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Il piccolo principe che imparò a volare

Il piccolo principe che imparò a volare

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Il piccolo principe che imparò a volare

Lunghezza:
88 pagine
1 ora
Pubblicato:
Oct 20, 2020
ISBN:
9791220224536
Formato:
Libro

Descrizione

Un padre e un bimbo percorrono un'infinita strada in mezzo ai boschi verso nord, per sfuggire agli oceani, in una landa desolata, sopravvissuta a una catastrofe climatica che ha spazzato via ogni essere vivente, o quasi. L'umanità è rimasta decimata e ridotta ad uno stato di vita primitiva, totalmente privata di qualsiasi risorsa energetica e tecnologica.

Una fiaba per adulti e bambini, una favola di sopravvivenza, un romanzo breve: una storia che segna l'anima.
Pubblicato:
Oct 20, 2020
ISBN:
9791220224536
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Se desideri leggere i miei libri gratis o scoprire come diventare uno scrittore, iscriviti subito alla newsletter suwww.pierluigitamanini.com(seleziona il sito precedente, tasto destro del mouse e "vai al link"!)"Pierluigi Tamanini è un grande dosatore di emozioni, capace, come pochi altri, di emozionare e di colpire, a volte anche duro, i propri lettori."www.passionelettura.itVive in un paesino di montagna sopra Trento, dove è nato il giorno di Natale del 1977. A venticinque anni, fresco di laurea in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio, è stato all’estero – Paraguay, Spagna e Inghilterra – durante lunghi stage e interscambi culturali. Rientrato in Italia ha lavorato come operaio metalmeccanico, postino, insegnante di materie tecniche, architetto, ingegnere ambientale in diversi settori (raccolte differenziate, indagini fognarie, sicurezza cantieri), archeologo, tecnico informatico, insegnante di sostegno, capotreno: ritiene la precarietà importante per la raccolta di materiale narrativo per i suoi romanzi.---RECENSIONI"Scoprire un nuovo talento letterario è un po’ come imbattersi in un banco di tonni con la speranza di pescare un aringa o ipotizzare che un miope possa trovare un quadrifoglio in una sconfinata distesa erbosa. Ogni anno, nella nostra penisola, circa cinquantamila nuovi autori iscrivono il loro nome nel catalogo letterario. Numeri non supportati poi dalle vendite, sempre in ribasso, che fanno quasi assomigliare tali dati ad una patologia incurabile.L’orda barbarica che affolla lo scalcinato mercato dell’editoria nostrana contribuisce ad alzare polvere e sotto a questa coltre spariscono autori che avrebbero tutti i requisiti per dover emergere. È quindi un vanto per la nostra redazione avere scoperto Pierluigi Tamanini, autore trentino, non ancora giunto nel mezzo del cammin della sua vita già particolarmente interessante e ricca di momenti che molti suoi coetanei hanno solo vissuto attraverso la trasposizione cinematografica.Autore in proprio, il termine self di questi tempi è talmente abusato da suscitare orticarie lessicali, Tamanini, esordiente con Rotte Mutande, romanzo di culto della gioventù trentina, ha poi continuato a produrre testi degni di essere letti. Il pesce illuminato, Bonsai, Un mucchio di parole e infine Resurrezione, romanzo casualmente capitato sulla nostra scrivania e che si è presentato come aria fresca, capace di sovvertire lo stantio colloso della mancata estate e dell’aridità letteraria stagionale."Wiliam Amighetti - critico letterario---Intervista a cura di cultura@valseriananews.info-Se immaginiamo un fiume e poniamo gli scrittori su entrambe le rive, con da un lato coloro che sono affermati e dall’altro quelli che tentano di guadarlo per raggiungere la celebrità: tu a chi chiederesti di lanciarti una fune per issarti sulle sponde della notorietà?-Credo che fra le centinaia di nomi noti cercherei di far vedere la mia mano a Hermann Hesse e a Kafka, ma soprattutto a Dino Buzzati, magari attirando la sua attenzione brandendo una copia de “il deserto dei tartari”.-Gran parte di coloro che cercano di guadare il fiume finiscono con l’essere spazzati via dalla corrente o dopo un timido approccio risalgono la riva e tornano nel mucchio degli sconosciuti.-Non trovi aiuto in generale. Non puoi affidarti ad una casa editrice che in teoria dovrebbe avere fra i suoi compiti quello di scoprire o riconoscere talenti... Quindi ti butti in acqua sperando di acquisire velocemente i primi rudimenti del nuoto, ma non può funzionare così. Certo, va anche detto che in Italia la percentuale di coloro che scrivono un romanzo è superiore rispetto a quella di coloro che poi lo leggono...-Resurrezione è un romanzo intimista. Lo specchio di una quotidianità che spesso cerchiamo di non vedere o quantomeno di far sì che la nostra immagine non finisca con il riflettersi dentro.-Tutti dovremmo affrontare di petto la nostra solitudine, anziché fingere che non esista. Non dobbiamo lasciarci distrarre da un continuo flusso di notizie inutili e spesso fasulle, che ci allontanano dal nostro vero io. Il protagonista di Resurrezione è costretto a vederla, respirarla, sentirla questa solitudine: è solo, straniero al mondo, incapace di parlare con la gente: proprio per questo affascina il lettore. Ognuno di noi – anche se non lo ammette a se stesso - si rivede in Efrem e nel suo mondo fatto di interminabili silenzi.-Se seguiamo gli input che i media propongono oggi, dovremmo mangiare solo piatti che ci vengono proposti da chef rinomati in programmi pseudo real life. Quindi travasando il concetto a livello letterario bisognerebbe cibarsi solo di best-sellers, trilogie più o meno sexy o saghe fantasy. Il tuo romanzo lo paragonerei invece ad un brodo caldo. Serve. Aiuta a digerire l’indigestione di parole troppo precotte.-Ho cercato nella stesura del romanzo di essere originale, non solo nella scelta dell'ambientazione e della trama, ma nell'uso di ogni singola parola. Credo che il dovere morale di ogni scrittore sia di scegliere sempre la parola di adatta: esaustiva e sintetica, in una parola essenziale. Non sono un lettore di best-seller: perché dunque dovrei essere uno scrittore di best-seller? Nella letteratura – quella vera – ci deve essere sincerità, anche nella finzione. Insomma, il lettore saggio sa quanto vale un brodo caldo nelle fredde sere d'inverno culturale degli ultimi decenni.-La sensazione di precarietà di Efrem è una cartina di tornasole della nostra quotidianità ed è il sunto anche delle tue esperienze personali.-Nei miei romanzi l'autobiografia la fa spesso da padrona, ma allo stesso tempo anche la pseudo-autobiografia: amo giocare col lettore attraverso il dualismo verità-finzione. Ho lavorato anch'io in fabbrica, sono stato in Lettonia, amo correre, adoro le montagne innevate... ma ciò che conta è l'amore per ciò che si vuole mostrare agli occhi del lettore. Alla fine, se ci pensi, la nostra quotidianità è spesso vissuta con superficialità: ci alziamo, lavoriamo, mangiamo, camminiamo... portando all'estremo questa routine nel romanzo, si crea un meccanismo d'immedesimazione e ci accorgiamo che Efrem non solo è uguale a noi, ma si potrebbe addirittura affermare che noi siamo Efrem.-Negli alberghi si cerca di contrastare il senso di solitudine lasciando una copia della Bibbia nel cassetto del comodino. Tu che libro lasceresti come analgesico?-A livello stilistico la mia più grande maestra è la recentemente scomparsa Agota Kristof. Chi ama la lettura non può esimersi dal assaporare e riassaporare La trilogia della città di K: si tratta di tre romanzi brevi in cui la scrittrice ungherese dà il meglio di sé con una prosa asciutta e tagliente che non ha eguali.-Immaginati come ministro alla cultura. Ormai nel bel paese tutti possono aspirare ad un posto in parlamento. Cosa faresti per far risorgere il patrimonio letterario che è stato disperso negli ultimi anni?-Se fossi il ministro della cultura credo inizierei a promuovere iniziative culturali che meritano di essere considerate tali e taglierei tutto ciò che è pettegolezzo, falsità, letteratura da quattro soldi. Farei rinascere la vera letteratura, quella dei Baricco, dei Calvino, dei Buzzati: vale più un romanzo che mille saggi scopiazzati e raffazzonati. Sarò uno dei pochi a pensarlo, ma credo che il romanzo, ancor più del cinema che tanto amo, sia la forma espressiva più adeguata per crescere e capire veramente se stessi.---Chiede a chi legge i suoi libri di condividere - dopo la lettura - il loro parere tramite una SINCERA RECENSIONE: aiuterà così i futuri lettori a capire se è il libro che fa per loro, e darà utili indicazioni all'autore per migliorare il romanzo stesso e il proprio modo di scrivere.Per quanto riguarda la POETICA di romanziere, le domande che lo ossessionano riguardano identità e verità: chi narra e cosa narra – fatti accaduti dentro di sé, o fuori di sé?Analizzando a posteriori ogni sua storia è facilmente riscontrabile, per quanto riguarda l’aspetto formale e strutturale, una forte tendenza alla meta-narrazione e alla scrittura su più livelli, mentre, per quanto riguarda i contenuti, una ricerca di equilibrio attraverso un dualismo di opposti: istinto/ragione, cambiamento/stabilità, viaggiare/stanziare, esperienza corporale/meditazione interiore."Scrivo romanzi, perché lo reputo il modo migliore per avvicinarsi alla verità."Pierluigi Tamanini


Anteprima del libro

Il piccolo principe che imparò a volare - Pierluigi Tamanini

IL PICCOLO PRINCIPE

che imparò a volare

di

Pierluigi Tamanini

Libera traduzione, per le parti non originali, di Pierluigi Tamanini

a Antoine de Saint-Exupéry

e al suo piccolo principe

che ha segnato e segnerà molteplici generazioni:

spero con questo mio piccolo omaggio

di aver aiutato Antoine

a emozionare

ancor più lettori

INIZIO

Quando troviamo il libro magico?, disse il bambino in braccio all’uomo.

Tranquillo, siamo più vicini di quel che pensi.

Dici sempre così.

Forza, disse mettendolo a terra, fai due passi anche tu, qui il sentiero è abbastanza facile.

Il bambino iniziò a camminare lentamente, con andatura timorosa. L’uomo rimaneva un passo indietro e lo osservava.

Pensi che nel libro magico troviamo il segreto per lasciare la terra?

L’uomo, dopo una lunga pausa, disse:

Credo proprio di sì.

Quando l’uomo si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte, allungava un braccio per controllare il bambino che dormiva al suo fianco. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni suo respiro.

Quel mattino, come ogni mattino, l’uomo aprì gli occhi senza volerlo. Li roteò in cerca di luce. Era buio pesto. Li richiuse e attese. Dopo una ventina di minuti si tolse di dosso le vecchie coperte, si tirò su e vide a est i primi bagliori. Tornò a sdraiarsi sotto le coperte. Rimase immobile, con gli occhi aperti, finché fu in grado di vedere. Si alzò dolcemente e si allontanò senza fare rumore.

Secondo te negli altri pianeti possono guarire la mia malattia?

L’uomo stava preparando lo zaino per proseguire la marcia. Lo scopriremo presto, disse.

Ma gli uomini che vivono sugli altri pianeti sono come noi?

In pochi li hanno potuti conoscere, e quei pochi non sono mai tornati per raccontarcelo.

Si vede che si sono trovati bene, disse il bambino con un gran sorriso rivolto all’uomo.

L’uomo scoppiò a ridere. Hai ragione, disse, dev’essere così.

Ogni mattina con le prime luci l’uomo si alzava, lasciava il bambino addormentato e pregava. Non aveva mai creduto in nessun dio. Eppure, avvolto dalla disperazione, aveva cominciato a pregare. Lo calmava, lo faceva stare meglio, per quanto assurdo potesse sembrare.

Non incontravano anima viva da mesi. L’ultima persona che avevano visto era un vecchio viandante solitario, sporco e zoppicante. L’avevano lasciato passare senza farsi notare.

Per anni l’uomo e il bambino avevano attraversato territori aridi, muti, mortificati. L’uomo si chiedeva se fossero rimasti soltanto lui e il bambino, ma sapeva che non era vero. Era combattuto tra il desiderio e la paura di incontrare altre persone sopravvissute. Tra i due sentimenti prevaleva la paura. L’istinto gli diceva di non fidarsi di nessuno, se mai avesse incontrato qualcuno.

Sento che siamo vicini a una casa nel bosco e che in quella casa è nascosto il libro magico.

L’uomo sorrise in silenzio. Il gioco pareva funzionare.

Non vedo l’ora di ascoltarlo, disse il bambino.

E io non vedo l’ora di leggerlo.

Un tardo pomeriggio si ritrovarono in cima a una piccola montagna. L’uomo ispezionò le valli in lontananza. Ebbe le ennesime conferme che cercava. Tutto sfumava in un oceano d’acqua senza fine. Le terre emerse stavano lentamente soccombendo sotto un infinito strato liquido. All’orizzonte soltanto acqua. Sole e acqua da sud-est a sud-ovest. Ogni tanto gli sembrava di scorgere la cima di una montagna che spuntava dal mare, come un’isola appuntita.

L’uomo si girò verso nord. In quella direzione c’erano soltanto montagne, ma neanche un briciolo di neve, nonostante l’inverno fosse alle porte. La siccità stava arrivando anche al nord.

Si rigirò verso sud e fece un bel respiro alzando le braccia verso l’alto e godendosi il sole.

Cosa si vede?

L’uomo prese in braccio il bambino.

Siamo rivolti verso sud.

Quello è il sud?, disse indicando davanti a sé.

Esatto, di fronte, dove senti il calore del sole, c’è il sud e dietro c’è il freddo nord.

E cosa si vede?

Si vede un mare infinito.

Perché non ci andiamo? Facciamo un bagno e mi insegni a nuotare!

Non è qui a due passi, è lontano. Ma se non ci muoviamo arriverà sempre più vicino.

Perché? Il mare si sposta? Cammina?

Lentamente. Ma sì, il mare cammina verso nord.

Verso di noi?

Esatto, verso di noi.

Ma tanto noi cambieremo pianeta...

Certo, ometto.

Evviva!

L’uomo odiava imbrogliare il bambino, eppure non aveva trovato un modo migliore per rapire la sua attenzione e convincerlo a intraprendere quel viaggio senza sosta.

Anche se non era suo figlio, rappresentava l’unico motivo per continuare a lottare per la sopravvivenza. L’aveva trovato una notte dentro a un armadio, impaurito e in fin di vita. Avrà avuto meno di due anni. Non parlava e non vedeva. L’uomo l’aveva adottato e da quel momento non l’aveva mai lasciato, neanche per un minuto. Come fosse figlio suo, la sua unica ragione di vita.

Al mattino, di ritorno dalla preghiera, trovava sempre il bambino addormentato. Restava a osservalo finché non si svegliava, anche se avesse dovuto aspettare minuti o ore. Lo osservava estasiato.

Quando il bambino cominciava a rigirarsi nelle coperte, l’uomo si avvicinava al suo viso. Poi il bambino apriva gli occhi e nonostante fosse cieco, diceva sempre, Ciao papà.

Sono qui.

Lo so.

Dobbiamo andare.

Va bene.

Era ottobre o forse novembre, non ne era sicuro. L’inverno cominciava a farsi sentire. Passavano le giornate a camminare nei boschi, in altura per timore di incontrare qualcuno. Gli alberi erano fitti in quella regione. Forse era stata la compattezza del bosco a salvare quelle terre dalla siccità.

Il bambino camminava a stento a causa della sua malattia. Ogni passo gli costava fatica. L’uomo lo osservava. A volte lo portava in braccio, ma soltanto per brevi tratti. Erano entrambi debilitati da quella vita. Da mesi mangiavano poco e male: insetti, lombrichi, funghi, piccoli frutti. Da decenni la fauna era quasi scomparsa. Non si vedevano più uccelli volare. Nemmeno caprioli o camosci o cervi. Erano spariti anche cani e gatti, una

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