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Il gioco interiore nel lavoro: Focus, Apprendimento, Soddisfazione e Mobilità sul posto di lavoro
Il gioco interiore nel lavoro: Focus, Apprendimento, Soddisfazione e Mobilità sul posto di lavoro
Il gioco interiore nel lavoro: Focus, Apprendimento, Soddisfazione e Mobilità sul posto di lavoro
E-book352 pagine4 ore

Il gioco interiore nel lavoro: Focus, Apprendimento, Soddisfazione e Mobilità sul posto di lavoro

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Info su questo ebook

 “IL GIOCO INTERIORE NEL LAVORO” un capolavoro di W. Timothy Gallwey il padre del Coaching nel mondo.
Il Gioco Interiore nel Lavoro sfida a riesaminare le motivazioni fondamentali che spingono ad andare a lavorare al mattino e la definizione di lavoro una volta che sei lì. Sarai in grado di guardare il lavoro in un modo completamente nuovo e:
  • Trasformare una prestazione ripetitiva in una prestazione gratificante,
  • Lavorare in modalità "mobilità" piuttosto che in modalità "conformismo",
  • Superare la paura del fallimento, la resistenza al cambiamento, la noia e la stagnazione,
  • Riesaminare la definizione di lavoro, la  motivazione al lavoro e cambiare per sempre il modo in cui lavori.
La particolarità del lavoro di Timothy, in questo libro, è che non definisce solo la natura delle interferenze e degli ostacoli che quotidianamente una persona incontra a lavoro, offre anche delle modalità perfettamente concrete per aumentare l’apprendimento e la performance che riducono al minimo le istruzioni e la direzione. Questa è la sua genialità. Timothy ha capito come apprendiamo e ha trascorso la sua vita creando modalità attraverso le quali possiamo raggiungere risultati più elevati senza dare istruzioni e comandi a noi stessi. Il Gioco Interiore nel Lavoro ha cambiato il modo con cui molte persone si relazionano con il proprio lavoro e, forse ancora più importante, offre alle istituzioni un modo per creare apprendimento, e contemporaneamente, migliorare le prestazioni e promuovere un luogo di lavoro più soddisfacente.
LinguaItaliano
Data di uscita15 gen 2021
ISBN9788832044065
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    Il gioco interiore nel lavoro - W. Timothy Gallwey

    CAPITOLO 1

    UN MODO MIGLIORE PER CAMBIARE

    L’essenza di tutto ciò che ho imparato attraverso la mia esplorazione del Gioco Interiore può essere riassunta in una frase: ho trovato un modo migliore per cambiare. Nonostante l’abbia scoperto mentre insegnavo a dei giocatori di tennis come cambiare i propri dritti, rovesci e servizi, gli stessi principi e metodi che funzionano per sviluppare le abilità sul campo da tennis si possono applicare per ottenere miglioramenti in qualsiasi tipo di attività. Questo libro parla di come effettuare cambiamenti nel modo in cui lavoriamo. Si tratta di come far funzionare il lavoro per noi.

    Ci viene continuamente detto che viviamo in un’epoca di cambiamento, e sul lavoro ci viene detto più spesso che da qualsiasi altra parte. Il cambiamento può consistere in una riorganizzazione aziendale su larga scala, della quale tu sei una piccola parte, o in un cambiamento di medie dimensioni nel modo di fare le cose in un certo settore, o forse si tratta di un cambiamento individuale, richiesto dal tuo capo dopo l’ultima valutazione delle tue performance. Anche quando la spinta al cambiamento non viene dall’esterno, la maggior parte di noi vuole apportare dei cambiamenti nel modo di lavorare e nei risultati che sta ottenendo. Entrando in una libreria scopri che la categoria più vasta è quella dell’auto-miglioramento, libri che ti dicono come cambiare te stesso. Parliamo di tutto ciò che serve per cambiare, ma quanto siamo in grado di effettuare un cambiamento?

    La mia prima occupazione fu quella dell’insegnante, una professione ancora oggi nota per essere lenta nell’accogliere un vero cambiamento. Ironicamente, si suppone che l’istruzione riguardi l’apprendimento e dovrebbe fornire indicazioni e competenze sul cambiamento, così come dare il buon esempio. Tuttavia, è stato solo dopo aver lasciato il mondo accademico che ho iniziato a scoprire un approccio profondamente diverso all’apprendimento e al cambiamento.

    LE ORIGINI DEL GIOCO INTERIORE

    Le mie intuizioni sul Gioco Interiore iniziarono giocando e insegnando in ambito sportivo nei primi anni ’70. Con il senno di poi, mi rendo conto che lo sport è stato un buon laboratorio per esplorare l’apprendimento e il cambiamento. Lo è stato perché la performance nello sport è direttamente osservabile e gli obiettivi sono così chiari che la differenza nelle prestazioni è più visibile. I miei primi laboratori furono il tennis, lo sci e il golf, sport nei quali si nota il grande divario tra la performance migliore e quella peggiore. Tale differenza non può essere solo attribuita alla mancanza di talento, ma ci indica anche il modo in cui stiamo imparando o apportando dei cambiamenti alla performance stessa. Riflettendo sulla mia prima esperienza di coaching nell’ambito della performance sportiva, emergono due osservazioni. La prima è che quasi tutti coloro che venivano da me per una lezione si sforzavano molto nel cercare di correggere degli aspetti del loro gioco che a loro non piacevano. Si aspettavano che fossi io a fornire il rimedio al loro problema. La seconda è la relativa assenza di sforzo con cui avveniva il miglioramento nel momento in cui smettevano di sforzarsi tanto e si fidavano della loro capacità di apprendere dall’esperienza. Esisteva un forte contrasto tra quel modo forzato di apprendere e l’apprendimento naturale visibile fin dalle prime fasi di sviluppo di qualsiasi bambino.

    L’osservazione della normale interazione tra un allievo e il suo maestro di tennis offre una panoramica sul modo in cui tutti abbiamo imparato a effettuare cambiamenti. Normalmente il giocatore si avvicina al maestro lamentandosi di uno dei suoi colpi o dei suoi risultati. Il mio servizio non è abbastanza potente, potrebbe dire, oppure: Ho bisogno di cambiare qualcosa nel mio rovescio. Il maestro osserva l’allievo mentre gli mostra il suo colpo, poi lo confronta con il modello di colpo corretto che ha nella sua testa. Questo modello si basa su quello che al maestro è stato insegnato essere il modo giusto. Guardando attraverso le lenti di questo schema, il maestro vede tutte le differenze tra quello che è e quello che dovrebbe essere, e inizia il duro lavoro nel far combaciare le due parti.

    Per svolgere questo compito, il maestro può utilizzare una molteplicità di istruzioni, ma con un unico contesto comune. Forse dice: Dovresti entrare sulla palla e colpirla con il peso sul piede che porti avanti. Quando apri non dovresti portare la racchetta indietro così in alto. Dovresti finire il movimento accompagnando la palla in questo modo. Il contesto comune è: Ti dico cosa dovresti e non dovresti fare.

    Di fronte a questa serie di comandi dovresti e non dovresti, il modello comportamentale dell’allievo diventa piuttosto prevedibile. Ponendo la sua fiducia nel feedback giudicante del maestro, la responsabilità dell’allievo diventa semplicemente fare ciò che gli viene detto. Così, si sforza di non fare ciò che non dovrebbe fare e di fare quello che dovrebbe. Poiché gli è stato detto che è in ritardo nel portare indietro la racchetta, l’allievo si sforza nel muovere indietro il braccio più velocemente. Magari si sente troppo teso e goffo, ma il maestro vede la risposta al suo comando e gli dice bravo. Cosa sta realmente dicendo è Bravo, stai cercando di obbedirmi. L’allievo inizia ad associare bravo a quel modo forzato e innaturale di correggere i suoi colpi. Il maestro fornisce i dovresti e i non dovresti, e l’allievo esegue sforzandosi, a questo segue un altro giudizio giusto o sbagliato da parte del maestro.

    E continua ad andare avanti così. Il cambiamento viene visto come un passaggio da sbagliato a giusto, definito e iniziato da qualcun altro, non da chi sta effettuando il cambiamento. Il tutto avviene in un contesto di giudizio, che di solito porta con sé resistenza, dubbio e paura di fallire da parte dell’allievo. Probabilmente, né l’allievo né il maestro sono consapevoli del fatto che questo approccio al cambiamento mini il desiderio e la responsabilità innati dell’allievo per l’apprendimento. Possono lottare con le contraddizioni intrinseche di questo approccio, ma di solito è l’unico che conoscono.

    LA SCOPERTA DEL SELF 1 E DEL SELF 2

    La mia prima intuizione riguardo all’esistenza di un altro approccio arrivò il giorno in cui smisi di provare a cambiare lo swing dell’allievo e mi chiesi invece: Come avviene davvero l’apprendimento? e Che cosa accade nella testa del giocatore quando colpisce la palla? Mi accorsi che nella testa del giocatore avveniva un dialogo, una conversazione interna simile alla sua conversazione esterna con me. Con un tono di comando, la voce nella sua testa impartiva ordini da maestro al suo corpo: Anticipa l’apertura. Entra sulla palla. Completa il movimento portando la racchetta alla spalla. Dopo il colpo, la stessa voce esprimeva la sua valutazione sulla performance e sul giocatore: È stato un colpo terribile! Hai il peggior rovescio che abbia mai visto!

    Tutto questo dialogo interiore è davvero necessario? Mi chiesi. Aiuta o intralcia il processo di apprendimento? Sapevo che quando ai grandi atleti veniva chiesto a cosa pensassero durante la loro migliore performance, essi dichiaravano in modo unanime che pensavano a poco o niente. Riferivano che le loro menti erano calme e concentrate. Se pensavano alla performance, lo facevano prima o dopo l’attività stessa. Questo era vero anche nella mia esperienza di tennista. Quando giocavo al meglio, non cercavo di controllare i miei colpi con auto-istruzioni e valutazioni. Era un processo molto più semplice. Vedevo chiaramente la palla, sceglievo dove volevo colpirla e lasciavo che accadesse. Sorprendentemente, i colpi erano più controllati quando non cercavo di controllarli.

    Poco a poco mi resi conto che le mie istruzioni, seppur ben intenzionate, venivano interiorizzate dai miei allievi come metodi di controllo che compromettevano le loro naturali abilità. Questo dialogo interiore giudicante produceva sicuramente uno stato d’animo molto diverso dalla concentrazione rilassata riportata dai migliori atleti.

    La mia domanda successiva fu: In questo dialogo interiore, chi sta parlando a chi? Ho chiamato la voce che dà i comandi e che giudica Self 1, e colui a cui parla Self 2.

    Qual era la loro relazione? Il Self 1 era il saputello che fondamentalmente non si fidava del Self 2, che era quello che doveva colpire la palla. Non avendo fiducia, il Self 1 cercava di controllare il comportamento del Self 2 usando le tattiche che aveva imparato dai suoi insegnanti nel mondo esterno. In altre parole, la mancanza di fiducia, implicita nel contesto giudicante, veniva interiorizzata dal Self 1 dell’allievo. Il dubbio e l’eccesso di controllo che ne derivavano interferivano con il processo di apprendimento naturale.

    Ma chi è il Self 2? Davvero non è degno di fiducia? Nella mia definizione, il Self 2 è l’essere umano stesso. Esso incarna tutto il potenziale intrinseco con il quale siamo nati, incluse tutte le capacità sviluppate e quelle ancora da sviluppare. Incorpora anche la nostra innata abilità di apprendere e di far crescere ognuna di quelle capacità intrinseche. È il Self che si divertiva quando eravamo bambini.

    Tutte le evidenze indicavano che la nostra migliore performance avveniva quando la voce del Self 1 era calma e al Self 2 veniva permesso di colpire la palla indisturbato. Mentre il Self 1 poteva comandare il corpo con la vaga istruzione Anticipa l’apertura, il Self 2 stava facendo qualcosa di molto più preciso, stava calcolando la possibile posizione della palla lungo la sua traiettoria, stava dando centinaia di precise istruzioni non verbali a decine di gruppi muscolari che permettevano al corpo di colpire la palla e di mandarla nella posizione desiderata dall’altra parte del campo, allo stesso tempo tenendo conto della velocità della palla, del vento e del movimento dell’ultimo secondo dell’avversario. Quale dei due Self era più affidabile?

    Era come se un piccolo computer da un centesimo di dollaro desse ordini a un potente computer da un miliardo di dollari, per poi prendersi il merito dei risultati migliori o incolpare il computer potente di quelli peggiori. È umiliante rendersi conto che la voce che fa le domande di controllo e che critica non è così intelligente come quella che le riceve! Il Self 1 inventato non è intelligente quanto il sé naturale. In breve, il personaggio dei fumetti Pogo (personaggio di un fumetto della Disney n.d.t.) aveva ragione quando proclamava: Ho incontrato il nemico, siamo noi stessi.

    Il dialogo del Self 1 non affligge solo i principianti nel loro processo di apprendimento, è presente a ogni livello di performance. Anche i professionisti che si divertono a esibirsi ai massimi livelli nella propria disciplina sono vulnerabili alle crisi di fiducia. Mentre stavo scrivendo questo capitolo, sentii dire da due atleti professionisti che stavano perdendo il loro gioco interiore. Il primo era un golfista che era stato al PGA Tour per otto anni, si lamentava di non riuscire a far tacere la voce critica nella sua testa dopo aver colpito male uno o due colpi in un giro e si ripeteva: "Mi sto lasciando sopraffare dalla pressione. Quando non performo bene mi sento giù, e la mia autostima ne soffre". L’altro era un giocatore di basket da oltre dieci anni nella NBA, che aveva giocato per alcune delle migliori squadre al mondo. Disse che Il Gioco Interiore nel Tennis era stato per lui come una bibbia per la maggior parte degli ultimi dieci anni e che aveva migliorato in modo significativo la sua performance in campo. Recentemente, però, aveva iniziato a perdere fiducia nei suoi tiri a canestro, la parte più forte del suo gioco. Si lamentava: In campo parlo costantemente con me stesso e odio farlo. Mi manca l’euforia che deriva dall’essere totalmente immerso nel gioco senza troppi pensieri in testa.

    Provai un grande rispetto per il coraggio che spinse questi atleti professionisti ad ammettere con se stessi che il loro problema non era solo tecnico. Avevano capito di cosa avevano bisogno ed erano arrivati al coaching.

    IL CICLO DELL’AUTO-INTERFERENZA

    Forse tutti ci rendiamo conto che gli esseri umani hanno la tendenza a fare a modo loro, ma voglio dare un’occhiata più approfondita a come accade concretamente. Prendiamo la semplice azione del colpire una palla da tennis. Il giocatore vede l’immagine di una palla che si avvicina e poi risponde, portandosi in posizione e colpendo la palla, producendo i risultati dell’azione. Percezione, risposta, risultati. Gli elementi di base di ogni azione umana sono riassunti in questa semplice sequenza di eventi.

    Ma di solito non è così semplice. Tra la percezione e l’azione, c’è un’interpretazione. Dopo i risultati e prima della prossima azione, c’è ancora più pensiero. In ciascuna fase, viene attribuito un significato a ogni parte dell’azione e spesso all’esecutore stesso. Questi significati possono avere un impatto enorme sulle prestazioni del giocatore.

    Prendiamo un giocatore il cui Self 1 lo ha convinto di avere un rovescio debole. Quando vede la palla raggiungere il suo rovescio pensa: Oh-oh, sta arrivando un colpo difficile. Quel pensiero scatta nella sua mente prima che la palla gli faccia muovere un piede, quella che è soltanto una piccola palla gialla che si muove a una certa velocità e con una certa traiettoria viene ora percepita come una minaccia che vola nell’aria. Il corpo del giocatore viene attraversato da una dose di adrenalina. La sua racchetta scatta all’indietro, sulla difensiva, mentre i suoi piedi strisciano indietro, per ritardare l’inevitabile errore che lui pensa stia per verificarsi. All’ultimo momento, la racchetta taglia con rabbia, ma senza efficacia la palla, la quale svolazza in alto sopra la rete, regalando una facile risposta all’avversario. Il Self 1 è lì, pronto con il commento di auto-condanna: È stato un colpo terribile! Ho il peggior rovescio del pianeta!. Ora, con la sua sicurezza ulteriormente minata, percepirà la palla successiva come una minaccia ancora più grande. Il ciclo dell’interferenza si è impostato per ripetersi. Il Self 1 introduce la distorsione in ogni elemento dell’azione.

    La distorsione nell’immagine di sé provoca una distorsione nella percezione, che porta a una risposta distorta che conferma l’immagine di sé originariamente distorta.

    TROVARE UN MODO MIGLIORE PER EFFETTUARE UN CAMBIAMENTO

    Come interrompere il ciclo di interferenza del Self 1? Una svolta significativa nel rispondere a questa domanda arrivò quando capii che il metodo tradizionale di apprendimento si focalizzava sul comportamento, la risposta del giocatore, senza mai affrontare il problema alla radice, la distorsione nella percezione del giocatore.

    Dopotutto, era la percezione della palla come una minaccia che aveva creato errori multipli nel comportamento. Che cosa accadrebbe a quei comportamenti se, grazie al coaching, la palla smettesse di essere una minaccia e diventasse di nuovo, semplicemente, una palla? Inoltre, che cosa accadrebbe se il giudizio del giocatore su se stesso e sulla sua performance potesse essere sostituito da un’osservazione non giudicante del fatto?

    Mentre esploravo le risposte a queste domande, emerse un approccio diverso e più elegante all’apprendimento e al coaching, basato su principi che si potevano riassumere in tre parole: consapevolezza, fiducia e scelta. Elaborandoli un po’, i principi diventavano (1) la consapevolezza non giudicante è curativa; (2) fidati del Self 2 (mio e dell’allievo); (3) lascia all’allievo le scelte basilari di apprendimento.

    1. Il potere della Consapevolezza non giudicante - Una volta compreso che le mie istruzioni dovresti e non dovresti erano parte di ciò che stava intralciando i suoi progressi, ho iniziato a esplorare altri modi per aiutare l’allievo a imparare senza di esse. Il mio obiettivo iniziale divenne semplicemente quello di aiutare l’allievo ad aumentare la consapevolezza della traiettoria della palla in arrivo.

    Se il mio allievo si fosse lamentato del suo rovescio difettoso, gli avrei detto che l’avremmo sistemato dopo. Tutto quello che volevo che facesse in quel momento era osservare alcuni dettagli della palla. Per esempio, avrei potuto chiedere all’allievo di notare se, al momento del contatto con la racchetta, la palla stava scendendo, salendo, o se era allo stesso livello della racchetta. Ossia, non gli avrei chiesto di fare alcun cambiamento, solo di osservare cosa stava accadendo. Nel momento in cui l’allievo era assorto nell’osservare il volo della palla, si sarebbe distratto dagli sforzi del Self 1 di controllare il colpo e, per il momento, ogni minaccia percepita sarebbe scomparsa.

    Quando ha colpito la racchetta la palla stava ancora salendo. Quest’altra era allo stesso livello della racchetta. E quest’altra ancora stava scendendo dal punto più alto. Quando riuscii a sentire la neutralità di osservazione nel suo tono di voce, capii che la sua mente non era più giudicante, almeno per il momento. Ciò che all’inizio mi stupì, ma che in seguito arrivai ad aspettarmi, era che in questa modalità non giudicante di osservazione della palla, molti degli elementi tecnici del suo colpo cambiavano spontaneamente! Per esempio, i suoi piedi non sarebbero più scappati indietro, la racchetta non sarebbe scattata all’indietro così violentemente, e il piede davanti si sarebbe spostato naturalmente in modo da supportare il suo movimento in avanti. Nel giro di pochi istanti, il suo colpo sarebbe apparso sostanzialmente migliorato. Tuttavia non c’erano state istruzioni tecniche e in molti casi il giocatore non sapeva nemmeno che i cambiamenti avevano avuto luogo.

    Perché erano avvenuti questi cambiamenti positivi? Era stato così semplice come liberarsi del Self 1 e permettere al Self 2 di apprendere a colpire la palla? Una risposta è che nel momento in cui la percezione iniziale della palla come minaccia veniva rimossa, anche gli elementi del comportamento difensivo (il movimento all’indietro e il tagliare la palla) sparivano. Così il corpo, nel percepire la palla, poteva rispondere in modo naturale, ossia entrare su di essa e colpirla. Percependo che il coach non era interessato a giudicare il suo colpo, ma semplicemente a osservare la palla, la mente dell’allievo, per il momento, era relativamente libera dall’auto-giudizio e dai controlli del Self 1. Di conseguenza, i suoi movimenti erano più fluidi e più precisi. La fluidità del colpo, insieme alla percezione più chiara della palla, creavano un contatto migliore con essa. Questo faceva sentire meglio il giocatore e generava spontaneamente dei risultati migliori. Man mano che l’allievo osservava la sua performance migliorare, dentro di lui cresceva, al posto dell’insicurezza, una fiducia naturale. Il ciclo dell’auto-interferenza era stato invertito.

    Finché l’attenzione veniva mantenuta su una variabile neutra ma importante (ad esempio, la velocità, la posizione o l’altezza della palla), potevo contare su un miglioramento costante e relativamente facile nei colpi, senza una singola istruzione tecnica. All’inizio sembrava magia. Poi ho capito che era una magia naturale, era il modo in cui l’apprendimento doveva essere. Come coach, la mia prima responsabilità era quella di mantenere un focus non giudicante, fornire opportunità appropriate per apprendere in modo naturale e non mettermi in mezzo. Inoltre, il mio compito era quello di aiutare l’allievo a mantenere il focus, confidando nella capacità del Self 2 di imparare direttamente dall’esperienza.

    Lo stesso principio di consapevolezza non giudicante funzionava quando l’attenzione si spostava dalla palla alle azioni del giocatore. Per esempio, quando chiedevo all’allievo di prestare attenzione ai suoi movimenti, ma senza fare alcuno sforzo per cambiarli, il cambiamento iniziava ad avvenire spontaneamente.

    Questo non significa che non si verificassero più degli errori ma, nel contesto della consapevolezza non giudicante, la risposta di entrambi, coach e giocatore, agli errori era diversa. E non appena l’allievo o il coach interrompeva il contesto di consapevolezza non giudicante, facendo valutazioni negative o positive su un colpo, di solito ritornava la percezione della minaccia e si innescava il ciclo dell’auto-interferenza.

    Quindi, in questo modo migliore di cambiare, il primo passo si basa sul riconoscere le cose come sono senza giudicare. Paradossalmente, è l’accettazione cosciente di se stessi e delle proprie azioni per quello che sono che libera sia lo stimolo, sia la capacità di cambiamento spontaneo.

    2. Fiducia nel Self 2 - La cosa più difficile di questo nuovo processo di apprendimento era forse il fatto che sia il coach che l’allievo dovevano imparare a fidarsi del processo di apprendimento naturale. Per me, come coach, significava dovere interrompere la mia risposta condizionata a fare un commento correttivo ogni volta che vedevo un errore nel movimento dell’allievo. Per l’allievo significava non dipendere da istruzioni tecniche per migliorare i suoi colpi. Dovevamo avere fiducia, man mano che la nostra consapevolezza cresceva l’apprendimento efficace e il cambiamento avrebbero avuto luogo. Le azioni del coach potevano sia supportare che minare la fiducia dell’allievo in se stesso. Ogni volta che ero abbastanza paziente da tralasciare il mio desiderio di controllare l’apprendimento, questo avveniva al suo ritmo e in modo molto più elegante ed efficace piuttosto che utilizzando la metodologia del

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