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Gita al faro

Gita al faro

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Gita al faro

Lunghezza:
271 pagine
4 ore
Pubblicato:
Feb 12, 2021
ISBN:
9788831372237
Formato:
Libro

Descrizione

Gita al Faro (1927) è il ritratto corale della famiglia Ramsay che ogni estate ospita diversi amici su un’isola delle Ebridi. Virginia Woolf sembra avere una lente di ingrandimento con la quale osserva ognuno di loro, con il suo flusso continuo di pensieri, immagini, ricordi, associazioni, aspettative, paure. Una narrazione dotata di una sinestesia percettiva, un procedere ambivalente tra la fredda razionalità dell’analisi e la visione più intuitiva, e forse più femminile, della sintesi, un ampliamento di coscienza che si potrebbe definire quasi una danza tra i due emisferi cerebrali.
Pubblicato:
Feb 12, 2021
ISBN:
9788831372237
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Virginia Woolf was an English novelist, essayist, short story writer, publisher, critic and member of the Bloomsbury group, as well as being regarded as both a hugely significant modernist and feminist figure. Her most famous works include Mrs Dalloway, To the Lighthouse and A Room of One’s Own.


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Anteprima del libro

Gita al faro - Virginia Woolf

cerebrali.

PARTE PRIMA

LA FINESTRA

1.

«Ma sì, certamente, se domani sarà bel tempo» disse la signora Ramsay, «ma dovrai svegliarti con le allodole» aggiunse.

A suo figlio quelle parole suscitarono una gioia straordinaria, come fosse ormai deciso che la spedizione si sarebbe fatta e l’evento meraviglioso che lui attendeva da tanti anni, fosse lì, a portata di mano, dopo una notte buia e un giorno di navigazione.

Perché già all’età di sei anni, lui apparteneva a quella categoria di persone che, incapaci di separare le emozioni, lasciano che l’immaginazione del futuro, penosa o gioiosa che sia, offuschi il momento presente e poiché per questo tipo di persone, sin dall’infanzia, ogni oscillazione del sentire ha il potere di fissare e cristallizzare l’attimo su cui proietta il suo splendore o la sua oscurità, James Ramsay, seduto sul pavimento a ritagliare figurine dal Catalogo illustrato Army and Navy, alle parole della madre, riversò sulla figurina di un frigorifero una felicità celestiale: i suoi bordi ritagliati sprizzavano gioia.

La carriola, il tosaerba, il suono dei pioppi, le foglie che in attesa della pioggia si sbiancano, le cornacchie gracchianti, il picchiettio delle ginestre, il fruscio degli abiti, tutto era così nitido e distinto nella sua mente che lui aveva già un suo codice privato, una sua lingua segreta; eppure con la sua fronte alta e i fieri occhi azzurri di una purezza e di un candore impeccabili, che si accigliavano di fronte alla fragilità umana, James sembrava il ritratto della severità più nuda e intransigente cosicché sua madre, guardandolo mentre ritagliava attento i bordi del frigorifero, lo immaginava con una toga rossa di ermellino dietro il banco di un giudice o a condurre qualche impresa ardua e decisiva durante una crisi della vita pubblica.

«Comunque,» disse suo padre fermandosi alla finestra del salotto, «non sarà bel tempo.»

Se ci fosse stata a portata di mano un’ascia, un attizzatoio o una qualsiasi arma per squarciare il petto di suo padre e ucciderlo, James, lì su due piedi, l’avrebbe fatto. Tanto estremi erano i sentimenti che il signor Ramsay suscitava nel cuore dei suoi figli con la sua semplice presenza; come adesso che se ne stava lì, smilzo e affilato come una lama di coltello, col sorriso sarcastico, non solo con il piacere di deludere il figlio e ridicolizzare la moglie, che era diecimila volte migliore di lui (pensava James), ma anche con la segreta presunzione per l’esattezza della sua previsione: quello che lui diceva era vero. Era sempre vero. Era incapace di falsità; non alterava mai i fatti; mai cambiata una parola sgradevole per il piacere o per assecondare nessuno, men che meno i suoi figli che, carne della sua carne, dovevano imparare, sin dall’infanzia, che la vita è difficile, che i fatti sono fatti e che il passaggio a quella mitica terra dove si estinguono le nostre speranze più brillanti e dove le nostre fragili scorze affondano nell’oscurità (e qui il signor Ramsay raddrizzò la schiena stringendo i suoi piccoli occhi blu sull’orizzonte) esige soprattutto coraggio, verità e forza di sopportazione.

«Ma magari sarà bel tempo, anzi, credo proprio che lo sarà» disse la signora Ramsay rigirando spazientita la calza rossiccia che stava lavorando ai ferri. Se l’avesse finita in serata, e se fossero finalmente andati al faro, avrebbe consegnato le calze al guardiano del Faro per il suo bambino minacciato di tubercolosi all’anca; avrebbe portato anche una pila di vecchie riviste, un po' di tabacco e in effetti, quello che avrebbe trovato in giro per casa e che era di ingombro, per dare un po' di svago a quei poveretti che dovevano annoiarsi a morte, seduti tutto il giorno senza far niente se non lucidare la lampada, pareggiarne lo stoppino e rastrellare il loro piccolo lembo di orto. «A voi piacerebbe forse stare confinati per un mese intero o anche più, in caso di tempesta, su di uno scoglio grande come un campo da tennis?» chiedeva la signora Ramsay, «senza ricevere lettere, né giornali, senza incontrare nessuno? Poi se uno fosse sposato non potrebbe vedere sua moglie, né sapere come stanno i figli, se sono malati o se sono caduti magari rompendosi una gamba o un braccio; vedere le stesse tristi onde infrangersi settimana dopo settimana, e poi, quando arriva la tempesta le finestre si coprono di spruzzi, gli uccelli sbattono contro la lampada, tutto trema e non si può mettere il naso fuori di casa per paura di essere trascinati in mare. Vi piacerebbe?» chiedeva rivolgendosi soprattutto alle figlie. Quindi, cambiando tono, aggiunse che bisognava portar loro tutto quello che poteva essere di conforto.

«È il vento di ponente» disse Tansley l’ateista, allargando le sue dita ossute, in modo che il vento le attraversasse, mentre camminava a fianco del signor Ramsay nella sua passeggiata serale su e giù per la terrazza. E ciò significava che il vento soffiava dalla peggior direzione possibile per veleggiare verso il Faro. «Eh già, riusciva a dire sempre cose spiacevoli» ammise la signora Ramsay; era odioso da parte sua insistere e deludere ancor di più il piccolo James, ma, al tempo stesso, non avrebbe permesso che si ridesse di lui. L’ateista, lo chiamavano: il piccolo ateo. Rose lo prendeva in giro; Prue lo prendeva in giro; Andrew, Jasper, Roger lo prendevano in giro; persino il vecchio Badger, senza più un dente in bocca lo aveva morso, per essere (come diceva Nancy) l’ennesimo giovane a seguirli fino alle Ebridi, dove invece era così bello starsene da soli.

«Sciocchezze» disse la signora Ramsay con grande severità. A parte la tendenza ad esagerare che avevano preso da lei e l’allusione (peraltro vera) ai troppi invitati di cui amava circondarsi e che a volte doveva far ospitare in paese, lei non poteva tollerare la minima scortesia verso i suoi ospiti, in particolare verso i più giovani e poveri in canna ma eccezionalmente dotati – come diceva suo marito di cui erano grandi ammiratori, e che venivano per trascorrere una vacanza con loro. In effetti, la signora Ramsay, proteggeva l’altro sesso, per ragioni che non riusciva a spiegarsi, forse per lo spirito cavalleresco e per il valore dei maschi; forse perché negoziavano trattati, governavano l’India, gestivano le finanze; ma in fondo in fondo, per quell’atteggiamento che avevano nei suoi confronti, che avrebbe lusingato ogni altra donna, qualcosa di fiducioso, infantile, reverenziale; che una signora di una certa età, come lei, poteva ricevere anche da un giovanotto senza perdere la sua dignità, e guai alla ragazza – e lei pregava che non fosse mai una delle sue figlie – che non sapesse stimarne il valore e tutto ciò che implicava fino al midollo delle ossa!

Si voltò guardando severamente Nancy e disse che lui non li aveva inseguiti: era stato invitato. E che quindi dovevano trovare una via d’uscita, in modo semplice e poco faticoso, sospirò. Quando si guardava allo specchio e si vedeva coi capelli grigi, la guancia affossata, pensava che a cinquant’anni, forse, avrebbe potuto gestire meglio le cose: suo marito, i soldi, i suoi libri. Ma per come era fatta, non avrebbe mai rimpianto, per un solo secondo, le sue decisioni e non avrebbe mai evitato le difficoltà o i doveri. Ora, lei era bellissima e nel silenzio che seguì al severo discorso in favore di Charles Tansley, le sue figlie Prue, Nancy e Rose, alzarono lo sguardo dai loro piatti e ricominciarono a fantasticare una vita diversa da quella della madre, magari a Parigi, una vita più avventurosa, non sempre a prendersi cura di un uomo o di un altro. E intimamente nutrivano molti dubbi sul rispetto e lo spirito cavalleresco, sulla Banca di Inghilterra e l’impero indiano, su anelli nuziali e merletti benché ci fosse qualcosa in tutto questo che riportava all’essenza della bellezza, e richiamava l’idea della virilità nei loro cuori di fanciulle, e le induceva, lì sedute a tavola sotto gli occhi della madre, a rispettare la sua particolare severità, la sua estrema cortesia, come una regina che alza dal fango il piede sporco di un mendicante per lavarlo, quando le aveva ammonite così duramente per quel povero ateista che li aveva seguiti – o meglio, era stato invitato a raggiungerli – sull’isola di Skye.

«Domani non ci sarà nessuna gita al Faro» disse Charles Tansley battendo le mani, fermo davanti alla finestra col signor Ramsay. Aveva parlato fin troppo. Lei desiderava che andassero a parlare altrove lasciandola tranquilla con James. Guardò Tansley. Era un essere così miserabile, dicevano i ragazzi, tutto gobbe e affossamenti. Non sapeva neanche giocare a cricket; si muoveva impacciato e strascicava i piedi. Andrew diceva che era un bruto pieno di sarcasmo. Sapevano quale era il suo passatempo preferito: passeggiare continuamente su e giù per la terrazza con il signor Ramsay, commentando chi aveva vinto questo o quello, chi era un fuori- serie in latino, chi era brillante ma io credo fondamentalmente corrotto, chi era, senza alcun dubbio lo studioso più meritevole del college di Balliol, chi aveva temporaneamente sepolto le sue doti a Bristol o a Bedford ma era destinato a far parlar di sé, in futuro quando i suoi Prolegomeni alla matematica e alla filosofia, di cui il signor Tansley aveva con sé le prime bozze da mostrare al signor Ramsay – se lui avesse voluto - avrebbero visto la luce.

Questo era ciò di cui parlavano.

A volte lei stessa non poteva fare a meno di ridere. Qualche giorno prima, lei aveva detto qualcosa riguardo alle onde alte come montagne. Sì, aveva risposto Charles Tansley il mare era un po' agitato. «Ma non siete inzuppato fradicio?» «Umido, non bagnato» aveva risposto lui strizzandosi una manica e i calzini.

Ma i figli dicevano che non era questo a dar loro fastidio. Non era la sua faccia; non erano i suoi modi. Era lui – il suo modo di vedere le cose. Quando parlavano di qualcosa di interessante come la musica, la storia, le persone, o di qualsiasi altro argomento, e se magari era una bella serata e suggerivano di sedersi insieme fuori, ecco, ciò di cui si lamentavano i ragazzi era che Charles Tansley non era contento finché non ribaltava la situazione per mettere in mostra sé stesso e screditare tutti quanti. Lui era capace di andare in una galleria d’arte e chiedere alle persone se apprezzavano la sua cravatta. «E Dio solo sa se non lo aveva mai fatto!» disse Rose.

Appena terminata la cena, gli otto figli dei signori Ramsay, scomparvero da tavola furtivi come spie e si ritirarono nelle loro camere, i loro rifugi in una casa dove non c’era alcuna intimità per discutere del più e del meno: la cravatta di Tansley, l’approvazione della legge di) Riforma, uccelli marini, farfalle, persone, mentre il sole irrompeva in quelle mansarde dove una sola tavola separava gli spazi, così che ogni passo si sentiva chiaramente - con la cameriera svizzera che piangeva per il padre, ammalato di cancro, lontano in una valle dei Grigioni - e illuminava mazze, abiti di flanella, cappelli di paglia, calamai, boccette di colore, scarafaggi, teschi di uccellini e faceva salire, dalle strisce di alghe appese alla parete, un odore di salmastro e di erbacce che impregnava anche gli asciugamani ruvidi di sabbia.

Conflitti, divisioni, divergenze d’opinione, pregiudizi sono connaturati nell’essere umano, oh, però non dovrebbero cominciare così presto, si lamentava la signora Ramsay. I suoi figli erano così critici, dicevano tali assurdità. Uscì dalla sala da pranzo tenendo per mano James che non voleva unirsi ai fratelli. Le sembrava folle inventare delle differenze quando le persone, e lo sa il cielo, sono già abbastanza diverse senza il bisogno di inventarselo. Le differenze reali, pensò in piedi vicino alla finestra del salotto, sono più che sufficienti. In quel momento stava pensando ai poveri e ai ricchi, a grandi e umili; un po' a malincuore nutriva del rispetto per chi aveva sangue nobile perché anche lei aveva nelle vene il sangue di quel nobilissimo e mitico casato di origini italiane le cui figlie, sparse nei salotti inglesi dell’800, sbiascicavano la s così graziosamente, vivevano passioni tempestose, e tutto il suo spirito, i suoi modi, il suo temperamento venivano da lì e non dai pigri inglesi o dai freddi scozzesi.

Ma con maggior insistenza rimuginava sul contrasto fra i poveri e i ricchi e sulle cose che vedeva ogni settimana, ogni giorno lì o a Londra, quando visitava una qualche vedova o una qualche moglie in difficoltà, con la borsa sotto al braccio, e segnava sul suo taccuino, nelle colonne che tracciava con cura, salario e spese, lavori e disoccupazione con la speranza di non sentirsi più una donna qualunque che fa la carità, in parte per alleviare il suo senso di indignazione e in parte per soddisfare la sua curiosità; nonostante l’inesperienza amava vestire i panni di una figura che tanto ammirava: quelli della studiosa dei problemi sociali.

Le sembravano problemi irrisolvibili, pensava lì in piedi, tenendo James per mano. Quel giovanotto di cui si facevano beffe l’aveva seguita in salotto; era in piedi, vicino al tavolo, giocherellava impacciato con qualcosa, sentendosi estraneo a tutto, lo capiva senza neanche guardarlo.

Se ne erano andati tutti: i bambini, Minta Doyle e Paul Rayley, Augustus Carmichael, suo marito, se ne erano andati tutti quanti. Così lei si girò con un sospiro e chiese: «Vi spiacerebbe venire con me, signor Tansley?»

Aveva una noiosa incombenza da sbrigare in città; ma prima doveva scrivere un paio di lettere da spedire, le bastavano dieci minuti ed avrebbe indossato il suo cappello. Eccola di nuovo, infatti, dopo dieci minuti, col cesto e il parasole, pronta, equipaggiata per la gita che tuttavia interruppe fermandosi al campo da tennis per chiedere al signor Carmichael, steso crogiolato al sole con gli occhi di gatto socchiusi, che sembravano riflettere i rami in movimento e le nuvole di passaggio senza mai dare l’idea di un pensiero o di un’emozione, se desiderava qualcosa.

Stavano per compiere la grande spedizione, disse lei ridendo.

Stavano andando al villaggio. «Francobolli, carta da lettere, tabacco?» suggerì, fermandosi al suo fianco. Ma no, non gli serviva niente.

Le mani appoggiate sulla grossa pancia, batté le palpebre come per rispondere con gentilezza a quest’offerta (lei era seducente ma un po' nervosa) ma non vi riuscì affondato com’era in una sonnolenza grigio-verde che abbracciava tutto e, senza bisogno di parole, li avvolgeva in una vasta e indulgente letargia amorosa: la casa, il mondo, le persone, poiché a pranzo si era versato nel bicchiere qualche goccina di chissà che: ecco spiegato, a sentire i figli, quelle strisce giallo canarino che aveva sulla barba e sui baffi solitamente bianco latte. No, non voleva niente, mormorò.

Avrebbe potuto essere un grande filosofo, ma aveva fatto un matrimonio sfortunato, disse la signora Ramsay lungo la strada per il villaggio dei pescatori. Tenendo ben dritto il suo parasole nero e muovendosi con l’aria di chi ha aspettative fantastiche, come se si aspettasse di incontrare qualcuno dietro l’angolo, lei ne raccontò tutta la storia: la relazione con una ragazza a Oxford, il matrimonio precoce, la povertà, il viaggio in India, la traduzione di una breve poesia molto bene, credo, l’intenzione di insegnare ai ragazzi il persiano o l’industano, ma a che serviva? – forse a starsene sdraiato sul prato – come avevano visto – a mentire.

Tansley si sentì lusingato; abituato a essere snobbato da tutti, lo consolò il fatto che la signora Ramsay gli raccontasse tutto ciò. Charles Tansley si sentì rinascere. Anche perché, insinuando, come lei aveva fatto, che l’intelletto maschile è grande anche quando è in declino e che le mogli dovevano sacrificarsi agli impegni dei mariti (non che biasimasse la ragazza poiché il matrimonio doveva essere stato abbastanza felice, lei pensava), lei lo risollevò, lo fece sentire più contento di sé stesso tanto che avrebbe desiderato, se per esempio avessero preso un taxi, pagare lui la corsa. Per non parlare poi della sua piccola borsa: non poteva portarla lui?

No, no, rispose lei, quella la portava sempre da sola, e avrebbe continuato così. Sì, l’aveva intuito. Capiva molte cose di lei, ma una in particolare che lo eccitava e lo turbava e non riusciva a capirne il motivo.

Avrebbe voluto che lei lo ammirasse con la sua toga e il suo tocco durante un corteo. Un dottorato, una cattedra – si sentiva capace di tutto – ma lei cosa stava guardando? Un uomo che incollava un cartellone per la strada. Il grande foglio si appiattì da solo e ogni spinta della spazzola collosa rivelava gambe fresche, cerchi, cavalli, rossi e blu brillanti fino a che metà del muro fu ricoperto dalla pubblicità di un circo; un centinaio di cavalieri, venti foche ammaestrate, leoni, tigri…allungando il collo a causa della miopia, lesse ad alta voce: visiteremo questo villaggio. Era molto pericoloso per un uomo con un braccio solo, stare in cima ad una scala come quella – lei esclamò - il suo braccio sinistro era stato tranciato in una mietitrice due anni prima.

«Andiamoci tutti!» gridò come se tutti quei cavalli e quei cavalieri l’avessero colmata di un entusiasmo infantile, facendole dimenticare la sua compassione.

«E andiamoci» disse lui ripetendo le sue parole ma con un accento talmente imbarazzato che la fece trasalire. «Andiamo tutti al circo.» No, non poteva dirlo bene, nel modo giusto. Ma perché no? si chiese. Quindi che cosa c’era che non andava in lui? Eppure, in quel momento, lui le piaceva.

Gli chiese: «Non siete mai andato al circo da bambino? «Mai», rispose come se avesse desiderato quella domanda; come se avesse aspettato tutti quei giorni per dirle che non era mai stato al circo. Era una famiglia numerosa la sua: nove tra fratelli e sorelle e suo padre era un lavoratore.

«Mio padre era un farmacista, signora Ramsay. Aveva un negozio.» Lui si era mantenuto da solo fin dall’età di 13 anni. A volte doveva uscire in inverno senza neanche il cappotto. Quando andava all’università, non aveva mai potuto ricambiare gli inviti (e lo disse in modo così formale). Doveva farsi durare le cose il doppio delle altre persone; fumava il tabacco più economico quello grossolano che fumano anche i vecchi seduti lungo il molo. Lavorava sodo, sette ore al giorno ed ora era occupato a studiare come le cose si influenzano tra loro….stavano continuando a camminare e la signora Ramsay non afferrava il senso di quel che diceva….solo qualche parola qui e là… tesi di laurea…dottorato…cattedra… Lei non riusciva a seguire quel linguaggio così accademico, lo trovava così snervante e artificioso, ma ora capiva perché quella frase andiamo al circo lo aveva buttato giù dal suo trespolo, povero piccolo ometto e perché se ne era uscito fuori con quella storia di suo padre, sua madre, i fratelli, le sorelle e d’ora innanzi avrebbe fatto in modo che nessuno più ridesse di lui; lo avrebbe detto a Prue. Quello che a lui sarebbe piaciuto – ma questa era una sua supposizione – era poter dire di essere andato non al circo, ma ad uno spettacolo di Ibsen con i Ramsay. Era così pedante; eh già, una noia mortale. Nonostante fossero già arrivati al villaggio, sulla strada principale, coi carretti che passavano sull’acciottolato, lui ancora parlava di alleanze, insegnamento, proletariato, solidarietà di classe, conferenze, fin quando lei si accorse che lui aveva ripreso fiducia in se stesso, si era ripreso dallo shock del circo (e ora provò di nuovo simpatia per lui), e stava per dirle – ma all’improvviso le case si diradarono da entrambi i lati della strada e si ritrovarono sul molo con tutta la baia che si apriva al loro sguardo e la signora Ramsay non poté trattenersi da un «Oh, che meraviglia!» perché davanti a lei c’era il grande specchio di acqua blu; e, in mezzo, l’austero, distante, vecchio faro; e a destra, fin dove l’occhio arrivava, si stendevano, digradando, le verdi dune di sabbia ricoperte di erbe selvatiche in morbide e profonde pieghe che sembravano correre via dissolvendosi in un paesaggio lunare e disabitato.

Questo era il belvedere che suo marito amava tanto, disse, fermandosi con gli occhi sempre più grigi.

Si interruppe un attimo. Ma ora, disse, è il momento degli artisti. E infatti, a pochi metri di distanza, ne videro uno, con un Panama in testa e degli stivali gialli, silenzioso e assorto mentre veniva ammirato da dieci ragazzini; aveva un’aria di profonda contentezza sulla facciona rossa mentre guardava fisso avanti, poi, all’improvviso, immerse la punta del suo pennello in un morbido impasto

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