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La federazione russa: un mondo da conoscere

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La federazione russa: un mondo da conoscere

Lunghezza:
190 pagine
2 ore
Pubblicato:
Nov 30, 2020
ISBN:
9788830631755
Formato:
Libro

Descrizione

Quarant’anni di storia possono essere un tempo brevissimo per un Paese. Tuttavia ci sono delle realtà in grado di accumulare in un periodo limitato fatti e vicende degni di attenzione: la Federazione russa nata dalla disgregazione dell’URSS ne è un chiaro esempio.
Con puntualità e dovizia di particolari, Gabriele Sarti racconta la sua personale esperienza in terra russa, con l’obiettivo di offrire una narrativa diversa da quella suggerita dalla politica e dai mass media. Racconta un Paese esteso per undici fusi orari, popolato da trecento milioni di cittadini, ricco di risorse naturali e notevoli potenzialità a chi, per ragioni di scambio culturale, o per esigenze economiche e commerciali, o anche solo per curiosità turistica, è intenzionato a conoscere una storia differente.

Gabriele Sarti è nato a Castel Maggiore (Bologna) il 20 gennaio 1939.
Esperto del settore agroalimentare. Membro della Commissione ministeriale ex L. 41/86 (piano mercati nazionale) del ministero dell’Industria e Commercio (oggi ministero per le Attività Produttive).
Consulente di marketing e di organizzazione specifica del reparto ortofrutta per la grande distribuzione organizzata.
Ex presidente di ASAM (azienda servizi annonari municipali) di Bologna dal 1976 al 1987.
Ex vicepresidente dell’Unione mondiale mercati all’ingrosso (aderente alla Jula) dal 1976 al 1987.
Esperto residente per un progetto T.A.Cis (1993-94) a San Pietroburgo, in seguito per due anni consulente della regione Emilia-Romagna per l’internazionalizzazione delle imprese e per imprese private.
Pubblicato:
Nov 30, 2020
ISBN:
9788830631755
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

La federazione russa - Gabriele Sarti

L’autore

Prefazione di Barbara Alberti

Il prof. Robin Ian Dunbar, antropologo inglese, si è scomodato a fare una ricerca su quanti amici possa davvero contare un essere umano. Il numero è risultato molto molto limitato. Ma il professore ha dimenticato i libri, limitati solo dalla durata della vita umana.

È lui l’unico amante, il libro. L’unico confidente che non tradisce, né abbandona. Mi disse un amico, lettore instancabile: Avrò tutte le vite che riuscirò a leggere. Sarò tutti i personaggi che vorrò essere.

Il libro offre due beni contrastanti, che in esso si fondono: ci trovi te stesso e insieme una tregua dall’identità. Meglio di tutti l’ha detto Emily Dickinson nei suoi versi più famosi

Non esiste un vascello come un libro

per portarci in terre lontane

né corsieri come una pagina

di poesia che s’impenna.

Questa traversata la può fare anche un povero,

tanto è frugale il carro dell’anima

(Trad. Ginevra Bompiani).

A volte, in preda a sentimenti non condivisi ti chiedi se sei pazzo, trovi futili e colpevoli le tue visioni che non assurgono alla dignità di fatto, e non osi confessarle a nessuno, tanto ti sembrano assurde.

Ma un giorno puoi ritrovarle in un romanzo. Qualcun altro si è confessato per te, magari in un tempo lontano. Solo, a tu per tu con la pagina, hai il diritto di essere totale. Il libro è il più soave grimaldello per entrare nella realtà. È la traduzione di un sogno.

Ai miei tempi, da adolescenti eravamo costretti a leggere di nascosto, per la maggior parte i libri di casa erano severamente vietati ai ragazzi. Shakespeare per primo, perfino Fogazzaro era sospetto, Ovidio poi da punizione corporale. Erano permessi solo Collodi, Lo Struwwelpeter, il London canino e le vite dei santi.

Una vigilia di Natale mio cugino fu beccato in soffitta, rintanato a leggere in segreto il più proibito fra i proibiti, L’amante di lady Chatterley. Con ignominia fu escluso dai regali e dal cenone. Lo incontrai in corridoio per nulla mortificato, anzi tutto spavaldo, e un po’ più grosso del solito. Aprì la giacca, dentro aveva nascosto i 4 volumi di Guerra e pace, e mi disse: Che me ne frega, a me del cenone. Io, quest’anno, faccio il Natale dai Rostov.

Sono amici pazienti, i libri, ci aspettano in piedi, di schiena negli scaffali tutta la vita, sono capaci di aspettare all’infinito che tu li prenda in mano. Ognuno di noi ama i suoi scrittori come parenti, ma anche alcuni traduttori, o autori di prefazioni che ci iniziano al mistero di un’altra lingua, di un altro mondo.

Certe voci ci definiscono quanto quelle con cui parliamo ogni giorno, se non di più. E non ci bastano mai. Quando se ne aggiungono altre è un dono inatteso da non lasciarsi sfuggire.

Questo è l’animo col quale Albatros ci offre la sua collana Nuove voci, una selezione di nuovi autori italiani, punto di riferimento per il lettore navigante, un braccio legato all’albero maestro per via delle sirene, l’altro sopra gli occhi a godersi la vastità dell’orizzonte. L’editore, che è l’artefice del viaggio, vi propone la collana di scrittori emergenti più premiata dell’editoria italiana. E se non credete ai premi potete credere ai lettori, grazie ai quali la collana è fra le più vendute. Nel mare delle parole scritte per esser lette, ci incontreremo di nuovo con altri ricordi, altre rotte. Altre voci, altre stanze.

Introduzione

Lo spunto per le pagine che seguono è derivato da un banale fatto. Una scritta in spagnolo su un muretto in una via di Barcellona letta abbastanza tempo fa. Un ignoto filosofo aveva lasciato un aforisma che mi aveva colpito: Il colore del mondo è dato dal colore del vetro (o forse dalla lente con una traduzione meno approssimativa della mia) con cui lo si guarda.

Questo esempio di filosofia spicciola mi viene spesso in mente quando, davanti al televisore, assisto alle corrispondenze dei vari inviati o leggo quelle dei giornalisti accreditati nel Paese che una volta era la patria del socialismo: la Federazione russa.

Ogni volta non sfuggo alla sgradevole impressione che questi nostri giornalisti abbiano a disposizione una buona scorta di fette di prosciutto (spero quello di Parma) con cui foderarsi gli occhi per guardare la realtà della quale dovrebbero debitamente informarci.

O dispongono di occhiali con lenti di colore diverso da quelli che uso io. Naturalmente potrebbe essere che i problemi di corretta visuale li abbia io; perciò ho deciso di mettere sul tappeto (o meglio su queste pagine) le mie opinioni allo scopo di consentire se non una verifica, almeno di ricavare qualche opinione dai volonterosi lettori che vorranno prendere in considerazione le mie elucubrazioni.

Non è mia intenzione insegnare il mestiere a nessuno, ma penso che qualche elemento in più di spirito critico e di obiettività sarebbero necessari particolarmente nel giornalismo, anche in ragione di una certa caduta di professionalità che mi sembra di constatare in molta parte dei mass media nostrani.

Confesso che ho una certa nostalgia dei vari corrispondenti dei tempi passati ‒ Ruggero Orlando, Jas Gavronski, Giulietto Chiesa per fare solo alcuni nomi ‒ e non la nego.

Molti di quelli di oggi mi sembrano solo una copia in sedicesimo, per rimanere in termini giornalistici, tant’è. Ogni tempo evidentemente produce ciò di cui è capace o ciò che ci meritiamo.

D’altra parte non mi sembra che in giro ci sia molta scelta. Anche quelli stanziali che ci intrattengono con i vari talk show mi danno sempre l’impressione di avere come principale problema quello di collocare se stessi al centro dell’attenzione e meno l’impegno a fare sì che i dibattiti siano fluidi e comprensibili. Basterebbe porre mente agli ospiti politici che partecipano agli show. Più casino fanno, più sono ben accetti.

Certo, può essere una mia paranoia: invecchiando, dicono, si diventa intolleranti. In tal caso chiedo venia, ma tiro avanti lo stesso.

Ho ritenuto di aggiungere alle considerazioni più generali, specifiche, anche una serie di esperienze personali di viaggio e permanenza in diverse parti del vasto Paese russo e dintorni. Ciò anche e soprattutto per il fatto che in quelle occasioni mi è stato dato modo di capire meglio quel mondo, le differenze (che non sono certo poche) fra le diverse aree, il modo di vedere le cose da parte di coloro che hanno fatto, nei tempi passati, esperienze diverse rispetto alle nostre.

Queste mie esperienze riguardano due fasi ben distinte, ma perciò maggiormente significative: prima e dopo il 1991, anno in cui è stata sciolta l’URSS.

La fase successiva al 1991 è divisa, a sua volta, in due parti. La prima riguarda la frequenza e le attività a Mosca per conto di una ditta di Bologna. La seconda parte, invece, è relativa all’attività a San Pietroburgo.

La prima presa di contatto con l’ex URSS è datata al 1970. Ciò significa che sono ormai quarant’anni (rispetto alla data in cui scrivo la presente) da quando ho calcato quei lidi.

Soprattutto questo tempo è a cavallo di fatti di grande portata socioeconomica, politica e storica.

Spero che chi avrà voglia e tempo per leggere questa mia piccola fatica sia tollerante e consideri queste pagine solo come un piccolo contributo per capire meglio una zona del mondo che rimane importante sotto molti aspetti.

Parte Prima

Considerazioni su un continente in movimento

Le cose che non ci dicono i corrispondenti dei giornali e della TV

Conoscere gli altri è il presupposto per capirne la mentalità, la cultura, il modo di vivere, le tradizioni, le credenze. È questa la condizione per poter avere un rapporto corretto e normale di convivenza. Infine è anche il presupposto per poter fare affari correttamente.

Gli strumenti di informazione di massa oggi sono in grado di aiutarci enormemente in questo bisogno, se non fosse che anche questi necessitano della presenza e della mediazione dell’uomo. Ciò significa che anche la loro funzione è condizionata dal modo di pensare di chi vi sta dietro. Tutti i giorni abbiamo esempi eclatanti in questo senso, ma non sempre positivi. Nos ad mala nostra. Vertimus, in sevas quod dedit ille feras? dice il poeta latino riferendosi alla spada e al suo inventore; ovvero alle armi. Siamo noi che abbiamo convertito a nostro danno ciò che lui ci ha dato per difenderci dalle fiere?.

Anche la parola è un’arma; un’arma impropria, ma può essere non meno letale della spada se usata male, oppure può essere anche solo fattore di disinformazione o mala o scarsa informazione.

Con la TV si sono aggiunte le immagini che, se usate male, sono ancor più ferali della parola, perché questa può essere messa in discussione e non ritenuta veritiera, le immagini invece sono sinonimo di realtà effettiva.

Queste considerazioni, che non vogliono avere la minima presunzione filosofica, ma semplicemente di buonsenso, mi vengono alla mente quasi sempre quando assisto a certi servizi in TV o quando leggo alcune corrispondenze sui giornali.

Oggetto di queste e quelli sono fatti, accadimenti e situazioni che riguardano un Paese che ormai credo di conoscere abbastanza bene e che è spesso oggetto di attenzione massmediologica: la Federazione russa.

Qualcuno che mi conosce può pensare che le mie opinioni in materia non siano obiettive, dati i miei precedenti politico ideologici.

Può darsi che ciò sia esatto. Non di meno mi sento di esprimere alcuni pareri e di fornire alcune indicazioni a chi sia interessato a rapporti economici, culturali o solo turistici con questo Paese.

Ho la fortuna di aver conosciuto abbastanza da vicino l’URSS dagli anni Settanta in poi e di averne seguito in diretta le vicende da allora a Gorbačëv e in seguito fino ai giorni nostri.

L’excursus di queste pagine, compresi i racconti delle varie visite in diversi posti del vastissimo territorio della Federazione russa (e di alcune regioni a essa esterne), vorrebbe dare un quadro il più possibile obiettivo, ma anche fuori dagli schemi, di una realtà che troppo spesso è stata ed è tuttora guardata con i paraocchi.

Ho cercato di capire (o almeno di farmene una ragione) non solo i grandi processi che si sono verificati, il loro sviluppo, ma anche di comprendere le ragioni, la genesi e l’effetto di certi svolgimenti, l’ambiente sociale, economico, politico e umano in cui gli stessi si sono determinati.

Ho cercato di comprendere se certi elementi dell’attuale carattere dei russi o di moltissimi di loro derivino da una cultura o siano di natura biologica come taluni (anche russi) sono portati a pensare.

Diceva Fёdor Dostoevskij: Non è possibile capire i russi con la ragione!. Forse sarà così, ma molta acqua è passata sotto i ponti dai tempi di Fёdor Michajlovič.

Per questa ragione questa nota non contiene solo giudizi politici (tali almeno spero siano), ma anche annotazioni che possono apparire di folclore o di costume, ma che vorrebbero servire a orientare meglio il lettore su certi aspetti della mentalità dell’uomo russo.

Cominciamo dalle cose più importanti

Fino alla Rivoluzione d’ottobre (1917) tutti i processi evolutivi e le trasformazioni avvenuti nella società europea o nord americana, anche quelli più profondi, hanno avuto una caratteristica di fondo: il confronto-scontro fra le nuove istanze che spingevano verso il cambiamento e le forze che difendevano lo status quo, ossia la conservazione, si è tradotto (di qualsiasi componente sia stata la prevalenza definitiva) in una soluzione finale che conteneva sia elementi del vecchio, sia parte più o meno ampia delle nuove istanze.

Vi è stato, alla fine, un compromesso che conteneva anche un’evoluzione, anche se a volte questa è stata profonda, anche molto profonda. La stessa Rivoluzione francese ha avuto, a ben vedere e per molti aspetti, questa caratteristica.

Questa considerazione serve a sottolineare come profonda fosse invece la modifica (appunto la rivoluzione) introdotta dall’ottobre rosso e profondo, di conseguenza, l’effetto determinatosi nell’economia, nell’assetto sociale e politico, nel costume e nella cultura di quei popoli.

La storia darà il suo giudizio definitivo su questa vicenda a suo tempo. A me interessa qui non tanto esprimere giudizi di valore (che lascio appunto alla storia), bensì rimarcare quale grosso problema avesse di fronte chi si è posto l’obiettivo di modificare nel profondo il corso degli eventi che era stato innescato dalla Rivoluzione d’ottobre e consolidato dai processi che l’hanno seguita per oltre settant’anni.

Intendo riferirmi a Gorbačëv e a chi è venuto dopo di lui.

Chi ha seguito con attenzione le vicende di quegli anni e soprattutto ha fatto uno sforzo per leggere i vari scritti dell’ultimo presidente dell’URSS¹ dovrebbe avere compreso come l’obiettivo fosse di immane portata e soprattutto avesse bisogno di una precisa strategia di medio, lungo periodo.

Gorbačëv, comunque, non voleva un’altra rivoluzione, ma un’evoluzione ancorché molto, molto profonda.

Ma per un simile obiettivo occorrevano due presupposti:

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