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Quel garofano spezzato. Paolo Cappello, muratore antifascista (1890-1924)

Quel garofano spezzato. Paolo Cappello, muratore antifascista (1890-1924)

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Quel garofano spezzato. Paolo Cappello, muratore antifascista (1890-1924)

Lunghezza:
239 pagine
2 ore
Pubblicato:
18 dic 2020
ISBN:
9789874761361
Formato:
Libro

Descrizione

In una provincia dell’Italia fascista il delitto di un muratore socialista scuote gli animi e infiamma la piazza. La morte di Paolo Cappello, avvenuta a Cosenza il 21 settembre del 1924, è uno di quei foschi fatti che nemmeno il crollo del regime fascista e il successivo avvento della democrazia riuscirono a chiarire. Tre gradi di giudizio non furono sufficienti ad assicurare alla giustizia i responsabili. Trascorsi 96 anni l’omicidio di Paolo Cappello rimane ancora impunito. Nel 1944 all’operaio ucciso venne intitolata la vecchia piazza “Michele Bianchi”, dov’era ubicata la Casa littoria che recava il nome del gerarca di origini calabresi. Con i metodi propri della storia criminale, della storia sociale e della microstoria Matteo Dalena cerca di far luce sugli itinerari di vita di uno dei tanti “figli di ignoti”, allevato nel quartiere popolare della Massa e cresciuto nei bassi di una città ebbra di vino e vendetta.
Pubblicato:
18 dic 2020
ISBN:
9789874761361
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Quel garofano spezzato. Paolo Cappello, muratore antifascista (1890-1924) - Matteo Dalena

Cosenza

Introduzione

Nel 1924, l’anno della morte di Paolo Cappello, Cosenza contava poco più di trentamila abitanti; era una piccola città nella quale tutti si conoscevano; e certi giovani, pur di opposte fazioni, vi frequentavano le stesse osterie. Matteo Dalena, giovane storico che racchiude in sé sia l’esperienza dell’ANPI, sia quella dell’ICSAIC, da sempre impegnati a collaborare sui rispettivi versanti, ci racconta la storia di un pasticciaccio brutto che ebbe per protagonisti fascisti e socialisti. E lo fa con delicatezza, e con l’onestà intellettuale che deve sempre guidare lo storico, anche se politicamente schierato.

La povera vittima, di soli 34 anni, assurta a simbolo del martirio antifascista, è così collocata nel contesto che le è più congeniale, come scrive l’autore, «quello sporco e pericoloso della strada, della miseria, del vizio, del crimine e della violenza, fatta e subita». Ecco dunque Paolino Cappello: muratore socialista analfabeta della Massa, figlio d’ignoti, poi monello di strada, malavitoso, ubriacone, disturbatore di funzioni religiose. Dalena ne ricostruisce la biografia con i pochi documenti a disposizione, per lo più giudiziari, secondo un metodo che ricorda le microanalisi dei microstorici; e apre così interessanti squarci di storia sociale cosentina: il fetido brefotrofio, detto la fabbrica della morte, le sassaiole in riva al Crati, le risse tra giovani avvinazzati, le molestie sessuali. E gli scontri fisici tra squadre di opposta tendenza politica, con zone di ambiguità e doppiogiochismo, in una fase storica caratterizzata da una diffusa violenza nei partiti, che il fascismo portò alle estreme conseguenze.

Erano squadre armate di coltelli, bastoni, e persino di rivoltelle, come quella che uccise Cappello; e questo era uno dei frutti avvelenati della Grande guerra per uomini che s’erano assuefatti all’uso delle armi, alla convivenza con l’idea della morte, alla sottostima della vita umana. La narrazione risulta efficace anche per gli squarci politici. Accanto agli anonimi protagonisti della Cosenza popolana, i capi partito: Pietro Mancini, Fausto Gullo, Michele Bianchi e quei notabili del giolittismo che avevano cominciato a trescare con Mussolini. Dalena indaga anche in questo campo e riesce a dare dignità di storia alla piccola storia cosentina dello sfortunato muratore della Massa.

Paolo Palma

presidente ICSAIC

Prefazione

Matteo Dalena racconta la storia di Paolo Cappello, un socialista cosentino assassinato dai fascisti nel settembre 1924. Non è stato un lavoro facile perché le fonti documentarie sull’umile muratore sono scarse: era un trovatello allevato da una donna pietosa in una stanza affumicata di un quartiere povero della città dove visse lavorando sin da piccolo. Lucien Febvre scrive che, in mancanza dei fiori normalmente usati, lo storico deve utilizzare tutta la propria ingegnosità per fabbricare il suo miele e Dalena sembra non rassegnarsi nella ricerca delle fonti. Nel suo saggio non si lascia prendere da digressioni erudite, è sobrio nel raccontare i fatti, è cauto nel formulare sentenze e riesce a dare vivacità al racconto così da appassionare il lettore. Per lo stile della narrazione particolarmente coinvolgente, a volte si ha l’impressione di leggere un romanzo e, in fondo, il mestiere dello storico non è poi molto diverso da quello del romanziere. Per colmare gli inevitabili vuoti e silenzi delle fonti e per cogliere la temperie di un mondo lontano, ogni storico deve possedere creatività e modellare con la sua arte i fatti per renderli scorrevoli ed efficaci. Pur partendo dall’analisi degli avvenimenti attraverso i documenti, lo storico è a suo modo un romanziere così come un romanziere è a suo modo uno storico: il romanziere costruisce i personaggi attraverso l’immaginazione e fa in modo che siano vivi; lo storico, servendosi delle fonti, rende vivi personaggi che non ci sono più.

Dalena è cosentino come Cappello e conosce bene i luoghi della città e la mentalità della sua gente, ma l’appartenenza dei protagonisti alla stessa patria spesso costituisce una difficoltà per lo studioso. Qualcuno sostiene che si possano scrivere le vicende della propria gente in maniera imparziale e senza condizionamenti, ma i tentativi in tale direzione sono stati deludenti. Gli storici locali, ad esempio, in passato hanno descritto i cosentini come fieri guerrieri, orgogliosi della propria indipendenza e della città: chi aveva osato sfidarli aveva pagato un caro prezzo. Hanno scritto, ad esempio, che tre grandi condottieri dell’antichità avevano trovato la morte nel Cosentino: Alessandro il Molosso re d’Epiro, Alarico re dei goti e Ibn Ahmad Ibrahim emiro saraceno. Il Molosso fu colpito al petto da una freccia e, caduto da cavallo, fu trascinato dalla corrente presso il campo dei nemici; Alarico morì improvvisamente di malaria e fu seppellito sotto il letto del Busento con armatura, cavallo, tesoro e con gli schiavi che avevano deviato le acque del fiume; Ibrahim, dopo ventidue giorni d’assedio, secondo alcuni fu colpito da dissenteria, secondo altri fu centrato da un fulmine in una chiesetta fuori città. L’impianto che caratterizza tali racconti è semplice: condottieri spietati e sanguinari trovavano a Cosenza la strenua resistenza dei cittadini e, se ciò non bastava, interveniva direttamente il castigo divino. Mentre gli abitanti delle altre città terrorizzati fuggivano vilmente davanti all’invasore, i cosentini, degni discendenti di Ercole e dei fieri bruzi, combattevano i nemici senza paura.

C’è un’altra difficoltà che Dalena ha dovuto affrontare: egli, come Paolo Cappello, è un militante antifascista. Accade spesso che per l’appartenenza ideologica lo storico abbia già in mente cosa scrivere e quindi documenti e fatti servano solo a confermare le proprie opinioni. Egli dovrebbe essere neutrale e obiettivo nella ricerca e, tuttavia, ogni studioso che narra il passato, per quanto si sforzi di essere obiettivo, non può essere scevro da sentimenti del suo tempo e soprattutto dalla sua filosofia di vita. Dalena manifesta apertamente la simpatia verso il giovane muratore cosentino e non si nasconde dietro la pretesa neutralità dello storico. Dipinge con foschi colori gli eventi del passato per ammonire la sua gente a non ripetere gli errori, al pari di un oratore vuole commuovere, sensibilizzare e incitare gli uomini a ricordare: il fine del suo saggio non è dilettare ma educare. È uno storico militante e il suo compito è quello di smascherare i falsi retori che hanno veicolato ideologie finalizzate unicamente a perpetuare il sistema sociale funzionale al potere, ideologie che, pur fornendo un orizzonte di senso, mistificano la realtà, intorpidiscono le menti e inducono le persone a subire gli eventi. Il suo fine è distruggere le prigioni mentali che condannano la popolazione alla cecità, smantellare il castello di sacre opinioni che distorcono la realtà e sfatare i miti che alterano la verità e plasmano le coscienze.

Dalena è dalla parte degli sfruttati e contro le tirannie ma, intellettuale onesto, non mitizza il suo protagonista, non cade nell’errore di molti storici superficiali che pensano agli uomini come se fossero don Chisciotte o Sancio Panza. I primi, prigionieri del sogno d’amore per l’umanità, errano sulla terra per affermarlo anche con la forza, sono mossi da una natura spirituale che li spinge all’azione; i secondi, prigionieri della felicità materiale, vivono per appagare i bisogni materiali e hanno un empirismo di natura animale che li spinge all’ozio: forza attiva e rivoluzionaria quella dei primi e forza passiva e conservatrice quella dei secondi. In realtà nessuno s’identifica nell’irrazionale puro che caratterizza l’uno e nel materiale puro che caratterizza l’altro, nessuno si riconosce completamente in don Chisciotte o in Sancio Panza perché ognuno si aggrappa alla poesia come alla materia, impulsi naturali che esistono indipendentemente dalla volontà.

Paolo Cappello non era uno stinco di santo e non era un esempio di rettitudine ma nutriva nell’animo sentimenti di libertà e di solidarietà umana e per questo fu ucciso. La sua vicenda, raccontata con passione e perizia da Dalena, è importante perché demolisce la convinzione di molti storici, anche di sinistra, che la povera gente sia passiva e in balia degli avvenimenti, spingendoli a occuparsi soprattutto di persone che si sono poste alla guida delle grandi masse di sfruttati e quindi meritevoli di gloria in vita e in morte. Tali storici escludono che la plebe avesse sentimenti di giustizia e libertà maturati nel tempo che potesse farli passare dal campo astratto del pensiero a quello più fecondo dell’azione. Ritengono che il popolino ignorante si muovesse unicamente per vili interessi economici e fosse controllabile con l’adulazione o con qualche concessione e, nonostante le misere condizioni di vita, d’animo remissivo si accontentasse di quel poco che aveva, si arrangiasse con vari espedienti, ironizzasse sulla propria miseria, pensasse solo a saziarsi, accettasse con rassegnazione il proprio destino e qualche volta mostrasse comportamenti aggressivi solo perché arrivato al limite della sopportazione.

In realtà, spesso la gente umile ha visto meglio di tanti dirigenti che si sono posti alla sua guida. Cuoco scriveva che il popolo era ordinariamente più saggio e più giusto di quello che si credeva poiché l’esperienza delle disgrazie vissute lo correggeva dai suoi errori. Paolo Cappello fu ucciso dopo il drammatico periodo della Grande guerra e, mentre i proletari cosentini sin dall’inizio avevano compreso che si trattasse di una guerra ingiusta, molti dirigenti si convinsero che la posizione neutralista coincidesse con i progetti della Corona e della borghesia e fosse in contrasto con gli interessi di classe. Dicevano che entrare nel conflitto era necessario per combattere gli imperi teutonici che, da vincitori, avrebbero azzerato le conquiste di contadini e lavoratori europei ottenute dopo tanti anni di lotte. Verso la fine del 1914, mentre la lotta armata infuriava in Europa, dirigenti del Partito socialista e della Camera del lavoro come Fausto Gullo, Pietro Mancini, Attilio Schettini, Raffaele De Luca, Filippo Amantea e Federigo Adami organizzarono comizi in favore dell’intervento in guerra per conquistare le terre irredente e fermare i progetti egemonici e autoritari di Germania e Austria. Migliaia di giovani proletari calabresi furono così massacrati o feriti nelle trincee, le loro famiglie ridotte in miseria, i reduci combattenti delusi per le promesse mancate e i padroni rafforzati più di prima. Il fascismo è il risultato degli effetti nefasti della Grande guerra.

La storia di Paolo Cappello ci insegna anche che le bandiere di fraternità, uguaglianza e libertà non sono state sventolate da intellettuali sognatori, ma impugnate dai lavoratori che spesso hanno dato la stessa vita per difenderle. Cappello, martire dell’antifascismo cosentino, era in realtà un semplice operaio che, insieme ai suoi compagni, in quegli anni turbolenti affrontò con coraggio le camicie nere. Negli anni seguenti, a pagare duramente per le idee antifasciste sono state soprattutto persone umili e anonime arrestate e spedite al confino dove vissero nella miseria e nella fame così come le famiglie abbandonate a se stesse. Nell’elenco definitivo degli «squadristi» in forza presso la Federazione provinciale dei fasci di combattimento, alla data del 28 ottobre 1940, risultavano tesserati 418 uomini; quelli della sezione di Cosenza erano 130, tra cui due operai e un elettricista. Il resto degli iscritti era formato da professionisti, ragionieri, commercianti, rappresentanti, bancari, insegnanti, impiegati statali e parastatali, industriali, centurioni e funzionari del partito. Tra i professionisti laureati figuravano cinque medici, tre avvocati, due ingegneri e due professori. Numerosi giovani del cosentino imprigionati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 rifiutarono di arruolarsi nell’esercito della Repubblica sociale e molti caddero eroicamente nelle formazioni partigiane per combattere i nazifascisti. Il giovanissimo Basilio Bianco, ad esempio, nell’ottobre di quell’anno si aggregò a una divisione garibaldina che operava nella Valle d’Andorno e, catturato per proteggere la ritirata dei compagni scesi a valle e difendere gli operai tessili in sciopero, il 22 dicembre fu torturato e fucilato in una piazza di Biella. Dirigenti come Gullo e Mancini, espulsi per indegnità dal Partito socialista e poi riammessi (il primo aderì al Partito comunista), hanno anch’essi subito persecuzioni da parte delle autorità fasciste ma la condizione sociale e le conoscenze hanno reso meno gravi le loro sofferenze. Gullo, pur condannato a quattro anni di confino, alcuni mesi dopo fu liberato e nel corso del ventennio fascista non fece attività politica dedicandosi alla professione di avvocato. Mancini, condannato a cinque anni di confino, fu subito liberato grazie all’intervento del quadrumviro Bianchi, del prefetto Guerresi e del federale Molinari; fino alla caduta del fascismo si dedicò unicamente al lavoro di legale e le sue arringhe furono pubblicate su una rivista di avvocati del regime.

Matteo Dalena, giovane pieno di entusiasmo e di grandi ideali, pensa che gli eventi storici, anche quelli che raccontano violenze, sopraffazioni e sconfitte, siano un utile insegnamento e chi non li conosce è condannato a ripeterli. Io sono vecchio e francamente confesso di essere un po’ più pessimista. L’esempio del giovane Paolo Cappello, la cui vita doveva spingere a combattere con convinzione i suoi carnefici, non fu seguito dai suoi concittadini che per vent’anni sfilarono nelle parate del regime. I cosentini oggi non conoscono la storia del muratore socialista e molti la interpreterebbero come quella di un uomo che, per affermare la propria libertà, lottando contro avversari invincibili, è votato a una inevitabile sconfitta. Una vicenda di un combattente che induce più alla rassegnazione che alla rivolta: nel mondo i forti vinceranno sempre sui deboli e ci saranno sempre le ingiustizie sociali. Del resto, i suoi assassini furono assolti da coloro che dovevano fare giustizia, per il loro misfatto ebbero varie prebende e, quando la dittatura finì, i nemici che avrebbero dovuto punirli per i loro delitti, vararono leggi che li amnistiarono.

Gli uomini, purtroppo, spesso non apprendono niente dalla storia e il loro ostinarsi a rifare gli stessi errori è la vera lezione che essa impartisce; la storia non insegna nulla, tranne che gli uomini non hanno mai imparato dalla storia; gli individui, malgrado le storiche ammonizioni, ricadono sempre negli stessi sbagli, come se il passare del tempo raffinasse la ragione senza renderli ragionevoli. La storia non è maestra di vita ma solo di se stessa e, come scriveva Delfico, con la storia s’impara la storia. Spero tanto di sbagliarmi.

Giovanni Sole

docente universitario

Prologo

Chi era Paolo Cappello? «Un eroe del Risorgimento». «Uno ucciso dalla mafia». «Un calciatore del Cosenza». E poi una serie di boh, mah, e che ne so. Spacciandomi per turista, cercando cioè di camuffare la mia inequivocabile inflessione dialettale, una mattina ho provato a interrogare una decina di studenti di un istituto d’istruzione superiore ubicato proprio in piazza Cappello, nel centro di Cosenza. Nessuno di loro si è avvicinato alla risposta esatta, anche perché la targa toponomastica della piazza è incompleta (oltre che a malapena visibile). Quel

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