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Frontiere di sabbia. Da Samarcanda a Palermo

Frontiere di sabbia. Da Samarcanda a Palermo

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Frontiere di sabbia. Da Samarcanda a Palermo

Lunghezza:
366 pagine
5 ore
Editore:
Pubblicato:
3 dic 2020
ISBN:
9791220305945
Formato:
Libro

Descrizione

In un lungo viaggio attraverso le labili frontiere che uniscono più che separare l’Occidente dall’Oriente, l’autrice ripercorre luoghi che videro nascere e scomparire civiltà, fiorire arti e lettere, progredire la scienza ereditata dalla Grecia antica. Terre ricche di miti e di storia che assistettero a scontri fra nazioni e culture e che, più spesso, accolsero popoli con fedi e usanze diverse, testimoniando la possibilità della convivenza e l’arricchimento spirituale e materiale che ne derivava. Frontiere di sabbia descrive un mondo variegato e affascinante, dove passato e presente si intrecciano in una realtà che è necessario conoscere per capire il momento storico che stiamo vivendo. Uno strumento di piacevole lettura per la riscoperta delle nostre stesse radici e una risposta pacata e illuminante a chi, non sapendone e non volendone sapere nulla, agita sconsideratamente la bandiera dell’intolleranza.
Editore:
Pubblicato:
3 dic 2020
ISBN:
9791220305945
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Frontiere di sabbia. Da Samarcanda a Palermo - Claudia Berton

2020

TRANSOXIANA e dintorni

La città verde di Timur

"L’avvenire assomiglia al passato ancor più

di quanto l’acqua assomigli all’acqua"

(Ibn Khaldun, 1332-1406)

A circa un quarto del tratto dell’antica Via della Seta che congiunge Samarcanda con il confine afgano segnato dal fiume Amu Darya, l’antico Oxus, si trova, non molto lontano dalle propaggini del Pamir e dal luogo dove da qualche anno è sorta una base militare americana, la cittadina di Shakhrisabz. Di qui passarono in tempi ancora recenti le truppe dell’Armata Rossa per occupare l’Afghanisthan e combattere la lunga e devastante guerra che, oltre a portare alla rovina quel paese, contribuì in larga misura anche al crollo della stessa Unione Sovietica, con il quale si innescò una tremenda reazione a catena che coinvolse anche gli stati che costituiscono il cuore geografico dell’Asia. In questa località che è oggi una tranquilla cittadina di provincia nacque Timur lo zoppo, Tamerlano, ed egli stesso, una volta preso il potere e pensando per qualche tempo di farne la propria capitale, chiamò Shakhrisabz - ‘città verde’ in tagico - il luogo che sotto il nome di Kesh era stato una specie di feudo della sua famiglia, un nobile ma decaduto clan musulmano, mongolo di origine ma ormai completamente turchizzato.

Oggi Islom Karimov, un comunista riciclato che dal crollo dell’URSS è l’autocratico capo dello stato uzbeco, proibisce alle guide turistiche di ricordare l’origine mongola del condottiero, che è assurto ad eroe nazionale spodestando al centro delle piazze principali le statue di Lenin. Per le vie non troppo imperscrutabili della propaganda, Timur è stato dunque cooptato e trasformato in uzbeco: sarebbe un tocco di umorismo nero, se solo non fosse involontario, visto che furono proprio gli Uzbechi a scacciare gli ultimi Timuridi dal loro impero. Pensando dunque di elevare Shakhrisabz al rango di capitale, prima di scegliere Samarcanda, Timur vi fece erigere quello che fu forse il più maestoso dei suoi palazzi di rappresentanza, e comunque l’unico di cui rimangano delle rovine: l’Ak Saray, il palazzo bianco, colore che era sinonimo di bellezza e quindi di nobiltà per gli altaici. Sul portale d’ingresso il Grande Emiro aveva fatto scrivere a chiare lettere quale fosse la funzione delle costruzioni che spargeva con gran dovizia di mezzi nel suo impero: Se dubiti della nostra potenza, guarda le nostre costruzioni. Oggi, non solo la scritta è cancellata, ma anche gran parte delle ambiziose architetture di Timur sono scomparse da quello che fu il cuore del suo regno: edificate troppo velocemente e in mattoni per lo più crudi - perché il Grande Emiro era divorato dall’ansia di bruciare il tempo e di impiegare gli enormi bottini ricavati dalle sue incessanti campagne militari - progettate ed erette da maestranze ed architetti deportati dai loro paesi d’origine e quindi inesperti riguardo alla situazione geologica della Transoxiana, palazzi, moschee, madrase e mausolei cominciarono a sgretolarsi già a pochi anni dalla loro costruzione, vittime anche dell’ audacia architettonica dei loro archi, delle volte maestose, delle cupole imponenti, come dei terremoti frequenti e distruttivi e, da ultimo, degli oltraggi degli Uzbechi che, sconfitti i Timuridi, si sostituirono ad essi.

Quello che oggi rimane dell’Ak-Saray sono le mura laterali del grande portale d’ingresso che viste in lontananza, in prospettiva, dai giardini antistanti - al cui centro sorge una statua di Timur - sembrano due gigantesche ali ripiegate, crollate ai piedi del Grande Emiro che si libra incurante sopra di esse, immobile sul suo piedistallo - una mano a sorreggere il mantello, l’altra aperta a indicare il vuoto verso il basso - e un’espressione di perplessità sul bel viso magro, dalle tempie cinte dalla corona. Questa mattina al basamento della statua è appoggiato un fondale dipinto con la bianca raffigurazione del Taj Mahal che fa da schienale ad un panchetto coperto da un rosso tappeto Bukhara ( tessuto però - come tutti quelli che portano questo nome - in Turkmenistan) sul quale siede in posa una coppia di sposi novelli, pronti per essere immortalati dal fotografo davanti al monumento che è il simbolo centroasiatico dell’amore. La sposa, molto seria, quasi sul punto di sciogliersi in lacrime, indossa uno sfarzoso abito bianco - secondo la moda occidentale che in molte forme ha conquistato l’Asia - mentre lo sposo, di costituzione robusta, socchiude per il sole gli occhi dalla marcata plica mongolica e abbozza un sorriso soddisfatto. Sul suo piedistallo incombente, il Grande Emiro volge il viso altero nella direzione opposta, mentre un gruppo di giovani invitate si riuniscono in conversazione come farfalle vistose nei colorati vestiti a festa. E’ a me soltanto che non sfugge l’intima connessione tra il fiero Timur, costruttore e distruttore, e la bianca, raffinata versione dei mausolei timuridi eretta nel lontano Moghulstan da Shah Jahan, discendente del Grande Emiro?

A guardarli da vicino, i resti in scala titanica del portale d’ingresso dell’ambizioso Ak-Saray pur nella loro decadenza - o forse proprio per questa? - sono stupefacenti. Il sole allo zenit ricava dalle loro superfici, nei solchi a nido d’ape che un tempo scintillarono di specchi, un ricamo estemporaneo di minuscole ombre e un’impalpabile vibrazione azzurra scorre lungo gli imponenti torrioni ammorbidendoli, trasformandoli in una struttura delicata che ne alleggerisce la mole imponente. I nomi di Allah e del Profeta - in enormi caratteri cufici - si rincorrono incessantemente, vibrando anch’essi lungo i muri in smalti blu oltremare e azzurro turchese. Laddove le maioliche mancano, viene messa a nudo una carne di mattoni dorati che sottolinea, potenziandolo, il colore ancora presente sulle superfici. Il tempo, questo grande scultore, ha creato la sua opera: ciò che resta, accenna soltanto, suggerisce, stimolando così la potenza dell’immaginazione che - là dove ciuffi di erba sgretolano i mosaici - sa ricostruire i giardini pensili, le piscine sopraelevate, i bagliori dell’oro, ricreando una fuggevole visione di quella che fu la magnificenza della scenografia che Timur volle per le sue gesta e che ottenne lo scopo abbagliando ambasciatori di terre lontane come De Clavijo, l’inviato del sovrano di Spagna, che ci ha lasciato entusiastiche descrizioni della visita che fece al Grande Emiro nel 1404.

Per gli intellettuali occidentali del restauro, il lavoro di conservazione dell’architettura timuride compiuto dai sovietici è un ulteriore motivo di biasimo da sommare ai molti e inconfutabili aspetti negativi dell’imperialismo sovietico in Asia centrale. Tuttavia, se questo lavoro non fosse stato svolto e con tanta diligenza, la Russia sovietica - al momento della sua dissoluzione - non avrebbe consegnato all’Uzbekistan nient’altro che un indifferenziato cumulo di rovine e sarebbe stata biasimata - a mio avviso con maggior ragione - anche in questo caso. Per quanto restaurati - o meglio, benché fin troppo restaurati - i monumenti uzbechi conservano un potere evocativo di gran lunga maggiore, ad esempio, del tempio di Apollo a Vasse, nel Peloponneso, relitto imprigionato tra le spire di un giallo tendone da circo che dovrebbe proteggerlo dalle piogge acide causate dalla distruzione del nostro ambiente. A dieci anni dal crollo dell’Unione Sovietica e dalla conseguente indipendenza formale del paese, restauri e ricostruzioni continuano sotto il nuovo regime, condotti con vigore ed entusiasmo malgrado la disperata situazione economica in cui versa il paese. I maggiori complessi architettonici sono qui e là abbracciati da impalcature di legno da cui spuntano cupole color turchese. In bilico come funamboli, giovani muratori - privilegiati perché non disoccupati - si lanciano l’un l’altro mattoni con cui ricostruiscono volte, modellandole su strutture in legno come aeree carene di nave; si raddrizzano minareti pendenti come la Torre di Pisa a causa di terremoti o cedimenti del terreno: minareti dalla forma di enormi colonne corinzie che non sostengono nulla, nemmeno la cella del muezzin, aprendosi verso l’alto come corolle; si ridecorano gli interni con la preziosa tecnica kundal, rivestendo poi le cupole con stalattiti di cartapesta, in un pervasivo riverbero blu e oro, fresco e lucido, come se le maestranze di Timur fossero scese or ora dalle impalcature: il tutto in un turbinio di polvere, onnipresente, nel gioco delle ombre disegnate dal riflesso di alberi secolari sotto ai quali siedono uomini antichi dalle lunghe barbe bianche, che consigliano i muratori o semplicemente partecipano in silenzio alla vita del cantiere. C’è un’intrinseca armonia in questi cantieri che, simili a cantieri medievali a cielo aperto, si perpetuano nei secoli attorno a queste mura per conservare testardamente quello che il tempo si accanisce a distruggere: la forma almeno della tradizione, e se è una forma ormai quasi svuotata, chissà mai che mantenendone l’impronta non si possa ritrovare qualcosa anche del contenuto! Proprio accanto a questi cantieri, e in simbiosi con essi, ferve la produzione di maioliche smaltate che si tramanda nei secoli per rimpiazzare il materiale che - con lavoro altrettanto incessante ma di segno contrario - fanno gli uccelli frugando implacabili e beccando fra le crepe nelle cupole turchesi, là dove, interrompendo le lame di luce del riflesso del sole, crescono aerei giardini di ciuffi d’erbe pallide, come il primo accenno di peluria su guance adolescenti.

Gli intellettuali del restauro, che giudicano troppo spesso in modo astratto, fuori dal contesto, rimodellando a seconda delle mode le loro leggi che pretendono poi di rendere universali, si indignano per questo testardo ricostruire che definiscono un falso, e citano piuttosto a modello le cupole di Isfahan, di qualche secolo più giovani di quelle timuridi. Eppure, anche passeggiando ai piedi delle cupole iraniane mi sono imbattuta in monticelli di frammenti turchese, gemme lucenti in mucchi di sabbia, che incessantemente - anche se più sommessamente - vengono rimpiazzati. L’orgoglio del mutamento infatti, e il protagonismo di una pretesa originalità, sono prerogative dell’Occidente moderno, mentre nelle società tradizionali - e soprattutto nel mondo musulmano - la tradizione è ancora una struttura potente, vitale, autoreferente, e la continuità con il passato è ancora un valore primario, costitutivo del senso di identità.

In ogni modo, per quanto criticati anche i restauri sovietici sono già in rovina a Shakhrisabz. A causa di infiltrazioni d’acqua, dell’eccessiva salinità del terreno nonchè dei materiali scadenti, si aprono crepe nei muri, ferite nei mattoni più recenti ma già sgretolati come quelli antichi; le nuove pitture kundal, le pareti ripiastrellate di recente, hanno già una patina di vetustà che le colloca in una dimensione atemporale che uniforma, all’occhio inesperto, l’opera timuride e il restauro sovietico. In questo autunno 2002 fervono i lavori a Shakhrisabz perché il regime del presidente Karimov - dopo aver decretato e celebrato i 2.500 anni di Bukhara e di Samarcanda, nel suo tentativo di stimolare il nazionalismo uzbeco - si prepara ora a festeggiare il duemilacinquecentesimo anniversario della fondazione del luogo natale del Grande Emiro. La cupola turchese della grande Moschea del Venerdì e quella del mausoleo del sufi Sheikh Shams ed-Din Kulyal – guida spirituale di Timur e di suo padre, l’emiro Taragai – sono già state tirate a lucido, come pure la cupola dell’adiacente mausoleo che Ulug Beg, nipote di Timur, volle per i propri discendenti. Pochi passi più lontano tuttavia sorgono gli smozzicati, commoventi resti di uno strano mausoleo che - già restaurato e di nuovo in rovina - si pensa superasse in magnificenza persino il palazzo Ak-Saray. Il mausoleo si chiamava - e suona ironico ricordarlo ora - ‘seggio del potere e della forza’ e conteneva i resti del figlio maggiore di Timur, il prediletto Jahangir che morì giovanissimo.

L’unica parte ancora originale dell’edificio - e anche la più bizzarra - è la cupola a cono, che ricalcando la forma del copricapo dei dervisci locali solitamente identificava le tombe dei sufi più venerati: la tomba del principe Jahangir è dunque l’unica eccezione a questa consuetudine, insieme alla cupola del mausoleo di Ayub, costruito nel XII secolo a Bukhara per islamizzare il culto pagano di una fonte a ridosso delle mura della città. Secondo la leggenda infatti Giobbe, il profeta rabdomante, avrebbe colpito in questo luogo il terreno con il suo bastone, facendone zampillare una sorgente. Ora le pareti interne del mausoleo, costruito inglobando la sacra fonte d’acqua, sono ricoperte, secondo l’uso sovietico, di pannelli didattici che illustrano il sistema di approvvigionamento idrico di Bukhara e le opere di risanamento intraprese dopo la conquista dei bolscevichi all’inizio del XX secolo. Anche il continuo riappropriarsi, per quanto in forme diverse, del messaggio convogliato dalle leggende è una forma di sotterranea continuità, intellettualmente percepibile all’attento osservatore in cerca di associazioni ma di grande impatto subconscio per il popolo a cui si rivolge.

Quando non rimane più nulla da visitare a Shakhrisabz, pranzo con i miei compagni di viaggio in una casa uzbeca, una fra le tante che si susseguono lungo le strade polverose, offrendo ai passanti l’impersonale uniformità di tetti in lamiera ondulata, facciate dipinte di bianco e imposte verniciate di azzurro. All’interno però il cortile centrale, sul quale le stanze della casa si aprono come su un impluvio dell’antica Roma, è ricamato lungo il perimetro da pergolati di vigne, piselli odorosi e melograni. Nella stanza destinata ai viaggiatori occidentali la tavola occupa quasi completamente la superficie disponibile, imbandita sontuosamente con una distesa di coppe che contengono cibi semplici ma disposti artisticamente come in un arazzo ricamato di colori accesi: piramidi - perfettamente tagliate in minuscoli cubetti - di cocomeri, meloni, pomodori, rape; stelle filanti di cavoli, insalate, cumuli di riso, datteri, uva, rapanelli - come perle di dimensioni e colori diversi - e il pane, piatto e fragrante, da spalmare con una tavolozza di salse piccanti multicolori.

***

Le acque di Bukhara la nobile

"Sotto la cupola del Vero siamo come pedine

sulla scacchiera della vita.

Una volta finita la partita, a uno a uno,

finiremo nel cassetto del Nulla"

(Omar Khayyam, sec.XII)

Circondata dal deserto delle sabbie rosse, il Kizil Kum, Bukhara è una verde oasi grazie allo Zerafshan - il ‘dispensatore d’oro’ - il suo fiume che, nato alle pendici del Pamir, oggi sta spremendo qui le sue ultime gocce, insabbiandosi in una palude. Dopo che le armate zariste ebbero preso Samarcanda e poterono quindi controllare a monte le acque dello Zerafshan, ebbero gioco facile nel costringere alla resa anche la fiera Bukhara, che cadde nelle loro mani nel 1868. In stridente contrasto con il nome del fiume tuttavia, le acque della città erano a quel tempo una sorta di fogna a cielo aperto, fonte di ricorrenti epidemie di colera; nelle numerose vasche pubbliche della città prosperava la filaria, un verme lungo anche più di un metro che solo un esperto barbiere-salassatore, incidendo la carne del malato, riusciva ad estrarre avvolgendo con delicatezza il parassita attorno ad un bastoncino.

Quando agli zaristi subentrarono i sovietici, intrapresero un’energica azione di risanamento che comportò anche l’interramento delle tradizionali vasche d’acqua della città. A ricordo del passato, rimane però la più grande di tutte, il Lab- i- Khauz, antico luogo d’incontro della città circondato da un giardino di gelsi secolari, da due madrase in posizione speculare e da un ostello per dervisci. Sugli ampi letti di legno verniciati di azzurro e collocati sul bordo della vasca, siedono a gambe incrociate giovani coppie con bambini e gruppi di uomini anziani che sorbiscono in silenzio contemplativo bicchieri di tè verde e spiluccano uva passita giocando a tabla lì dove, fino a pochi decenni fa, le donne, facendo acqua, si fermavano a chiacchierare, unica attività sociale a loro permessa. Il governo sovietico risanò dunque le acque di Bukhara ma la sua politica al tempo stesso fu la causa della mancanza cronica di acqua che, in Uzbekistan come nelle altre repubbliche limitrofe, rappresenta un disastro ecologico di portata immensa, al quale è forse ormai troppo tardi per porre rimedio. L’imposizione sovietica della monocoltura del cotone in queste regioni, infatti, svenò con innumerevoli bacini e canali d’irrigazione i due grandi fiumi - l’Amu Darya e il Sir-Darya - riducendone la portata a tal punto che il Mare d’Aral, quarto bacino interno del mondo per dimensione, in pochi decenni si è ridotto di più della metà, mettendo a nudo un deserto di sale e di pesticidi che le tempeste di vento sollevano causando malattie mortali agli abitanti delle aree limitrofe. Da quelli che erano i moli cui attraccavano flotte di pescherecci e di barche da diporto, lo sguardo spazia ora a perdita d’occhio su desolate distese di terra sterile e inquinata e nei bunker dell’isola di Vozhrosdenie, al centro dell’Aral, sono ancora attivi i mortali prodotti della sperimentazione batteriologica sovietica. La filaria è stata rimpiazzata dunque da disastri ecologici di ben più drammatica portata.

Racconta un apologo locale che un giorno un uomo accecato dall’avidità cadde in una vasca d’acqua: dacci la mano - gli gridarono i soccorritori accorsi in suo aiuto - ma egli non diede segno di avere inteso e continuò ad annaspare dibattendosi nell’acqua finché non avanzò verso il bordo del bacino Nasreddin Khoja, che gli disse: Prendi la mia mano!, riuscendo così a trarre in salvo l’uomo, avvezzo a prendere, piuttosto che a dare. Nasreddin e gli altri protagonisti di cicli di storie nell’area mediterraneo-islamica - il Giuha arabo, il Giufà siciliano e, in certo qual modo, anche il nostrano Bertoldo - rappresentano la secolarizzazione della figura del ‘pazzo sacro’, il folle di Dio, che l’orientalista Bausani, distinguendolo dal tipo del santo malamati, definisce come pio idiota, in cui si intrecciano inscindibilmente furbizia e ingenuità. Sotto ai gelsi del giardino che circonda il Lab-i-Khauz Nasreddin Khoja sta a cavallo del suo asino - in una statua di lucido bronzo in cui, in posa scomposta, ebbra, tiene la mano sul cuore in quello che è il gesto di saluto centroasiatico - ma la sua bocca di pazzo-saggio è purtroppo muta riguardo alle abissali avidità del presente. Dalla fine del cosmopolitismo timuride, tutto sembra continuare a mutare solo perché - citando Tomasi di Lampedusa - non cambi nulla. Dietro alle facciate delle madrase di Bukhara la nobile, che ne ebbe più di cento al tempo del suo splendore, tra le mura delle poche che restano fra le trecento moschee di un tempo, oltre allo scintillio delle maioliche tirate a lucido per festeggiare il recente duemilacinquecentesimo compleanno della città decretato dal moderno khan Karimov, non c’è più nulla: non più le alte scuole di teologia e scienza islamica dove studiarono il filosofo e scienziato Ibn Sina e il poeta Firdousi, e forse nemmeno l’orgoglio. Della città sulla Via della Seta che fu un indiscusso pilastro dell’Islam in Asia centrale si diceva infatti che, se altrove nel mondo la luce si irradiava dal cielo alla terra, in questo sacro luogo nasceva dalla terra per illuminare il cielo. Ora l’interno del khanqah accanto al Lab-i-Khauz che vide le riunioni dei sufi è rivestito di luccicanti tessuti in seta, in mostra per i rari turisti che ancora vengono guardati con una sorta di stupore e nelle celle vuote imbiancate a calce delle madrase, si annidano - timidamente per ora - piccoli negozi di quell’artigianato locale che era stato proibito da Stalin. Giovani artigiani, pazientemente, dipingono miniature di disegno tradizionale copiando sia gli antichi modelli che delicati acquarelli ottocenteschi, piallano e intagliano il legno ricamando leggii per il Corano, modellano kalpak di karakul, decorano ceramiche secondo le diverse tradizioni delle città uzbeche: blu e turchese quelle di Khiva, che rammentano i decori persiani; ancora blu e turchese ma di diverso disegno quelle della valle di Fergana, considerate le più pregevoli; quelle di Samarcanda nascono da una tavolozza di colori dorati, mentre quelle di Bukhara utilizzano gamme di giallo, castano e verde salvia per ricordare - così si dice - i colori del deserto a primavera.

Il momento storico che oggi sta vivendo la Transoxiana è come una terra di nessuno, una cesura fra un passato - ancora non completamente alle spalle - di socialismo reale e un probabile futuro di capitalismo nei riguardi del quale non sembra esserci possibilità di scelta. Per il momento questo incombente futuro si preannuncia soltanto con alcuni segni grafici - pochi e quindi ancora più efficaci nel loro violento impatto visivo - che compongono il nome di una fra le prime multinazionali approdate qui, un nome che già sbarcando all’aeroporto si legge ovunque, scritto a lettere cubitali. Sui tavolini dove si compilano i moduli doganali, sulle pensiline degli autobus, sulle bottiglie di acqua minerale, acqua che viene da molto lontano - nientemeno che dalle Alpi svizzere - mentre lo Zerafshan, il ‘dispensatore d’oro’ nato nel vicino Pamir, si sta spegnendo nella sabbia, e certo non per un ineluttabile destino geologico! Intanto, in questo strano tempo di nessuno, le donne vendono - o meglio svendono - sulla strada, per arrotondare il magrissimo bilancio, tutto quello che possiedono o che sanno fare: scarpette di lana, scialli di angora sottili e impalpabili come tele di ragno e fantasiosi, colorati suzanè ricamati in seta, dei quali nei tempi andati una sposa doveva averne nel baule della dote ben quaranta, numero di buon augurio allo stesso modo dei motivi tradizionali dei loro disegni: l’usignolo portatore di gioia che è tra i simboli ricorrenti anche nella poesia mistica, serpi e dragoni - che fanno pensare ad influssi cinesi - contro il malocchio, cerchi solari rimasti nella memoria popolare dall’antico passato zoroastriano e, più comune di ogni altro motivo, la melagrana simbolo di fertilità e per questo cara ad Anahita, la dea iranica dell’Amu Darya alla quale si rivolgevano, oltre alle fanciulle da marito, anche i giovani eroi: Anahita l’umida-forte senza macchia, la più bella delle dee, che in tempi più recenti fu identificata con Venere.

Tutti i suzanè, a guardarli da vicino, sono incompleti, c’è sempre un dettaglio mancante, un ghirigoro non ricamato e questo volutamente, a significare che la completezza è prerogativa di Allah e secondariamente che bisogna lasciare qualcosa da fare anche per i posteri, come segno di continuità ideale e questi particolari esprimono l’essenza delle società tradizionali, la loro mancanza di νβριs. La maggior parte dei suzanè esposti sul selciato porta i segni dell’uso: tracce di ruggine lasciate dai chiodi con cui furono appesi, strappi, macchie antiche e recenti: le donne li offrono con la dignitosa tristezza di chi è costretto a svendere il proprio passato per sopravvivere. Felice per un mio acquisto una donna bruna, segnata da una dura quotidianità, apre le braccia come un uccello sorpreso, accennando passi di danza sulla messe delle sue pezze distese come un prato fiorito sul pavimento in terra battuta di una cella di madrasa e mi ringrazia con un sorriso lievemente imbarazzato chiamandomi Madam Johnny: sorrido a mia volta, stupita, ricordando che i soldati inglesi che affollavano il ponte sul Corno d’Oro al tempo della guerra di Crimea venivano chiamati Johnny dagli alleati turchi, e che gli inglesi a loro volta chiamano Johnny chi non è inglese. In effetti, è solo una questione di punti di vista e in realtà chiunque può essere un Johnny - uno straniero - per qualcun altro.

Intanto sui minareti si sfaldano, come incongrui kalpak sfrangiati, i nidi delle cicogne che, un tempo portafortuna di Bukhara la nobile, se ne sono andate negli anni settanta cacciate dall’inquinamento, allo stesso modo dei celebri usignoli di Khiva, che hanno lasciato da anni la città, mummificata nel suo silenzio innaturale di museo all’aperto. Sempre a Bukhara, dalla cima del minareto Kalon, il ‘grande’, faro nella notte per le antiche carovane del deserto, che Gengis Khan - colpito dalla sua mole - ordinò di risparmiare, il muezzin non lancia più il suo richiamo echeggiante nello spazio: è stato nuovamente imbavagliato di recente dal regime, come ai tempi dei sovietici, quasi a sottolineare che altri dei sono oggi più potenti di Allah. Nella luce chiarissima di questa città silenziosa incipriata di sabbia impalpabile, oggi gli alberi fremono leggermente e una danza di aquiloni corteggia il Kalon solcando il cielo di settembre, sopra le dune di cupole rotonde degli antichi bazar coperti all’incrocio delle strade, tornati in vita da poco per vendervi sete tradizionali e nuovi souvenir. Una manciata di bambini dalle scarpe impolverate si rincorrono davanti alla madrasa azzurra di Ulugh Beg. Bukhara, immobile e dignitosa, sembra trattenere il respiro e attendere - come tutta la Transoxiana - la prossima ondata, la prossima mossa del suo destino, antico - così almeno ha decretato Karimov - di duemilacinquecento anni esatti!

***

Il sovrano e il poeta

"Siedi e prendi la coppa: è questo il regno di Mahmud. Ascolta il suono del liuto: è questo il canto di Davide.

Non pensare a ciò che è venuto e a ciò che è andato.

Vivi in letizia il tuo tempo, perché questo è il Disegno"

(Omar Khayyam, sec. XII)

Per migliaia di anni la storia dell’Asia centrale fu essenzialmente la storia di un immenso terreno di pascolo per i popoli nomadi dediti alla pastorizia. Fu tre millenni fa infatti che le prime maree di indoeuropei cominciarono a muoversi per entrare nella storia, percorrendo queste steppe sconfinate nella loro discesa verso il subcontinente indiano e l’altopiano iranico; fra questi, emersero nell’VIII secolo a.C. dalla regione del lago d’Aral i misteriosi Sciti di cui parla Erodoto i quali, sui loro cavalli, si spinsero fino in Egitto. Quattro secoli dopo - onda di riflusso da occidente - giunsero le armate di Alessandro che, travolto l’impero persiano antico e cosmopolita, avanzarono inarrestabili in Battriana e, passato l’Oxus, domarono la Sogdiana ponendo le condizioni per la nascita dei regni greco-battriani. Più a est intanto aveva luogo il grande scontro fra i nomadi e pastori turco-mongoli Hsiung-Nu e la Cina degli Han che, sedentari e allevatori quali erano, per proteggersi dalle temute incursioni dei cavalieri delle steppe si lanciarono in quella titanica impresa che fu la costruzione della grande Muraglia. Diversamente dai cinesi, all’aggressività degli Hsiung-Nu non riuscirono a tener testa gli Yueh-Chich, Tocari o Indo-Sciti, che furono dunque costretti a spostarsi dalla regione di Tunhuang: muovendo in direzione occidentale, si stabilirono successivamente in Battriana e Sogdiana, dopo averne a loro volta spodestato altri sciti - quei Saci che avevano combattuto nelle armate persiane contro Alessandro - con i quali finirono per fondersi fondando nella regione il grande impero Kushana che liquidò definitivamente i regni greco-battriani. Quindi i turco-mongoli Unni Eftaliti - gli stessi che seminarono il panico nell’Europa del V secolo e che alcuni studiosi collegano agli Hsiung-Nu - travolsero i Kushana per poi venire a loro volta sconfitti da altri turchi che dal VI secolo si stabilirono nella regione a nord dell’Oxus, sui confini dell’impero Sassanide. Tra le ondate successive di popoli altaici in lotta fra loro emersero nel X secolo i Selgiuchidi e alla conversione all’Islam del loro capo eponimo seguì il fecondo scontro-incontro con la cultura persiana rappresentata dalla dinastia dei Samanidi, nel cui esercito i Selgiuchidi erano mercenari. Da Bukhara i Samanidi avevano retto la Transoxiana e il Khorasan in nome dei Califfi Abbasidi di Baghdad prima di rendersi indipendenti e di venire poi soppiantati da altre dinastie turche in corsa per la conquista del potere, come i Qarakhanidi del Tienshan e del bacino del Tarim e i Ghaznavidi che, anch’essi inizialmente mercenari per i Samanidi, finirono per respingere i Selgiuchidi dalla regione.

Inseguendosi nelle steppe centroasiatiche, queste ondate successive lasciavano dei vuoti, dei vortici che attiravano nuovi spostamenti e, a seconda dei casi, nuovi equilibri e squilibri, in un moto di espansione-contrazione ritmico come il respiro. E lungo questi mobili confini, questi incontri-scontri incessanti, gli elementi turco-altaici e quelli indo-iranici andavano mutando nei propri elementi costitutivi influenzandosi reciprocamente in una danza creatrice di entità nuove, respiri nuovi. Mentre i Grandi Selgiuchidi, ormai persianizzati, reggevano da Isfahan il loro impero - che avevano ampliato in direzione occidentale a scapito dell’impero di Bisanzio - un altro ramo della stessa famiglia, abbracciata la causa dell’Islam sunnita, si presentò come il difensore del Califfo di Baghdad sia contro il pericolo sciita - rappresentato dai Fatimidi del Cairo e dagli Assassini ismailiti di Alamut e di Siria - che contro i nuovi invasori da occidente, i Cristiani in marcia verso il Santo Sepolcro. Accadde in qualche caso che dal fiume dinastico principale si staccassero correnti secondarie che, rompendo le dighe, si facevano largo guadagnandosi l’autonomia: così un ramo collaterale dei Selgiuchidi si instaurò nel Khwarizm - a sud del lago d’Aral - nominando come propri governatori-vassalli shah che, anch’essi di origine turca, seguirono il normale copione prendendo a loro volta il potere. Dopo essere riusciti a creare nel XII secolo il regno più vasto e potente di tutto l’Oriente islamico, finirono per causare la propria rovina quando - avendo fatto massacrare una carovana di mercanti mongoli - attirarono nel cuore dell’Asia l’implacabile vendetta di Gengis Khan.

Nello spazio fra un’ondata e l’altra del grande e irrequieto mare nomade, sull’impalpabile frontiera fra l’impero delle steppe e il mondo persiano, le tre grandi anime della civiltà islamica - l’araba, la persiana e la turca - si incontrarono per la prima volta, nell’opera di un poeta. Firdousi il‘paradisiaco’ - questo era il suo takhallos, il suo soprannome - viene paragonato ad Omero per il contenuto del suo poema e a Dante perché, usando il neopersiano, gli diede dignità letteraria. Il suo Shahname, il Libro dei Re è il racconto epico in masnavi del mondo iranico pre-islamico - mentre l’epica era un genere assente dalla letteratura araba - e nel contesto in cui fu scritto rappresenta sostanziamente la riscossa dello spirito e della lingua persiani rispetto alla cultura araba imposta al tempo della conquista dell’impero sassanide. Ma era stato proprio il clima di democraticizzazione portato dalla conquista araba che, permettendo a più ampie classi sociali di partecipare

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