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La fidanzata del diavolo - Parte 2

La fidanzata del diavolo - Parte 2

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La fidanzata del diavolo - Parte 2

Lunghezza:
453 pagine
6 ore
Editore:
Pubblicato:
23 dic 2020
ISBN:
9791220311137
Formato:
Libro

Descrizione

Se ne andrà il corpo ma non l’anima. Si chiuderanno i miei occhi ma non i

nostri sguardi, termineranno le parole ma mai le nostre frasi perché se

questa vita ha un senso allora bisogna cercarlo nell’amore che prosegue

inesorabile anche dopo la morte. Io me ne andrò per primo e lo farò

solo quando tutto sarà pronto nel regno dove siamo destinati a tornare.

Dio e Lucifero, due entità indissolubilmente legate in una

contrapposizione eterna e permanente tra il bene e il male. Eppure la

loro storia è più complessa di quella che conoscete. È fatta di

tormenti, estasi, passioni e delitti da cui non riuscirete a distaccarvi

una volta che saranno entrati nella vostra vita. Sequel dell’omonimo

volume, La fidanzata del diavolo, parte 2 vi svelerà retroscena inauditi

e arcani da sempre celati. Avete davvero il coraggio di scoprire ancora

più a fondo la storia di Lucifero, Lilith, Dio, Gesù e tutti gli altri

affascinanti e incantevoli personaggi che popolano queste pagine intrise

di passione e peccato?
Editore:
Pubblicato:
23 dic 2020
ISBN:
9791220311137
Formato:
Libro

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CAPITOLO I: L’INFERNO

L’esistenza del cherubino cambiò totalmente dopo aver sfidato l’impossibile e folle idea di distruggere Dio.

Quella mattina di guerra caddero tutti, sotto gli occhi di Dio e degli abitanti del Paradiso.

Un vortice nero dalle sfumature viola si aprì sotto ai piedi degli angeli ribelli ed uno ad uno tuoni e saette colpirono gli angeli neri scacciandoli dal sacro regno di Dio e trasformandoli in orrende bestie deformi.

La misericordia di Dio ancora una volta demarcò il confine tra bene e male e lo fece sotto gli occhi di tutti sottolineando la sua infinita grandezza non cancellando la loro esistenza ma condannandoli ad espiare da quel giorno fino all’eternità.

Con la creazione del signore del male, Lucifero, cambiarono i colori in cielo ed in Terra perché da quel momento il male aveva un nome e soprattutto un volto che ancora oggi rappresenta l’atroce delitto che più di tutti affligge le menti deboli: il tradimento.

Prima di lui caddero i suoi generali assieme alle truppe, il vortice temporale che trasferiva dal Paradiso verso l’Inferno cambiava colore anello dopo anello mentre la luce accecante di Dio diventava sempre più cupa e le facce dei mostri diventavano sempre più deformi. Essi furono sorpresi dai conati quando il profumo dei giardini celesti si trasformò nel fetido odore nauseabondo del putrido fango nato all’Inferno.

Lo squarcio aperto nel cielo si restringeva sempre di più per ogni soldato che lasciava il suolo celeste e cadeva nel baratro.

Le ali si ridussero di dimensione perdendo la purezza che le caratterizzava, i loro volti lasciarono in cielo i tratti dolci per marchiarsi di rabbia ed odio ma soprattutto incapaci d’amare.

Ad alcuni mancavano gli occhi, altri erano mutilati e avevano zanne sporgenti e spine, la loro ombra era anticipata da un respiro affannoso e fetido perché non esprimevano più la luce immensa di Dio.

Le porte dell’inferno erano spalancate come la bocca aperta di un serpente che con forza ingurgita ogni cosa.

Diversi di loro appena toccato il suolo dell’inferno inferociti e spaventati azzannarono i loro simili sfregiando ancora di più i corpi deformi che possedevano.

L’ultimo a cadere fu Lucifero che accompagnò la chiusura delle porte infernali. Il suo tonfo sbaragliò tutti i soldati colti che dal terrore si sparpagliarono verso i cunicoli all’interno delle caverne che arredavano quel luogo buio e sporco e per qualche minuto dal tonfo all’inferno ci fu un silenzio destinato ad estinguersi per sempre.

Quando Lucifero si alzò in piedi, anche se era ancora stordito dall’impatto, ruggì in preda alla collera.

La sua voce era cambiata, non era più ferma e rassicurante, era spettrale e lugubre, i suoi occhi terribili e iniettati di sangue mentre l’accecante luce che aveva espresso fino a qualche tempo prima si era spenta.

I minuti di silenzio all’inferno durarono poco e quando l’urlo di Lucifero tentò di scavalcare il solco tra il vortice e il regno di Dio allora l’indice di Lui si alzò e con un cenno lo chiuse facendo tornare la luce in cielo a splendere.

Come ogni guerra che finisce ciò che lascia sono solo macerie e fumo e a Dio bastò volerlo affinché tutto ciò che era stato distrutto si sollevasse da terra per tornare al suo posto.

Il messaggio arrivò forte e chiaro a tutti, il bene non può essere scalfito dal male nonostante vinca qualche battaglia.

I cittadini si riversarono a palazzo dove gli angeli custodi, inneggiando al loro Signore, diedero inizio ad una grande festa. Sotto i petali di pesco che magicamente nevicarono sulla testa degli abitanti, tavolate piene di cibi e bevande comparvero in segno di libertà e pace.

Gli angeli contornarono quella gioia col bollore dei loro spettacolari colori illuminando la stanza e scaldando i cuori al pari del focolare domestico.

Quella mattina rimase un solo ferito in cielo, Dio, che non aveva più armi ma solo ferite sul cuore. In piedi e con davanti solamente sé stesso sentì sbocciare lentamente ogni singola cicatrice che la dannazione del suo figlio prediletto e dei suoi soldati gli provocava.

Lucifero era in piedi, tutti lo guardarono mostrando timore davanti a quegli occhi così profondi che lentamente si guardavano intorno e rilasciavano malvagità verso quelle fredde caverne. Era venti volte più grande per dimensione dei suoi soldati e solo dieci volte più grande dei suoi generali.

Iniziò a cercarli, non poteva riconoscerli subito visto che erano stati sfigurati dalla trasformazione ma poteva sentire il loro odore angelico che tuttavia stava scomparendo.

Li chiamò uno per uno: BELIAL, BAAL, MOLOCH, DAGON, AZAZEL, ASMODAI, MAMMONA, MEFISTOFELE, SAMAEL.

Il buio era impenetrabile e Lucifero, non riuscendo a vedere nulla, decise di schioccare le dita per illuminare il luogo. Questa volta però la luce bianca fu sostituita dalle fiamme del dolore.

Davanti alle fiamme del dolore egli scoppiò a ridere e il suo sorriso era così stridulo da intimidire ancor di più i soldati che impauriti rimanevano rintanati nelle caverne.

«Venite, camminate verso di me. Mostratevi per come siete, in modo che io possa riconoscervi».

Lenti passi preceduti da un fastidioso coro di cuori compulsivi diedero l’idea che qualcuno si stesse avvicinando ma il fuoco non era ancora sufficiente e Lucifero decise di liberarlo in modo da illuminare ogni cosa.

Quando vide quegli esseri immondi cos’erano diventati non poté far altro che sorridere.

I generali si guardavano l’uno con l’altro mentre le forme orrende li rivelavano per ciò che erano diventati.

«Bestie, ecco cosa siamo diventati, bestie infernali» gridò Lucifero.

Moloch in preda alla rabbia lo guardò e ringhiando urlò:

«Lucifero, guarda la tua follia a cosa c’ha portato, siamo orribili».

Gli occhi del principe s’iniettarono ancora di più di sangue:

«Basta, sono già stanco dei vostri inutili lamenti. Volevamo un regno e c’è stato dato, volevamo una guerra e l’abbiamo combattuta e nonostante tutto siamo ancora qui fetide bestie. Da oggi inizierà il regno di Lucifero, vostro unico signore e dio... Non ci sarà speranza di ritorno in Paradiso. L’umiliazione di Dio è troppo grande per passare inosservata e pertanto l’esercito nero rappresenterà la prima minaccia vera per lui ed il suo stupido mondo».

Finì di parlare e ansimò.

Il suo odio era così profondo che si abituò immediatamente al nuovo regno. Scrutando i generali si rese conto che dietro a tutti ed appoggiata ad una colonna con aria beffarda come se tutto non l’avesse scalfita c’era la sua unica generale donna.

L’unica nelle torride praterie dell’inferno.

Spuntava il suo colorito bianco ghiaccio, indossava lunghi capelli color arancio dai toni accesi, lo sguardo simile alla morte, capace di penetrare fino al profondo le anime mortali ed immortali.

La sua forma non era quella di una bestia, anzi, il suo aspetto in gran parte era rimasto angelico.

Le mutarono le ali che da grandi e ricolme di piume dorate divennero piccole e povere come quelle di un pipistrello appena nato.

Le piume erano state sostituite da peli spinosi e duri e i suoi vestiti scomparsi per esser sostituiti da un enorme serpente che le strisciava addosso coprendole a tratti le nudità.

Il serpente era così disinvolto nello strisciare da farla sembrare innocua.

Lucifero odorò verso il vuoto e una volta captato l’odore la chiamò:

«Vieni verso di me Lilith!»

Glielo chiese quasi dolcemente tenendo la mano tesa in avanti.

Il demone s’incamminò verso Lucifero mentre viscide bestie la guardavano con respiro affannato.

Lilith, da sempre fedelissima di Lucifero, s’inginocchiò a pochi passi dal padrone ma sempre tenendo alzati solo i suoi occhi di ghiaccio.

Nei tempi passati quando Dio creò la Terra plasmò a sua immagine e somiglianza Adamo; vedendolo solo, ancor prima di staccargli una costola per generare Eva, Dio inviò proprio Lilith a fianco dell’unico abitante del Paradiso terrestre. Adamo quando la vide volle subito provare a sedurla ma Lilith lo respinse moltissime volte, era tanto bella quanto ribelle e soprattutto provava ribrezzo per Adamo che per giorni ostentò pressioni nel tentativo di sedurla. Questo non fece mai cambiare idea a Lilith che lo rifiutava non solo per la bruttezza e la grettezza di lui ma soprattutto non accettava l’imposizione divina che aveva deciso di prelevarla dal Paradiso per renderla schiava di un essere umano.

Questi tentativi andarono avanti per giorni finché Adamo una mattina la colse nel sonno.

Lilith indossava un vestito bianco che velava scarsamente le sue forme.

Adamo nel guardarla non riuscì a trattenere l’istinto sessuale e le saltò addosso e bloccandola per le mani le urlò: giacerai sotto di me, donna.

Lei non accettò né fisicamente né simbolicamente tanto che dovette lottare molto con Adamo per difendersi. Egli era così furioso e libidinoso che la colpì ripetutamente in volto per cercare di penetrarla.

Lilith riuscì ad evitare la violenza di Adamo colpendolo ferocemente sul volto. Lo stordì e quando egli si riversò sul pavimento si defilò ma non andò lontano perché la rabbia e l’umiliazione la trattennero.

Quei sentimenti, a lei nuovi, le sfuggirono di mano tanto da spingerla a gridare il nome di Dio, a lei vietato, disubbidendogli due volte.

La prima volta aveva disubbidito perché concepita soltanto per soddisfare i desideri di Adamo affinché si riproducesse, la seconda volta pronunciando il nome di Dio che le era stato vietato fino alla nascita del loro primogenito.

Quando se ne rese conto era in piedi su una roccia che sporgeva sulla cima di una montagna che affacciava sulla vallata. In lacrime e coi pugni stretti il vento le mosse il vestito sporco di sangue, a denti stretti e coi capelli spettinati si fece coraggio e per paura prese il volo ed abbandonò il giardino dell’Eden rifugiandosi sulle coste del Mar Rosso.

Lì a distanza di anni si accoppiò con gli spiriti del deserto denominati Jinn da cui ebbe dei figli. Dio in quegli anni non volle trovarla, lo fece solo con la nascita dell’ultimo figlio mandando tre angeli: Senoy, Sansenoy e Semangelofper punirla e catturarla.

Dio decise di non condannarla alla mortalità perché ella non aveva toccato il frutto della conoscenza ma andava punita per aver disobbedito all’obbligo che aveva nei confronti di Adamo e così trovò uno stratagemma.

Quando i tre la trovarono videro che lei era cambiata e nonostante avesse conosciuto la rabbia e la ribellione chinò il capo.

Le intimarono di dover tornare da Adamo come ordinato da Dio e davanti al suo rifiuto minacciarono di uccidere i suoi figli ma lei inaspettatamente pianse e questo agli occhi del sovrano fu la prova che il cambiamento era vero tanto da degnarla della misericordia ma ad un patto: lei non sarebbe dovuta uscire mai dalle coste del Mar Rosso.

Per ringraziare Dio del perdono concesso e soprattutto della misericordia mostrata dai tre angeli lei promise fedeltà ai tre e promise che mai avrebbe toccato essere umano senza il loro ordine nel caso ce ne fosse stato bisogno.

Secoli dopo però Lilith ci ricascò, la rabbia covata in quei molti anni tramutarono la sua natura rendendola malvagia al punto da spingerla ad unirsi alla battaglia di Lucifero.

Lei pagò tutte le sue disubbidienze, i suoi figli furono sterminati e per ognuno di loro le fu incisa una cicatrice sul cuore nonostante fosse graziata per l’ennesima volta.

Dio decise che non meritava la morte ma di espirare i suoi peccati all’Inferno assieme a Lucifero e tutti i suoi generali per l’eternità.

Satana dopo la morte della sua amata Venere non fu più capace di amare e la sua eternità fu condannata al ricordo di lei ed alla continua ricerca della dea. Tuttavia, in quella circostanza vedendo quel corpo così malvagio ne fu attratto. Lilith restò in ginocchio mentre Lucifero osservando tutti i suoi generali e iniziando lentamente a riconoscerli disse:

«Miei fedeli, questo è il nostro nuovo regno e da qui inizierà la nostra vendetta. È giunta l’ora che l’universo tremi a pronunciare il mio nome». Questa sua frase fu seguita da grida e bestemmie impronunciabili.

Azazel ordinò ai suoi soldati di iniziare a costruire l’inferno.

Lo strutturarono in favi costruiti uno accanto all’altro con forma appiattita a semicerchio allungato.

Ogni favo era diviso in celle, al centro esatto si ergeva una sacca enorme che dominava a trecentosessanta gradi ogni parte infernale.

Seguirono giorni di lavoro estenuante e tutti i soldati degli eserciti parteciparono alla grande opera di trasformazione di quelle enormi caverne in un regno adatto ad ospitare il principe del male.

In quei giorni Lucifero vagò sulla Terra per vedere da vicino gli esseri umani e studiarli mentre i suoi generali preparavano il regno.

In quel periodo Dio si distrasse dagli affari terreni per dedicarsi a quelli del cielo.

Alla presenza dei suoi tre fedelissimi, gli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, comandanti supremi dell’esercito celeste, ordinò la creazione di un buco nello spazio sulla stessa linea dell’Equatore, chiamandolo Terra paenitentiam.

Vi mise a capo Hades, premiandolo per la fedeltà dimostrata. Lì conferivano tutte le anime penitenti che espiati i loro peccati sarebbero andate in cielo per godere delle grazie celesti.

Quella sofferenza veniva accentuata dall’infinita sete di rivedere Dio.

Hades era un padrone severo ma giusto. Spremeva le anime fino al logoro in modo da purificarle.

Nella terra di Hades le anime erano libere, vagavano in un campo privo di confini sotto un cielo sempre grigio animato da una pioggia perenne ed insistente.

Tutte le anime nel loro vagare nelle sconfinate praterie potevano ammirare l’imponente trono di Hades posto su una montagna tanto alta da imprimere la sensazione che quelle distese fossero minuscole.

Il suo trono dominava il luogo e nulla poteva sfuggire al suo potente intuito. Ogni anima giudicata da Dio per potersi liberare dai peccati commessi veniva accompagnata dagli angeli al cospetto di Hades i cui occhi tetri fissavano le anime senza mai proferire parola.

Il suo silenzio penetrava l’anima e la spogliava di ogni volontà terrena privandola della dignità.

Le rendeva grandi come una falange per poi buttarle in enormi gabbie capaci di raccoglierne centinaia che urlavano ammassate l’una sull’altra cercando di scappare al terribile supplizio di purificazione.

Terminato il processo giornaliero Hades era solito rigonfiare il petto con tutta l’aria ricavata dalle loro urla e soffiando le scaraventava nelle vaste praterie dell’espiazione. Spesso si alzava in piedi per agitare la sua frusta che colpiva le anime penitenti, non importa dove lui la schioccasse, tutti i presenti venivano colpiti simultaneamente e in quel modo dovevano ricordare il peso dei loro peccati nei confronti di chi aveva dato loro tanto amore.

Quando Hades si ritirava nelle sue stanze i servi avvisavano le anime penitenti attraverso il suono di una campana posta proprio vicino al trono del guardiano.

Lo sbattere del batacchio infuocava il pavimento della terra facendo smettere la pioggia insistente che perdurava tutto il tempo. Per ore le anime urlavano e correvano ammassandosi l’una sull’altra.

Il dolore del fuoco le rendeva furiose tanto da impazzire e cercare riparo e sollievo disperatamente in un luogo che non aveva ne alberi né sassi.

Quei campi diventavano brace e il dolore delle anime si tramutava in un canto logorante tanto da scatenare la risata di Hades che echeggiava mentre scompariva all’interno della montagna.

Quando Hades tornava al suo posto, si compiaceva per un po’ delle anime che distrutte scappavano e si ammassavano l’una sull’altra per cercare sollievo dal potente fuoco purificatore.

Con una mano le sue affilate unghie tagliavano il cielo rigonfio di tutta la preziosa acqua che aveva caricato in quelle ore e faceva in modo che una bomba d’acqua cadesse ovunque alleviando il dolore e ridando il silenzio a quelle anime che vagavano senza riposo.

Il numero di anime che scendevano ai piedi del purificatore di Dio era cinquanta volte superiore a quello che approdava all’Inferno e per ogni anima che arrivava Hades alleviava la pesantezza del suo spirito togliendone la gioia della purificazione mediante la sofferenza che abitava in quel lungo periodo di purificazione.

Gli umori di Hades cambiarono quando Lucifero iniziò a spargere il suo veleno nel mondo. Egli si rese conto sempre più della sua presenza quando le anime da purificare diminuirono in un mondo che non vedeva santi.

Si squarciava il cielo sulla montagna quando scendevano gli angeli custodi a prendere le anime da poter portare finalmente in Paradiso.

La loro pena era stata scontata e la misericordia di Dio immensa poteva accoglierli.

Quegli stessi angeli tuttavia scaricavano centinaia di anime per l’espiazione. Hades annotava nei suoi registri ogni anima che entrava ed usciva dalla sua giurisdizione.

Le penetrava fino alla radice dei ricordi più profondi per vedere coi suoi occhi chi fossero stati in vita e ciò che di buono o cattivo avessero commesso, una volta analizzate era solito allentare la presa per scaraventarle in mezzo alle anime penitenti.

Tirò le somme quando iniziò a notare che l’afflusso non era più come prima. Da quando era stato generato l’Inferno e soprattutto Lucifero aveva iniziato a vagare sulla Terra l’affluenza al suo cospetto era minore. Si rese conto, inoltre, che molti esseri umani finivano diretti all’Inferno senza dover passare attraverso il giudizio divino.

Hades decise di allontanarsi per raggiungere le porte del regno del male.

La ragione di questo gesto risiedeva nella piena consapevolezza del progetto subdolo di Lucifero ma doveva constatare il tutto con i suoi occhi.

Sfogliò velocemente le pagine del millenario libro dei morti e qualcosa balenò nella mente tanto da smaterializzarsi per raggiungere l’Inferno.

Comparve casualmente lungo un viottolo sporco e semibuio che costeggiava una parete fangosa.

A piedi nudi calpestò il fango cocente ma non si spostò. Egli sapeva che nessuno a parte Lucifero avrebbe potuto vederlo ma la prudenza era imposta anche per una creatura antica come la sua. Prese a camminare lentamente ma non percepì la presenza del padrone di casa, anzi, sentì che quel luogo fosse quasi leggero come casa sua.

Percorse il lungo tratto che dall’ingresso conduce all’albero morto e lo fece in silenzio.

L’odore di zolfo e le urla colpirono le sue orecchie tanto da agitarlo quanto un’anima dannata.

Il riflesso di Hades era intermittente per colpa delle fiamme che assiduamente si innalzavano per poi inabissarsi.

Camminò per chissà quanto tempo e poté accorgersi di averlo fatto semplicemente per la stanchezza e quando si fermò vide che altro non aveva percorso se non un breve tratto ma la scena era cambiata. Guardando all’interno dei muri si accorse che questi raccoglievano centinaia o forse migliaia di facce insaccate e schiacciate l’una sull’altra.

Non appena le guardò queste si animarono muovendo all’impazzata solamente gli occhi che velocemente osservavano tutte le direzioni.

Affondò la sua mano all’interno di quel muro e prese un’anima a caso. L’afferrò per la gola e con poche strattonate la tirò fuori e per placarla la tenne sollevata da terra e ben stretta per il collo.

Restò ad osservarla e non avendo risposte decise di penetrarla negli occhi per arrivare fino al profondo dell’anima e capire chi fosse stata.

Quegli occhi non fecero altro che mostrare l’ultima scena di vita di quel Sodomita: città distrutta e statue che si scioglievano come sale mentre gli abitanti venivano ridotti in cenere.

Hades capì il gioco che Lucifero aveva intrapreso con gli umani.

Con sottile disprezzo schiacciò quell’anima dannata all’interno del muro gelatinoso che le teneva unite e decise di tornare a casa ma a metà della smaterializzazione decise di deviare però verso la città di Dio.

Non appena mise piede a palazzo Dio stava emanando un editto fondamentale per le generazioni future: da quel momento tutte le anime avrebbero subito il giudizio di Dio e solo dopo di esso sarebbero state destinate alla vita eterna oppure alla perdizione del fuoco. Hades ascoltate quelle parole tornò a casa consapevole che Lucifero avrebbe trovato uno stratagemma pur di ledere Dio servendosi degli umani.

Dopo l’editto il signore tornò all’Inferno per dare tregua agli umani ed osservare le prossime mosse del suo nemico.

Un’esplosione e una nuvola di zolfo precedettero la sua comparsa davanti alle porte dell’Inferno. Alte centinaia di metri e spesse come la crosta terrestre ergevano una scritta in corsivo che immediatamente balzava agli occhi: Qui nasce il regno di Lucifero. Sovrano dei ribelli di ogni mondo.

Su quei portoni si animavano le epigrafi raffiguranti la sequenza dei momenti cruciali delle gesta di Lucifero e dei suoi seguaci durante la battaglia contro Dio.

Lucifero rimase qualche istante fuori la porta per ascoltare il silenzio che da secoli non gli entrava nelle orecchie. Alzò la mano e queste non esitarono ad aprirsi e a mostrare al loro padrone che l’Inferno era cambiato.

Non era più un semplice buco nero scaldato da dolore e fiamme ma una vera e propria dimora degna di un re.

Il richiamo del padrone era così forte nella mente dei suoi servi che non appena varcò la soglia essi lo percepirono.

Il sovrano del male camminò fino all’altura che sorreggeva il palazzo per sedersi finalmente sul trono che i suoi avevano costruito.

Notò la presenza dei Gargoyle: esseri immondi di forma disgustosa di gran lunga superiore ai demoni il cui unico scopo era quello di servire Lucifero e le sue schiere.

L’orrenda Lilith tempo prima capì subito le loro doti e dopo aver ammaliato il loro sovrano lo sbranò garantendosi obbedienza e fedeltà da quegli esseri che immediatamente si prostrarono per esser condotti all’Inferno come schiavi.

Lucifero dal trono guardava soldati e generali compiaciuto non solo per il plauso ma soprattutto perché in quel viaggio aveva capito che anche Dio poteva essere colpito e l’unico modo per farlo era privarlo delle emozioni.

A Lucifero era stata data una punizione diversa dai suoi generali.

Dio aveva deciso di farlo punire maggiormente dagli esseri umani che tanto odiava. Più essi amavano Dio e più il dolore per la perdita di Venere aumentava.

Lucifero era perseguitato da quella sensazione che a tratti lo portava alla follia soprattutto quando lei compariva nella mente e altro non poteva fare se non lasciarsi andare.

Lei nasceva nella sua mente e l’unico modo per trattenere quell’immagine era nutrirlo di sentimento ma ogni qualvolta provava con tutte le forze a trattenerla il dolore lo assaliva e ne seguivano le urla.

Il principe nero prometteva a sé stesso sempre la stessa cosa: tanto doveva soffrire lui quanto voleva che soffrisse Dio.

Lasciò libera la sua mente per qualche istante mentre i generali esultavano il ritorno del loro re e non appena di mise seduto sul trono un fumo misto tra il verde e l’azzurro esplose in mezzo a loro, accecandoli.

Era l’arcangelo Gabriele.

Man mano che riacquistavano la vista i generali riconobbero la sagoma dell’arcangelo che diventava sempre più nitida e altro non poterono fare se non tentare di gestire l’istinto che li portò a ringhiare e sbavare come bestie.

Gabriele indossava la sua armatura celeste con una spada di fuoco nella fodera ben visibile a chiunque avesse intenzione di sfidarlo. Tratteneva l’elmetto sotto al braccio e i suoi capelli lunghi accarezzavano quell’armatura lucente e fiera.

Restò ad aspettare che Lucifero riprendesse la vista e lo fece in silenzio.

Dagon si alzò di scatto e provò ad attaccare l’arcangelo che lo pietrificò senza muovere un muscolo.

Lucifero non si alzò per nulla dal trono e quando vide Dagon pietrificato accennò un sorriso.

«Ah, il mio caro vecchio amico Gabriele. Cosa ti ha condotto qui in mezzo a noi schiavo di Dio?»

Con voce ferma e sguardo severo egli rispose:

«Non sono uno schiavo, sono un servo di Dio! Libero come tutti coloro che lo amano.»

Lucifero provò un grande senso di ribrezzo nell’udire nuovamente la voce dell’arcangelo ma riuscì a trattenersi:

«Cosa sei venuto a fare qui? Il tuo Dio cosa vuole ancora?»

Sorrise Gabriele, beffardo.

«Nulla che possa fare tu senza il suo permesso. Sono qui per comunicarti che la giustizia divina ha deciso che tutte le anime nere che sulla Terra hai corrotto fino ad ora e tutte quelle che non si pentiranno davanti a Dio bruceranno nel fuoco eterno marcendo assieme a voi. Preparati ad avere i tuoi sudditi Lucifero!»

Non diede modo di replicare e con uno scoppio di luce svanì nel nulla facendo cadere dalle poltrone i generali che accecati nuovamente urlarono.

Dagon immediatamente riprese la sua forma di demone e guardandosi intorno rimase basito non riuscendo a capire cosa gli fosse accaduto.

Quell’affronto però non toccò per nulla Lucifero che era rientrato solamente per veder crescere i frutti che aveva seminato nel mondo.

I semi del suo odio ci misero poco a sbocciare tanto che le guerre si animarono e la loro brutalità colpì gli esseri umani che intenti a uccidere scelsero il loro destino dopo la morte.

Lucifero al centro dell’Inferno osservava la secolare quercia incapace di far sbocciare foglie o frutti da quei rami che partorivano Gargoyle ciclicamente prolificando altre putride bestie al servizio del male.

Pose su un ramo sporgente una mela, l’unica cosa viva di quel posto, in nome della disobbedienza a Dio e a memoria dell’Eden. Sotto di essa, scavata nella quercia era stato aperto un piccolo ingresso che obbligava le anime condannate ad entrare nell’Inferno.

Ancora intorpidite dalla morte o impaurite dal giudizio di Dio aprivano gli occhi nel buio che altro non scopriva se non i volti orribili dei Gargoyle.

Circondate dal buio e in preda alla paura gattonavano verso l’ignoto in un ruscello che sembrava sgorgare proprio dalla quercia.

I Gargoyle dalla sponda indicavano all’anima di guardare nell’acqua e quando questa lo faceva la nebbia scompariva per mostrare loro il corpo nudo che li aveva ospitati in vita. Promettevano a chiunque che se fossero riusciti a impadronirsi nuovamente del loro corpo avrebbero dato loro la libertà di poter tornare in vita per riparare agli errori commessi e non tornare mai più all’Inferno.

Tutti accettavano e non appena immergevano le mani nell’acqua il ruscello si svegliava e iniziava a sbattere facendo sì che il corpo prendesse velocità percorrendo gli argini vorticosamente.

Le anime, disperate, strisciavano a mani nude nell’acqua cercando di recuperare la loro carcassa lungo l’estensione del rivolo che terminava al cospetto del principe.

Sembravano maiali nella rolla tanto le urla erano convulse. Rincorrevano quel corpo mentre dalle sponde migliaia di braccia fuoriuscivano dalle gabbie per tentare di aggrapparsi al novizio aumentandone ancor di più la paura. Durante il percorso i Gargoyle grugnivano schernendoli, non gli era concesso rimettersi in piedi, ogni loro tentativo veniva punito con pesanti frustate che li riportavano a carponi.

Nessuno poteva più uscire dall’Inferno e questo i Gargoyle lo sapevano bene.

Il percorso per arrivare al cospetto di Lucifero era lungo ed era così tortuoso che terminava quando la carcassa improvvisamente si arrestava e sgranava gli occhi con un ambiguo sorriso.

Le anime vedevano il loro corpo scomparire e si rendevano conto che non potevano fare più nulla per recuperare la loro salvezza.

In extremis affondavano le braccia nel tentativo disperato di afferrare la loro carcassa che scompariva in una eruzione di gas così forte da ingoiare il corpo e spingere l’anima prima in aria e poi brutalmente a terra. Finendo al cospetto di Lucifero.

Gli occhi tetri del sovrano nero non lasciano scampo a nessuno e nessuno riesce a guardarli per più di un istante.

Lucifero aveva aggiunto alla procedura di iniziazione una tortura per far si che le anime si rendessero conto non solo di esser morte ma che non potevano più morire: mille lance infuocate trafiggevano quelle anime lasciandole inchiodate a terra fin quando non riuscivano ad alzarsi e capire che la morte non sarebbe mai più tornata.

La gestione della pena era data a Moloch, trasformato in un enorme toro che si sorreggeva su pesanti gambe equine.

Denti aguzzi che partivano dalla mandibola e terminavano sopra la testa e gli occhi bianco ghiaccio trasmettevano imparzialità: aveva attaccate ai polsi delle catene spezzate con cui agguantava e frustava le anime a suo piacimento. Aveva diviso quel posto in mondi per poter gestire al meglio le pene di ogni anima che vi entrava.

Nel primo mondo aveva inserito i traditori di Dio. Tutte le anime che sulla Terra si erano vendute al diavolo aggiudicandosi ricchezze, potere, e grandi incarichi a discapito degli altri.

Inviate all’Inferno venivano giudicate nuovamente da Lucifero che imponeva una catena al collo in segno di schiavitù e le regalava ai Gargoyle: rinomati per la loro malvagità e la loro tendenza libidinosa.

Per punizione a loro veniva lasciato l’ano in forma umana in modo che le bestie potessero fargli subire i dolori terreni della penetrazione anale in misura mille volte maggiore.

Le bestie non distinguevano il sesso, per loro l’accoppiamento era sinonimo di umiliazione e punizione da applicare a chiunque capitasse nel loro territorio. Un altro mondo era riservato al vizio dell’Ira: anime violente destinate al proseguo della loro inutile esistenza allo stesso modo di come avevano vissuto in Terra. Esseri malvagi che grazie alla rabbia animalesca e irrefrenabile continuamente accecati dall’odio altro non avevano fatto in vita se non commettere orribili violenze di ogni genere.

La loro punizione consisteva nel provocarsi a vicenda e farlo continuamente fino ad aumentare la loro rabbia in modo esponenziale e non potendosene mai liberare.

Questi erano l’arena dei generali che passavano ore a ridere di loro scatenandoli l’uno contro l’altro.

Altro mondo era l’accidia. Erano stati in vita vittime di demoni che li avevano bloccati, incapaci di fare qualsiasi azione, a loro era indifferente gioia e sofferenza e per questo venivano puniti indossando vestiti pesantissimi e posti sotto le fiamme cocenti che generavano in loro una sete brutale. Avevano attaccati alle loro catene cento buoi che continuamente li tiravano indietro mentre davanti a loro una coppa di acqua prolificava l’irrefrenabile desiderio a muoversi per cercare di prenderla.

Spingevano duramente per trascinare i buoi e arrivare alla coppa e quando ci riuscivano i buoi li riportavano indietro cosicché la coppa cadeva e l’acqua si riversava a terra impedendogli di bere.

Il mondo dei superbi era posto sotto agli altri tre. Chiusi in gabbia senza spazio per muoversi avevano conservato la bocca e i denti ed erano legati ad un palo dalla testa ai piedi. Sotto di loro centinaia di teschi li osservavano continuamente.

Tra i denti stringevano una lunga staffa di ferro e non potevano né parlare né muoversi. Ogni qualvolta uno di loro allentasse la presa dall’alto vi piombavano addosso escrementi liquidi dei tre mondi sovrastanti.

La loro superbia li aveva resi vanitosi radicando nella loro mente il concetto di superiorità e per questo avevano i teschi a fissarli. La loro eternità era basata sul non poter essere superiori a nessuno e soprattutto nel non poterlo esprimere. Accanto a questi giacevano tutti coloro che avevano peccato di gola.

Quel mondo era il più putrido degli altri. Le anime penitenti all’interno avevano la grande colpa di essere sempre stati guidati dal loro stomaco affamando gli altri.

Essi erano considerati privi di sentimenti e intelletto perché avevano anteposto le loro regole, settate dal vizio, alla pietà del loro cuore.

Non avevano ingrassato solamente il loro stomaco, la loro colpa principale era quella di aver affamato i popoli generando pestilenze e morte di innocenti.

I Gargoyle li odiavano. Li appendevano a testa in giù e li aprivano come porci per poi infilargli le interiora in bocca e far si che ingrassassero mangiandole.

Durante la digestione li impalavano con la bocca aperta e mentre i Gargoyle banchettavano con cibi di ogni qualità essi erano costretti a guardare.

I guardiani mangiavano in grandi quantità e non appena stavano per scoppiare vomitavano nelle bocche dei penitenti per far si che le interiora scendessero meglio in pancia e scoppiassero dal dolore.

Le urla di quel posto alle volte urtavano anche Lucifero.

Proseguendo nelle gallerie, si arrivava ad una grande porta piena di peli pubici umani. Attraverso di essa si entrava nel mondo della perdizione e della lussuria.

Ogni volta che sulla Terra si consumava un rapporto sessuale innaturale spuntava un pelo pubico lungo quanto la durata di quel rapporto misurato in centimetri.

Era nero come la pece e duro. Le anime in quel mondo erano nude e senza catene mentre i loro volti persi e logori subivano una condanna di lussuria sfrenata ma senza libido.

Continuamente eccitate ma in preda al dolore cercavano continuamente contatti sessuali che mai arrivavano a termine.

Quei rapporti così vilenti e dolorosi li offendevano nel profondo tanto da provar nausea per qualsiasi partner occasionale incontrassero.

I guardiani li deridevano mentre si accoppiavano e quando l’anima era stremata essi abusavano degli schiavi davanti a loro completando il rapporto e accrescendo il desiderio dei condannati.

Accanto alla lussuria c’era l’invidia. Per entrare in quel mondo bastava aprire la porta di compensato che era stata incastrata nella roccia per udire le bestemmie e le urla addolorate delle anime che espiavano lì dentro.

Venivano punite tutte le sfaccettature dell’invidioso, la malignità, il giudizio e la critica.

Queste anime avevano dedicato la loro vita a guardare gli altri senza conoscere sé stessi ed ogni volta che li criticavano malignando allontanavano tutto ciò che di buono potessero avere intorno per far spazio alle unghie affilate del demonio.

Ad ognuno di loro veniva data continuamente un’occasione di poter riscattare la loro colpa cercando di rinunciare a questo peccato capitale.

Urlavano quando veniva mostrato loro il volto di chi sulla Terra era stato meglio di loro. Gli veniva mostrato seduto accanto a Dio che godeva della sua eterna gloria.

Erano le anime che avevano schiacciato in vita, tutti quelli che avevano sofferto a causa della loro sfrenata voglia di prevaricare.

Queste persone avevano fatto un solo peccato davanti agl’invidiosi, un peccato gravissimo, l’amore.

Erano persone normali che vivevano il quotidiano. La loro scalata al benessere terreno era continuamente ostacolata dalle malefatte degl’invidiosi che provavano amore solo per loro stessi.

All’Inferno non esisteva la pietà e chiunque entrava era destinato alla tortura eterna.

Lucifero giocava continuamente con le anime che giacevano nel suo regno col solo obiettivo di reclutarne sempre di più.

Queste però non erano le uniche stanze presenti in quei luoghi di dolore.

Ce n’erano alcune vuote, senza nome e serratura, pronte ad accogliere le nuove tendenze peccaminose che Lucifero aveva in mente di suggerire agli esseri umani.

Nel palazzo del male che si ergeva al centro di tutto l’Inferno, Lucifero predispose un vero e proprio quartier generale.

Nessuno poteva vedere la luce, non c’era mai un momento di silenzio e le anime venivano castigate senza sosta.

Dal suo trono poteva osservare il mondo e tutti i pianeti presenti nel creato ma i suoi occhi erano puntati continuamente sugli esseri umani che abitavano la Terra.

Lucifero era fermamente convinto che la sua vendetta si sarebbe compiuta a pieno il giorno del giudizio universale, quando Dio giudicando vivi e morti avrebbe

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