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L’uso della metafora in psicologia: la fiaba
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L’uso della metafora in psicologia: la fiaba
E-book260 pagine3 ore

L’uso della metafora in psicologia: la fiaba

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Info su questo ebook

Per parlare a un bambino è necessario sintonizzarsi col suo linguaggio. L'uso della metafora in psicologia: la fiaba è un manuale rivolto a chi si occupa di relazione di aiuto e in cui la fiaba diventa strumento che permette di abbattere la barriera comunicativa con l’adulto, riconoscendo al bambino modalità di espressione più profonde e più immediate.
LinguaItaliano
Data di uscita26 feb 2021
ISBN9788833468020
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    L’uso della metafora in psicologia - Monica Votta

    L’uso della metafora in psicologia: la fiaba

    di Monica Votta

    Direttore di Redazione: Jason R. Forbus

    ISBN 978-88-3346-802-0

    Pubblicato da Ali Ribelli Edizioni, Gaeta 2021©

    Saggistica – Società

    www.aliribelli.com – redazione@aliribelli.com

    È severamente vietato riprodurre, in parte o nella sua interezza, il testo riportato in questo libro senza l’espressa autorizzazione dell’Editore.

    Monica Votta

    L’uso della metafora in psicologia: la fiaba

    AliRibelli

    Sommario

    Introduzione

    CAPITOLO 1

    La psicoterapia infantile

    1.1 Considerazioni preliminari

    1.2 Il bambino ricostruito: le origini e i precursori 

    1.3 Il bambino nel setting terapeutico

    1.4 Il bambino nella relazione

    1.5 L’approccio cognitivista e il familiare sistemico

    1.6 Le problematiche attuali e gli orientamenti recenti

    CAPITOLO 2 

    La metafora

    2.1. La metafora, perché?

    2.2. La metafora: che cos’è?

    2.3. La metafora: teorie classiche e modelli psicologici

    2.4. Metafora, pensiero e linguaggio

    2.5. Aspetti neuropsicologici

    CAPITOLO 3

    Metafora e pratica terapeutica

    3.1 Significato e uso della metafora nei diversi orientamenti

    3.1.1. Milton Erickson e la comunicazione terapeuta-paziente

    3.1.2. Metafora e psicoanalisi

    3.1.3. Jung e la psicologia analitica

    3.1.4. Metafora e terapia cognitivo-comportamentale

    3.1.5. Minuchin e la terapia familiare sistemica

    3.2. Tipi di metafore e ambiti di applicazione 

    CAPITOLO 4 

    Metafora, narrazione e fiaba

    4.1. Il bambino metaforicamente competente

    4.1.1. Simbolo, simbolizzazione e gioco simbolico

    4.1.2 Fantasia, immaginazione e creatività 

    4.2 Significato e valore della narrazione in terapia

    4.3 La fiaba

    4.3.1. La struttura della fiaba

    4.3.2. Animali e paesaggi delle fiabe

    4.4.3. I personaggi delle fiabe e il loro significato simbolico

    CAPITOLO 5

    La fiaba in psicoterapia infantile

    5.1. Il setting, il terapeuta, la famiglia

    5.2. La fiaba e il racconto come strumenti diagnostici

    5.2.1. Il Children Apperception Test – C.A.T. di Bellak

    5.2.2. The Blacky Pictures di Blum

    5.2.3. Le Test Patte-Noir di Louis Corman

    5.2.4. Le favole di Louisa Duss

    5.3 Il bambino ascoltatore e creatore di storie

    5.3.1. La tecnica del mondo: terapia con la sabbia

    5.3.2. La tecnica dell’identificazione

    5.3.3. La tecnica del domandare con il finisci-la-frase

    5.3.4. La tecnica del dialogando

    5.3.5. Gioco del raccontare la storia insieme

    5.4. Interpretare le fiabe

    5.4.1. Cenerentola

    5.4.2. Cappuccetto Rosso

    Conclusioni

    Allegati

    Introduzione

    «La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi; essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo»¹.

    Il campo della psicoterapia infantile è vasto, complesso e articolato. Oggi, infatti, le tecniche di intervento sono sempre più numerose e differenti i fondamenti teorici su cui si basano. Difficile pensare di poterle descrivere tutte. Gli elementi in gioco sono molti e, nel caso di un intervento con il bambino dobbiamo considerare almeno tre relazioni da gestire: quella con il bambino, appunto; quella con i genitori; quella con gli altri significativi nel suo contesto di vita.

    Inoltre, in età evolutiva, c’è da tener presente che numerosi sono «i comportamenti apparentemente patologici che in realtà costituiscono delle preforme di una organizzazione mentale: se così non fosse, quasi tutti i bambini dovrebbero essere considerati come malati e giustificare un trattamento»².

    Il bambino in terapia è colui che porta un disagio, vero o presunto e non possiamo pensarlo come soggetto capace di essere consapevole di un disturbo psichico in quanto tale. Amare l’infanzia, mettere al centro del lavoro terapeutico il bambino, utilizzare tecniche non finalizzate al sintomo o alla conferma o meno di una ipotesi di lavoro, questi sono solo alcuni dei presupposti umani e tecnici che dovrebbero farci da guida nella psicoterapia infantile.

    Riteniamo utile, però, delimitare l’area di interesse della nostra tesi ad un aspetto che possa poi essere trattato secondo le differenti teorie, mettendole, appunto a confronto: l’uso della metafora e, in particolare della fiaba come elemento terapeutico.

    Infatti, l’importanza che il processo metaforico ha nello sviluppo sia linguistico che cognitivo è ampiamente riconosciuta. Nella prassi terapeutica, poi, la prima importante funzione della metafora è quella di veicolare qualcosa, che per motivi non conosciuti, non si riesce ad esprimere: non riesco, per qualche ragione, a parlare in modo esplicito o diretto ed esprimo una cosa nei termini di un’altra, perché se ne possa comprendere appieno il significato. Proprio per questo, nello specifico della terapia con i bambini l’uso della metafora, può essere elemento di aiuto nel risolvere i loro problemi e, nel contempo, suggerirgli differenti modalità di soluzione degli stessi: permette di rapportarci con loro sul piano dell’implicito, dell’immaginoso, dell’indiretto.

    La metafora come elemento di simbolizzazione in terapia infantile diventa allora, strumento elettivo per la comunicazione con i bambini: le fiabe, i giochi, i cartoni animati, le drammatizzazioni, i disegni, veicolano messaggi metaforici e sono tutti strumenti utilizzabili in psicoterapia.

    L’uso della metafora terapeutica, quindi, aiuta a costruire capacità di problem solving e accresce l’intelligenza emotiva, oltre a favorire la consapevolezza di emozioni vissute.

    Nel Capitolo 1, introduttivo, definiremo la psicoterapia e, nello specifico la psicoterapia infantile, analizzandone, in un breve excursus storico, i principali aspetti teorici e metodologici. Ripercorreremo il pensiero dei principali studiosi che hanno avuto uno sguardo particolare al mondo dell’infanzia: da Freud alla Klein, passando per Hermine Von Hug-Hellmuth, quindi Anna Freud, Spitz, Margaret Mahler, Winnicott e Bowlby. E, ancora, Stern e il suo paziente prototipico, Sander e l’InfantResearche, in ambito cognitivista e familiare-sistemico: Minuchin, Bowen e John Byng-Hall. Più recentemente, la Developmental Psychopathology, la funzione riflessiva e il concetto di mentalizzazione di Fonagy e Target.

    Due spunti di riflessione danno corpo alla teorizzazione che sarà il tema conduttore della tesi.

    In primo luogo, seguiamo le considerazioni di Palacio Espasa (1995) in merito al fatto che oggi, in campo psicoanalitico, si fatichi a trovare una linea comune e che ci sia una crisi dei modelli di fronte ad esigenze di risposta che investono campi sempre più vasti e differenziati³.C’è una crisi di crescita legata all’impossibilità di individuare la priorità, la maggiore efficacia di una tecnica rispetto all’altra e l’impatto dei singoli fattori specifici.

    Tutto questo in relazione alle diverse età del bambino, alla natura del suo funzionamento mentale e alla sua patologia.

    Oggi, in sostanza, assistiamo a due fenomeni:

    una disaffezione da parte degli analisti verso il lavoro terapeutico con i bambini;

    il diffondersi delle cosiddette epidemie, in particolare nell’ambiente americano: autismo, ADHD, sindrome bipolare, definite, appunto, come le epidemie che nell’ultimo decennio hanno interessato il mondo dell’infanzia. Le considerazioni del caso sono facilmente estendibili al panorama italiano.

    La seconda riflessione riguarda più specificatamente gli aspetti metodologici in riferimento agli esiti delle psicoterapie in età evolutiva.

    In primis, le considerazioni di Ammaniti ed Ortu sugli studi di Levitte di Casey e Berman (1985), i risultati dei quali ci mettono in guardia dallo stabilire una affrettata equivalenza fra la validità clinica di una terapia e la sua efficacia valutata sulla base di sperimentazioni controllate. Gli stessi autori, sempre all’interno di ricerche volte alla dimostrazione dell’efficacia dei trattamenti psicoterapeutici nei bambini, avanzano il paradosso dell’equivalenza rispetto al quale «tutte le terapie, indipendentemente dai presupposti teorici e dalla tecnica utilizzata, dimostrano la stessa efficacia terapeutica»⁴.

    Allora, a fronte di un interesse abnorme per i bambini e le loro problematiche, di cosa ci si occupa effettivamente in psicoterapia infantile?

    Alla luce della complessità dell’analisi, sposteremo la nostra attenzione su un elemento che ci sembra possa rappresentare un momento di confronto, più che di scontro fra le varie scuole: la metafora.

    Siamo perfettamente consapevoli del fatto che questo sia solo uno dei possibili modi di interagire con la patologia, quindi non l’unico e sicuramente criticabile, è anche vero, però, che è altrettanto importante sottolineare come questo lavoro non sia stato frutto di improvvisazione o di interpretazioni del tutto personali, ma abbia fondato la sua validità su solide basi teoriche alle quali ci preoccupiamo di rimandare e di fare noi stessi esplicito riferimento.

    Qualsiasi intervento ha necessità di un fondamento teorico che prenda in considerazione molti aspetti, i più disparati, ma, nel caso specifico, non possiamo prescindere dal considerare la peculiarità dell’orientamento seguito o, per lo meno, non farne riferimento.

    Nel Capitolo 2, quindi, inizialmente cercheremo di spiegare i motivi di una tale scelta per poi soffermarci su cosa sia la metafora e quali elementi la caratterizzino. Prenderemo in considerazione preferibilmente l’aspetto cognitivo che gli è sottostante, dunque, la metafora come evento concettuale, un modo di rappresentare ed organizzare il nostro mondo, piuttosto che uno strumento semplicemente decorativo del linguaggio avente un ruolo puramente comunicativo.

    Due sono le principali teorie di riferimento che ci faranno da guida nella comprensione degli aspetti psicologici della metafora: quella di Lakoff e Johnson (1980), derivata dalla semantica cognitiva, e quella di Glucksberg (1990), di derivazione psicologica.

    La metafora parla per immagini e così facendo può essere utilizzata nel lavoro con i bambini per sviluppare attività di pensiero e funzioni simboliche ed ha, in questo senso, una funzione costruttiva di processi.

    La metafora, parafrasando Bion, diventa espressione della rêverie terapeutica, ha in sé una funzione chiarificatrice, quella che aiuterà il paziente ad orientarsi, a mettere insieme i pezzi di emozioni e pensieri, riuscendo, in tal modo a dare un nome a ciò che lo angoscia.

    A conclusione del capitolo faremo anche una breve analisi degli aspetti e dei meccanismi neuropsicologici alla base del linguaggio metaforico.

    Ritroviamo, dunque, la metafora in vario modo e a differente titolo nei più disparati orientamenti; ne nomineremo i principali nel Capitolo 3, indicandone, nel contempo, gli elementi di confronto.

    Su tutti Jung, che è notorio tratta i suoi pazienti usando miti, favole e leggende; parleremo poi del contributo di Bion e Melanie Klein. E, poi, Bateson, che afferma che gli esseri umani pensano per storie, ed Erickson, che utilizza la metafora come tecnica terapeutica. Minuchin e il suo lavoro con la famiglia; Gardner e la narrazione reciproca, nella quale il Sé narratore del bambino inventa una storia e la comunica. E, ancora, Winnicott che parla di gioco come esperienza creativa.

    Ma, quando il bambino diventa metaforicamente competente? E, soprattutto, quali elementi del processo di crescita sono alla base di questa funzione, sia in termini di produzione che di comprensione?

    Di questo ci occuperemo nel Capitolo 4, dove definiremo in modo specifico il contributo dei vari teorici allo sviluppo di temi quali: simbolo, simbolizzazione, fantasia, immaginazione e creatività.

    Piaget e Vygotskij parlano ampiamente del rapporto fra pensiero e linguaggio, elemento portante del processo metaforico. Accenneremo alle teorie degli autori sul gioco simbolico così chiamato perché caratterizzato da un processo di significazione indiretta: una cosa viene utilizzata per rappresentarne e significarne un’altra, stabilendo così una sorta di parallelismo con la metafora.

    Bruner definisce il gioco la più seria attività dell’infanzia: il gioco simbolico diventa allora veicolo di acquisizione di processi cognitivi e linguistici. Attraverso e per mezzo di esso il bambino sarà in grado di interpretare ciò che lo circonda, conoscere ed accettare il mondo ma, nel contempo, essere in grado di modificarlo e costruirlo, in virtù dei transfert semantici che il simbolo crea.

    La metafora, allora, non può essere considerata un fenomeno che si esaurisce solo nel linguaggio. Non possiamo ridurre il processo metaforico semplicemente ad un livello letterale, semantico o pragmatico.

    «L’intera attività terapeutica è in fondo una sorta di esercizio immaginativo che recupera la tradizione orale del narrare storie: la terapia ridà storia alla vita»⁵.Parleremo di quale uso possiamo fare della narrazione in psicoterapia e, in particolare in psicoterapia infantile e per quali tipi di intervento si può utilizzare tale approccio. Il pensiero narrativo, infatti, sarebbe alla base di un modo di rappresentare e conoscere il mondo guidato da regole portatrici di senso, prescrittive, tematiche; una modalità peculiare con la quale l’uomo organizza, elabora e narra la realtà e l’esperienza di sé. Una volta assunto che la narrazione può costituire un veicolo di cambiamento, è lecito notare come ci siano narrazioni più efficaci di altre; spesso non è sufficiente un semplice narrarsi per promuovere un cambiamento. Le storie hanno una trama: la trama è costituita da più dimensioni. Nella storia ci sono dei personaggi, c’è un tempo, ci sono dei luoghi o meglio, dei contesti ed, infine, c’è, per così dire, una morale, che è poi il modello causale: il modo in cui le persone spiegano le vicende di quella storia.

    Grazie all’apporto dei recenti approcci biografici e narrativi, comprendiamo come la narrazione sia elemento centrale nella vita dell’uomo.

    Le nostre vite sono, infatti, incessantemente intrecciate alle narrazioni, alle storie che raccontiamo o che ci vengono raccontate, a quelle che sogniamo o immaginiamo o vorremmo poter narrare. Tutte vengono rielaborate nella storia della nostra vita, che noi raccontiamo a noi stessi in un lungo monologo, episodico, spesso inconsapevole, ma virtualmente ininterrotto⁶.

    La fiaba è e può rappresentare, in tal senso, un potente strumento terapeutico. Il linguaggio del metaforico è un linguaggio simbolico: le fiabe, per questo motivo attirano l’attenzione del bambino e favoriscono in lui l’attivazione di processi di immedesimazione che, nel momento in cui ne sanificano i conflitti interiori aiutano a trovare soluzioni mentre calmano l’angoscia. Non dimentichiamo che la psicoanalisi nasce e poggia il suo intervento terapeutico sulla dimensione simbolico-verbale.

    Molte, le funzioni psicologiche e psicoterapeutiche cui la fiaba assolve, tra cui l’appagamento di desideri nascosti, piuttosto che la possibilità di esorcizzare elementi negativi del reale. In ogni caso, rappresenta per il bambino una via privilegiata per entrare in contatto con le proprie funzioni psicologiche. Come afferma Bettelheim (1977) l’uso della fiaba è un possibile strumento che, attraverso il simbolo, fa chiarezza nel caotico mondo intrapsichico infantile⁷. La fiaba parla nel linguaggio simbolico e in questo linguaggio esprime fenomeni psicologici interiori. «Le fiabe indirizzano il bambino verso la scoperta della sua identità e suggeriscono le esperienze necessarie per sviluppare il suo carattere. I personaggi e gli eventi delle fiabe personificano conflitti interiori e suggeriscono in maniera sottile come possono essere risolti»⁸.

    Elemento di sviluppo della creatività, la fiaba diventa nel contempo strumento di comprensione del proprio mondo interiore e relazionale. Le storie parlano al bambino incoraggiando lo sviluppo del suo Io semplificando le situazioni, facendo cogliere gli elementi essenziali del problema.

    Analizzeremo la struttura della fiaba, facendo riferimento agli studi di Propp sulla morfologia e a quelli sull’interpretazione psicoanalitica di Bettelheim, e di Marie-Louise von Franz, allieva e collaboratrice di Jung. Quindi, ne analizzeremo i principali elementi costitutivi: animali, paesaggi, personaggi e relativo significato simbolico.

    Il Capitolo 5 è completamente dedicato all’uso della fiaba in psicoterapia infantile e, nello specifico alle modalità pratico-operative con le quali vi si lavora. Prioritario definire il setting: come, quando, con che modalità, si usa la fiaba. E, il terapeuta, quale è la sua funzione? E la famiglia, quale è il suo ruolo? Ci soffermeremo, quindi, sull’uso delle fiabe e della narrazione come strumento diagnostico. In particolare, faremo riferimento ai principali test proiettivi in uso nella psicoterapia infantile: le Favole della Duss; il Test Patte Noire, di Corman; il C.A.T.di Bellak, The Blacky Pictures di Blum.

    E, il bambino, cosa fa? Egli può ascoltare o creare storie, da solo, o con la guida del terapeuta. Descriveremo alcune delle principali tecniche che consentono un uso operativo della fiaba e del racconto.

    Concluderemo il nostro lavoro con due paragrafi dedicati all’interpretazione delle fiabe, prendendone ad esempio due famosissime: Cenerentola e Cappuccetto Rosso, consapevoli che questo sia un aspetto particolarmente interessante ma che richiede una formazione specifica e specialistica che non lasci le interpretazioni al caso o banalizzi l’esito di un percorso di terapia.

    ¹ G. RODARI, La freccia azzurra, Einaudi Ragazzi, Torino, 2010

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