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Guerra e pace IV
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E-book467 pagine6 ore

Guerra e pace IV

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Info su questo ebook

Guerra e pace, certamente il capolavoro di Tolstoj, è stato definito più volte la più grande opera della letteratura russa e una delle più grandi opera della letteratura del XIX secolo. In questo romanzo, le storie e i destini individuali dei personaggi principali si intrecciano in modo perfetto con gli avvenimenti storici e militari di quel periodo – così come dimostrano anche i vari adattamenti cinematografici girati nel corso degli anni.In questa gloriosa narrazione si fondono tra loro diversi elementi, tra cui l'epopea del popolo russo, il rapporto tra individuo e collettività e i grandi temi storici e filosofici dell'Ottocento.Questo è il quarto e ultimo volume.-
LinguaItaliano
Data di uscita22 ago 2020
ISBN9788726568998
Guerra e pace IV
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Autore

Leo Tolstoy

Leo Tolstoy (1828–1910) was one of the most influential writers in Russian history. Born a Russian aristocrat, Tolstoy had, by the age of twenty-six, become both a nobleman and a soldier. Disenchanted by both lives, he became a writer, producing two of Russian literature’s greatest works: War and Peace and Anna Karenina. Tolstoy was a giant of modern literature and made a profound impact on great twentieth-century figures such as Gandhi and Martin Luther King Jr.

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    Anteprima del libro

    Guerra e pace IV - Leo Tolstoy

    Guerra e pace IV

    Federigo Verdinois

    Война и мир

    The characters and use of language in the work do not express the views of the publisher. The work is published as a historical document that describes its contemporary human perception.

    Copyright © 1869, 2020 Lev Tolstoj and SAGA Egmont

    All rights reserved

    ISBN: 9788726568998

    1. e-book edition, 2020

    Format: EPUB 3.0

    All rights reserved. No part of this publication may be reproduced, stored in a retrievial system, or transmitted, in any form or by any means without the prior written permission of the publisher, nor, be otherwise circulated in any form of binding or cover other than in which it is published and without a similar condition being imposed on the subsequent purchaser.

    SAGA Egmont www.saga-books.com – a part of Egmont, www.egmont.com

    Parte prima

    I

    A Pietroburgo intanto, nelle alte sfere, ferveva più che mai la lotta intricata dei partiti di Rumianzow, dei Francesi, dell’imperatrice madre, del principe ereditario e di altri, accompagnata, come suole, dal ronzio dei calabroni di Corte. Ma la vita della grande città si svolgeva come prima, tranquilla, sfoggiata, superficiale, non di altro sollecita che delle apparenze, epperò non si potea da essa argomentare il pericolo che sovrastava alla nazione. Gli stessi ricevimenti, gli stessi balli, lo stesso teatro francese, gli stessi interessi, le stesse rivalità, gli stessi intrighi. Solo nei circoli elettissimi si accennava in punta di labbra alle difficoltà della situazione. Si susurrava del contegno diverso e nemico delle due imperatrici. L’imperatrice madre, gelosa delle istituzioni pie e di educazione, di cui era patrona, prendeva misure per farle trasferire tutte a Kasan, e già il grosso della roba n’era stato spedito. Invece l’imperatrice Elisabetta, richiesta di ordini, erasi degnata rispondere, col patriottismo che le era proprio, che degli istituti governativi non potea disporre, visto che la cosa dipendeva dall’imperatore; quanto a sè personalmente, essa sarebbe stata l’ultima a lasciar Pietroburgo.

    La sera del 26 agosto, data della battaglia di Borodinò, c’era ricevimento da Anna Scherer; e di esso dovea formare precipua attrattiva la lettura della epistola scritta dal metropolita all’imperatore nell’inviargli una immagine del miracoloso san Sergio. Questa lettera era stimata un modello di patriottismo religioso. L’avrebbe letta il principe Basilio, leggitore emerito (anche dall’imperatrice leggeva qualche volta). L’arte della lettura consisteva nell’alternare le inflessioni lagrimose a quelle del più tenero mormorio, indipendentemente dal significato delle parole, sicchè la tenerezza e la desolazione capitavano a casaccio. Come tutte le serate della Scherer, questa qui aveva il suo significato politico. Vi si attendevano varie personalità, cui bisognava infondere più calorosi sensi patriottici e far sentire la vergogna di prediligere il teatro francese. I convenuti erano già in buon numero, ma la padrona di casa non vedeva ancora in salotto quelli che le occorrevano, epperò, rimandando la lettura, manteneva la conversazione sulle generali.

    La novità del giorno era la malattia della contessa Besuhow. La contessa, da circa una settimana, non s’era fatta vedere in quelle riunioni di cui era ornamento. Dicevasi che non ricevesse e che, in vece dei luminari della scienza medica che ordinariamente la curavano, s’era messa nelle mani di un certo dottore italiano, inventore di un trattamento affatto nuovo e straordinario.

    Tutti sapevano benissimo che la malattia dell’incantevole contessa derivava dalla difficoltà di sposare due mariti ad un tempo, e che il metodo di cura dell’italiano consisteva appunto nella rimozione di cotesta difficoltà; ma in presenza della Scherer nessuno osava pensarvi, anzi pareva a dirittura che nessuno ne sapesse niente.

    — Dicono che stia assai male la povera contessa. Il dottore ha fatto intendere che si potrebbe trattare di un’angina.

    — Di un’angina? Oh, è una malattia terribile!

    — Si vuole che i rivali si siano riconciliati, grazie all’angina…

    La parola angina veniva ripetuta con gran piacere.

    — Il vecchio conte, dicono, fa pietà. Quando seppe dal dottore che il caso era grave, si mise a piangere come un bambino.

    — Oh, sarebbe una gran perdita! Una donna così cara, così seducente!

    — Parlate della povera contessa? – s’intromise la padrona di casa avvicinandosi. – Ho mandato a prender notizie. Pare che stia un po’ meglio. Oh, senza dubbio, la più cara donna di questo mondo! Apparteniamo a due campi diversi, ma ciò non toglie che io ne apprezzi i meriti. È tanto, tanto infelice!

    Figurandosi che con queste parole la Scherer avesse sollevato un lembo del mistero che avvolgeva la malattia della contessa, un giovanotto imprudente si permise esprimere la sua maraviglia che, invece dei dottori più famosi, fosse stato invitato un ciarlatano, capace di somministrare all’inferma chi sa quali perniciose miscele.

    — Le vostre informazioni saranno forse migliori delle mie, – gli diè sulla voce Anna Scherer. – Ma io so da ottima fonte che il dottore in questione è un clinico di prim’ordine. È medico ordinario della regina di Spagna.

    Messo così a posto il malaccorto, ella si volse a Bilibin, il quale, in un altro gruppo, arricciando la fronte e già pronto a spianarla per lanciare un mot, discorreva degli austriaci.

    — Io lo trovo stupendo! – diceva a proposito del dispaccio diplomatico col quale era stato accompagnato l’invio a Vienna delle bandiere austriache, prese da Wittgenstein, l’eroediPetropoli, come lo si chiamava a Pietroburgo.

    — Come dice? come dice? – domandò la Sherer, provocando un silenzio per udire il mot, che ella già conosceva.

    E Bilibin ripetè le parole testuali del dispaccio, da lui stesso redatto:

    «L’imperatore manda le bandiere austriache, bandiere amiche smarritesi per via.»

    — Stupendo! impareggiabile! – approvò il principe Basilio.

    — Probabilmente sulla via di Varsavia, – venne su inaspettato il principe Ippolito. Tutti lo guardarono, non avendo capito che cosa volesse dire. Egli stesso non lo sapeva. Se non che, nella sua carriera diplomatica, più volte avea notato che delle parole così gettate a caso riuscivano molto argute, epperò avea pronunciato le prime venutegli sulla lingua. «Può darsi» avea pensato «che n’esca qualche cosa di buono; e se no, se le acconcino a modo loro.»

    Nel mentre dell’increscioso silenzio, fece la sua apparizione quel tale personaggio poco patriottico, che la Scherer si proponeva di convertire; epperò ella, dopo aver fatto al principe Ippolito uno scherzoso cenno di minaccia, invitò il principe Basilio verso la tavola sulla quale due candele furono collocate, e porgendogli il manoscritto lo pregò di leggere.

    Tutti tacquero intorno.

    «Augusto sovrano ed imperatore!» declamò grave e severo il principe Basilio, e volse all’uditorio un’occhiata, quasi domandando se qualcuno avesse da dir nulla in contrario. Ma nessuno fiatò. «Mosca, sede vetusta del trono. Nuova Gerusalemme, accoglie il suo Cristo (calcò la voce sul suo), come la madre accoglie fra le braccia i suoi devoti figliuoli; e attraverso le tenebre che incombono, presaga della fulgida gloria del Tuo regno, intuona rapida: Osanna, osanna a colui che incede!»

    Queste ultime parole furono pronunciate in tono lagrimoso.

    Bilibin si guardava attentamente le unghie, e parecchi degli ascoltatori erano visibilmente mortificati, come se volessero chiedere: checolpaèlanostra? Anna Scherer, come la vecchia che biascica il confiteor prima della comunione, bisbigliò per suo conto: «Venga pure il temerario Golia….»

    Il principe Basilio continuò:

    «Venga pure dalla Francia remota il temerario Golia a portare il terror di morte sulle frontiere della patria: l’umile fede, fionda del Davide russo, abbatterà di colpo la sua sanguinaria superbia. Questa immagine del taumaturgo san Sergio, antico paladino e scudo del bene della patria nostra, alla Maestà Vostra si offre. Molto mi addolora che le forze cadenti non mi consentano bearmi nella presenza benefica dell’augusto Monarca. Fervide preci levo intanto al cielo, perchè l’Onnipotente moltiplichi ed innalzi la stirpe dei giusti e faccia colmi i nobili voti della Maestà Vostra Imperiale.»

    — Che forza! che stile! – si udì da varie parti in lode dell’autore e del lettore. Eccitati dall’epistola, i convenuti discorsero ancora a lungo della situazione politica, e fecero varie induzioni sull’esito della battaglia che pareva imminente.

    — Vedrete, – disse Anna Scherer, – che domani, compleanno dell’imperatore, riceveremo notizie. Io ho un buon presentimento.

    II

    Il presentimento della Scherer si avverò. Il giorno appresso, mentre nella cappella di Corte si cantava il Te Deum per la nascita dell’imperatore, il principe Volconski fu chiamato e ricevette un piego da parte di Kutusow. Era un rapporto scritto dopo la battaglia di Tatarinovo. Vi era detto che i Russi non avean ceduto nemmeno un pollice di terreno, che le perdite francesi di gran lunga superavano le nostre, che ulteriori notizie sarebbero state raccolte e mandate. Si trattava dunque di una vittoria vera e propria. E immediatamente nella stessa cappella, furon levate grazie solenni a Dio per il Suo aiuto e pel conseguito trionfo.

    Tutta la città fu in festa. La vittoria pareva a tutti decisiva; qualcuno facea perfino supporre che Napoleone fosse prigioniero; altri parlava della prossima deposizione del despota e del nuovo sovrano da dare alla Francia.

    Lontani dall’azione e in mezzo alla vita fittizia della Corte, è assai difficile che gli avvenimenti abbiano la dovuta ripercussione. Senza pur volerlo, si è indotti ad aggrupparli intorno a qualche singola congiuntura. Così ora, la gioia dei cortigiani era motivata non solo dalla vittoria, ma anche dal fatto che la notizia era arrivata nel giorno natalizio del sovrano. Era una specie di sorpresa ben riuscita. Nel rapporto di Kutusow si accennava anche alle perdute russe, e fra queste si citavano i nomi di Tuckow, Bragation, Kutaisow. E anch’esso, questo lato fosco dell’evento, si aggruppava intorno ad un fatto solo: la morte di Kutaisow. Tutti lo conoscevano, l’imperatore lo amava, era giovine ed interessante. Non s’incontravano due persone, che non dicessero:

    — Che strana coincidenza! Proprio nel bel mezzo del TeDeum! E che perdita poi… Kutaisow! Ah, che peccato!

    — Che vi dicevo io a proposito di Kutusow? – sbraitava dappertutto il principe Basilio. – Le mie parole furono profetiche: è l’unico uomo da mettere a posto Napoleone.

    Ma il giorno appresso non s’ebbero notizie dal campo, e una certa trepidazione serpeggiò nel pubblico. I cortigiani non si davano pace dell’ignoranza in cui si lasciava l’imperatore.

    — Voi capite – dicevano – quanto deve soffrire Sua Maestà!

    Le lodi a Kutusow si mutarono in mormorio. Il principe Basilio non levava più al cielo il suo protégé, ma si chiudeva in un silenzio dispettoso, quando cadeva il discorso sul generalissimo. Oltre a ciò, la sera dello stesso giorno, come se tutto cospirasse ad accrescere l’agitazione penosa degli animi, si sparse un altra tristissima notizia. La contessa Elena Besuhow era morta improvvisamente, fulminata da quella tremenda malattia, che così dolce si offriva alla pronuncia. Nei circoli aristocratici ufficialmente si annunziava che la contessa avea soccombuto ad un violento accesso di angina; ma ciò non impediva che nella intimità si narrasse, con gran lusso di particolari, che il medico ordinario della regina di Spagna avea prescrit