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I secondogeniti: Che la ribellione abbia inizio!

I secondogeniti: Che la ribellione abbia inizio!

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I secondogeniti: Che la ribellione abbia inizio!

Lunghezza:
411 pagine
6 ore
Editore:
Pubblicato:
18 gen 2021
ISBN:
9788834436226
Formato:
Libro

Descrizione

Nel Giorno della Transizione, il secondo figlio di ogni famiglia viene preso dal governo e costretto alla servitù. Il diciottesimo compleanno di Roselle St. Sismode arriva con la consapevolezza di due realtà: la prima è che diventerà un soldato per il braccio militare della Repubblica durante la più sanguinosa ribellione della storia; la seconda è che sua madre, primogenita di una famiglia d’elite, è felice di vederla andare via. Sin dalla sua prima infanzia, l’educazione privilegiata di Roselle le ha fatto guadagnare il risentimento dei suoi coetanei secondogeniti. Ora la sua decisione di risparmiare un nemico sul campo di battaglia la avvia su una strada di aperto conflitto con il potere costituito della Repubbica dei Fati. Ma Roselle trova un alleato – e altro – nel coscritto secondogenito Hawthorne Trugrave. Mentre le conseguenze delle sue azioni si propagano in tutta la Repubblica, Roselle potrà finalmente decidere il suo destino? O il fato avrà la precedenza su tutto ciò per cui combatte, persino sull’amore?
Editore:
Pubblicato:
18 gen 2021
ISBN:
9788834436226
Formato:
Libro

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I nove Fati della Repubblica

Fato di Virtù

Fato di Spade

Fato di Stelle

Fato di Atomi

Fato di Soli

Fato di Diamanti

Fato di Lune

Fato di Mari

Fato di Pietre

Prologo

È insieme un’agonia e un sollievo guardare la mia vita che finisce.

Non sto morendo, per quanto mi dolga il cuore come se fosse proprio così. Il sangue mi scandisce un ritmo come di tamburi nelle vene e le tempie mi pulsano mentre mia madre sale sul podio. I riflettori che risplendono su di noi consumano la penombra dei momenti che precedono l’alba. Indugiando come un esperto direttore davanti alla sua orchestra, mia madre attende che gli applausi si spengano: è un politico di grande talento, e si mostra serena davanti alla folla assiepata nel cortile mentre fissa le telecamere che ha davanti, ben consapevole dell’effetto che il suo stoicismo avrà sui cittadini radunati sotto la grande balconata del Palazzo della Spada. Il loro cuore si spezza per lei, per il suo sacrificio di madre. Quelli sono i suoi sostenitori, scelti con cura perché fossero lì a essere testimoni della storia.

La fresca aria del mattino gioca con una sottile ciocca di setosi capelli castani sfuggita dall’elegante nodo alla base del suo collo, bandiere di un colore blu marina si contorcono nel vento e immagini di spade dorate si agitano alle sue spalle sotto il soffio della brezza. Lei trattiene un sorriso.

«Cittadini delle Spade e di tutti i Fati» esordisce, con la voce melodica che si amplifica sui terreni antistanti la tenuta, con un suono che precipita dalla balconata come una roccia a schiacciare la folla sottostante, riducendola al silenzio. «Oggi il nostro stesso modo di vivere è minacciato, non da qualcosa al di fuori dei Fati della Repubblica, ma dall’interno. Il destino della nostra nazione un tempo grande giace ora sul palmo delle nostre mani, ma mai più di oggi… il Giorno della Transizione».

Non riesco a reprimere un brivido. Il Giorno della Transizione. Sono parole che ho sentito spesso nel corso dei miei diciotto anni di vita, è la sostanza di cui sono fatti gli incubi, ciò che la gente dice quando ti vuole spaventare: un giorno, presto, diventerai un’estranea per le persone che ami. Una fotografia in cornice. Ho sempre saputo che questo giorno sarebbe arrivato e credevo di essere pronta ad affrontarlo, ma non lo sono.

Piccole gocce di sudore mi si formano alla base della nuca, serro le mani dietro la schiena perché nessuno le veda tremare, mentre i miei lunghi capelli castani si agitano al vento.

«In nessun altro momento della storia l’arruolamento è stato di più vitale importanza» continua mia madre. «Siamo invischiati in una lotta fino alla morte… una sanguinosa guerra civile scatenata dall’anarchia di traditori del Fato che vorrebbero violare il nostro stesso diritto di esistere. Noi, i primogeniti, dobbiamo governare. È il nostro diritto di nascita sacrificare il nostro stesso sangue per la protezione dei Fati, ed è un onore per i secondogeniti servire come campioni di questa orgogliosa tradizione… dare la vita al loro Fato e al dovere».

Protende le braccia nella mia direzione e fra la folla tutti gli sguardi si spostano su di me mentre enormi monitor virtuali proiettano la mia immagine. Sullo schermo appaio di dimensioni esagerate. Devo lottare per mantenere un’espressione serena, perché le telecamere vedono tutto e in seguito la mia prestazione sarà criticata. La fedeltà ai Fati viene prima di tutto.

Minuscole spade olografiche marrone sporgono dal bavero della mia uniforme nuova color polvere. Una Tropo. Cerco di non sussultare. Quell’emblema denota il più basso grado militare dei secondogeniti, è il marchio della fanteria, dei sacrificabili. Mi si contrae la gola e deglutisco a fatica nel tentativo di sbloccarla. L’alta figura di Dune al mio fianco mi è di conforto: il fatto che il mio mentore, il Capitano della Guardia, abbia insistito per essere presente all’annuncio significa per me più di quanto possa dire. Gli importa di quello che mi succederà, forse più di quanto importi alla mia stessa famiglia.

Le spade olografiche sul bavero della sua divisa tremolano nel campo della mia visione periferica. Avevo sempre sperato che quando fosse giunto per me il Giorno della Transizione avrei portato spade d’argento come quelle di Dune, anche se non sono una primogenita, e che avrei protetto uno dei Luminosi… il capo di uno dei nove Fati della Repubblica… difendendolo dalle minacce alla sua vita. Si sarebbe trattato di un leader come mia madre, Othala St. Sismode, Luminosa del Fato di Spade. In qualità di comandante dell’esercito, lei è uno dei Luminosi più potenti, seconda soltanto al Leader Supremo, il Luminoso del Fato di Virtù. Se mi avesse concesso il grado di Iono e avesse fatto di me un ufficiale della sua guardia personale, avrei potuto dimostrarle quello che valevo, e sarei potuta rimanere con la mia famiglia e con Dune. Avrei potuto proteggerli.

Ma lei non lo ha fatto.

Adesso so che quella era solo una mia fantasia: non sarò mai una di loro, sarò sempre e soltanto una secondogenita, un’ombra che svanirà presto dalla loro vita.

Le labbra di mia madre sono di un rosa delicato nell’aria gelida. Abbassa il tono di voce. «Non sono immune alla vostra sofferenza» riprende. «Non ho posto le mie esigenze di madre al di sopra di quelle dei cittadini di questa nazione sotto attacco. No. Accetto il sacrificio che noi tutti facciamo come una cosa giusta e necessaria per la nostra sopravvivenza e oggi dono alla nostra causa la mia unica figlia Roselle. Il mio cuore. La mia vita. La mia secondogenita».

Le lacrime scorrono sul volto degli spettatori. Credono di conoscermi bene perché sono cresciuta davanti ai loro occhi… davanti alle telecamere. Mi hanno vista muovere i miei primi passi esitanti, sentita pronunciare le prime parole, mi hanno vista perdere il mio primo scontro, vincere il successivo e sottopormi a un rigoroso addestramento con Dune per poter un giorno difendere i Fati della Repubblica da tutte le minacce alla loro sovranità.

Gli occhi di mia madre rimangono asciutti. «Roselle può anche essere giovane» continua, «ma siete stati tutti testimoni della sua evoluzione fino a diventare un soldato. È pronta a fare il suo dovere, a raggiungere le schiere delle Spade che combattono per scacciare i ribelli delle Porte dell’Alba dalla nostra terra, dal nostro mondo e dalla nostra mente, per sempre». Il ruggito degli applausi è assordante. Mia madre si morde l’interno della guancia. «Questo è un triste giorno per me e per la mia famiglia, ma sopravviveremo alla Transizione e prospereremo nella consapevolezza che un’altra St. Sismode ci sta proteggendo».

Si gira verso di me e si unisce all’applauso della folla. Io non mi muovo, non reagisco in nessuna maniera, sono come le bandiere che sventolano alle mie spalle, sospinta da forze su cui non ho nessun controllo.

Mia madre si protende verso i microfoni. «Desidero avere qualche ultimo momento sola con mia figlia. Potrete seguire il viaggio di Roselle verso la Transizione quando oggi lascerà la tenuta. Grazie per il vostro supporto. Lunga vita ai Fati!».

«Lunga vita ai Fati!». Quella frase viene cantilenata con crescente fervore mentre la mia indomita madre scende dal podio, squadra le spalle esili e mi passa accanto senza neppure guardarmi.

Capitolo primo

La Corona di Spade

Seguo mia madre, il suo assistente personale e quattro specialisti in pubbliche relazioni nella loro ritirata oltre le porte di vetro smussato del Palazzo St. Sismode. Clara, la più recente assistente alle PR, porge a Othala un bicchiere d’acqua, aspetta che lei ne beva un sorso e glielo prende con una certa goffaggine, versandosi addosso un po’ del contenuto. Il suo marcatore luminoso, quel simbolo olografico che si proietta verso l’alto dal dorso della mano, brilla come un cristallo mentre lei tampona le gocce d’acqua con un fazzoletto di pizzo.

È una Diamante, penso. Non durerà a lungo qui, in mezzo all’aristocrazia di Spada. Provo un moto di compassione. Non è che Clara abbia mai avuto scelta: è una secondogenita, è stata messa in questo covo di leoni, e se dovesse fallire andrà incontro a una lunga caduta, perché le femmine che non se la cavano bene nella loro posizione transizionale di secondogenite finiscono di solito nel settore dell’intrattenimento. Rabbrividisco all’idea che diventerà probabilmente il giocattolo di qualche ufficiale primogenito. Clara barcolla sui suoi eleganti tacchi alti e cerca di adeguarsi al passo spedito di mia madre.

Nell’entrare nella dimora il mio sguardo è attratto dal frontone di pietra sopra le porte e mi chiedo se Clara noti mai gli antichi guerrieri scolpiti sopra il fregio o il fatto che il nostro nome, St. Sismode, è inciso al di sopra delle spade dei soldati. Si rende conto che un St. Sismode è stato il Luminoso del Fato di Spade fin da quanto chiunque riesce a ricordare?

«Adesso che ci provino a criticarmi per l’arruolamento!» dice mia madre, mentre cammina avanti e indietro su un tappeto blu notte abbellito da una lama a fusione dorata chiamata spada St. Sismode dal nome del nostro antenato che l’ha progettata. Fermandosi sulla punta della lama di lana del tappeto, si stringe le braccia intorno al corpo esultando per la vittoria. «Nessun Luminoso del Fato ha mai dato più di me!». Si gira verso Emmittt Stone, il suo assistente personale, che risplende di orgoglio.

«Il tuo Fato ti ama!» dichiara con enfasi, aggiungendo un esuberante applauso. «Tutti i nove Fati ti amano!».

«È così, vero?». Othala si spinge indietro i capelli, perdendosi nella soddisfazione di quel momento. Se fosse un gatto farebbe le fusa.

Dune emette un ringhio sordo. «Non sei costretta a farlo» afferma in tono amaro. «Roselle è ancora troppo giovane. Non è pronta per la guerra».

Othala torna seria e socchiude gli occhi nello scrutare il suo staff riunito. «Lasciateci soli». Clara ed Emmitt quasi sbattono uno contro l’altra nella fretta di raggiungere la porta. Mi volto per seguirli.

«Rimani, Roselle» ordina Dune.

Esito, guardando verso mia madre in cerca di conferma. Lei resta in silenzio finché gli altri non se ne sono andati, chiudendosi alle spalle le porte di bronzo, poi si gira di scatto verso Dune. «È già fatto» dichiara, sogghignando.

«Ma lo puoi disfare» insiste Dune. «Puoi salvare Roselle». È rigido per l’ira a stento repressa, a parte una mano che sussulta vicino alla spada nel fodero che porta alla cintura. Sgrano gli occhi perché conosco bene quella postura aggressiva, è quella che usa prima di attaccare.

«La sottovaluti» replica mia madre. «È forte e capace di sopravvivere a qualsiasi cosa le venga scagliato contro. Ha il mio sangue».

«Verserai il suo, di sangue!». Dune socchiude gli occhi color sabbia e avanza verso mia madre di un passo minaccioso. La mia reazione è automatica e mi interpongo fra la Luminosa e il mio mentore, come sono stata addestrata a fare, posando a mia volta la mano sull’impugnatura della spada. Affronto Dune con un inconfondibile atteggiamento di ammonizione. «Lo vedi?» accenna Dune con la mano verso di me. «Vuole soltanto proteggerti, Othala, non devi temere nulla da lei. Non farebbe mai del male a te o a Gabriel perché vi ama entrambi».

«E a te importa di lei» sibila mia madre, aggirando il divano di seta dorata per metterlo fra se stessa e noi. Dune serra i denti di fronte a quell’accusa che non comprendo appieno.

«Certo che mi importa di lei. Roselle è stata mia allieva fin da quando ha cominciato a gattonare!». Dune si passa la mano sullo strato di barba corta e scura. «L’ho sempre trattata con il massimo rispetto».

«Sì, voi due siete molto intimi. Lei guarda a te come a un padre».

«Tu e io sappiamo entrambi quanto poco suo padre si sia interessato di lei».

Othala agita una mano come per escludere mio padre dalla conversazione, o forse dalla sua vita. «Kennet non è tipo da creare legami affettivi. Tu però la tratti come se fosse tua figlia. Le hai insegnato tutto quello che sai su come essere un capo, una combattente, qualcuno che magari potrebbe un giorno essere il comandante di questo Fato?».

«Ho cercato di prepararla a qualsiasi eventualità».

Mia madre serra lo schienale del divano, affondando le unghie nel tessuto. «Avresti solo bisogno di liberarti di qualsiasi cosa che le sbarri la strada, giusto?».

Dune si massaggia gli occhi, e per un momento appare più vecchio dei suoi trentotto anni. «Quindi questa è una vendetta contro di me? Othala, la mia decisione di porre fine alla mia relazione personale con te non ha nulla a che vedere con Roselle».

«Invece ha tutto a che vedere con lei, Dune. Tu sei il suo mentore, e sappiamo entrambi che se dovesse succedere qualcosa a Gabriel e a me lei diventerebbe La Spada!». Un ringhio distorce le labbra di mia madre.

La mia mano, ancora posata sull’impugnatura d’argento della lama riposta nel fodero, si fa umida. Dune incontra il mio sguardo, e il suo si ammorbidisce. «Tua figlia non ha idea di cosa stai dicendo, Othala. È una studentessa del codice di cavalleria, e il suo solo pensiero è come conquistare il tuo amore, non rubare il tuo potere».

Mia madre leva al cielo gli occhi azzurri. «Anche se quel pensiero non le è mai passato per la mente è comunque troppo pericolosa, Dune. Io devo proteggere Gabriel. Sarà lui che un giorno governerà sul Fato di Spade, non lei. È il suo diritto di nascita».

Sussulto e mi giro a fronteggiare mia madre. «Non farei mai del male a mio fratello. Desidero soltanto servirlo… proteggerlo».

Mia madre comprime le labbra abitualmente così duttili. «Lo dici adesso, Roselle, ma cosa succederà negli anni che seguiranno il tuo Giorno della Transizione? Gabriel si sposerà, avrà dei figli. Tu giungerai a realizzare che non avrai mai una famiglia, non terrai mai fra le braccia un bambino da poter definire tuo. Gabriel erediterà tutte le ricchezze e le proprietà. Cosa farai quando ti renderai conto che la sola opzione che ti rimane per il resto della vita è servire il governo? Sei una secondogenita, i Fati possiedono la tua vita. È meglio che ci lasci adesso, perché questo brusco cambiamento sarà meglio di una lenta e dolorosa marcia incontro al tuo destino».

«Sarà più facile per te, vuoi dire». Sgrano gli occhi di fronte alla mia stessa audacia.

Per una volta, lei non sembra notare la mia infrazione del protocollo. «Sarà più facile per tutti noi, una volta che te ne sarai andata».

Dune la fissa con occhi roventi. «Potresti fare di lei un soldato Iono, parte di questa Guardia, o di quella di un altro Luminoso. Potrebbe…»

«Anche se dovessi ammettere che non costituisce una minaccia per Gabriel, cosa che non faccio» lo interrompe Othala, «e supponendo che le conferissi il grado di Iono e la assegnassi al servizio di un altro Luminoso, tutti i secondogeniti di qualche importanza mi accuserebbero di nepotismo!». Lascia andare il divano e riprende a camminare avanti e indietro.

«Ti aspetti che io creda che è per questo che hai fatto di lei una Tropo?» chiede Dune. «Equivale al gettarla in pasto ai lupi, Othala, e tu lo sai! E per cosa? In modo da non dover ascoltare qualche lamentela? Queste cose non ti hanno mai turbata prima. I secondogeniti possono anche borbottare e accusarti di ingiustizia, ma tu li schiacci con forza ogni volta che lo fanno».

Lei si ferma. «Insegno loro a stare al proprio posto!».

«E ti domandi perché abbiamo una ribellione di secondogeniti? Non dai mai ascolto alle loro sofferenze».

«Le loro sofferenze?» farfuglia mia madre. «Ti schiereresti con le Porte dell’Alba contro i Fati? Questo è tradimento!»

«Tu più di chiunque altro sai che la mia fedeltà va al Fato di Spade e a tutti i Fati della Repubblica. Combatto per loro da quando sono nato».

«Da quando sei nato primogenito» lo corregge lei. «Non dimenticare mai di essere uno di noi, Dune».

«Othala, cerca di ragionare! Una volta che sarà stata inquadrata lei sarà una schiava e potrebbero metterla in prima linea».

«Ha diciotto anni… ed è una St. Sismode! I nostri comandanti avranno abbastanza buon senso da non fare una cosa del genere».

«Quindi non hai neppure specificato dove verrà assegnata? Lascerai che siano i comandanti secondogeniti – o l’algoritmo che utilizzano, quale che sia – a decidere della vita di tu figlia?».

«Devo confidare che i Fati funzionino, Dune, altrimenti le Porte dell’Alba hanno ragione. Mio padre credeva nel sistema e ha permesso che il suo secondogenito avesse una Transizione organica. Si aspetterebbe che facessi lo stesso, se fosse vivo».

«Bazzle è morto entro un mese dalla sua Transizione».

«Ha servito i Fati con onore» controbatte lei, senza vigore. Raggiunge la scrivania e ci affronta da dietro quell’ampia distesa di vetro e di touchscreen.

«Tuo fratello ha pagato per la posizione di tuo padre come La Spada, Othala. È stato assassinato come vendetta per quella che alcuni secondogeniti vedono come un’ingiustizia in un sistema che li rende schiavi».

Dune mi afferra per il braccio sinistro e mi porta fino alla scrivania di mia madre, protendendo il dorso della mia mano davanti a lei. Il chip dalla forma di una spada di fuoco, impiantato sotto la pelle fra il pollice e l’indice, risplende di un chiarore dorato. Il mio marcatore è ciò che sono, contiene immagazzinate tutte le mie informazioni, dal mio nome alla mia età, indirizzo, profilo del DNA… scannerizzandolo è possibile accedere a quasi tutto ciò che mi rende me stessa. Racchiude i codici che mi permettono di viaggiare per tutto il Fato di Spade e negli altri otto Fati.

«Una volta che la inquadreranno e scopriranno che sei sua madre» continua Dune, «Roselle verrà fatta soffrire per le tue decisioni come La Spada. È questo che vuoi?». Lo sguardo di Othala si sposta di scatto verso il mio marcatore e io mi affretto a ritrarre la mano da quella di Dune, per nasconderla dietro la schiena. Il mio marcatore è sempre stato una fonte di irritazione per mia madre perché non è come quello di tutti gli altri. Sulla mano sinistra ho una piccola voglia a forma di luna crescente, e quando risplende attraverso la mia pelle l’immagine olografica dell’impianto ne risulta parzialmente oscurata, per cui l’ologramma appare come se una corona scura cingesse la sommità della spada. Gabriel era solito stuzzicarmi al riguardo, chiamandomi la Corona di Spade.

«Non avranno bisogno del marcatore per sapere chi è. La sua faccia è ovunque. L’hanno guardata crescere».

Dune sgrana gli occhi per il senso di shock. «Sul serio non ti importa, vero?».

«Lasciaci soli, Roselle» ordina Othala. «Aspetta nel Grande Atrio che Dune ti raggiunga». Batto in ritirata attraverso una porta di bronzo, lasciandola aperta di una fessura. «Le ho dato tutti gli strumenti di cui ha bisogno per sopravvivere» afferma mia madre. «Per diciotto anni le ho dato te e i migliori strateghi l’hanno addestrata. Ha maggiori possibilità di cavarsela di qualsiasi secondogenito che abbia il doppio dei suoi anni. Sapevamo entrambi che questo giorno sarebbe giunto, ma al contrario di te, io sono stata abbastanza furba da non attaccarmi a lei. Qualsiasi cosa tu provi in questo momento, Dune, la colpa è solo tua».

Un piede tamburella alle mie spalle e nel voltarmi vedo Emmitt. Con un sospiro chiudo la porta e cerco di non mostrare nessuna emozione. Ci odiamo a vicenda, ma inimicarselo è pericoloso. Emmitt organizza tutti gli appuntamenti di mia madre, e per tutta la mia infanzia se volevo vederla mi dovevo rivolgere a lui, che di rado mi concedeva un’udienza. Voglio credere che fosse lui, e non mia madre, a tenermi lontana da lei, ma nel profondo so che non è vero. Emmitt però è vendicativo. Una volta tutte le scarpe che ha ordinato per me erano di un paio di taglie troppo piccole dopo che mi ero lamentata per aver dovuto sfoggiare fra i capelli un nastro rosa nel Giorno di Tutti i Fati.

Emmitt mi squadra, prendendo nota della nuova uniforme che non mi dona affatto, poi si stringe l’arco del naso con le lunghe dita. «Nella nostra prossima riunione con la Luminosa, ricordami di fare menzione dello stato orribile delle uniformi dei Tropo» dice a Clara, che è ferma accanto a lui.

«Che differenza fa?» chiede Clara, adocchiandomi distrattamente nell’avvolgere una ciocca di capelli color lavanda intorno a un’unghia appuntita. La calma di Emmitt è una maschera. Non gli piace che qualcuno – chiunque – gli faccia domande.

«Questo colore non ha un buon effetto davanti alle telecamere». Agita le braccia dinoccolate nella mia direzione. «Le dà un’aria tormentata e fa apparire troppo pallida la sua pelle. E il modo in cui le calza!» Resto immobile mentre mi assesta il colletto già diritto. «Nasconde il suo collo delicato».

«Sta andando in guerra, non a prendere un tè».

«È più importante che mai mostrare ai cittadini secondogeniti questo esempio di sacrificio. Roselle incarna il servizio che dobbiamo ai Fati».

«Vuoi dire che è propaganda».

«È essenziale per la nostra grande nazione e la supremazia dei primogeniti» sbuffa Emmitt. «Il Luminoso di Virtù stesso è inflessibile sul fatto che oggi lei dovrà rilasciare un’ultima dichiarazione per mostrare il suo appoggio alla causa».

Clara tira su con il naso e si accosta lo stilo alle labbra dipinte di blu. «Il suo appoggio? Ha diciotto anni. È stata educata a fare qualsiasi cosa tu le dica di fare».

«E lo fa bene» gongola Emmitt. Discutono di me come se non fossi neppure presente. Smette di armeggiare con il mio colletto per contemplare l’effetto ottenuto, inclinando la testa da un lato nell’inarcare con delicatezza un sopracciglio rossiccio.

«Potrò vedere mio fratello prima di partire?».

«Certo che lo vedrai. Devi soltanto imparare a memoria questa dichiarazione ufficiale e poi avrai qualche momento con Gabriel». Mi porge un piccolo tablet che porta sul dorso lo stemma dei St. Sismode. «Quanto ci metterai?».

«È per me un onore servire il Luminoso Bowie e difendere i principi fondamentali dei Fati della Repubblica» leggo. «Oggi adempio al mio diritto di nascita come difensore delle stirpi dei primogeniti». Faccio scorrere verso il basso in testo in cerca di altro, ma non c’è più niente. «Tutto qui?» chiedo, e mi fermo prima di aggiungere che appartengo alla stessa stirpe del primogenito della mia famiglia.

Emmitt arriccia il lungo naso. «L’hai memorizzato oppure ti serve più tempo?».

«Ma qui non si dice nulla del Fato di Spade… del nostro Fato della Repubblica… o di mia madre…»

Emmitt mi strappa il tablet di mano, legge il testo ad alta voce in un borbottio offensivo, poi mi fissa. «Dice esattamente quello che il Luminoso Bowie vuole che dica. La cosa ti crea qualche problema?».

«No». Abbasso il mento.

Emmitt mi ficca di nuovo il tablet in mano. «Hai meno di un’ora per studiarlo prima di essere portata al punto di Transizione. Seguimi».

Si volta con un’affettata rotazione dei fianchi. Attraversiamo l’ala occidentale e, quando li oltrepassiamo nei corridoi, i servitori secondogeniti si fanno da parte e chinano il capo. Emmitt li ignora. Come loro, anche lui proviene dal Fato di Pietre, non è una Spada ma finge di esserlo, come se avesse dimenticato di essere anche lui un secondogenito.

Entriamo nella cavernosa area di ricevimento del Grande Atrio, all’ingresso del Palazzo. Le finestre offrono una bella visuale della Fontana del Guerriero, all’esterno, e mi soffermo a studiare la calca di fotografi e di spettatori che si sono raccolti per guardare mentre un hovercar mi trasporta al centro di inquadramento dei secondogeniti, alla Base della Foresta di Pietra.

Fuori, la gente è allineata lungo i cancelli e la recinzione di ferro battuto, in attesa di riuscire a intravedermi. Ci sono bambini appollaiati sulle spalle dei genitori che stringono in mano piccole bandierine azzurre con una spada dorata. Altri hanno rose rosse Roselle, una moda cominciata quando mio padre ha mandato dei fiori a mia madre in occasione della mia nascita. L’idea era stata di uno degli specialisti di PR di mia madre, con l’intenzione di dare l’impressione che quello dei miei genitori fosse un rapporto d’amore.

Poso il tablet su un tavolo e premo il volto contro il vetro a specchio, osservando i cittadini che sono venuti a dirmi addio. Una certa agitazione alle mie spalle mi induce a raddrizzarmi. Gabriel alza la voce con un tono irritato mentre entra nell’atrio e scende un lato del Grande Scalone. Sta discutendo con i suoi consiglieri. «È la mia sorellina! Voglio vederla prima che se ne vada, e non c’è una sola dannata cosa che possiate fare al riguardo». Il suo riflesso nel vetro è nitido. Si scuote di dosso la mano del suo mentore, Susteven. «La prossima persona che mi tocca ci rimetterà la mano» avverte.

I suoi stivali neri tamburellano sul pavimento di marmo mentre lo attraversa, passando direttamente sullo stemma intarsiato dei St. Sismode, anche se a entrambi è stato insegnato di aggirarlo per mostrare rispetto. La sua immagine nel vetro si fa più grande… scura e pensierosa. Mi si ferma accanto, rivolto verso la finestra. È più alto di me di almeno trenta centimetri. I nostri occhi azzurri si incontrano nel riflesso e il mignolo di Gabriel sfiora il mio mentre lui sussurra. «Sarebbe dovuto toccare a me».

Capitolo secondo

Niente mosse improvvise

Gabriel è cambiato così tanto dall’ultima volta che abbiamo parlato. Un tempo si intrufolava di soppiatto durante le mie sessioni di addestramento per guardarmi combattere e mi chiedeva di insegnargli a farlo... un ragazzo che amava la guerra ma che non aveva nessuno che lo istruisse in quell’arte. Nessuno osava alzare una mano su di lui. Adesso è un uomo – un uomo che fa tutto ciò che è in suo potere per dimenticare di essere un primogenito.

Mi duole il cuore nel guardare la sua immagine riflessa. Ha una faccia gonfia che parla di stravizi notturni, segno che si sta probabilmente riprendendo da qualche svago indotto dalla droga. Lui e i suoi amici primogeniti sono tristemente famosi per le loro feste, poco più che una scusa per drogarsi e distruggere i loro sfarzosi appartamenti, lasciando ai secondogeniti delle loro tenute il compito di riparare ai danni. Sento i suoi servitori secondogeniti che ne parlano sottovoce quando credono che non stia ascoltando.

Dicono che in un giorno normale lui non lascia il suo appartamento prima di mezzogiorno. Sono un po’ sorpresa che abbia fatto quest’eccezione per me, cosa che non deve essere stata facile, come attesta il suo aspetto. È troppo magro, le sue spalle mancano della massa muscolare che gli uomini della guardia accumulano attraverso il costante addestramento fisico. Gabriel compensa alla cosa indossando un mantello più spesso. La lana blu notte è fissata sulle spalle con fermagli d’oro che hanno la forma di una spada e gli scende lungo la schiena in tutta la sua notevole statura. Lo porta drappeggiato su un bicipite, lasciando l’altro scoperto Al fianco, nel fodero, ha una spada che è un modello unico, un dono del nostro nonno materno all’erede della Spada.

Mi appoggio contro la sua spalla. «Non dovrebbe trattarsi di te, Gabriel. Tu non sei destinato alla Transizione. Il Fato di Spade ha bisogno di te qui, sei tu che porti il fardello del domani di tutti».

La vergogna si tramuta in rabbia. «Non c’è nessun fardello! Ottengo tutto quello che voglio, Roselle, non devo lavorare per procurarmi niente. Sono inutile».

«Sei il prossimo Luminoso di Spade».

«Non so nemmeno come usare la spada che porto al fianco». Il mento gli sporge in fuori, la pelle è tesa sugli zigomi. Mi chiedo quando abbia mangiato per l’ultima volta.

«Ti ho insegnato a combattere».

Sbuffa. «Quando avevi undici anni. Non ho più toccato la spada da allora». Porta le dita all’arco delle sopracciglia, dove non gli crescono più i peli e una piccola cicatrice bianca gli corre dalla fronte sulla palpebra e fin quasi oltre le ciglia inferiori dell’occhio sinistro. Ricordo il terrore del momento in cui gli ho tagliato la pelle. È stato una cosa involontaria, una momentanea perdita di concentrazione, ma mi è costato quasi ogni contatto con il fratello che adoro.

Con mio immenso sollievo lui non ha perso l’occhio, che è ancora più azzurro che mai. La ferita era superficiale, appena un graffio causato dalla punta della mia spada a fusione, e non c’era sangue perché l’intenso calore della luce dorata emanata dalla mia spada aveva cauterizzato la carne nell’attraversarla.

Gabriel vede che sto fissando la cicatrice e il volto gli si annuvola per la vergogna. «Non è stata colpa tua. Ti ho implorata io di insegnarmi a combattere».

«Hai minacciato di farmi mandare alla Transizione se non lo avessi fatto. Ascoltami, Gabriel, hai l’aria di un duro. Esercitati ad accigliarti e intimidirai il Consiglio Ereditario quanto basta perché si schieri dalla tua parte in tutte le questioni che per te sono importanti».

Emette un piccolo sospiro e mi rivolge un riluttante sorriso. «Lo faccio già. Sono tutti terrorizzati dal mio sguardo feroce».

Temono il tuo carattere irascibile. Penso ai frammenti di pettegolezzo che circolano fra le guardie di Spade e i camerieri del Fato di Pietra. «È per questo che non hai fatto rimuovere quella cicatrice?» chiedo. La rigenerazione della pelle è una pratica comune che richiede poche ore ed è quasi indolore.

«Nostra madre ha pensato che dovessi tenerla».

La cicatrice, a ricordargli di non avvicinarsi troppo a me. Ricaccio indietro le lacrime e mi costringo a sorridere. «Ah. Il tuo sogghigno diventerà leggendario».

«Mi dispiace di non essere più venuto a trovarti, dopo...».

Un profondo dolore mi trapassa il cuore, un marchio nero sulla mia anima che rispecchia la cicatrice di Gabriel. «Lo so che ti hanno proibito di vedermi».

«Non è una giustificazione».

Una parte di me è contenta che non sia tornato subito. Dune era stato costretto a punirmi – venti colpi con una verga pesante – e non avevo potuto camminare per settimane. I giorni però si erano trasformati in anni senza che ricevessi una sola parola da lui. Avevo cercato di vederlo innumerevoli volte, ma le mie richieste erano sempre state respinte, tanto che mi ero ridotta a spiarlo da finestre e balconate, a guardare su schermo filmati in cui presenziava a qualche inaugurazione e cose del genere. «Adesso sei qui».

Un senso di colpa tenuto sotto controllo gli arde nello sguardo. «Non sarei dovuto andare via. Parlerò con nostra madre. La farò ragionare...».

«Mi sei mancato, Gabriel».

Lui annaspa per prendermi la mano. La sua pelle è liscia, il palmo è privo dei calli che derivano dall’addestrarsi

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