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La congiura delle stelle: romanzo astroteologico

La congiura delle stelle: romanzo astroteologico

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La congiura delle stelle: romanzo astroteologico

Lunghezza:
293 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
11 nov 2020
ISBN:
9791220219242
Formato:
Libro

Descrizione

Un bambino senza passato viene rapito da un orfanotrofio israeliano. Nello stesso tempo il direttore di un osservatorio astronomico si suicida dopo aver ricevuto un oscuro messaggio da parte del Vaticano. Un fenomeno astronomico sta per verificarsi nella volta celeste e il bambino sembra costituire l’elemento di un antico rituale che qualcuno vuol celebrare. L’unico che può fare luce sulla vicenda è Juan de Tuleda, un ex gesuita, esperto di esoterismo, che viene forzatamente coinvolto dai servizi israeliani. Ma Juan non è un sacerdote comune: è appena uscito da un ospedale psichiatrico, dove ha sepolto il suo passato tormentato di esorcista e ha perduto la fede. Inoltre il giovane è coinvolto personalmente nei fatti, in quanto il bambino risulta figlio di una donna che aveva amato.
Sotto la guida di un personaggio legato alla massoneria, l’indagine condurrà Juan in Egitto, tra le Piramidi, sorvegliato dai governi e da sette religiose, dove una stravagante archeologa, Demetra Zarkos, può aiutarlo a svelare un complotto che coinvolge potere terreno, saperi antichi ed esseri trascendenti.
Sono le stelle a custodire l’ultimo grande segreto delle religioni, un segreto celato nei testi sacri e in grado di ribaltare il cielo.
Editore:
Pubblicato:
11 nov 2020
ISBN:
9791220219242
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

La congiura delle stelle - Paolo Dune

Paolo Dune

LA CONGIURA DELLE STELLE

Le stelle non stanno più a guardare

romanzo astroteologico

Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

http://write.streetlib.com

Titolo | La congiura delle stelle

Autore | Paolo Dune (Paolo Pallara)

Edizione 2020

© Tutti i diritti riservati all’Autore

Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta

senza il Preventivo assenso dell’Autore.

Indice

Introduzione

1

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Nota dell'autore e ringraziamenti

Nota biografica

Opere edite

Dio ha dato all’uomo la statura eretta e gli ha ordinato di guardare il cielo e di ergere il volto verso le stelle.

OVIDIO

Alza gli occhi al cielo e guarda la nube con la luce all’interno e le stelle che la circondano. 

La stella che indica il cammino è la tua stella.

Vangelo di Giuda

1

Dio disse: «Si facciano luminari nella distesa dei cieli per fare una divisione fra il giorno e la notte; e dovranno servire come segni per le stagioni e per i giorni e gli anni». 

Genesi 1,14

AL di là del parabrezza offuscato del Suv, il paesaggio appariva buio e desertico in fondo alla strada sterrata, illuminato solo da una distesa di stelle. L’uomo alla guida del mezzo controllò nuovamente le coordinate sul computer di bordo, prima di scrutare la landa che si estendeva intorno. Terreno argilloso, colline di sabbia, sparuti alberi e qualche palma, con un beduino che passava tirando un asino carico di scatoloni. Il centro urbanizzato di Betania era terminato poco prima, ai confini di quel territorio a ovest di Gerusalemme, dove era situato l’obiettivo.

Con un occhio sul computer, l’uomo riprese il percorso. Con lui nell’abitacolo c’era un altro passeggero, anch’egli in completo scuro e con un maglione dal collo alto, che non nascondeva il proprio nervosismo. L’orfanotrofio di Jeel al-Amal era poco più avanti, una lucciola nell’oscurità, una struttura di due piani circondata da un muretto in pietra rustica, con un giardino interno.

Individuandolo, Loris spense i fari. 

«Non è necessario che tu venga» disse al compagno.

«Dobbiamo farlo insieme!» insistette quello.

Usciti dal Suv, scavalcarono il muretto e attraversarono il viottolo fino alla porta d’ingresso, che forzarono in pochi minuti. Era tutto come nelle esercitazioni, ma questa volta era reale; e la consapevolezza non poteva che trasmettere molta tensione. Entrando, la luce della torcia rivelò un ingresso semplice, con disegni di bambini appesi alle pareti, un soggiorno e una sala mensa. Dal piano superiore proveniva un bagliore e un brusio: il bersaglio doveva trovarsi lì.

Percorsero la rampa di scale fino a trovarsi nella zona notte: in un salottino una donna sonnecchiava davanti a un televisore con le musiche di un programma di varietà. Con cautela, si diressero sulla sinistra, verso le camere da letto. Delicatamente aprirono alcune porte: c’erano ragazzi che dormivano, ma troppo grandi di età. Più avanti, i ragazzini addormentati erano più piccoli, ma non corrispondenti all’obiettivo. Finalmente, in fondo al corridoio, sentirono di aver trovato la stanza giusta. Nel chiarore che si diffondeva dalla finestra, un lettino spiccava al centro dell’ambiente, un lettino con un telaio bianco, sulla cui spalliera era scritto il nome dell’occupante. Era lui.

Prudenti, si avvicinarono. 

«Ricorda gli ordini, eseguire a vista» intimò Loris.

L’altro assentì e posò lo sguardo nel lettino: tra due peluche colorati, un fanciullo dormiva, ignaro di tutto; un bambino di tre o quattro anni con la pelle chiara e un ciuffo ramato sulla fronte. 

Il nervosismo si trasformò in angoscia, quando Loris lo invitò a procedere. Non doveva esitare, non poteva permettersi cedimenti. Anche se il gesto poteva apparire orribile, non doveva cadere nel tranello. Strinse il silenziatore sull’arma, che puntò alla testa del bambino a pochi centimetri dal suo calore, e posò il dito sul grilletto.

Che Dio mi perdoni.

Seguì uno sparo; uno sparo attutito, un colpo lancinante, che devastò la tempia dell’uomo facendolo stramazzare al suolo. Loris rimase con la pistola in pugno, fumante, a osservare il compagno inerte, col volto circondato da una aureola di sangue che si allargava sul pavimento. 

Era stato necessario, si disse. Quello stupido non avrebbe dovuto accompagnarlo fin dentro.

Il bambino si era agitato per il piccolo trambusto, ma aveva ripreso a dormire. Ora Loris aveva una manciata di minuti per completare il lavoro, prima che qualcuno si rendesse conto dell’accaduto. Aprì la finestra che si affacciava sulla collina e fece dei segnali con una torcia. Poi tornò al lettino, cercando di non guardare il suo occupante e sperando di avere il coraggio di portare a termine la missione. Troppe cose dipendevano da lui quella notte.

2

I cieli dichiarano la gloria di Dio, e la distesa annuncia l’opera delle sue mani.

Salmi 19,1

NEL Palazzo del Governatorato, in Vaticano, si respirava un’atmosfera tesa tra le stanze del secondo piano. La decisione era stata presa il giorno prima, rendendo necessaria una riunione del comitato operativo, che si era protratta per tutta la notte.

Il comitato operativo per la sicurezza era una articolazione del SIV, il Servizio di Informazione del Vaticano, una specie di servizio segreto, istituito decenni prima e soggetto a vari riordini e trasformazioni nel corso del tempo, che aveva nel Governatorato la sede ufficiale.

Monsignor Bolchi entrò nella stanza con aria trafelata. Il sacerdote dalla testa tonda e semicalvo era stato chiamato d’urgenza all’alba, quando l’operazione si era conclusa in modo imprevisto. Prendendo posto attorno al tavolo, guardò gli altri in attesa di notizie.

«Siamo tutti?» mormorò qualcuno.

A capotavola, il comandante della gendarmeria pontificia aveva l’aria affranta, come se avesse appena ascoltato la condanna di Gesù Cristo. Trafitto dagli sguardi degli ospiti, aspettò che le voci si spegnessero prima di relazionare: «Mi hanno confermato che l’operazione è stata un fallimento, un disastro, una catastrofe senza precedenti».

La sagoma di Bolchi parve afflosciarsi. «Quindi è andata male?» farfugliò. 

«Cosa è accaduto esattamente?» domandò il segretario del Governatorato.

Il comandante riferì: «Non conosciamo la dinamica dei fatti, ma uno dei nostri uomini è rimasto a terra, e l’altro è scomparso. Insieme al bambino».

«Insieme al bambino? Cosa significa?»

Quello trattenne un sospiro. «Dobbiamo ancora accertarlo… ma verosimilmente qualcuno ha tradito, qualcuno che ha approfittato della situazione per realizzare un doppio gioco.»

«Un doppio gioco?» Si sentì ribattere. «Eravamo in pochi a conoscere l’operazione e nessuno avrebbe fatto una cosa simile!»

Sollevò le braccia in segno di resa: «Eppure il responsabile deve essere interno al Vaticano!»

Tutti rifletterono, assimilando l’informazione non priva di conseguenze. Bolchi si sentì infinitamente misero. Era nel Vaticano, uno Stato con il più piccolo esercito del mondo, ma alle prese con minacce ultraterrene, e lui non aveva mai amato le battaglie.

«Se non riusciamo a trovare unità d’intenti, come possiamo attuare i disegni divini?» si lamentò il segretario del Governatorato.

«Almeno abbiamo la conferma che cercavamo?» azzardò Bolchi. «Era il bambino giusto?»

«Potevamo accertarlo solo analizzando il suo DNA» rispose il comandante, che cercava vanamente una posizione più comoda sulla poltroncina, «ma l’operazione è stata sabotata.»

«Quali sono i suoi sospetti?» incalzò il segretario. 

«Ricordo che c’era qualcuno contrario a questa operazione, qualcuno che oggi non siede a questo tavolo.»

Gli occhi si indirizzarono sull’unico posto vuoto.

«Monsignor Cimor?» domandò Bolchi.

Il pensiero di tutti corse a un vecchio monsignore che aveva osteggiato l’iniziativa, un vecchio esorcista in pensione, ancora in grado di influire all’interno del Vaticano.

«Perché l’avrebbe fatto?»

«Non mi pronuncerò senza riscontri» disse il militare. 

«Cimor è un esorcista devoto» obiettò Bolchi. «Non ha senso un suo tradimento.»

«Eppure ha lasciato il convento dove alloggiava, ed è attualmente irreperibile. Credo che stesse seguendo un disegno personale. Siamo stati usati da una mente più abile di noi.»

«Non può essere Cimor!»

«Ci sono spesso i gesuiti dietro queste operazioni» insinuò il segretario.

«Niente illazioni!» intervenne un prelato seduto a capotavola, un uomo austero con il simbolo IHS inciso sul talare, che si alzò facendo cessare ogni mormorio. «Non accetto che vengano mosse accuse nei confronti dei gesuiti per ogni inefficienza vaticana. L’ordine che sono fiero di rappresentare è sempre stato fedele al papa.»

Capelli castani pettinati all’indietro, occhi sottili, sopracciglia folte, il preposito generale era il moderatore supremo della Compagnia di Gesù, un uomo dotato di grande influenza e carisma, chiamato generale e considerato un secondo papa, tanto da meritare anche l’appellativo poco lusinghiero di papa nero.

«Nessuno aveva intenzione di mancarvi di rispetto…» si scusò il segretario. «Purtroppo l’assenza del cardinale Santelli si fa sentire» aggiunse, alludendo alla perdita del cardinale camerlengo, fino a poco tempo prima pilastro della città-Stato.

«Santelli non avrebbe potuto fare nulla di più in un frangente simile» replicò il generale. «Piuttosto, il segno che aspettavamo si sta avvicinando, i nostri astronomi ne sono sicuri, e questo rapimento potrebbe essere collegato.»

«Quale segno?» Bolchi non comprendeva il discorso.

«Il segno che da sempre l’ordine attende!»

«Questa vostra fiducia nell’astronomia» osservò il comandante, «mi è sempre sembrata poco pertinente tra queste mura…»

«Eppure la Santa Sede finanzia i nostri studi. Non dimenticate che, oltre alla Specola Vaticana, abbiamo uno dei più grandi osservatori astronomici del mondo, in Arizona.»

Il militare non nascose di essere confuso: «Non so perché vengano spesi tanti soldi in questo settore… ma voi cosa suggerite?»

«Senza il bambino l’evento non avrà effetto, ma se il bambino è vivo, e in mani sbagliate, l’effetto è imprevedibile.» Fece una pausa, e quando parlò la sua voce risuonò bassa, colma di preoccupazione. «Forse qualcuno vuol usare il bambino per tentare una sovversione, la più grande: ciò che da sempre il maligno insegue.»

Il papa nero era un esperto teologo e le sue pronunce venivano ascoltate con il massimo rispetto.

«Dovremmo avvisare il Santo Padre» propose Bolchi, «non possiamo decidere da soli.»

L’altro lo fece tacere con un cenno: «Abbiamo le coordinate spazio-temporali, che ci consentiranno di prevedere le mosse dei rapitori. Possiamo risolvere la questione senza coinvolgere il Santo Padre». Il generale Velardo si alzò e camminò intorno al tavolo, fino a porsi alle spalle del comandante: «L’opzione militare è risultata fallimentare. La gendarmeria è sollevata dall’incarico. Sarà il mio Ordine a dirigere le prossime operazioni».

Il segretario del Governatorato, da cui il comandante dipendeva, tentò una piccola replica, ma il capo dei gesuiti aveva una determinazione e sicurezza difficili da contraddire: le stelle avrebbero indicato la nuova strada.

3

Comanda al sole, ed esso non si leva; mette un sigillo alle stelle.

Giobbe 9,7

IL dottor Shannon guardò a lungo il paziente che attendeva seduto davanti a lui e che sembrava del tutto sereno, privo dei tormenti che lo avevano accompagnato fin dal giorno del suo ricovero in quella struttura.

«Alla fine ce l’abbiamo fatta, vero?» gli domandò.

«Sembra di sì» rispose.

«Non sente più quelle voci, non ha più le visioni?»

«Assolutamente no.»

Sulla scrivania giaceva il foglio per le dimissioni, un foglio scritto in ebraico che il dottor Shannon prese con soddisfazione per compilarlo. 

Il paziente della stanza numero 33 era stato uno dei casi più difficili degli ultimi anni: un uomo posseduto da una sindrome religiosa che gli faceva vedere angeli e demoni come fossero reali; sicuramente condizionato dal suo lavoro di esorcista, ma ormai rinsavito. L’impegno dello staff era stato premiato e l’uomo aveva saputo mettersi alle spalle quel mondo, le delusioni, le sofferenze, le possessioni, così da ricominciare a vivere guardando al futuro.

«Ha lasciato qui tutti i suoi pensieri negativi? Anche quelli sulla venuta dell’Anticristo?»

«Sì» rispose il paziente, «ho lascito qui anche la mia fede.»

«Una soluzione drastica… Non necessariamente la fede determina queste patologie.»

«Non è una scelta, dottore, ho semplicemente capito. E l’ho accettato.»

Il medico annuì. «Eppure lei era un gesuita. Ha rinunciato alla tonaca.»

«Per anni ho creduto in una teologia che era solo un riflesso della mia mente. L’ho predicata, l’ho sentita, ma era una mia fantasia.»

«Ne è sicuro?»

«Non esiste alcuna trascendenza, dottore, viviamo in un mondo materiale, sia io che lei.»

Il medico ricambiò il sorriso e compilò il foglio, che firmò senza esitazioni. «Lo consegnerà all’ingresso; è di nuovo libero ora.»

Il giovane ringraziò e si strinsero la mano.

Un infermiere entrò per accompagnare l’ex paziente attraverso un corridoio fino all’uscita del Kfar Saul, l’ospedale psichiatrico di Gerusalemme, specializzato nella cura delle possessioni mistiche. Da lì, nel giardino esterno, dove qualche malato passeggiava tra i roseti, sotto l’occhio vigile degli assistenti. Respirando l’aria fresca, l’ex gesuita si lasciò immergere nella luce e nei colori di quella terra, che lo vedeva ancora straniero. Attraverso un viale fu condotto fino al cancello, che con un cigolio lo rimise in contatto col mondo. Lanciò una fugace occhiata alle sue spalle prima di varcare la soglia.

«Il dottor Shannon le ha pagato la corsa» lo avvisò l’infermiere, indicando un taxi che lo attendeva a pochi metri di distanza, «e qui c’è il biglietto aereo per tornare in Spagna, a casa sua. Credo che sia tutto, dottor de Tuleda. Addio.»

Addio non era la parola più adatta per un uomo che aveva appena disconosciuto Dio, ma Juan de Tuleda ringraziò con un cenno. Dopo il periodo di degenza aveva abbandonato i dogmi religiosi e si sentiva un uomo nuovo, una specie di umanista, intenzionato a vivere secondo i principi della ragione, in un mondo sempre più complesso. 

Aprendo la busta che gli era stata consegnata coi suoi effetti personali, trovò un piccolo accessorio un tempo familiare: un collarino bianco di plastica per il clergyman d’ordinanza dei sacerdoti. Lo guardò con nostalgia, poi lo piegò e lo lasciò cadere in terra. Non era più un sacerdote e non lo avrebbe più indossato. 

Nella busta c’era anche una fiala di vetro contenente un liquido incolore, il siero Afides deorum, un farmaco raro che gli aveva fornito una neuroteologa che aveva seguito il suo caso, un composto contro le allucinazioni mistiche. Ma lui non lo aveva mai usato. Aveva voluto seguire un percorso personale senza aiuti artificiali, e la fiala era rimasta chiusa, svolgendo la funzione di talismano e permettendogli di superare molti momenti di crisi interiore. Trovò infine il suo cellulare, l’unico oggetto ancora utile. 

Sul taxi, un uomo annoiato lo attendeva. 

«Dove la porto?» domandò, con forte accento semita, quando Juan prese posto sui sedili posteriori. 

Lui avrebbe dovuto raggiungere l’aeroporto di Tel Aviv per imbarcarsi verso l’Europa, ma aveva altre intenzioni per quel giorno, programmi che non aveva rivelato al dottor Shannon.

«Mi accompagni sulle rive del Mar Morto.» 

«Il Mar Morto?»

«No se preocupe, le dirò esattamente dove quando saremo lì.»

Appena il taxi si fu allontanato, a un centinaio di metri dietro di lui, un’altra vettura accese il motore.

«È partito» disse un uomo al suo interno, parlando in un invisibile microfono sul risvolto della giacca. «Lo seguo.»

4

Tutti i segni degli astri, e i segni della luna e del sole sono tutti nella mano del Signore. Perché studiarli?

Libro dei Giubilei 12,17 (apocrifo)

ATTRAVERSANDO paesaggi rocciosi e assolati, il taxi aveva condotto Juan fino alle rive del Mar Morto, in una strada che, come un miraggio, sembrava affondare nella distesa d’acqua argentata. Il giovane spagnolo era sceso a parlare con alcune persone in un villaggio rurale, in una abitazione in pietra rustica, per poi dirigersi verso la riva sabbiosa, a guardare il mare che si estendeva fino alle falesie ramate della Giordania. Tornare sulle rive del Mar Morto aveva un significato particolare per lui. Era su quelle rive che era finita una parte della sua vita. Su quelle rive aveva perduto la donna che aveva amato, cominciando un percorso di allontanamento dalla religione, che l’avrebbe condotto fino al rinnegamento completo di Dio. Un’esperienza che gli aveva lasciato infiniti sensi di colpa. 

Rimase sul bagnasciuga a respirare la salsedine e a osservare il ritmo di vita che scorreva lento, con la brezza che gli spettinava i capelli, insieme ai pensieri. Non c’erano barche di pescatori, perché quel lago, con la più alta concentrazione di sale del pianeta, non ospitava alcuna forma di vita, meritando appieno il nome di Mar Morto; e non si vedevano turisti in quella stagione.

Dopo il periodo trascorso in ospedale, Juan stava assaporando una nuova sensazione di libertà, ma aveva tanta strada da percorrere per trovare la serenità interiore. Quando il direttore del Kfar Saul aveva firmato le sue dimissioni, gli aveva lanciato uno sguardo che sembrava volesse dire: Chissà cosa farai adesso?. Lui aveva sorriso, celando le sue intenzioni. Il governo israeliano non gradiva la sua presenza in quelle terre, ma lui non poteva andare via senza il bambino; doveva ritrovarlo, riavere il frutto prezioso di quel periodo travagliato: poi si sarebbe recato all’ambasciata spagnola di Tel Aviv e all’ufficio adozioni per avviare una pratica di affidamento. Non sarebbe stato facile, ma ci avrebbe provato.

Nella vettura coi finestrini opachi, l’uomo che lo aveva seguito descrisse i nuovi spostamenti nel piccolo microfono: «… Ha parlato con alcune persone in un villaggio, e ora sta riprendendo il taxi. Sembra diretto a Gerusalemme».

Il taxi di Juan veleggiò sulla superstrada che collegava il Mar Morto alla zona meridionale della capitale, fino alla periferia della città di Betania. Secondo la tradizione, Betania era il luogo dell’ascensione di Gesù, quaranta giorni dopo la sua crocifissione, e come Juan ricordava, il prefisso beth in ebraico significava casa, per cui letteralmente Betania voleva dire Casa di Anu. Ma Anu era anche il nome di una città egiziana dove si tenevano i riti della morte e resurrezione del dio Horus. Una strana convergenza.

Da sacerdote, Juan aveva creduto alla storicità dell’episodio dell’ascensione, ma ora il suo ateismo gli poneva nuove, e forse dissacranti, domande. Dove era finito il corpo del messia una volta salito al cielo? Si era smaterializzato? Era entrato in orbita? Gli sfuggì un sorriso. 

L’uomo che lo seguiva continuò ad aggiornare la sua posizione. «Abbiamo superato il deserto di Giudea, ora siamo al confine con la Cisgiordania, alla periferia di Betania.»

«Sei sicuro?» si sentì domandare dall’altra parte della linea.

«Certo, signore…»

«Dove esattamente?»

«Abbiamo lasciato la superstrada e imboccato una strada provinciale; non ci sono incroci, la vettura è a cento metri davanti a me.»

«Allora potrebbe essere questo!»

«Questo

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