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Fiabe della notte oscura

Fiabe della notte oscura

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Fiabe della notte oscura

Lunghezza:
319 pagine
4 ore
Pubblicato:
23 mar 2021
ISBN:
9788825415131
Formato:
Libro

Descrizione

Fantasy - romanzo (261 pagine) - Da Biancaneve a Cenerentola, da Cappuccetto Rosso a Barbablù: La fiabe famose reinventate tra avventura, orrore, humor nero, sullo sfondo delle cosmogonie di H.P. Lovecraft e Clark Ashton Smith.


C'era una volta… l’orrore cosmico, che s’agitava inquieto, in agguato nella notte profonda e senza fine.

Le fiabe, quelle vere, popolari, fanno paura. Sono state scritte per insegnare che l’oscurità è più antica della luce e che la morte attende gli incauti, nella foresta o nelle segrete di un castello. E se le fiabe sono crudeli, i racconti dell’orrore sono spesso fiabeschi. Basta pensare a Sheridan Le Fanu, Lord Dunsany, Arthur Machen, Clark Ashton Smith e soprattutto Howard Phillips Lovecraft, il Lovecraft de I gatti di Ulthar, La chiave d’argento, La ricerca in sogno dello sconosciuto Kadath, L’estraneo.

Da un’idea di Alessandro Iascy, undici autori riscrivono le fiabe famose con toni dal romanticismo gotico all’umorismo nero, dalla pura avventura all’horror lovecraftiano, e le reinventano sullo sfondo dei miti di orrore. Storie di Andrea Berneschi, Angelo Berti, Francesco Corigliano, Enzo Conti, Lorenzo Davia, Cristiano Fighera, Nicola Lombardi, Laura Silvestri, Giorgio Smojver, Mala Spina, Yuri Zanelli


Alessandro Iascy è nato a Palermo nel 1984. Sin da bambino è affascinato dalla letteratura fantastica e dal 2006 ha trasformato questa passione in attività di divulgazione, attraverso i suoi blog, Andromeda per la fantascienza e Heroic Fantasy Italia per il fantasy. È promotore di diverse iniziative editoriali: dalla rivista Andromeda per l'editore Letterelettriche alle collane Heroic Fantasy Italia per l'editore Delos Digital e True Fantasy per l'editore Watson, per cui è stato curatore di diverse antologie da lui ideate. Nel 2017 ha vinto il prestigioso Premio Italia con la webzine Andromeda. Tra le Antologie curate: Eroica. Antologia sword & sorcery, Watson 2016; Folklore. Antologia fantastica sul folklore italiano, Watson 2018;  Thanatolia. Antologia sword & sorcery, Watson 2018; Impero: Antologia Gladius & Sorcery, Watson 2019; Sui mari d'acciaio, Letterelettriche 2020.

Giorgio Smojver è nato a Padova da genitori profughi da Fiume. Si è laureato presso l'Università degli Studi di Padova. Le sue passioni sono la mitologia comparata, la storia antica e medievale,  il romanzo cavalleresco classico e la letteratura Fantasy. Ha lavorato per anni alla rete di biblioteche del comune di Padova dove ha sempre promosso la letteratura fantastica.  Ritiratosi, si è dedicato a scrivere narrativa. Alterna storie fantastiche a sfondo storico ad altre ambientate in un mondo fantasy di sua creazione. Cura con Alessandro Iascy la collana Heroic Fantasy Italia di Delos Digital. Tra i romanzi pubblicati Le Aquile e l'Abisso, Watson 2019; Artigli nei boschi, Delos Digital 2019; I Tre Re, Delos Digital 2019; Spade sull'Oceano Delos Digital 2020. Ha curato le antologie  Impero: Antologia Gladius & Sorcery, Watson 2019 e Sui mari stregati, Letterelettriche 2019.

Pubblicato:
23 mar 2021
ISBN:
9788825415131
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Fiabe della notte oscura - Alessandro Iascy

9788825414691

Prefazione

Giorgio Smojver e Alessandro Iascy

C'era una volta… l’orrore cosmico, che s’agitava inquieto, in agguato nella notte profonda e senza fine.

La nostra idea di associare le fiabe classiche ai miti di Howard Phillips Lovecraft (ma anche di Arthur Machen e Clark Ashton Smith) può apparire stramba. Ma non è senza fondamento, e ci ha subito rapiti.

Va detto che le fiabe, quelle vere, popolari, sono crudeli. Bruno Bettelheim ha mostrato che nelle fiabe la violenza è sistematica e necessaria.

Guardiamo soltanto alle più famose. Cappuccetto Rosso, nella prima versione di Perrault, viene divorata e non c’è nessun salvatore, e il Lupo fa spogliare la ragazza e la induce a entrare nel suo letto, allusione esplicita a una violenza sessuale. La Cenerentola di Giambattista Basile assassina a sangue freddo la sua prima matrigna, istigata dall’istitutrice che poi diventa la seconda matrigna, quella nota a tutti. Ed è la madre di Biancaneve, non una matrigna, a prendere in odio la figlia e volerla uccidere nella prima edizione dei fratelli Grimm, del 1812; e a essere alla fine torturata e giustiziata dalla figlia con un paio di scarpe di ferro incandescenti.

E se da un lato le fiabe sono crudeli, dall’altro i racconti dell’orrore sono spesso fiabeschi. La schema è eguale: il protagonista si addentra in un luogo remoto e pericoloso, o entra in una stanza o in un giardino proibito, e vi trova l’orrore.

Sheridan Le Fanu, Lord Dunsany, Arthur Machen (si pensi alla successione di fiabe che accompagna la protagonista del terribile racconto The White People), Clark Ashton Smith somo maestri di favole nere. Ma i gli autori si sono ispirati soprattutto ai racconti onirici di Howard Phillips Lovecraft, La ricerca di Iranon, I gatti di Ulthar, La chiave d’argento, La ricerca in sogno dello sconosciuto Kadath, L’estraneo.

Naturalmente in chiave diversa, ciascuno secondo il suo temperamento, Andrea Berneschi, Angelo Berti, Cristiano Fighera, Enzo Conti, Francesco Corigliano, Lorenzo Davia, Nicola Lombardi, Laura Silvestri, Giorgio Smojver, Mala Spina e Yuri Zanelli, spaziano dal romanticismo gotico all’umorismo nero, dalla pura avventura all’horror più cupo.

E un grande grazie a Silvia Perosino, che ha magistralmente individuato e valorizzato gli elementi iconici di ogni fiaba.

Prologo

Giorgio Smojver

C'era una volta.

E c'ero anch'io. Tutte le volte.

È un sacco di tempo che sono in giro.

Vidi sprofondare Atlantide: e ne raccontai la storia a un saggio ateniese.

E ricordo l'Egitto, dove uomini bruni e snelli spostavano immensi lastroni di pietra per la gloria di Re e Dèi. Oggi le false favole, quelle impresse su nastri di celluloide o create al computer, vi dicono che erano schiavi e sanguinavano sotto la frusta. Non era così. Avevano i loro villaggi, eleggevano i sindaci e i capi cantiere; erano retribuiti con pane e birra, ma soprattutto con la speranza di essere inumati nella Valle degli Dèi, accanto ai loro signori. Passavano le sere a parlare dei segreti delle tombe. E fui io a narrar loro di un libro che chiamava in vita i morti, e del mago che osò sottrarlo al buio di una tomba, e poi di re e di ladri astuti e tesori sepolti.

Nel secondo secolo dall'Egira erravo sulle vie carovaniere, da Damasco a Samarcanda, e nei caravanserragli ascoltai le storie narrate da un marinaio chiamato Sindbad, e quelle di un folle errante chiamato Abdul Alhazred, che aveva visto Iram delle Colonne.

Ho vissuto a Palermo sotto un imperatore saggio e a Praga sotto un imperatore folle; e ricordo lo Schwarzwald durante la guerra dei trent'anni, quando si abbandonavano i figli nei boschi per la fame, e lì i bambini incontravano cose molto più antiche e ancor più malvagie degli uomini.

Ho amato i cimiteri e le necropoli, e narrato le mie fiabe ai bambini morti e inquieti che non vogliono dormire nelle loro bare, ma escono ai raggi di Luna, vogliosi di gioco e sangue.

E ho vissuto nelle terre perdute di Iperborea, e Lomar, ho navigato sui fiumi Skai e Yann, e ho visto le città di Olathoe delle nebbie e Celephais la dorata e Iquanok d'onice e Ulthar dei Gatti e Perdondaris, la cui porta d'avorio è fatta di un'unica zanna.

Perché io sono tra coloro che possono viaggiare a piacere tra il mondo della veglia e quello dei sogni.

E adesso, se non avete paura della paura, ascoltatemi…

Lei

Laura Silvestri

Tutto ebbe inizio con la prigionia.

Il principe di Danimarca aveva quattordici anni quando si ritrovò confinato in una torre sul capo est dell’isola di Lyø. Assieme a lui era stato catturato anche suo padre, Re Valdemar, dal quale aveva ereditato il nome.

Rinchiuso nella cella sulla cima della torre, v’era ben poco che il ragazzo potesse fare per ingannare il tempo. Da principio, s’era messo ad ascoltare ogni suono che rompesse la monotonia: s’era sforzato di cogliere, attraverso la spessa porta di legno, il borbottare dei soldati di guardia nell’atrio, il loro vociare che si tramutava in imprecazioni a stento trattenute quando perdevano ai dadi.

Assai meno comune era per lui udire la voce di suo padre: pur condividendo quegli appartamenti nient’affatto regali, erano rare le volte in cui il Re gli rivolgeva la parola. Come un lupo in gabbia, il sovrano taceva e misurava i confini della prigione, rimuginando sulla propria sventura. Di certo si domandava cosa stesse accadendo: se i suoi conti stessero muovendo guerra per liberarli, se le terre che aveva strappato all’Imperatore fossero ancora in mano alla Danimarca. Coi mesi, Valdemar aveva visto il volto di suo padre invecchiare con troppa celerità, la barba rossiccia ingrigire a ogni luna che passava. Non ricordava quasi più il suo sorriso: era divenuto cogitabondo, muto persino quando, genuflesso, pregava Iddio perché gli concedesse presto vendetta.

In simili circostanze, l’unico conforto gli veniva dal suono che riusciva a udire ogni giorno, dal momento in cui apriva gli occhi sul pagliericcio, fino a che non si riaddormentava dopo le orazioni della sera.

Tutto quel che aveva era il rumore del mare che s’infrangeva sugli scogli sotto la torre. Quando era feroce e schiumava come un cane rabbioso, Valdemar il Giovane sentiva il sangue corrergli rapido nelle vene, sognava il momento in cui avrebbe riconquistato la libertà e avrebbe dato battaglia – assieme a suo padre – a Erik di Schwerin e alla sua armata. Quando invece sussurrava una ballata gentile, il principe ripensava a casa sua, alla fortezza dov’era stato incoronato anni prima, o meglio ancora al remoto castello di Hammershus, circondato da scogliere di granito che riflettevano la luce del sole.

Non v’era molto da fare, in quelle vuote giornate: la cella non offriva che un tavolaccio e una panca per consumare i pasti, un vaso da notte e due pagliericci dove trascorrere nell’indolenza buona parte del giorno.

Valdemar, però, era grato. Sapeva che, non fossero stati i regnanti di Danimarca, avrebbero vissuto la prigionia in maniera assai più amara. In fin dei conti i loro abiti venivano lavati ogni due settimane, e non erano costretti da pesanti catene. Potevano addirittura disporre di una minuscola feritoia, troppo stretta per vagheggiare di fuggire, ma sufficiente a lasciar passare l’aria fresca che odorava di sale.

Dopo il desinare, il principe trascinava la panca fin sotto la fessura che occhieggiava fra i mattoni grigi e saliva a infilare il naso in quello scorcio di libertà. Si alzava in punta di piedi per scorgere il cielo azzurro e, con un po’ di sforzo, il profilo del mare. L’orizzonte poteva incantarlo per ore coi suoi giochi di luce. A volte guardava i flutti attorcigliarsi in gorghi profondi, o levare onde d’acquamarina a graffiare il cielo; i marosi saltavano e si torcevano come danzatrici pronte a intrattenerlo: con uno sforzo di fantasia, allora, Valdemar tornava ad essere il principe primogenito di Danimarca, adorato dal popolo e dalla famiglia, e non un ostaggio rinchiuso in una torre assieme a un padre cupo e impaziente.

Le rare volte in cui il Re si lasciava andare al bisogno di parlare, finiva per mettersi a inveire, domandandosi come il suo fedele vassallo, quel traditore infame, avesse potuto raggirarlo e catturarlo. Il Principe provava allora a distrarlo, a volgere quei discorsi su argomenti più adatti al cuore di un ragazzo, ma era assai raro che il vecchio fosse d’umore giusto per seguire le sue fantasticherie, per pensare al ritorno in patria e alla sposa che avrebbe dovuto scegliergli per far prosperare la loro casata.

Ogni volta che i suoi tentativi di conversare cadevano nel vuoto, Valdemar si rivolgeva al mare, rifugiandosi nella consolazione della sua bellezza primitiva e aspra. Prese così l’abitudine di spostare la panca sotto la feritoia anche dopo il pasto del crepuscolo, e di attendere che suo padre dormisse per tornare a dialogare in silenzio col solo interlocutore che pareva amare il suo pensiero: il mare cupo della mezzanotte. Quando l’astro notturno si specchiava sui flutti neri, gli pareva che il mondo e le sue preoccupazioni divenissero remoti, insignificanti. Si contentava anche soltanto d’una falce di luna da rimirare in tutta la sua austera bellezza. Allora fissava le onde che correvano a incontrare le rocce, con gli scogli più aguzzi che parevano denti affilati, e sentiva di non essere solo. Si ripeteva che forse, da qualche parte, un’altra anima stava contemplando la stessa luna, fronteggiando la medesima solitudine, e gli pareva che il suo dolore fosse portato via dal vento.

Era prigioniero da poco più d’un anno, quando scorse le luci.

Dapprima credé di stare sognando, d’essersi perduto in un dormiveglia amaro. Le luci erano comparse risalendo dal fondale, lampeggiando come fuochi fatui sotto la superficie: piccoli lumi soffusi si disponevano in un raggiera di lunghe linee ordinate, mostrandogli un fiore pulsante che si faceva ora più lieve, ora più brillante. Apparivano quando nella notte non c’era che uno spicchio di luna, quasi fossero troppo modeste per mostrarsi al plenilunio, quando lui le chiamava invano.

Ma ogni volta facevano ritorno, celate fra le ombre, e ondeggiavano per lui. A volte gli pareva di cogliere qualcosa in più, una sagoma nascosta fra i petali di quella corolla brillante, forse un volto che lo spiava da sotto i marosi; vagheggiava allora d’un amico richiamato dalla sua malinconia.

Non ci volle molto prima che decidesse di raccontare ogni cosa a suo padre: il tempo d’assicurarsi che non fosse soltanto un miraggio, l’abbaglio di un’anima infelice. Il Re lo ascoltò assorto. Per un momento, il Principe temé che suo padre lo avrebbe deriso o, peggio, compatito. Ma nulla di ciò accadde. Per una volta, quell’uomo taciturno prese un respiro incerto e gli narrò una vecchia storia di creature che vivevano in fondo al mare, donne bellissime dalla coda di pesce capaci di allettare i marinai con il loro canto, di ucciderli e divorarli nell’oscurità degli abissi. Era da tempo immemore che gli uomini si tramandavano storie simili, gli spiegò. Forse, diceva, il buon Dio aveva davvero nascosto dei demoni nel fondo dell’oceano, per ricordare agli esseri umani quanto piccoli fossero davanti alla Maestà del creato.

Poi, quando il giovane insisteva nel descrivere con enfasi i fiori di luce, il Re si affrettava a precisare che doveva trattarsi soltanto di qualche bestia delle profondità, salita in superficie per nutrirsi.

Valdemar, però, era certo che così non fosse. Non poteva ingannarsi: poco a poco, si convinse di poter predire con accuratezza il momento in cui la creatura sarebbe comparsa. Testò quella sua convinzione, concentrandosi sul suo richiamo, lusingandola con parole dolci. – Vieni a me, compagna del mare – mormorava a fior di labbra. – Vieni a dissipare le nebbie della mia solitudine.

E quella veniva. Soltanto nelle notti di luna piena ignorava i suoi richiami. Prese a chiamarla Lei, immaginandole un animo di fanciulla. Non c’era bisogno di nessun nome peculiare, perché non andava distinta da nessun altro. Lei, l’unica che avesse desiderio di stargli vicino, per quanto le mura della torre lo permettessero.

Aveva diciassette anni quando venne rilasciato. Suo padre aveva finito per negoziare, cedendo le terre di Lybeck e Holstein al traditore, che si proclamò vassallo dell’Imperatore Ottone. Oltre a ciò, fu necessaria una cauzione di quarantamila marchi d’argento e la promessa che non avrebbe serbato ostilità contro Erik di Schwerin. Dopo quasi tre anni di prigionia, tornare a vedere il cielo immenso sopra la testa gli diede il capogiro.

Salì sulla nave che lo avrebbe riportato a casa e si meravigliò nel riscoprire la gioia del beccheggiare della tolda sotto i piedi: tanto, troppo, era il tempo che il Principe di Danimarca aveva trascorso sulla terraferma. Gli fece persino piacere l’idea di rivedere la severa matrigna e i suoi fratellastri.

Mentre l’isola si allontanava all’orizzonte, non v’era che un piccolo, acuto dolore al centro del suo petto: il timore di non rivedere più Lei, la creatura che gli era stata amica in quegli anni bui.

Ma quella vaga paura venne presto soppiantata da una più grande. La tempesta scoppiò al largo di Ribe.

Avevano circumnavigato la penisola in una sorta di festosa parata: i sudditi erano accorsi a ogni porto, s’erano sporti da ogni picco e scogliera pur di salutare la nave che riconduceva il Re e il giovane principe in patria. Erano quasi al termine del viaggio, quando le onde si erano fatte d’improvviso troppo alte, impedendo l’attracco. Un vento gelato s’era messo a soffiare dal Baltico, spingendo la nave indietro, verso il mare aperto.

Una notte inattesa era calata sul vascello reale, il mare plumbeo aveva mugghiato inferocito. Il Capitano aveva preso a dar ordini di gran lena, suo padre s’era ritirato sottocoperta e gli aveva ingiunto di seguirlo. Valdemar aveva lanciato un ultimo sguardo a quei flutti che si facevano insospettati nemici, alle onde che schiaffeggiavano le paratie, facendo scricchiolare il sartiame con versi da donna piangente: sciacqui violenti inondavano il ponte, investivano i marinai e strappavano loro alte preghiere all’Onnipotente. Il Principe stesso intonò il proprio Pater Noster e fece per voltare le spalle ai marosi.

Ma poi la vide. Pur cogli occhi appannati e i capelli sul viso, Valdemar la riconobbe.

Scorse le luci che balenavano oltre i cavalloni, più vivide che mai.

Il cuore mancò un battito. Finalmente Lei era lì, a soltanto pochi metri di distanza e, come lui l’aveva supplicata per lunghe notti infelici, adesso gli pareva di poter avvertire il suo richiamo, un canto lento, ripetitivo, senza parole. Un’invocazione ch’era lo sciabordio dei flutti e il gorgogliare dei turbini.

Avrebbe dovuto provare sgomento, lo comprendeva, eppure non ci riusciva. In fondo, nel suo animo, aveva sempre temuto che le sue fossero soltanto farneticazioni, come suo padre aveva insinuato ed ora, infine, poteva provare a se stesso di non aver sognato.

Un’onda smisurata sovrastò la nave, la cresta che pareva protendersi verso di lui in un muto invito. Valdemar non seppe se fu il mare ad afferrarlo, o fu lui stesso a gettarsi fra le sue braccia con la gioia incosciente dei ragazzi, in un istante di follia.

Subito dopo la realtà lo investì, feroce, assieme al gelo del mare. Fece appena in tempo a prendere un respiro stentato, che quasi gli fuggì per intero quando la superficie liquida si schiuse e lo inghiottì. Gli parve che mille aghi di ghiaccio gli mordessero la carne attraverso gli spessi abiti da viaggio; il mantello s’impregnò e si tramutò in una condanna a morte. D’un tratto, la consapevolezza della fine imminente scacciò via l’incredula ebrezza che lo aveva investito. Lottò per slacciare la fibbia, scalciò e cercò di nuotare verso l’alto. Gli occhi velati gli mostrarono soltanto la superficie agitata che si allontanava troppo in fretta. Il fiato iniziava a mancare, i polmoni a bruciare. Sapeva che una boccata soltanto avrebbe potuto giocarlo, e la disperazione s’impadronì di lui.

Correnti rabbiose lo afferrarono, scuotendolo come una bambola di stracci. Il profilo della nave, alto sopra la testa, diveniva più piccolo a ogni istante. Valdemar si dibatté come poteva: non desiderava morire. Non così, non da solo. Se soltanto Erik lo avesse giustiziato sarebbe spirato da martire, invece che da pazzo.

I flutti continuavano a portarlo a fondo, gorgheggiando impetuosi. È finita, comprese. Non c’è più niente che io possa fare.

La rassegnazione aveva il gusto amaro della sconfitta, l’acqua che gli sciabordava nelle orecchie era il riecheggiare d’una campana a morto. Il mare, fino a poco prima suo unico amico, si accaniva ora per strappargli la vita. Chiuse gli occhi. Non poteva resistere oltre.

Fu allora che la luce balenò attraverso le palpebre accostate.

Valdemar non seppe se fosse sollievo o terrore quello che gl’invase l’animo. Se Lei era davvero lì, o se quello fosse l’ultimo sogno d’un moribondo, non avrebbe fatto alcuna differenza. Soltanto Iddio avrebbe potuto decidere della sua sorte, oramai.

Si sentì stretto in un abbraccio inatteso. Sentì un tocco lieve contro la guancia: percepì il contatto con una carne liscia, intervallata da quelli che, nella semincoscienza, gli parvero uncini sottili. Qualcosa sfregò contro le sue labbra in un bacio forzato, grossolano; dita forti gli premettero ai lati della mascella, come per costringerlo ad aprire la bocca. Il panico lo scosse, ma le forze vennero meno. Lottò come poté, infine cedette e attese il gelo del mare che gli avrebbe dato l’oblio.

Ma quando schiuse le labbra non percepì nulla di quel che si sarebbe aspettato: un’appendice gli scivolò fino in gola, rilasciando un fiotto caldo, denso e viscoso come gelatina. Non bruciava di sale, ma portava un retrogusto amaro, di fango e alghe marine. Mentre quell’umore gli colava nei polmoni fu certo che la morte fosse ormai a un passo: sarebbe soffocato, si disse, sentendo il petto gonfiarsi quasi fino a esplodere.

Ma gli istanti passarono, e la sua coscienza non venne meno.

In qualche modo, comprese, non stava morendo.

Un inspiegabile tepore gli riempì il ventre, due vampe di dolore gli dilaniarono le costole, la sua intera spina dorsale fu percorsa da una folgore di sofferenza. Annaspò, boccheggiò, spalancò gli occhi.

E la vide.

Lei era lì, diversa da qualsiasi cosa avesse mai immaginato.

Tentacoli percorsi da stelle luminescenti, verdi e abbaglianti, danzavano di nuovo per lui, ondeggiando come fili d’erba scossi dal vento. Immersi nel buio più profondo, dove neppure una lama di sole riusciva ad arrivare, guizzavano ritmicamente a ogni battito del cuore, lasciando correre scintille per le carni cristalline.

E sopra quel danzare sinuoso si ergeva un busto quasi umano, traslucido e sottile, coperto di pallide squame brillanti, due braccia incredibilmente lunghe dalle mani artigliate e, ancora al di sopra, un volto.

Fu quando cercò di urlare che Valdemar si accorse di stare respirando. L’acqua ora gli pareva fresca, lieve al palato, quasi non fosse densa di sale. E due giganteschi occhi bianchi lo fissavano, inespressivi, su un viso circondato da barbigli trasparenti: erano l’unica luce in mezzo all’inchiostro dei flutti che lo accarezzavano. Una bocca da lampreda, irta di denti aguzzi e sporgenti, si muoveva appena. Masse di filamenti gelatinosi si protendevano come capelli dal capo squadrato, sfiorandolo. Lei lo rimirava immobile, lo sguardo idiota che pareva attendere qualcosa, lo stringeva a sé coi suoi tentacoli, trascinandolo giù, verso l’abisso.

Non posso stare qui, fu il suo unico pensiero. Lasciami andare, questo non è il mio mondo. Ti prego.

Di nuovo quegli occhi di bestia marina lo avvinsero col loro biancore, i tentacoli lo carezzarono senza ritegno, possessivi.

Valdemar perse i sensi.

Riaprì gli occhi nella cuccetta di una nave.

Non può essere, si disse. Suo padre stava seduto accanto al lettuccio con la testa fra le mani. Quando si accorse che il figlio s’era ripreso, lo strinse con impeto e gli riempì la fronte di baci. Non l’aveva mai fatto, neppure quand’era piccolo e sua madre era morta. L’abbraccio del Re gli fece dolere le costole, ma non disse nulla. Non voleva lamentarsi: era vivo, anche se non sapeva come ciò fosse possibile e, cosa più importante, suo padre era felice.

La mente del principe era confusa, colma del nero delle profondità marine.

Non ricordava, e sentiva per istinto che quell’ignoranza del passato fosse un bene, un miracolo del quale avrebbe dovuto essere grato a Iddio.

Avrebbe voluto lasciarsi cullare dalla consapevolezza d’essere salvo e ignorare il presentimento che gli ghiacciava il sangue nelle vene; ma, quando il Re lo lasciò per farlo riposare, Valdemar non poté fare a menò di sollevarsi la camicia con mani tremanti. Gli pareva di covare il presagio che qualcosa in lui fosse cambiato, che non fosse più il giovane che era caduto in acqua durante la tempesta – perché doveva esser stato un incidente.

Ma tutto quel che trovò furono due segni rossastri che correvano lungo i fianchi, proprio in corrispondenza delle ultime costole. Parevano due cicatrici fresche, ancora arrossate. Ci fece scorrere sopra le dita, seguendo i cordoni ritorti dove la pelle s’era inspessita.

Si affrettò a tirar giù la camicia. Non era nulla d’importante, decise. Forse qualcosa mi ha ferito, un rottame, qualche legno, uno scoglio sul fondale, si disse.

Tornò a palazzo con la ferma intenzione di lasciarsi quegli ultimi anni alle spalle. Suo padre gli raccontò che dei marinai lo avevano ritrovato svenuto su uno scoglio, adagiato come se stesse dormendo il sonno dei giusti. – Il mare è stato buono con te, figlio mio – sussurrò il Re, e c’era qualcosa nel suo sguardo, una sorta d’orgoglio che lui sapeva di non meritare e che lo fece tremare.

Gli anni passarono, e il principe fece del suo meglio per tener fede alla promessa di non pensare più alla tempesta e al naufragio. Si dedicò ai doveri di un Re in divenire: studiò, accompagnò suo padre in ogni occasione formale, cercò di stare con la sua famiglia, coi fratellastri che guardavano adesso a lui come a un eroe sopravvissuto a mille avventure.

Tuttavia, ogni volta che sedeva sulla spiaggia fuori dalla fortezza, gli pareva che le cicatrici sul busto prendessero a pulsare dolorosamente, che qualcosa premesse per uscire dal di dentro. E se stava in silenzio e fissava le onde, era certo di sentire una canzone che lo chiamava, nostalgica e infelice.

Poco a poco, i sogni presero possesso delle sue notti. Sogni, però, non era il nome giusto per definirli. E non erano neppure incubi. Gli pareva di vedere attraverso gli occhi di un altro, di qualcuno che ogni notte fissava la luna, nascosto sotto la superficie del mare, forse poco distante dalla fortezza di Ribe, e attendeva. A volte scorgeva i fondali marini, giù, dove nessuna luce celeste poteva penetrare e le creature brillavano del proprio stesso fulgore. Scorgeva meduse dai tentacoli come acqua radiosa, crostacei dalle fattezze cristalline che avanzavano pigri sulla sabbia cinerea. E ancora polpi vermigli e pesci che agitavano davanti alla fronte un lume accecante, le bocche irte di zanne e i corpi guizzanti in mezzo ai gorghi oscuri.

E in ogni sogno percepiva quel senso di perdita. A volte, molto di rado, coglieva con la coda dell’occhio la vista fugace d’un tentacolo chiaro, luci verdi che ondeggiavano nelle acque sotto al castello intonando una muta preghiera. La solitudine allora gli mozzava il fiato, quasi che fosse l’ultimo essere d’un mondo perduto e silenzioso, relitto d’un tempo passato che non sapeva quale senso dare alla propria vita.

Si svegliava madido di sudore e accendeva ogni candela della camera nella speranza di dissipare le ombre che si facevano d’improvviso troppo profonde.

Non osò più affacciarsi al balcone a fissare il mare: non aveva cuore di provare ancora quella malinconia struggente.

Iniziò a farsi magro, il colorito divenne spento e sofferente. Suo padre vide in tutto ciò un segnale, l’avviso che quell’indolenza da ragazzo non gli fosse più d’alcun beneficio, e che fosse tempo per lui d’iniziare una nuova vita: gli trovò una sposa, una fanciulla di nobile lignaggio che pareva uscita dalle più soavi fantasticherie di Valdemar, tale a come l’aveva immaginata e descritta al Re durante gli interminabili giorni di prigionia.

Lenore del Portogallo aveva tutto ciò che si addiceva a una principessa: lunghe trecce bionde e occhi grandi

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