA sorvolavano la zona senza intervenire. Non parliamo poi della serie di bombardamenti del dicembre 1998 ordinati da Clinton, il cosiddetto presidente democratico. Questa volta la menzogna che li giustificò fu che l’Iraq aveva espulso gli ispettori ONU, tacendo il fatto che gli USA si erano serviti impropriamente di questi per operazioni di spionaggio. In realtà gli ispettori non erano stati affatto espulsi ma erano stati ritirati dall’Iraq poco prima del blitz dei bombardieri americani chiamato Operazione desert fox. (NOTA: Cfr. N. Solomon, R. Erlich: Bersaglio Iraq, ed. Rizzoli, pag 53-4).

Nella desolante vacuità dei proclami guerreschi di Bush senior, che aveva subito mandato le sue forze in sostegno del Kuwait mettendo in piedi una coalizione che fu la più grande alleanza militare dalla seconda guerra mondiale, intuivo che la sua alleanza con l’Arabia Saudita, governata da una cricca di ipocriti che si fanno scudo del wahhabismo - l’islam più radicale (NOTA: I wahhabiti seguono la scuola giuridica hanbalita. Wilfrid Blunt, poeta e politologo inglese, scrisse che a fine Ottocento essi formavano ormai una minoranza in declino. Fu l’ascesa dei sovrani sauditi sostenuti dal Regno Unito a riportarli in auge) - apriva un vaso di Pandora che, come i fatti hanno ampiamente dimostrato - sembra quasi impossibile ormai poter richiudere. L’islam radicale che diventava alleato delle forze occidentali contro un dittatore laico non aveva nulla da spartire con l’islam maggioritario e con le sue correnti sufi che Louis Massignon aveva studiato e sperimentato in prima persona. Si apriva così il sipario sul teatro dell’assurdo del XXI secolo.

L’unica possibilità che era data a noi che non ci facevamo massa, che non guardavamo la tivù trasmettere le immagini da war game filmate in Iraq dalla CNN, che eravamo consapevoli della tragedia di quella che era la guerra più vicina all’Europa degli ultimi quarant’anni, era di tenere accesa la fiamma della memoria e della consapevolezza, nella certezza che la ruota della fortuna gira inesorabilmente. Allora, alla vigilia delle tremende guerre in Jugoslavia che sarebbero esplose solo pochi mesi dopo, non potevo certo immaginare quale scenario mostruoso, quale progetto crudele e puntuale la guerra in Iraq e le guerre successive, tutt’altro che casuali, avessero cominciato ad attuare. Ho trascorso il decennio successivo accumulando libri, fotocopie, ritagli di articoli: raccogliendo cioè indizi, seguendo tracce, risalendo al passato per scoprire le matrici del presente, come un segugio solitario che nessuno aveva ingaggiato, spinta soltanto dalla forza di un’indignazione che, intatta nel neofita che ero, invece di scemare non ha fatto che crescere in modo esponenziale.

Nel famigerato 11 settembre 2001 - la data va specificata per non confonderla con l’11 settembre 1973 quando ebbe luogo il golpe che rovesciò e ammazzò il presidente cileno Salvador Allende - (NOTA: Gli USA e la CIA hanno sempre negato il loro coinvolgimento nel golpe e i documenti sono ancora secretati. Nel 1970, però, avevano tentato di rovesciare il presidente dopo la sua elezione, come è provato da documenti desecretati al tempo dell’amministrazione Clinton) più o meno nell’ora in cui a Manhattan crollavano le Torri gemelle, ero in volo tra Trabzon e Istanbul. Scesa all’aeroporto Atatürk, qualcuno fornito di cellulare diffuse la notizia, e nel vortice delle mie sensazioni - incredulità, speranza che non vi fossero coinvolti i palestinesi, timore che venisse annullato il mio volo successivo - distinsi chiaramente una sorta di amara soddisfazione. Oltre Atlantico, mi dicevo, ora si renderanno conto di non essere onnipotenti. Pensavo all’elenco dei misfatti e delle interferenze degli USA in molti paesi del mondo nel dopoguerra, che avevo trovato descritti puntualmente nel libro di Noam Chomsky scritto per i 500 anni della scoperta dell’America. (NOTA: N. Chomsky: Anno 501, la conquista continua, ed. Gamberetti). Camminando per una Istanbul autunnale, piovviginosa e stranamente silenziosa - ma dove c’erano anche gruppi che festeggiavano il tragico evento - mi chiedevo come gli attentati fossero stati attuati nonostante i sofisticatissimi sistemi di difesa di cui si vantano gli USA. Immaginavo che quantomeno sarebbero cadute le teste dei responsabili della protezione aerea: ma nessuna testa americana è caduta, né allora né in seguito. Quattordici anni dopo - e centinaia di migliaia di vittime dopo, nelle guerre motivate da quegli attentati - non si sa ancora dove e da chi siano stati concepiti. O meglio, la questione è chiara quantomeno nella sua dinamica principale e nelle sue infinite incongruenze, grazie a decine di libri investigativi, inchieste, testimonianze, ma questo - ed è incredibile - sembra non fare alcuna differenza. La congiura del silenzio, infatti, continua. Certo un giorno si farà luce su quello che è realmente accaduto, ma interesserà ormai soltanto agli storici: per noi che viviamo oggi, e per i veri colpevoli, sarà ormai troppo tardi. Quella notte mi tornarono anche alla mente alcuni profetici versi che Thomas Merton, il monaco trappista e poeta morto nel 1968, aveva scritto sulla hybris di New York. (NOTA: In: Figures for an apocalypse, scritta nel 1947, il poeta si chiede: How have they fallen down/Those great strong towers of ice and steel,/And melted by what terror and what miracle?/What fires and lights tore down,/With the white anger of their suddenaccusation,/Those towers of silver and of steel. The ashes of the leveled towers still curl with tufts of smoke)

E’ stato subito chiaro a chi pensa in modo autonomo che l’Occidente - privato con il crollo dell’URSS del suo nemico storico - aveva bisogno di un nuovo nemico per mantenere il suo stato di guerra permanente. Secondo il teologo e filosofo tedesco Hans Kung, l’immagine del nemico discolpa - catalizzando tutto il nostro rimosso e proiettandolo all’esterno, sull’altro - e stabilizza, rafforzando la coesione interna a un gruppo, a una nazione, alla comunità internazionale. Platealmente, è stato dunque trovato questo necessario capro espiatorio nell’islam, e nella fantomatica organizzazione del terrore, al-Qaida per dare inizio alle guerre concepite nel Project for the New American Century, l’organizzazione sedicentemente educativa e non-profit concepita dai cosiddetti neocon William Kristol and Robert Kagan (NOTA: Kagan è il consorte di Victoria Nuland, attualmente impegnata ad occuparsi attivamente dell’Ucraina) e basata sul principio che la guida americana è ottima sia per l’America che per il mondo; e che questa guida e questa dirigenza richiedono forza militare, energia diplomatica e dedizione a principi morali. Così scrisse, in un delirio di onnipotenza, lo stesso Kristol, sottolineando la compresenza di forza militare e chiarezza morale dei progettisti. Riecheggiano qui i principi puritani dei padri fondatori dell’unico Stato al mondo che ha la hybris di scrivere sulla sua moneta: In God we trust. A questa organizzazione, sottoscritta da luminari dell’estrema destra come Dick Cheney, Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz, già presidente della Banca mondiale, si attribuisce anche il concetto dell’invasione preventiva dell’Iraq nel 2003: un cancro la cui metastasi ha infettato tutto il Medio Oriente.

L’attacco contro l’islam era fumo negli occhi, come avremmo scoperto in seguito, ma intanto nel circo mediatico proliferarono libri, articoli, conferenze, chiassosi salotti televisivi dove gli opportunisti del momento - fattisi estemporanei esperti - discettavano di incompatibilità della sharia con la democrazia - e una scrittrice fiorentina ormai dimenticata tornò alla ribalta grazie a isterici proclami a favore di quell’America le cui trame aveva in giovinezza deprecato quando appoggiavano la dittatura militare in Grecia. Decine e decine di musulmani vennero arrestati e - dal momento che le ipocrite democrazie occidentali non volevano sporcarsi le mani - convogliati in paesi dove si pratica la tortura. Si creò ad arte la dicotomia: civiltà/barbarie, radici greco-giudaico-cristiane (quelle cioè di noi eletti)/islam (i dannati). Nulla di più dissennato, perché - come imparavo dagli scritti dei molti studiosi che la TV non invitava mai ai suoi deprecabili talk shaws dove ci si affronta a colpi di urla - ogni civiltà è invece multiculturale (NOTA: Cfr. MarcoAime: Eccessi di culture, ed. Einaudi), e nessuna è totalmente autoctona. A incontrarsi e scontrarsi sono caso mai persone, non certo culture. Se pensate come un dato assoluto, infatti, le culture diventano un recinto invalicabile, buono solo ad alimentare nuove forme di razzismo. Quanto alle sbandierate radici, negli alberi nutrono e immobilizzano, nell’uomo devono fornire nutrimento, ma mai immobilizzarlo, come scrive Amin Maalouf in L’identità. E riguardo all’altrettanto sbandierata identità, non è certo un luogo fisso, ma piuttosto un insieme di correnti, per citare il grande Edward Said, un flusso, qualcosa che si modifica nel tempo, come ammonisce il geniale Silvio Marconi in Reti mediterranee: dunque, non un dato definito una volta per tutte, ma un’opera in corso, secondo il poeta siriano Adonis, e che forse più che dal passato, dall’origine, dipende dal divenire, come scrive il palestinese Elias Sanbar.

Ho cominciato così a chiedermi quale sia la mia identità e a sentirmi straniera perché priva di appartenenza tribale, ma in quanto tale libera da debiti verso chicchessia. La mia identità, infatti, non partecipa solo del territorio in cui sono nata e in quelli in cui ho vissuto, ma rivendica di essere nomade, muta con ogni viaggio, con ogni incontro, con ogni libro che leggo e che mi dona conoscenza, comprensione nel senso letterale di prendere insieme, unire. Ho così sperimentato di persona che più si conosce e più si comprende. E per quel tanto, o quel poco, che sento le mie radici affondare nella terra veneta in cui sono nata, o nella Città in cui abito fin dall’adolescenza, soffro indicibilmente nel vederne la devastazione, nel trovarmi ogni giorno faccia a faccia con la bruttezza diffusa indiscriminatamente: la mimosa che mi annunciava la primavera sradicata e sostituita da un selciato nuovo, le vecchie case squartate e abbattute per rimpiazzarle con orrendi condomini dai colori da luna park, e filo spinato ovunque per bloccare i sentieri un tempo praticabili sulle colline. La bruttezza tuttavia non mi colpisce perché questa è la mia terra, ma perché è bruttezza, ovunque sia, e ancor più perché è il frutto velenoso di un modo di vita che trovo inumano. Le radici del nostro presente affondano infatti nel terreno inquinato di un insostenibile modello da preda che, per quanto ormai moribondo, non si arrende ma continua a colpire con rinnovato vigore, costringendo chi di noi non si omologa a vivere sentendesi in colpa, in contrasto con le preprie convinzioni più profonde. Questo modello rivela già il suo fallimento, è vero, ma intanto, in quello che probabilmente sarà il finale pirotecnico del suo delirio di onnipotenza, si sta diffondendo come un carcinoma maligno in tutto il mondo. Ed è perché apparentemente questo modello sembra vincente che molti, per stoltezza o in malafede, lo considerano l’unico possibile. Non è così.

Nel mondo alla rovescia dei vaneggiamenti globali post-11 settembre, crollato il pericolo sbandierato per anni del comunismo sovietico, è stato dunque necessario trovare/inventare un altro nemico con cui spaventare le masse occidentali, e il nemico è diventato l’islam. L’entità chiamata Occidente, equiparando da decenni i popoli musulmani a terroristi salafiti, non ha mai dato spazio alle numerose correnti musulmane di matrice riformista. La parola ‘musulmano’ o ‘islamico’ accanto alla denominazione di un partito o di uno Stato fa rabbrividire le masse occidentali dipendenti dalla vulgata mediatica, dimentiche che per più di quarant’anni dalle nostre parti ha governato un partito che si dichiarava tout court democrazia cristiana. Da oltre un decennio incombe la disinformazione della gran parte dei salotti televisivi e dei giornali del regime nostrano secondo cui l’islam sarebbe incompatibile con la democrazia. Peccato che in quei salotti gli invitati non siano quasi mai studiosi di vaglia, peccato che il mezzo televisivo sia usato per confondere e indottrinare, fornendo perniciose infarinature che sviano dalla cultura, che si coltiva invece con la paziente frequentazione di libri di studiosi degni di tal nome, che non hanno nulla a che vedere con i propagandisti di sospette verità. Peccato anche che oggi chi meno sa sia proprio chi parla più forte e con maggiore arroganza. Peccato che il chiasso, le menzogne e le guerre che sono seguite agli eventi dell’11 settembre 2001 ci abbiano fatti sprofondare in una barbarie che ha rivelato in tutta la sua aggressività lo scenario terrificante, orwelliano, del mondo alla rovescia, e dello stupro del linguaggio per descriverlo. Peccato per noi, che viviamo nel sistema della menzogna.

Su scala minore, per nascondersi dietro al supposto pericolo dell’invasione extracomunitaria, soprattutto islamica, il becero partito che da anni tiene in scacco la Città in cui mi trovo a vivere, ha fatto un gran parlare a sproposito di radici, di identità, del nostro territorio, delle nostre tradizioni. E questo è l’infallibile segno che alle nostre latitudini, nella grande piana alluvionale padana, non abbiamo più radici né tantomeno tradizioni. Quanto al territorio, ne assistiamo allo stupro quotidiano: cementificazione rampante, scavo forsennato di ghiaia da costruzione, incuria nella manutenzione degli argini, distruzione del verde, inquinamento della ricca falda acquifera, sbancamento sempre più esteso delle colline per ricavarne l’ennesimo vigneto, devastazione di aree storiche per aprire l’ennesimo parcheggio. E quando il territorio, cementificato, deprivato della funzione drenante della ghiaia e degli alberi, subisce frane e smottamenti e, dilavato da piogge anche di non eccessiva entità, viene allagato dall’esondazione dei corsi d’acqua, si dichiara la catastrofe naturale e nessuno ovviamente ne è accusato come responsabile, mentre si pretendono soldi dalla capitale, benché sia sempre stata definita ladronadai politicanti arraffoni del partito in questione. Del resto, quale partito ormai non si abbuffa alla stessa mangiatoia?

Alle soglie di casa mia basta prendere la stradina che dal centro della frazione di Quinzano sale verso San Rocchetto o verso la Val dei Ronchi e guardarsi attorno per essere colpiti dall’ultimo mostro edilizio: l’enormità della lottizzazione del Monsèl - cioè monticello, il nome della collina sventrata per far posto al Borgo degli Ulivi o, come recita con velleità culturali il tabellone, Vicus Olivae - rispetto al nucleo storico di Quinzano è di tutta evidenza. Il peccato originale di un tale obbrobrio è una variazione urbanistica - fatta nel 1991 da una amministrazione di centro-sinistra per favorire i soliti amici di amici - che trasformò una zona agricola di pregio, che essendo collinare godeva anche di tutele particolari, in una zona edificabile. Nonostante sia un sindaco di destra che uno di centro sinistra - ma ormai c’è qualche differenza? - tentassero di porre ostacoli al cammino di approvazione del progetto, l’attuale sindaco - il mediatico rappresentante del partito che esalta le nostre radicie il nostro territorio - ha consegnato prontamente la licenza di costruzione del mostro senza nemmeno prendere in considerazione l’idea di opporvisi. Ora il danno è fatto, l’orrendo risultato è sotto gli occhi di tutti, e perdipiù il mostro è incompiuto e ovviamente disabitato, visto che almeno un paio di imprese edilizie non sono riuscite a portarlo a termine. La Città peraltro vanta di essere iscritta nella lista dei siti patrimonio dell’Unesco: circondata dalle autostrade, con un traffico infernale, l’aria irrespirabile, accerchiata da lottizzazioni sproporzionate e megalomani, non è certo un patrimonio di cui andare fieri. Del resto, il suddetto sindaco e i suoi sodali tanto amanti delle nostre radici premono con arroganza per la costruzione di una costosissima autostrada che sventrerebbe la stessa preziosa zona collinare devastandone anche la ricca falda freatica, e di recente caldeggiano la costruzione di un cimitero a torre, con ristorante per i visitatori e gli immancabili centri commerciali. Cui prodest tutto ciò? Questo microcosmo, del resto, riflette il modello di rapina che vediamo attuarsi nel mondo, dove gli interessi delle popolazioni sono schiacciati e violentati dall’interesse degli oligarchi e delle grandi multinazionali, il vero governo mondiale. L’oligarchia è succeduta alla democrazia, una possibilità contro cui già ammoniva Aristotele. (Cfr. Emmanuel Todd: Dopo l’Impero: la dissoluzione del sistema americano, ed.Tropea)

Potrei anche accettare la degradazione del paesaggio, l’assurdità del nostro modo di vita follemente basato - in contrasto con le lezioni della Storia - sulla hybris di una crescita che si pretende continua e perenne, se almeno fosse il prezzo da pagare perché tutti nel mondo potessero avere una casa decente in cui vivere, un lavoro dignitoso, una speranza per il futuro. Non è così, purtroppo: anzi, è esattamente l’opposto. La forbice tra i ricchissimi e il crescente numero di poveri è sempre più ampia. E anche nel nostro mondo di ancora apparente benessere e di vergognoso spreco cresce il numero di nuovi poveri, grazie all’applicazione su scala globale delle devastanti politiche neoliberiste.

Da quell’infausto 11 settembre 2001 ho dunque cominciato a lavorare in solitudine, studiando e scrivendo per creare campi di comprensione - la citazione è del mai abbastanza rimpianto Edward Said -, mentre intorno a me rumoreggiavano e si moltiplicavano, violenti e arroganti, i campi di battaglia, verbale e reale. Mentre andavo leggendo e scrivendo delle malefatte del cosiddetto Occidente, al contempo viaggiavo nei paesi mediorientali, ne studiavo l’affascinante letteratura e mi addentravo nella conoscenza della lingua araba, sentendomi vagamente in colpa per la privilegiata, solitaria torre d’avorio - priva di televisione e giornali ma ricca di libri - in cui stavo asserragliata combattendo la mia guerra privata. E’ stato così che a questo punto, conscia che per vedere davvero bisogna scendere in strada, stringere la mano dell’altro, toccarlo, avvicinarsi ai suoi occhi così tanto da non poter distinguere le differenze tra noi e lui, sono approdata alla casa delle Suore della Misericordia che sorge in riva al fiume, nel cuore della Città. Volevo fare qualcosa per gli altri, incontrare le ospiti temporanee delle suore, le giovani prostitute raccolte dalla strada e affidate a loro dai carabinieri, ma l’unica cosa concreta che sapessi fare era insegnare l’inglese, che non serviva affatto in quel contesto. Mi sono riciclata così come insegnante di italiano, per poi rendermi presto conto che non ci sapevo fare per niente. Guardavo la ragazza nigeriana seduta davanti a me e le leggevo piccoli brani di testo spiegandole le parole come avrei fatto con un bambino. Senza mai guardarmi, giocherellava limandosi le unghie laccate, e mentre annaspavo senza costrutto, resi conto che non avevo niente da insegnarle, ma ero io piuttosto che dovevo imparare ad ascoltare il suo silenzio, io che - nonostante il mio desiderio di dare - ero lì in realtà per ricevere quello che non sapevo come chiederle: la sua storia, il percorso che l’aveva portata così lontano dal luogo dove era nata. Volevo anche cercare di comprendere quello che nessuno mai ha saputo spiegare: per quale motivo le nostre situazioni fossero così diverse, senza che per questo io avessi qualche merito o lei qualche colpa.

Non ricordo più se confessai i miei dubbi su questo primo, ingenuo approccio con il volontariato a suor Luisa Clara che mi aveva accolta, o se fu lei a togliermi dall’impaccio proponendomi di passare al piano inferiore dell’Istituto, dove ha sede l’ambulatorio della Caritas. Da allora - e sono ormai passati quattordici anni - i giovedì in quella sede si sono rivelati per me un grande dono, una scuola di vita, un’occasione che non ho mancato di cogliere. Poiché nel frattempo avevo anche riconosciuto la mia istintiva ostilità nei riguardi dei vincenti, è stato assai naturale per me trovarmi con tanti dannati della terra - per usare le parole di Franz Fanon - nella cui causa immedesimarmi, con il conseguente desiderio di far loro da paladina per quel che potevo, e in particolare di accogliere gli immigrati provenienti dal mondo musulmano, tanto umiliato, frainteso, demonizzato e sconvolto dall’inizio del XXI secolo.

Da adolescente, nelle lunghe estati passate nella casa di campagna dei nonni, a due passi dal grande fiume - lo stesso che scorre sotto le mie finestre nella Città - uno dei momenti più attesi era l’arrivo, al tempo due volte al giorno, del postino, il signor Giovanni che dalla sua borsa di pelle sformata estraeva sempre qualche lettera, a volte addirittura una manciata, per me. Avevo, allora, una decina di corrispondenti - o penfriends, come li chiamavano i giornaletti che favorivano questi scambi epistolari in lingua straniera - ma più che leggere quello che mi scrivevano, che non era gran cosa, amavo tenere in mano quelle buste che venivano da lontano, affrancate con francobolli diversi da quelli a cui ero abituata. Mi sembrava di tenere fra le dita il mondo, un mondo che diventava piccolo, familiare, conosciuto perché assumeva i vari volti dei miei nuovi amici. E sfiorando il mio primo mappamondo, un mappamondo anni cinquanta, di metallo ammaccato per l’uso, che girava cigolando attorno al suo asse obliquo fra le mie mani, mi sembrava di stendergli intorno dei fili sottili, dei sentieri che un giorno, diventata grande avrei percorso per raggiungere i miei amici, le loro case, le loro storie. Ho viaggiato molto, nella mia ormai lunga vita, ma negli ultimi vent’anni i miei viaggi si sono concentrati esclusivamente nelle terre dell’islam, dal Nordafrica al Medio Oriente, dall’Anatolia al nord dell’India e all’Asia centrale, e lì ho trovato le tracce di convivenze secolari, di scambi e di incontri di civiltà, tracce che vanno facendosi purtroppo sempre più esigue.

Dall’inizio del XX secolo sembra infatti che si siano potenziati - e dichiaratamente, con la preminenza degli USA sull’Europa (NOTA: Si sostituisca Occidente a Europa nella citazione che segue) - le modalità vigenti all’epoca della scoperta del nuovo mondo, quando vennero tracciate linee per dividere e ripartire la terra intera. (…) Il diritto internazionale europeo tra il secolo XVI e il secolo XX considerava le nazioni cristiane d’Europa quali creatrici e portatrici di un ordinamento valido per tutta quanta la terra. Con europeo si designava allora lo status normale, che si pretendeva determinante anche per la parte non europea del globo. Civiltà era sinonimo di civiltà europea. (…) Al di fuori dello spazio europeo cessava il diritto pubblico europeo e valeva solo il diritto del più forte. Ovvero lo spazio non europeo era territorio di conquista, senza regola alcuna (NOTA: Cfr.Eugenia Parise: Dalla diaspora, voci in contrappunto. Hannah Arendt ed Edward Said nel conflitto sionista-palestinese, ed. Ombre Corte). Ciò cui assistiamo oggi non è molto diverso: assistiamo infatti a quello che il giurista e filosofo Maurice Duverger ha chiamato il fascismo esteriore delle democrazie occidentali, intendendo che i valori democratici che sono alla base delle loro costituzioni si fermano ai loro confini. Al di fuori di quelli si pratica invece la legge della giungla, la legge del più forte, schiacciando chiunque faccia resistenza. L’ossessione patologica del profitto delle loro rispettive oligarchie è inoltre alla base della politica estera portata avanti dagli Stati occidentali. (…) Il veleno dell’individualismo edonista, distillato con cura dai signori del capitale finanziario globalizzato ha fatto il suo lavoro, e anche solo la parola ‘rivolta’ provoca sarcasmo (NOTA: Cfr. Jean Ziegler. L’odio per l’Occidente, ed. Tropea). Mentre ciò accade anche dentro i confini dell’Europa, si ribadiscono i valori dell’umanesimo alla base della civiltà europea, e si è pronti a schiacciare la Grecia perché il nuovo governo eletto dal popolo ha avuto l’ardire di dichiarare che la vita degli esseri umani è più importante dei guadagni delle istituzioni finanziarie. (NOTA: La cosiddetta troika - Commissione europea, Banca europea e Fondo monetario - si aspetta che il governo Tsipras segua, contrariamente al mandato avuto dai suoi elettori, la linea dei suoi predecessori che, esecutori fedeli dei diktat UE, hanno portato il debito pubblico ellenico dal 128 al 178%, con il popolo alla fame grazie alle famigerate riforme strutturali e al taglio della spesa pubblica)

L’umanesimo da tempo non abita più in Occidente, un umanesimo di cui peraltro ci siamo appropriati indebitamente, come faceva notare Edward Said (Cfr. E. Parise, op. cit. Said, in un’intervista rilasciata nel 1999, riferiva i risultati di un importante studio di George Makdisi - The rise of Colleges: Institutions of learning in Islam and the West - sottolineando come la classica lettura di Jacob Burckhardt e di molti altri andasse rivista), perché a partire dall’VIII secolo le sue radici vanno cercate anche nei collegi arabi, nelle madrase, nelle moschee e corti dell’Iraq, della Sicilia araba, in Egitto e in Andalusia. Invece, nei College americani del XX secolo - osserva Said - si è realizzato un monopolio da parte di corporazioni accademiche che ha fatto delle discipline umanistiche lo strumento per costruire ‘la nostra tradizione’, cioè il canone occidentale, in una parola il requisito eurocentrico, bianco e maschilista della cultura occidentale. Tuttavia va ribadito che la cultura vera, sempre e comunque, mette al centro l’uomo. In questa estate in cui gli sbarchi di profughi si susseguono soprattutto nelle isole greche dell’Egeo orientale, (NOTA: Intervista del 6 giugno 2015 di Tracy McVeigh del settimanale inglese Observer) ai turisti nordici che lamentano di dover assistere all’invasione di rifugiati - afgani, siriani, libici, iracheni - fa da contrappunto la grande generosità degli isolani che, nonostante le difficoltà in cui versa oggi la Grecia, offrono quello che possono e si prodigano nel cercare di fornire quei servizi basilari che le istituzioni pubbliche - prive di mezzi - non sono in grado di dare. E’ la vecchia storia: spesso è proprio chi più possiede che meno empatizza e meno comprende.

*****

Se hai due pezzi di pane,danne uno ai poveri.

Vendi l’altro e compra dei giacinti

Per nutrire la tua anima.

(Tradizione indù)

Il mio lavoro di volontaria all’ambulatorio è assai prosaico, all’apparenza. Conosco a memoria i codici con cui indicare i paesi di provenienza dei pazienti: 1 per l’Italia – e in questi ultimi anni gli italiani che non possono permettersi cure dentistiche a pagamento sono sempre più numerosi -, 2 per l’Europa occidentale (da dove nessun paziente è mai arrivato),10 per i paesi dell’ex-Unione sovietica, 3 per quelli dell’Europa orientale, 4 per i paesi dell’ex-Jugoslavia, 6 per quelli nordafricani (accorpando ai paesi nordafricani una varietà di Stati, dall’Eritrea al Camerun, dalla Costa d’Avorio al Senegal, dal Mali al Sudan e alla Nigeria; nel foglio stampato cui dobbiamo far riferimento per i codici, il Medio Oriente e l’Afghanistan sono aggiunti a matita), 5 per l’America latina, 7 per l’Africa subequatoriale, 9 per l’Estremo Oriente, includendo in questa dicitura Sri Lanka, India e Pakistan. In verità dall’Estremo Oriente non è mai arrivato, che io sappia, nessuno, tranne un’esile donna cinese ospite delle suore, che - come mi raccontarono - era affetta da una grave malattia, e in patria sarebbe stata lasciata morire. Nei primi anni il questionario lasciava spazio anche per i codici relativi alla religione - numero 1 per quella cattolica, 2 per l’ortodossa, 4 per la musulmana - e chiedere ai pazienti la loro appartenenza confessionale, per quanto richiesto solo per questioni di statistica, mi suscitava sempre un certo imbarazzo. Altri codici, anch’essi poi eliminati insieme alla denominazione religiosa, definivano lo stato civile di chi chiedeva prestazioni sanitarie. Un’altra domanda che mi costava non poco fare era se i pazienti disponessero del prezioso permesso di soggiorno, se stessero lavorando o meno, e quale fosse il loro indirizzo nella Città. Dovevo poi inserire nell’apposita casella della scheda di accoglienza il numero di un documento di identificazione valido, anche se in quei primi anni non costituiva un problema se il paziente non era in possesso di alcun documento, o meglio, di un documento valido per la repubblica italiana. In seguito però la burocratizzazione si è fatta granitica e ineludibile, e un ufficio apposito - il centro d’ascolto - si occupa ora delle investigazioni relative alla situazione dei pazienti e se siano effettivamente in condizioni di indigenza per usufruire dei servizi medici forniti dalla Caritas.

Ora che il possesso di un documento è diventato la condizione necessaria per l’erogazione dei servizi sanitari, non posso più compiere come nei primi anni qualche piccola trasgressione falsificando i dati, il che consisteva nell’ammettere ai servizi persone prive di documenti. Però, da quando non sono più coinvolta in prima persona nelle interviste visto che i pazienti che arrivano da me sono già passate attraverso le maglie della burocrazia, mi è più facile rivolgermi a loro - se mi sembra il caso - per fare domande sulla loro vita, anche se non sempre ho il tempo di alzare gli occhi per guardare in faccia chi ho di fronte e

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