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Vite spezzate
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E-book208 pagine2 ore

Vite spezzate

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Info su questo ebook

In questo avvincente thriller psicologico ambientato a Londra un mostro del passato riemerge nel presente spezzando la vita a tre giovani studenti e provocando ulteriore allarme in una città già fortemente provata dagli attentati terroristici.
Comincia così la lotta contro il tempo per il bravo e promettente detective di Scotland Yard, Sonny D’Amato, incaricato di risolvere il difficile caso. Dagli elementi raccolti, emerge che per risolvere il caso occorre scavare in vecchi casi di abusi su minori. E da ciò deriva il colpo di scena di questo thriller.
Con molta probabilità Sonny D'Amato otterrà quella promozione che sentiva di meritarsi senza però riuscire a gioirne. Il suo animo, infatti, sarà preso in ostaggio dal dolore che trasuda abbondantemente da quest’indagine triste e infausta che gli farà perdere di vista la differenza tra la vittima e il carnefice. Perché, come ha scritto Aleksandr Solgenitsin, «la linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ognuno».

LinguaItaliano
Data di uscita2 dic 2020
ISBN9781005125110
Vite spezzate
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Autore

Cesario Picca

Cesario Picca (1972), salentino di origine, vive a Bologna. Per 25 anni ha lavorato come giornalista di cronaca nera e giudiziaria, ora si occupa dei suoi gialli e del protagonista Rosario Saru Santacroce ed è relatore e moderatore in numerosi dibattiti e convegni. Ha pubblicato (2005) il saggio giuridico Senza bavaglio – L’evoluzione del concetto di libertà di stampa.Il suo amore per i gialli è sbocciato con Tremiti di paura dove il cronista salentino Rosario (Saru) Santacroce segue le indagini per scoprire l'autore di un cruento femminicidio. Questo è il primo giallo di una lunga serie. Vi fanno parte, infatti, Gioco mortale - delitto nel mondo della trasgressione, Il dio danzante - delitto nel Salento, Vite spezzate ambientato a Londra e dedicato alle vittime di abusi, L'intrigo - guanti puri e senza macchia e Il filo rosso - delitto sui colli.C’è molto di Cesario Picca in Saru Santacroce. Stessa età, stesse origini, stesso modo di vivere vita e lavoro. Laureato in Economia all’Università di Lecce, Cesario Picca si è trasferito a Bologna per lavoro. Si è occupato per molti anni di cronaca nera e giudiziaria lavorando per il quotidiano L’Informazione-Il Domani e collaborando con l’agenzia Adn Kronos.Nel 2002 è stato insignito del premio 'Cronista dell’anno Piero Passetti' grazie a un’inchiesta giornalistica.Cesario Picca was born and bred in Salento, in South Italy. For 25 years he worked as a crime and judicial reporter so it was very simple start writing thrillers. In his books, like Broken Lives and Murder in the Tremiti Isles, there are many real stories crossed with fantasy.He has already published (2005) the juridical essay Senza bavaglio – l’evoluzione del concetto di libertà di stampa (Ungagged - the developing concept of freedom of the press).His love for thrillers blossomed with Murder in the Tremiti Isles (She, the other and death...) in which the main character, the reporter from Salento, Rosario Saru Santacroce, is involved in a femicide. But you can find Saru Santacroce in thrillers Gioco mortale - delitto nel mondo della trasgressione (Because transgress also means dying...), Il dio danzante - delitto nel Salento (It is hard to deal with our own certainties...), Broken Lives (The monsters from the past destroy the future...), a psychological thriller set in London, dedicated to victims of abuse and inspired by Criminal Minds, Il filo rosso - delitto sui colli and the esoteric L'intrigo - guanti puri e senza macchia.The main character of his thrillers is a rough and rational man, talkative, charismatic, ready to savor every moment of life as if it was the last. Nicknamed Saru (the nickname that is given in Salento to those named like him), the reporter Rosario Santacroce covers the city's crime beat. As often happens, occasionally work also follows him on holidays because a real reporter is destined (almost) never to unplug. And that is probably why he gets entangled in murders.Maybe, between Saru Santacroce and Cesario Picca there are many points in common; they love life and they think life is a gift. They love footing and untill now they have run 30 marathons. A good way, in their opinion, to relax and feel good.In 2002 Cesario Picca was awarded the Piero Passetti prize for 'Reporter of the year'. He is a speaker or moderator at numerous conferences and participates in many radio and television broadcasts.

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    Vite spezzate - Cesario Picca

    Capitolo 1 - Un cadavere sul Tower Bridge

    Quando lo videro disteso tra uno dei bancali su cui erano stipati i rotoli di manto bituminoso e i contenitori metallici per la raccolta del materiale di scarto con sopra il nome dell’impresa Spencer, pensarono subito all’ennesimo studente ubriaco che aveva smarrito la via di casa dopo una notte di alcol e droga. Infastiditi, provarono a svegliarlo per mandarlo via e dare così inizio a un’altra giornata di lavoro. 

    Il cielo sopra Londra era plumbeo, mentre la nebbia fitta e sottilissima sfruttava qualsiasi pertugio per insinuarsi nei meandri più reconditi dell’animo, rendendolo frigido e poco avvezzo alla compassione. La lingua limacciosa che scorreva silenziosa sotto il Tower Bridge appariva più insidiosa del solito dopo le intense piogge dei giorni precedenti, ragione per la quale le rotte dei barconi erano state ridotte così come le gite lungo il Tamigi. Le luci della città erano ancora accese, ma poco potevano contro la forza della natura. Neppure i potenti generatori riuscivano a garantire la necessaria illuminazione per agevolare i lavori ormai in corso da settimane per il rifacimento del manto stradale che ricopriva il ponte. In giro a quell’ora c’era poca gente e men che meno turisti che solitamente affollano uno dei simboli della capitale britannica. 

    Dopo aver indossato il casco arancione e il gilet verde, il capocantiere Sam si avvicinò a quel corpo seminudo. Non solo si trovava in una zona vietata ai non addetti ai lavori, ma rischiava pure di prendersi un malanno se non fosse corso ai ripari indossando qualche indumento più consono alla stagione non proprio mite. Provò a svegliarlo toccandolo col grosso scarpone da lavoro sul fondoschiena coperto da un paio di jeans. Una volta, due, tre senza tuttavia ottenere il risultato sperato, contribuendo così ad innervosirlo più di quanto non stessero già facendo il lunedì mattina, un clima del cazzo e una voglia di lavorare che faceva il paio con quella di sorbirsi quell’umidità al limite della sopportazione. I suoi colleghi che assistevano alla scena sorridevano in silenzio perché sapevano che se li avesse sentiti sghignazzare si sarebbe vendicato rendendo difficile e pesante anche la loro giornata. 

    Al terzo colpo di scarpone Burk diede una leggera gomitata a John quasi a voler sottolineare la propria sorpresa di fronte al sonno profondo in cui pareva caduto il giovane, non certo il primo con cui erano stati costretti a fare i conti da un mese a quella parte quando al mattino riaprivano il cantiere. Calzando i guanti da lavoro per evitare qualsiasi contatto con lo sconosciuto e scongiurare eventuali malattie di cui poteva essere portatore, Sam si inginocchiò accanto al corpo e provò a scuoterlo per le spalle coperte da una camicia male allacciata. Si rese immediatamente conto che c’era qualcosa di strano e invitò i colleghi a chiamare il 999. 

    L’ambulanza del National Health Service giunse sul posto nel giro di pochi minuti e i sanitari non poterono far altro che constatare che il ragazzo era stato ucciso parecchie ore prima. Sui polsi aveva i segni delle taglienti stringhe di plastica che con molta probabilità erano state usate per legarlo mentre le profonde ferite sul petto dovevano averne determinato la morte. I paramedici allertarono subito la polizia i cui lampeggianti si aggiunsero a quelli del loro automezzo contribuendo a dare un tocco di colore sinistro alla scena del crimine. Mentre due agenti circondavano la zona con il nastro giallo sul quale campeggiava la scritta ‘Police line do not cross’, il detective Sonny D’Amato seguiva con sguardo attento l’operato della coroner in attesa di poterle rivolgere alcune domande che si appuntava man mano sul piccolo taccuino con il logo di Scotland Yard sulla copertina. 

    Era la sua prima volta come responsabile delle indagini in un caso di omicidio. Il capo della sua unità investigativa, che operava nella zona Est della città, aveva deciso di mandarlo sul posto da solo. L’influenza aveva decimato l’ufficio ed essendo a corto di uomini non poteva permettersi di abbandonare la propria scrivania. In ogni caso era sicuro di non correre alcun rischio perché il giovane investigatore aveva dimostrato di saperci fare e quella poteva essere l’occasione giusta per guadagnarsi la promozione a detective sergeant che aveva dato prova di meritare. Probabilmente anche la sorte era dalla sua, dal momento che quel giorno non era in servizio neppure il suo peggior rivale, un individuo che alle scarse qualità sopperiva con doti da intrallazzatore e una piaggeria che non aveva eguali. Era stato proprio grazie a quelle che si era assicurato un’ottima protezione tra le alte sfere della polizia. 

    Trent’anni compiuti da poco, Sonny era un immigrato italiano di seconda generazione. Suo padre Sebastiano aveva lasciato il Salento in cerca di fortuna e si era trasferito a Londra appena maggiorenne. Lì aveva conosciuto sua madre Rosalia, una ragazza siciliana emigrata insieme alla famiglia che non aveva avuto alcun dubbio sul nome da dare al primogenito nato un anno dopo il matrimonio. Voleva chiamarlo Santino come il nonno scomparso prematuramente e per questo ci fu un braccio di ferro con il marito che invece era orientato verso qualcosa di più moderno. Fu possibile giungere ad un compromesso solo dopo lunghe ed estenuanti trattative. Nel mezzo si rincorsero ripicche di tipo sessuale da parte della donna non intenzionata ad assolvere ai propri doveri coniugali e la freudiana resistenza dell’uomo che quanto ad orgoglio non aveva rivali. Provvidenziale fu l’intervento pacificatore della nonna materna che mise entrambi d’accordo pur di scongiurare un più che probabile divorzio che avrebbe rappresentato un’onta indelebile e difficilmente sopportabile per la famiglia. 

    La vittima non aveva alcun documento addosso, quindi la sua identità sarebbe venuta fuori solo attraverso la comparazione delle impronte digitali. La carnagione chiara e i capelli castani facevano propendere per un giovane latino o un ispanico che non doveva avere più di venticinque anni. Quando July Pence terminò le operazioni preliminari relative a una prima superficiale ispezione cadaverica, rimise nella sua borsa gli attrezzi da lavoro, si levò i guanti in lattice e si fermò a parlare con Sonny D’Amato che tante volte aveva incontrato in occasioni di quel tipo. La dottoressa, che aveva anche una specializzazione in psicologia forense, aveva qualche anno in più del giovane detective ma tra i due c’era ugualmente una bella gara a chi avesse più charme e più pretendenti tra i colleghi e le colleghe. 

    Capitolo 2 – Torturato e ucciso barbaramente

    La coroner spiegò che la vittima non era stata ammazzata sul Tower Bridge in quanto non c’erano tracce di sangue; del resto sarebbe stato alquanto difficile per il suo assassino legargli i polsi e seviziarlo in un posto così affollato. Era stato raggiunto da almeno venti coltellate anche se solo alcune, sulla base dei primi accertamenti, potevano essere giudicate mortali. Non poteva considerarsi un omicidio d’impeto, era stato premeditato e chi l’aveva commesso aveva dimostrato un sadismo senza pari infliggendo tante e tali sofferenze alla vittima prima di concederle la grazia di morire ponendo così la parola fine a quel dolore. Lo psicopatico che aveva compiuto quello scempio aveva voluto gustarsi appieno la soddisfazione malsana di veder scivolare via la vita da quel corpo martoriato. Non era il primo caso sconvolgente per la dottoressa Pence, il lavoro l’aveva abituata a fare i conti con il peggio che la mente umana è in grado di partorire. Eppure il solo pensiero di ripercorrere il lungo supplizio vissuto da quel giovane senza nome la scombussolava parecchio. 

    Il caso non prometteva nulla di buono perché l’autore di quel delitto, secondo la letteratura medico-scientifica, poteva essere incluso di diritto nell’elenco dei serial killer, una categoria con la quale era meglio non avere a che fare. Se le sue considerazioni fossero state fondate – e dentro di sé sperava di sbagliarsi – non sarebbe stato l’unico cadavere che si sarebbero ritrovati fra le mani. Sonny D’Amato la ascoltò con estrema attenzione e in religioso silenzio, abituato com’era a lasciar parlare gli interlocutori. Era convinto che si potesse scoprire di più in quel modo che nel porgere domande e si limitava a prendere appunti sul suo bloc-notes. Ne avrebbe aggiunti altri dopo l’autopsia prevista per l’indomani, al termine della quale sarebbe stato rilasciato il Medical Certificate of the Cause of Death (MCCD). 

    Dopo aver concluso con la coroner si avvicinò ai colleghi che nel frattempo avevano posto sotto sequestro l’intero ponte sul quale continuava a gravare in maniera opprimente la nebbia. In quel frangente erano impegnati a catalogare qualsiasi elemento che potesse fornire un contributo alla soluzione del caso. Questa può essere davvero l’occasione della tua vita, ma non sarà facile né risolvere l’enigma né evitare che qualcuno te lo porti via, pensò Sonny. Comprendeva perfettamente la complessità della situazione in cui era finito e stavolta non avrebbe potuto contare sull’appoggio incondizionato del suo capo se dai piani alti avessero spinto affinché il caso venisse affidato ad un investigatore meglio ammanicato di lui. 

    Sam e i suoi colleghi assistevano alla scena da una posizione defilata. Stavano appoggiati al parapetto bianco e blu del ponte a pochi passi dalla struttura fortificata della Tower of London, dall’altra parte della recinzione metallica che separava il cantiere dal passaggio pedonale solitamente affollato dai turisti impegnati con i selfie. Sui loro volti non c’era più quel sorriso abbozzato spuntato qualche ora prima quando non avevano ancora realizzato la reale portata degli eventi e ridevano del loro capocantiere alle prese con quello sconosciuto. Erano ostaggio delle circostanze perché avrebbero voluto tornarsene a casa, non potendo lavorare, ma non erano autorizzati né ad abbandonare il posto di lavoro né ad allontanarsi prima di essere stati sentiti dagli investigatori. 

    Dopo aver scambiato qualche parola con i colleghi, Sonny si avvicinò al gruppo dei sette uomini con la pettorina verde per raccogliere separatamente le loro deposizioni che nulla aggiunsero a quanto non avesse già fatto la situazione in tutta la sua drammatica evidenza. Prese comunque le loro generalità, diede uno sguardo ai loro documenti e li invitò a presentarsi in ufficio entro sera per mettere a verbale le loro dichiarazioni. Insieme ad un altro detective fece una ricognizione nelle strade nei dintorni del ponte alla ricerca di possibili occhi elettronici. Pertanto, percorse una parte di St. Katharine’s Way, Queen Elisabeth Street e Tooley Street e dispose il recupero dei filmati delle telecamere a circuito chiuso della vicina Tower Hill Underground Station; estese il raggio d’azione fino ad arrivare alla Monument Underground Station e alla London Bridge Underground Station. Era evidente che chi aveva ammazzato quel giovane non aveva preso la metropolitana, ma sarebbe potuto passare nelle vicinanze con il mezzo usato per trasportare il cadavere. Sapeva benissimo che quelle telecamere non avevano il potere di radiografare i veicoli, però avevano quello di immortalare targhe, sagome o indizi che sarebbero potuti tornare utili in caso di riscontro. Sonny telefonò al capo per metterlo al corrente di ciò che era avvenuto ottenendo da lui il beneplacito a proseguire con il piano che aveva in mente. 

    Capitolo 3 – Il morto è uno studente italiano

    Dopo le opportune verifiche, il potente cervellone che ospitava la banca dati diede il proprio responso: la vittima era Umberto Camillo Petrelli Pinardi, un ventiduenne romano. Era a Londra per studiare l’inglese in un college di Camden Town molto gettonato tra gli studenti italiani che si recavano nella capitale britannica per migliorare la conoscenza della lingua di Sua Maestà. La scuola era situata in Camden High Street, non molto distante dalla stazione della metro, sulla strada principale del caratteristico quartiere londinese sulla quale si affacciano numerosi chioschi dove si può comprare di tutto. Attraverso il consolato vennero avvertiti i genitori del ragazzo che il giorno seguente raggiunsero la capitale britannica. La famiglia del giovane era di origine piemontese, apparteneva all’antica borghesia sabauda e per tale motivo al figlio era stato dato il nome del re e del conte Benso di Cavour che si inventò l’Unità d’Italia per saccheggiare le ingenti risorse economiche del Regno delle due Sicilie al fine di rimpinguare le casse vuote dei Sabaudi.

    I Petrelli Pinardi vivevano da moltissimi anni nella Capitale dove si erano trasferiti quando l’aristocratico patriarca, un generale dell’esercito, era stato eletto deputato del Regno. Il padre della vittima non aveva mai avuto bisogno di lavorare e nemmeno si era mai dato da fare in tal senso. Per tale ragione si era scontrato spesso con le ferree convinzioni del capofamiglia che gli aveva intimato di trovarsi un’occupazione perché era disonorevole che il figlio di un grande combattente vivesse di rendita senza dare il proprio contributo alla patria. Pertanto era stato nominato amministratore delegato di numerose società pubbliche finché non era stato chiamato a ricoprire lo stesso ruolo in una nota agenzia di stampa di cui possedeva una consistente quota azionaria. 

    Grazie alle sue origini e al perspicace utilizzo dello scranno che occupava in quel periodo aveva costruito una fitta rete di contatti che gli permettevano di aprire parecchie porte all’interno dei palazzi del potere. Era, tra gli altri, molto amico del ministro degli Esteri e per questo in aeroporto trovò ad attenderlo un’auto di servizio che lo condusse direttamente in Grosvenor Square. Su quei giardini si affacciava la residenza in stile classico della rappresentanza diplomatica italiana, proprio di fronte all’ambasciata USA situata dall’altra parte del polmone verde al centro della grande piazza. A colpire i passanti erano indubbiamente le enormi dimensioni della bandiera tricolore issata sopra l’ingresso neanche le fosse stato assegnato il compito di controbilanciare la moderna vastità dell’ambasciata americana. Con le sue smisurate tonnellate di vetro e ferro, quest’ultima occupava un intero isolato e con la sua alta recinzione e il sistema di sicurezza dava più l’impressione di essere la succursale di Fort Knox che la sede degli uffici diplomatici. 

    Fu l’ambasciatore in persona a ricevere i coniugi Petrelli Pinardi, prodigandosi per spiegare agli ospiti la solerzia con la quale si era messo in contatto con le autorità britanniche. Promise loro che avrebbe seguito il caso personalmente e sollecitato gli inquirenti a fare luce su un episodio criminoso che a suo dire l’aveva sconvolto. In realtà un impegno simile avrebbe dovuto essere di competenza del console, al quale solitamente spetta intervenire in casi del genere, ma l’inquilino di Grosvenor Square non aveva alcuna intenzione di dare ad altri l’opportunità di fare bella figura con gli amici degli amici. A fare pressioni avrebbe pensato anche l’agenzia di stampa di Petrelli Pinardi che aveva rivolto i suoi potenti riflettori sulla vicenda ed era pronta a puntare l’indice contro gli inquirenti inglesi al solo sentore che non profondessero il necessario sforzo per dare un nome e un cognome all’autore del barbaro delitto. Proprio per questa ragione sullo stesso aereo dell’amministratore delegato erano saliti anche due inviati di punta con il compito di seguire le indagini. 

    Dopo il colloquio, il padrone di casa diede disposizione affinché i due ospiti venissero accompagnati al loro albergo nella vicina Oxford Street, a due passi da Hyde Park, tenendo a precisare che per qualsiasi esigenza avrebbero potuto fare riferimento a lui. Inoltre, dopo l’ora di pranzo si sarebbe recato insieme a loro all’obitorio per il triste rito

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