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Delonicom Desentia
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E-book135 pagine1 ora

Delonicom Desentia

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Info su questo ebook

Dove nasce il mito di Halloween? Quale mistero si cela nel rito che tutti conoscono? Qual è la sua vera natura? Dopo secoli d’incertezze, la risposta giunge attraverso un libro maledetto la cui origine si perde nella notte dei tempi. Attraverso il vecchio manoscritto è possibile ottenere potere e ricchezza. Ma a quale costo?
LinguaItaliano
Data di uscita24 ott 2020
ISBN9788833467030
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    Anteprima del libro

    Delonicom Desentia - Ottavio Nicastro

    Pubblicato da Ali Ribelli

    Direttore di redazione: Jason R. Forbus

    www.aliribelli.com – redazione@aliribelli.com

    Ottavio Nicastro

    Delonicom Desentia

    Illustrazioni interne di Arianna Capponi

    Sommario

    Prologo

    1

    2

    3

    4

    5

    6

    7

    Epilogo

    Il più grande inganno da parte del Demonio

    è aver convinto l’uomo che il Diavolo non esiste

    (Giovanni Paolo II)

    Prologo

    Anno Domini 1249. Notte di Ognissanti. Un punto non meglio precisato dell’Europa centrale.

    La pioggia era venuta giù per buona parte della giornata. Il temporale, violento ed eccezionale, si era protratto fino a tarda ora, ma con l’approssimarsi della mezzanotte l’acqua era diminuita fino a cessare del tutto. Presto il cielo si era liberato dalla coltre di nubi che nascondeva la luna, e il disco rosso e fantasioso si era stagliato contro la volta celeste.

    Adesso solo il vento gelido sferzava il viso. Il silenzio nella foresta era opprimente, a tratti tenebroso. A ridosso del promontorio posto al centro del pendio, era stato eretto un altare di pietra. Attorno a questo, disposti in semicerchio, dei pali di legno a simboleggiare una croce ma posta a rovescio. Tredici in tutto, dove sono state legate a testa in giù e i piedi in alto, altrettante fanciulle vergini. Giovani, belle, destinate a che cosa?

    Il lamento delle povere creature si aggiunge al sibilo del vento, tratteggiando uno squarcio di mondo davvero cupo e spettrale.

    A un tratto ecco una figura maschile aggiungersi alla scena. Veste un saio nero che la copre fino alle caviglie. Il cappuccio rivoltato sulla testa, ne nasconde le sembianze. Si muove con passo leggero e vellutato. Sembra che stia aspettando qualcosa, ma che cosa?

    L’aspetto cupo e sinistro lo avvicina agli esseri demoniaci che tramano nel buio più profondo e forse è a quel mondo che appartiene.

    È stato a lui a rapire e a portare in quel luogo misterioso le giovani fanciulle? Qual è il suo intento?

    Un fuoco arde a ridosso dell’altare di pietra. Sopra la lapide è posata una maschera orrenda accanto a un calice d’argento. Sopra il basamento ci sono dei coltelli la cui lama, affilata come un rasoio, luccica al chiarore della luna.

    Accanto a questi vi è posato un libro spesso e voluminoso. La copertina di cuoio conciato non reca alcuna scritta, stessa cosa riferito alle pagine interne di carta pergamena, bianche e immacolate. Lungo il fianco sinistro, c’è una lunga penna di pavone, a cui però manca l’inchiostro.

    La luna ha guadagnato il centro della volta celeste. Se l’osservatore si pone di fronte all’altare, il disco lunare entra in sintonia con i disegni che sulla lastra di pietra sono stati tracciati. Un pentacolo e delle Rune Celtiche a contornarlo.

    Il lamento da parte delle giovani fanciulle legate ai pali a testa in giù è debole, fioco, appena percettibile. I loro occhi scrutano il vuoto, le pupille dilatate testimoniano che sono state drogate. Si capisce che i loro sensi sono intorpiditi, poiché le giovani non reagiscono nel giusto modo. Lenti i riflessi, per nulla efficaci i movimenti.

    Pochi attimi ancora e l’uomo dall’aspetto sinistro e poco rassicurante occupa posto al centro dell’altare. Solleva le braccia al cielo e inizia a recitare qualcosa in una lingua sconosciuta. Il fuoco subito si ravviva, come se qualcuno vi avesse scagliato all’interno dell’altro combustibile, ma così non era avvenuto.

    Il momento decisivo arriva subito dopo. Cupo, tenebroso.

    L’uomo impugna uno dei coltelli posti sopra l’altare, si avvicina alla prima fanciulla e con un gesto deciso quanto violento, recide alla giovane l’arteria giugulare. Subito il sangue sgorga copioso dalla ferita, favorito dalla posizione della giovane, legata con la testa in basso e i piedi rivolti al cielo. L’uomo dall’aspetto sinistro lo raccoglie nella gran coppa d’argento. Dopo si sposta sulla seconda fanciulla destinata a condividere l’uguale destino della compagna. Altro sangue che riempie ancor più la gran coppa d’argento. E così di seguito fino all’ultima delle tredici fanciulline.

    Adesso la coppa trabocca di sangue fresco e caldo. L’uomo la posa sopra l’altare e solleva di nuovo le braccia al cielo. Subito recita una successiva invocazione in quella lingua sconosciuta.

    Pochi attimi appena e qualcosa d’incredibile accade. Sopra l’altare, la maschera orrenda, la cui sembianza ricorda quella di un caprone, inizia a vibrare. Il movimento è destinato a crescere. Infine si solleva. All’interno della maschera qualcosa sta prendendo forma.

    Una creatura maestosa quanto orrenda, dall’aspetto demoniaco, si erge in alto fino a dominare la scena. Attorno, la natura brucia, l’inferno stesso sembra che abbia preso possesso di quello squarcio di mondo.

    Pochi attimi e il demone fa sentire la sua voce imperiosa e tuonante. Ciò che la creatura orrenda dice, l’uomo avvolto nel saio nero lo scrive sulle pagine bianche del libro, intingendo la penna di pavone all’interno della coppa d’argento dove ha raccolto il sangue delle tredici vergini. È il sangue a fungere da inchiostro. E così di seguito fino a quando tutto finisce.

    Alle prime luci del giorno, in cima al pendio, i raggi del sole illuminano una scena agghiacciante. Tredici giovani fanciulle legate a dei pali di legno che simboleggiano una croce posta a rovescio sono state denudate e sgozzate. Chi è stato a compiere lo scempio? Perché ha agito in quel modo?

    La domanda non trova risposta, e la gente del luogo non è interessata ad approfondire la questione. Piangono le vittime innocenti e solo questo. A iniziare da quel momento, più nessuno avrebbe messo piede sulla cima del pendio, dove il rito si è consumato.

    1

    Giovedì. Giorno di Ognissanti. Oggi.

    Mattina. Le nove sono da poco passate quando Andrea Dantini lascia casa per raggiungere il cimitero monumentale di San Bartolomeo. Un’abitudine che ha consolidato durante il fine settimana, momento in cui lascia il collegio del Sacro Cuore di Gesù, dove frequenta il quarto anno di liceo, per trascorrere la festività in famiglia.

    Famiglia, suona strano il termine, in special modo adesso che il padre Giovanni non c’è più. Una morte inaspettata, giunta all’improvviso senza che nessuno ne avesse avuto sentore. Come avrebbe potuto? Le disgrazie non hanno forma, e neppure sostanza. Volano libere nell’aria gareggiando con i sogni e le illusioni. Pronte a sfidarli per poi colpire gli innocenti. Un attimo e tutto è finito. Davvero buffo il gioco del destino, ma non è un gioco quanto piuttosto il rovescio di una medaglia che l’uomo si rifiuta di accettare. Ciò nonostante quella medaglia pende dal collo di ogni singolo essere umano di questo mondo, ignaro di ciò che la sorte ha in serbo per lui.

    Giovanni Dantini è stato un uomo di successo, pronto a raggiungere il traguardo e superarlo. Erede di un impero finanziario avuto dal padre, che a sua volta lo aveva ricevuto dal nonno. Una persona ricca e rispettata, ma anche amata grazie alla sua natura generosa e votata al bene del prossimo.

    «Quello che facciamo figliolo» Giovanni era solito ripetere ad Andrea «è di estrema importanza, poiché dal risultato delle nostre azioni dipende la sicurezza economica di centinaia di famiglie. Sulle nostre spalle grava il loro posto di lavoro.»

    Coscienzioso e altruista, Giovanni aveva educato il figlio a garantire il bene comune ancor prima di quello personale. E Andrea di questo si era convinto, tant’è che gli insegnamenti del genitore presto si erano radicati in lui.

    L’alpinismo, una passione che Giovanni Dantini coltivava da sempre. Non l’unica, ma sicuramente la più ambita.

    L’Eagle Rock è una vetta non eccessivamente elevata, ma difficile da scalare. Rischiosa soprattutto. E l’insidia aveva giocato il ruolo decisivo in quel giorno di fine marzo, iniziato come tanti ma destinato a non essere mai più dimenticato.

    La scalata era iniziata sotto i migliori auspici. Le previsioni meteo erano più che incoraggianti. L’entusiasmo spingeva l’animo all’ottimismo. Ahimè, il Fen era arrivato all’improvviso. Cupo, inaspettato. Il vento gelido del nord non aveva concesso scampo alla cordata. Il ghiaccio si era formato in fretta gelando la parete in verticale. La slavina aveva ceduto sotto il peso degli alpinisti. Il vuoto si era aperto sotto Giovanni Dantini trascinandolo giù per più di duecento metri. Un volo senza speranza, la morte aveva raccolto la sua vittima sacrificale.

    Sulla soglia dei quarant’anni, Giovanni aveva lasciato sia la moglie Marta sia il figlio

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