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I segreti di Tripoli: Seconda storia in Libia ai tempi del Fascismo
I segreti di Tripoli: Seconda storia in Libia ai tempi del Fascismo
I segreti di Tripoli: Seconda storia in Libia ai tempi del Fascismo
E-book410 pagine5 ore

I segreti di Tripoli: Seconda storia in Libia ai tempi del Fascismo

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Info su questo ebook

Tripoli. 11 settembre 1940: L’attacco italiano all’Egitto scattò sotto forma di avanzata frontale.
L’Europa bruciava e intanto intonava con una sola voce Deutschland, Deutschland über alles, ma in Libia si ascoltava un’altra musica. Dopo la morte di Balbo, il comando delle operazioni era passato nelle mani del maresciallo Graziani che non aveva esitato a chiedere rinforzi. Ma da Roma continuò a non arrivare niente. 
Filippo Razzali, ex ufficiale dell’esercito italiano durante la pacificazione della Cirenaica, disertore e autoesiliato, viene rintracciato da un colonnello dei Servizi Segreti: “Per una faccenda che mi assilla nel profondo”. Razzali, rispondendo all’originale convocazione, si troverà presto coinvolto in una caccia che, grazie a una serie di indizi, lo condurrà dapprima nel deserto infuocato nell’oasi di Giarabub e poi nei segreti di Tripoli, la città in cui tutto sembra sotto controllo ma che può diventare da un momento all’altro una polveriera, sulle tracce di una sua vecchia conoscenza per riscattare un debito d’onore.
Con una ricostruzione sapiente e drammatica tipica del giallo d’azione bellico, l’originalità della figura del capitano Razzali, allegoria di tanti italiani travolti dal Fascismo senza essere fascisti, paladino di valori solo in apparenza d’altri tempi, è rappresentata dal rispetto dei principi morali nonostante gli scenari violenti del tempo di guerra. Questo romanzo, prosegue il filone letterario dell’autore nel tentativo di far luce nel pozzo profondo e spesso dimenticato della grande Storia d’Italia nella vicina terra libica, sponda dell’Impero voluto dal Duce, in cui il vizio e il malcostume la fanno da padrone. 
LinguaItaliano
Data di uscita22 ott 2020
ISBN9791220210980
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    I segreti di Tripoli - Roberto Fraschetti

    Roberto Fraschetti

    I segreti di Tripoli

    Seconda storia in Libia ai tempi del Fascismo

    UUID: fdac608f-56d7-46e9-880f-d6ef14c9a697

    Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

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    Indice dei contenuti

    La Storia racconta

    Antefatto

    Primo giorno

    Secondo giorno

    Terzo giorno

    Quarto giorno

    Quinto giorno

    Sesto giorno

    Settimo giorno

    Ottavo giorno

    Nono giorno

    Decimo giorno

    Undecimo giorno

    Dodicesimo giorno

    Tredicesimo giorno

    Quattordicesimo giorno

    Quindicesimo giorno

    Sedicesimo giorno

    Diciassettesimo giorno

    Diciottesimo giorno

    Diciannovesimo giorno

    Ventesimo giorno

    Ventunesimo giorno

    Ventiduesimo giorno

    Ventitreesimo giorno

    Ventiquattresimo giorno

    Venticinquesimo giorno

    Ventiseiesimo giorno

    Ventisettesimo giorno

    Ventottesimo giorno

    La Storia racconta

    Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra. Mussolini aveva fretta. Temeva che Hitler, liquidata la Francia, sbarcasse in Inghilterra e vincesse la guerra da solo.

    L’Europa bruciava e intanto intonava con una sola voce Deutschland, Deutschland über alles, ma in Libia si ascoltava un’altra musica. Dopo la morte di Balbo, il comando delle operazioni era passato nelle mani del maresciallo Graziani che aveva chiesto subito rinforzi.

    Da Roma arrivarono però solo parole di incitamento e le certezze di una vittoria sicura.

    L’attacco italiano all’Egitto scattò l’11 settembre 1940, sotto forma di avanzata frontale.

    Percorsi un centinaio di chilometri di deserto egiziano, le appiedate truppe autotrasportabili della 10° Armata dovettero fermarsi, non certo a causa della resistenza inglese, ma perché stremate logisticamente. Si trincerarono nella zona di Sidi el Barrani dal giorno 17, e attesero che il Genio e i Servizi facessero in modo che acqua e rifornimenti potessero arrivare sin lì.

    Comunque, in neanche una settimana di avanzata, in poche scaramucce con le mobili truppe del Commonwealth, avevano già perso 530 uomini, 6 aeroplani e un centinaio di preziosi camion (più che altro per avarie e insabbiamenti), mentre i nemici potevano lamentare solo una cinquantina di perdite, 2 aerei e una dozzina di camion.

    Graziani sapeva bene che avanzare ancora, senza corazzati e con pochi autocarri, per puntare su Marsa Matruh, sarebbe stato un suicidio e continuò ad inviare in Patria richieste irrealizzabili, sicuro che presto le sue istanze sarebbero state esaudite, tanto che rifiutò persino l'offerta tedesca di due divisioni corazzate.

    Certo non sembrava proprio che la 10° Armata si preparasse ad attaccare il campo inglese in quanto gli uomini erano stati sistemati per settori difensivi e non per corpi d'armata, cioè non erano pronti ad avanzare. In quell’estate del 1940 pochi immaginavano che le truppe italiane non avrebbero retto all’assalto degli alleati. Bengasi e Tobruch nella mani inglesi sarebbero state una sciagura per le forze dell’asse. Da Roma, la radio trasmetteva messaggi di gloria imperitura del duce e i fascisti, davanti alla vittoria rapida e indolore, sfoggiavano un’aria di presuntuosa superiorità.

    Nessuno si aspettava che l’aiuto dei tedeschi divenisse indispensabile e che avrebbero preso in mano le redini della guerra in Africa.

    Gli inglesi, al contrario, attendevano la l0° Armata italiana presso il loro campo trincerato di Marsa Matruh, 120 km. più a est, dove avrebbero dato battaglia e nell’attesa stavano raccogliendo le forze per passare al contrattacco. Questa situazione di stallo durò fino alla notte del 7 dicembre quando decisero che giunto il tempo di attaccare. Fu allora che tutto il sistema difensivo della 10° Armata crollò come un castello di sabbia.

    Dunque tra l’ottobre e l’inizio di dicembre, in Africa settentrionale regnava una calma apparente.

    Antefatto

    Fu uno sparo a risvegliarlo.

    Razzali ebbe la sensazione di tornare da un mondo di ombre. Le immagini si era succedute come in un sogno. L’hammam, il centro di Tripoli, l’arco di Marco Aurelio e il corpo che gli pulsava dolorosamente.

    Un secondo sparo lo allarmò. Fu sicuro di non aver sognato. Il terzo, e di seguito il quarto, accesero in lui un filo di speranza.

    Il silenzio che seguì lo fece ripiombare in un vortice di pensieri cupi. Era solo e senza alcuna possibilità di fuggire. Non finché rimaneva legato, in quel box a malapena illuminato dal sole che entrava da una finestrella posta in alto. Pur consapevole dell’inutilità del gesto, ricominciò a muovere le braccia, tirando con rabbia, ma invece di spezzarsi, le corde segnarono ancora di

    più la sua carne. Sfinito, chiuse gli occhi e si abbandonò, con la testa all'indietro e il corpo dolorante.

    In quel momento sentì dei passi nella stanza che si avvicinavano. Sempre più vicini.

    – Ricomincerà con le torture – pensò, ben sapendo che faceva parte del gioco. Lo sapeva fin dall’inizio di questa vicenda.

    Rimase ad aspettare che la porta si aprisse. I passi si avvicinarono.

    Non erano i soliti passi pesanti. Aprì gli occhi. La sagoma che si avvicinava non era quella che ricordava. Solo quando si fermò a un metro, la riconobbe.

    Il viso disfatto. La pelle è secca e sporca. Lo choc dipinto negli occhi sbarrati che ingombravano il viso. Non vide niente di rassicurante in quello sguardo vuoto, lo stesso che aveva il giorno in cui aveva ammazzato un uomo. E l’urgenza di una risposta era tornata a girare nella sua testa come un ronzio molesto.

    Primo giorno

    Zanzur, 15 novembre 1940

    Un ronzio turbò il suo sonno, allertandolo.

    – L’ennesimo incubo – pensò, mentre il cuore gli martellava in petto.

    Aprì gli occhi. La luce filtrava dagli scuri e stabilì che il sole si era già levato oltre la linea dell’orizzonte.

    Il ronzio non accennava a diminuire. Crepitando nell’aria immobile, lo costrinse a svegliarsi definitivamente. Si mise a sedere. Afferrò l’orologio da polso. Le sei e tre quarti.

    - E’ un motore. E’ ancora distante – pensò mentre si sciacquava il viso. Incuriosito, afferrò il binocolo per controllare a cosa fosse dovuto quel suono, memoria di un tempo lontano. Aprì la porta della sua residenza e uscì. L’aria fresca lo destò definitivamente. Lampi di luce balenavano silenziosi ai margini della pianura. Sarebbe durata un’ora al massimo. Poi il sole avrebbe ricominciato a colpire. Nelle lenti del binocolo comparve un’automobile scura.

    – Italiana. Di servizio. Sarà qui a breve.

    Preparò il caffè e attese.

    ***

    Razzali afferrò il plico con malcelata sorpresa che l’attendente gli stava porgendo con deferenza. Attraverso una breve no­ta scritta, il colonnello Melloni lo convocava a Tripoli con un messaggio, segnato con vigoroso tratto, che riportava un saluto cortese e una non superficiale richiesta d'in­contro: Per una faccenda che mi assilla nel profondo.

    Razzali non conosceva il colonnello, ma era sicuro che, da qualche parte a Tripoli, esisteva un ampio dossier su di lui, con informazioni dettagliate sulla sua vita che qualcuno aveva vergato con dovizia di particolari.

    L’attendente, consegnata la lettera era rimasto sull’attenti, in attesa paziente che gli venisse consegnata la risposta.

    Razzali lo guardò e disse: Riferisca al colonnello le seguenti parole: ci sarò.

    Niente altro?

    No! Niente altro.

    Bene – disse l’attendente – domani mattina, alle dieci in punto, un mezzo del comando passerà a prendervi. Arrivederci.

    Arrivederci – sussurrò Razzali, confuso e incuriosito da quella chiamata. Poi rimase a lungo con lo sguardo verso un punto indefinito dell’orizzonte, cercando di dare un ordine ai suoi pensieri che si persero in un tempo remoto.

    Appunto n. 1

    Questa mattina, dopo essere rimasto solo, ho avuto una sensa­zione di distacco da tutti, come se fossi un relitto alla deriva, un vascello senza timone. La corazza che mi sono costruito nel tempo si è sbriciolata in un momento. Ho avuto la sensazione di precipitare in un vuoto cosmico e ho avvertito l’incapacità di immaginare di avere una rete di sicurez­za sotto di me. Il mio errore, è stato quello di immaginare che tutto, nella mia vita, fosse in ordine. È bastato un semplice bagliore in grado di illuminare un angolo, per vedere come ogni cosa fosse ridotta in macerie e nulla sembrava potersi salvare.

    Secondo giorno

    Zanzur, 16 novembre 1940

    Il villaggio di Zanzur distava quarantacinque minuti dalla capitale libica.

    Di tanto in tanto, i giovani puledri scalpitavano nel recinto, osservati con calma dalle giumente. A ridosso dei muri della casa padronale, le aiuole erano ancora umide e, in Libia, c'era una sorta di gratitudine nella quantità d'acqua rilasciata dalla notte. Passando, Razzali allungò la mano per accarezzare le foglie gocciolanti, pensando alla fortuna di quei cespugli in quell’angolo di mondo.

    Le case dalle spesse mura di adobe, mantenevano una temperatura quasi costan­te in tutte le stagioni. Il caldo sarebbe stato, almeno per le ore successive, il suo peggior nemico. Era pronto ad uscire, consapevole e af­flitto di lasciare la piacevole frescura della sua residenza. Il vestito di lino bianco lo protes­se appena dai raggi del sole. Sorrise alla vista di due squa­dristi della milizia con i pantaloni grigio scuri infilati in un paio di alti stivali, e la camicia e il fez neri.

    - Hanno l’aria tronfia, ma stanno soffrendo il caldo e sono sicuro che invidiano i miei indumenti freschi – pensò osservandoli.

    Quella notte non aveva chiuso occhio. Il suo passato aveva ripreso vita. Come un Lazzaro, resuscitato che lo aveva tenuto impegnato nella lotta per scacciare i fantasmi di quel lontano 1933 in cui tutto era diverso, nuovo e con un suo strano fascino: inseguire le truppe di Al–Mukhtar che sparavano con i moschetti e fuggivano in sella ai dromedari, osservare l’immensità del deserto dall’alto di una duna, il cameratismo che legava gli uomini per tutta una vita, quando anche andare a colazione portan­do l'elmetto sotto il braccio era un piacere. C’era del romanticismo in quella guerra.

    – Quanto tempo che non torno a Tripoli? Mesi, anni?

    Durante il viaggio di avvicinamento alla caserma cercò di non pensarci, osservando la lenta processione di uomini e bestie lungo la strada, indifferenti a ciò sarebbe potuto accadere nei mesi a venire, asfissiati dalla sabbia, circondati da una punteggiatura di palme delle quali l'ombra era preziosa quanto l'acqua.

    Arriveremo puntuali? – domandò all’autista.

    " Non l'ha saputo? – domandò l’attendente e senza attendere la risposta continuò – cinque giorni fa aerei britannici decollati dalla portaerei HMS Illustrious hanno colpito la base di Taranto mettendo fuori uso tre corazzate. Dovevano arrivare qui a Tripoli questa mattina ma non succederà e quindi intorno al porto praticamente non c’è movimento e noi arriveremo in perfetto orario".

    Razzali sospirò con rassegnazione. La guerra aveva raggiunto anche quell’angolo di mondo.

    Infine l’automobile del comando italiano imboccò il lungomare di Tripoli. Razzali trattenne il fiato dinnanzi al Mediterraneo che si stagliava immobile davanti ai suoi occhi. L’automobile avanzò lungo il Corso per deviare poi in direzione del Casino Municipale Uaddan. C'era una discreta animazione in strada ma le attenzioni di Razzali caddero sulle ferite del bombardamento che iniziavano proprio nel centro della città. Nel piaz­zale della Banca d’Italia un camion dell’esercito era stato colpito in pieno. Alcune Camicie Nere stavano spostando la carcassa annerita trascinandola sul marciapiede, mentre attorno una piccola folla commentava facendo capannello. Era evidente che l’obbiettivo strategico degli inglesi era il porto. Bisognava interrompere il flusso dei rifornimenti alle truppe del duce. I danni, però, non sembravano aver fermato la vita della città. La caserma italiana dove aveva prestato servizio anni addietro era ancora in piedi. Razzali osservò un caporale della Milizia con la barba lunga di diversi giorni: – Un segno di indisciplina pericoloso – pensò – ai miei tempi non lo avrebbero permesso.

    Le immagini sfilarono davanti ai suoi occhi. Alcuni soldati avevano preparato un pronto soccorso di fortuna che si era subito riempito di civili sfollati, di senzatetto e di feriti non gravi che erano stati in­filati perfino nelle camere di sicurezza. Al comando nessuno lo conosceva, ma la lettera di convocazione da sola bastò a far scattare sull’attenti la recluta alla porta. Razzali fu condotto in una sala riunioni. Prima che Melloni lo raggiungesse, ebbe il tempo di osservare l'ambiente, ricordando di esservi passato diverse volte. Le pareti e i soffitti presentavano profonde crepe che disegnavano una mappa di un continente immaginario.

    Poi la porta si spalancò e l’ufficiale, con la sua mole e lo sguardo severo, indugiò per un momento, come sorpreso da una visita inaspettata. Anche Razzali fu certo di non averlo mai incontrato.

    Il colonnello Basilio Melloni aveva la statura e il fisico di un lottatore: alto, asciutto, spalle quadrate e collo taurino, mostrava i segni dell'agilità fisica che in accademia aveva fatto di lui un atleta di primo piano. I suoi capelli neri cominciavano a imbiancare e ciò gli dava la giusta esperienza che, unita al carattere, lo faceva apparire carismatico, al punto da essere seguito senza indugi dai suoi sottoposti: Spiacente di averla fatta aspettare… una riunione improvvisa. Temo che da oggi la nostra vita sarà meno allegra e spensierata.

    Razzali trovò indovinata la battuta del colonnello. L’entrata in guerra dell’Italia aveva cambiato la vita di migliaia di persone.

    Sto bevendo un succo d’arancia. Lei che cosa gradisce?

    Razzali si sarebbe aspettato birra, whisky o altro: Va bene anche per me - rispose compiaciuto.

    Melloni, ancora scuro in volto per l’esito della riunione, si avviò verso la porta e ordinò all’attendente un’altra bibita. Poi, si diresse alla finestra per abbassare le persiane, così da impedire al sole di bruciare l’aria e accese la ventola: Tutti parlano di una guerra lampo ma temo che non sarà così.

    Non siamo pronti? – domandò Razzali.

    Ho sposato appieno le tesi di Balbo, sa? Siamo in molti a credere che sarebbe stato meglio rimanere fuori dal conflitto. Ma ormai è tardi per ogni congettura.

    L’attendente portò la bevanda. Melloni si posizionò alla scrivania. Attese che Razzali si bagnasse le labbra e iniziò: L’ho convocata per una storia che coinvolge un suo conoscente. O forse la parola conoscente è limitativa. Dovrei dire un amico di vecchia data.

    Razzali rimase impassibile ma la curiosità aumentò.

    Il capitano Leonori… – continuò il colonnello che poi, senza aspettare la risposta, aggiunse: …che come saprà, è di stanza a Giarabub".

    Razzali in realtà non sapeva che il suo vecchio amico fosse stato trasferito in quell’inferno ma conoscendo le regole della caserma si limitò ad annuire.

    La storia di Leonori si lega a un ufficiale di nome Giordani e i fatti sono si sono svolti in modo molto semplice. Giordani è arrivato a Giarabub e dopo un paio di giorni è stato visto uscire, insieme a una scorta armata. La scorta è rientrata dopo un paio d’ore ma non Giordani. A sera lo hanno cercato nel suo alloggio ma il tenente non c'era. Nessuno l'aveva più visto e ci sono volute due ore prima di scoprire che non aveva fatto rientro da quella gita verso il confine con l’Egitto.

    E Leonori cosa c’entra in tutto questo?

    Era il responsabile della scorta e aveva avuto il compito di accompagnarlo fino al confine.

    Non si è presa in considerazione una diserzione?

    Certo. E non è stata esclusa anche se Giordani è considerato un ufficiale serio e affidabile.

    Razzali sorseggiò due volte la bibita: Potrebbe essere stato rapito. Cosa sappiamo?

    Solo che è sparito.

    E Leonori di cosa viene accusato?

    Al momento è solo sospettato di collaborazionismo.

    E’ un po’ poco…Con chi avrebbe collaborato, tanto da essere sospettato?

    Avrebbe aiutato Giordani a disertare. Ma….

    Ma…?

    … qualcuno afferma che Giordani sia morto e se si dimostrasse che realmente è stato ammazzato la situazione potrebbe peggiorare. Il caso verrebbe gestito dal tribunale militare e non potremmo escludere un trasferimento a Roma di Leonori.

    Per un istante Razzali ebbe l'impressione che il suo cuore si fermasse. Il silenzio nell’ufficio del colonnello si fece, di colpo, opprimente.

    E ora la parte più strana. Melloni si prese il tempo necessario. Finì di bere e afferrò una sigaretta: La scorsa settimana ho avuto l’onore di conoscere Maria Vittoria Colaserni, vedova Giordani.

    Razzali non aprì bocca ma sul viso si disegnò una smorfia di vero stupore.

    Proprio così. Era seduta proprio dove è lei adesso. Un gran bel pezzo di vedova…mi perdoni, ma non nascondo che ha lasciato il segno in molti di noi…

    Se Razzali si stupì per quella confidenza non lo diede a vedere. Il colonnello emise un lungo sospiro: E’ venuta fino a Tripoli per cercare suo marito, dichiarando che non avrebbe mai disertato come qualcuno sostiene. Poi ci ha mostrato questi verbali.

    Melloni allungò a Razzali diversi fogli che avevano tutta l'aria di un rappor­to di polizia.

    Cosa significa?

    Sono falsi. E sono stati spediti in Italia alla vedova che quando li ha letti si è precipitata qui.

    Un tentativo di mettere a tacere la cosa.

    Certo. Perché è la prova di un tentativo evidente e goffo di insabbiare la vicenda. E che, secondo i nostri uffici, non ha riscontri. Da qui non sono partite eppure, su quelle carte, vi sono i timbri tripolini.

    Quindi, in assenza del corpo, è probabile che abbia disertato ma a Roma…

    … a Roma non vogliono lasciarsi andare a queste supposizioni perché un tenente che diserta non fa bene al morale delle truppe.

    E alla propaganda fascista – aggiunse Razzali.

    " Questa faccenda non verrà ignorata. Tenteranno comunque di dipingere Giordani come l’eroe ammazzato oppure tradito da un infame. Dipende da quale fazione strillerà più forte. Ma la patata bollente è in mano nostra. O troviamo le prove che ha disertato o troviamo chi lo ha ammazzato. Non abbiamo altra possibilità se vogliamo salvare Leonori dalla corte marziale.

    Tornando a Maria Vittoria Colaserni, aveva con sé una lettera del marito spedita da qui. La lettera riporta parole che corrispondono a un passo preciso del­la Bibbia".

    Razzali sorrise: Da dove provengano le parole non fa una grande differenza.

    Un codice, afferma lei, in cui il marito svela la sua nuova destinazione e afferma di essere in pericolo di vita, aggiungendo che lei e suo marito avevano stabilito un sistema per comunicare, quasi un gioco. Giordani sapeva di essere diretto qui in Africa, in una missione a dir poco pericolosa e la donna, vedendosi recapitare una busta da Tripoli, ha capito che qualcosa non andava. E’ la classica lettera vergata a mano ma con frasi criptiche.

    La posso vedere? – domandò Razzali che poi afferrò la lettera, incuriosito.

    2 agosto

    Maria Vittoria mia adorata

    Grazie al Signore e alla protezione della Madonna sto bene. Ho ricevuto solo oggi la tua lettera del 27 maggio. Evidentemente la posta è stata trasmessa via mare, nonostante la busta porti la dicitura per via aerea.

    Fra poco sarà il giorno dell’ottavo mese, festa della Assunzione di Maria. Le trombe chiameranno all’adunanza i cristiani sparsi nel deserto ed io sarò con loro. Ciascuno porterà la sua oblazione e le sue libazioni, secondo le loro possibilità. Fior di farina intrisa in olio e 44 tra giovenchi, arieti, agnelli sacrificali saranno consumati dal fuoco e un soave profumo pervaderà l’aria fresca da Nord che si alza la notte a rinfrescare i corpi sfiancati dal caldo. Come vorrei che tu mi raggiungessi per godere di questa oblazione al Signore. Non potrò più inviarti lettere. La scorta di francobolli si è esaurita. Quando ti giungerà questa mia metti su la pentola e versaci l’acqua. Mettici dentro i 24 pezzi di carne, tutti i pezzi buoni, la coscia e la spalla, e riempila di ossi scelti; prendi il meglio del gregge. Mettici sotto la legna e falla bollire molto, sì che si cuociano dentro anche gli ossi. Inviterò il piccolo striminzito Ezechiele (a cui regalerò le 31 caramelle che tengo conservate) a sedersi alla mia tavola e pregare con me, affinché il Signore raduni intorno a me tutte le persone che desiderano il mio bene nell’attesa del tuo arrivo, delizia dei miei occhi. Cara adorata Maria Vittoria, tu non fare un lamento, non piangere, non versare una lacrima. Sospira in silenzio e non fare il lutto dei morti: avvolgiti il capo con il turbante, mettiti i sandali ai piedi, non ti velare fino alla bocca, non mangiare il pane del lutto. Attendi che ad Est albeggi. Mi raggiungerai come un abbraccio. Sono stanco di esserti lontano.

    Facendo riferimento alla Bibbia, il marito ha scritto un messaggio in apparenza strampalato ma che a lei avrebbe dovuto risultare comprensibile – aggiunse Melloni.

    Beh, tutti gli amanti hanno dei segnali segreti e i coniugi hanno ideato un loro sistema.

    Senza dubbio un sistema ingegnoso… e non sarebbe una sorpresa ritrovarlo sano e salvo da qualche parte qui a Tripoli – replicò Melloni.

    Ma la vedova ci ha detto il significato di questa lettera?

    No. Non ha saputo interpretare le frasi. Ha capito solo che il marito era in procinto di partire e che la chiave per conoscere la direzione risiede in questo testo.

    Mi dica di più sul tenente.

    Giordani è uno che ha sempre puntato in alto. Al volante di un bolide durante la mille miglia era seguito dal Duce in persona per le sue abilità e nel 1938, il nostro asso del volante, fu chiamato a gestire un ufficio tutto suo, dove si occupava di appalti per i mezzi motorizzati. Una coincidenza sospetta a giudicare dai reati di corruzione registrati. Nello stesso anno gli fu assegnato il controllo delle varie associazioni e organizzazioni economiche. Qualche mese più tardi venne di nuovo trasferito, stavolta al Ministero dell'Interno, alle dirette dipendenze di Ciano, in un dipartimento tutto suo per indagare sui rifornimenti, pezzi di ricambio e la corruzione tra i dipendenti del ministero.

    E’ già tanto che se ne siano accorti.

    Poi la segnalazione sul contrabbando qui in Libia. Sembra che la pulce nell’orecchio ai nostri compatrioti di Roma, l’abbia messa qualcuno molto potente qui a Tripoli. Così sei mesi fa il Governo decise di mettere un uomo dei migliori a indagare e Giordani venne spedito quaggiù con la scusa della Fiera Internazionale di Tripoli ma era una evidente copertura e la guerra non lo deve aver sorpreso.

    Insomma, era l’orecchio del Governo a tutti gli effetti, eh?

    " Così sembra.

    Quindi potremmo immaginare che tutto ha inizio qui a Tripoli?

    E’ un’ipotesi. Giordani scopre nomi e percorsi delle merci. Si reca a Giarabub e sparisce nel nulla.

    Chi avrebbe guadagnato da questa sparizione?

    Questa è la parte del lavoro più ostica perché il denaro non è l'unica cosa che si può ottenere sbarazzan­dosi di qualcuno. Abbiamo la nostra rete di informatori, molti sul nostro libro paga, ma non riusciamo a scoprire chi ruba alle nostre spalle. So che lei ha rapporti un po’ ovunque qui in città e che parla bene l’arabo dopo gli anni trascorsi qui in Libia.

    Razzali sostenne lo sguardo di Melloni per un momento, poi, imbarazzato da quella precisazione, guardò altrove, la­sciando vagare i suoi occhi sulle pareti e sulle dozzine di fo­tografie di Melloni.

    Per ora deve solo stare attento a non imboccare la stra­da sbagliata. E capire cosa sia successo al tenente Giordani. Avrà gli occhi puntati addosso. Qui in Libia e in Italia dove il solo pensiero che un ufficiale italiano possa essere passato con il nemico è un’ipotesi da scartare. Abbiamo poco tempo. La guerra infuria in Europa e presto si accenderà anche qui. Per ora sono solo scaramucce e, al contrario di quello che si dice, non sarà una guerra lampo. Di sicuro sarà una guerra duris­sima. E ognuno con le proprie capacità deve contribuire alla vittoria finale.

    Razzali annuì pensando che l’analisi sembrava centrata e considerò che Melloni non era il solito raccomandato inviato in Libia per non nuocere in patria.

    Gli inglesi, colpiti dalla prova di forza della Germania, hanno sempre più bisogno di informazioni. Io ho avuto l’ordine di riorganizzare tutta la rete dello spionaggio italiano qui in Libia definendo una nuova strategia per scoprire il traffico di spie che vi transitano. Ho arruolato numerosi agenti e li ho spediti in territorio nemico. Come saprà l’Egitto da sempre, rappresenta il passaggio obbligato per infiltrare uomini e donne.

    Dunque risolvere la questione del contrabbando per salvare il mio amico?

    Il colonnello afferrò un pacchetto di sigarette: In pratica è così.

    Ne offrì una a Razzali che rifiutò e accese la sua. Poi aggiunse: Il commento che segue deve rimanere tra queste quattro mura.

    Razzali annuì complice.

    A mio parere – riprese il colonnello – la presenza di Giordani in Libia ha qualcosa di ambiguo. Arrivato per indagare, non ha mai effettuato una perquisizione o un’operazione di Polizia Militare come ci si sarebbe aspettati. Che fosse nel Partito oppure no, non fa differenza, era un opportunista che nessuno rimpiange se solo nel tritacarne non fosse finito Leonori.

    Poi, dopo una smorfia di sdegno, riprese: Ma non abbiamo tempo per le congetture. Abbiamo tanto lavoro da fare.

    La brace in punta si illuminò. Senza troppa enfasi nella voce riprese: Da Roma le informazioni sono chiare. Vogliono sistemare la situazione prima possibile. È un momento difficile. La guerra cancellerà ogni traccia. Gli inglesi non rimarranno a lungo immobili e presto replicheranno ai nostri attacchi. Non hanno uomini a sufficienza per controllare tutto il mediterraneo da Tripoli fino ad Alessandria. Al ministero pensano che le loro potenzialità si ridurranno. Ma intanto si sono concentrati sul porto e sganciano bombe a ogni ora pur contrastati egregiamente dalle nostre difese.

    E’ ben difeso, mi dicono.

    Il colonnello senza alzarsi, indicò la mappa della città sul muro: Il tenente colonnello Vaccaro, comandante del LX battaglione della divisione Sabratha, sta facendo un ottimo lavoro. La compagnia fotoelettricisti, almeno nelle intenzioni, aveva solo incarichi di controaereosiluranti. Oggi invece ha il controllo del cielo e impiega 2 sezioni fotoelettriche da 120 cm ciascuna di 2 macchine, mentre la seconda sezione della divisione Pavia è composta da 5 proiettori da 75 cm.

    " Ma sembra che i nostri nemici abbiano armi molto più moderne delle nostre. E’ vero? – chiese Razzali.

    Con il S.I.M. abbiamo fatto un grande sforzo e a oggi le ipotesi sono diventate certezze. Noi siamo superiori come numero di uomini ma credo che non basterà. Di sicuro per vincere questa guerra dovremo tenere alto il morale senza cedere alla loro propaganda.

    Razzali pensò che la loro non era solo propaganda.

    Comunque – continuò Melloni – prima che la guerra divampi, dobbiamo raccogliere più informazioni possibili. Lei dovrà rico­struire in modo capillare gli spostamenti di Giordani. Sapere se in città aveva nemici.

    L’esperienza mi insegna che tutti noi abbiamo nemici. Bisogna capire di quale colore. Tedeschi, arabi, inglesi o italiani, uomini dello spionaggio o alti ufficiali. Le indagini potrebbero rivelarsi drammatiche e far scoppiare una piccola guerra all’interno di un conflitto più grande!

    E’ così. Ma non abbiamo scelta. Questi sono gli ordini e questo è l’unico modo che abbiamo per tirare fuori Leonori da questo pantano.

    Mancherebbe in ogni caso il movente. Dov’è ora Leonori? Posso vederlo?

    Ha lasciato Giarabub questa mattina. Sosterà nel carcere di Barce in attesa di una decisione del Tribunale Militare. Lo faremo rientrare appena possibile – replicò il colonnello.

    Cosa ha dichiarato?

    E’ sereno. Ha detto di essere innocente. Questo mi basta ma al momento non conosco i dettagli. Spero di parlarci al suo rientro.

    Il tribunale militare può arrogare a sé qualsiasi caso? – domandò Razzali.

    Quando Melloni annuiva gli si gonfiava il collo: In linea di principio, sì. Il Tribunale Militare ha priorità in quanto di grado più elevato e può intervenire in ogni sede. In tempo di guerra poi ogni cosa è esasperata e basta poco perché si ravvisi il sospetto di alto tradimento e c’è il rischio che in tal modo venga trattato questo caso. Alla fine il nostro sistema giuridico è come le dune del Sahara che mutano a seconda la direzione del vento così che, ogni giudice, si può aggiustare i processi come meglio crede. Senza dimenticare che Giordani è un illustre membro inviato direttamente da Roma e potrebbe prevalere la teoria secondo cui Leonori lo avrebbe colpito alle spalle. Tutto per dare credito alla convinzione che i fascisti non disertano mai al massimo vengono traditi. A Roma sono capaci di tutto, persino di insabbiare la verità per nascondere certe debolezze.

    Quindi cosa rischia Leonori?

    Se verrà dimostrato il suo coinvolgimento, potrà essere accusato anche di alto tradimento…

    Melloni fece una pausa. Si accese un’altra sigaretta e riprese: … in tempo di guerra l’alto tradimento significa la fucilazione. Anche se in questa vicenda abbiamo un vantaggio dalla nostra: i giudici militari hanno un occhio di riguardo per le persone coraggiose. E a Leonori non ha mai fatto difetto il coraggio.

    Altro che devo sapere, colonnello?

    E’ bene chiarire una cosa fin d’ora. Conosco la sua storia e con il tempo potrebbero sorgere dubbi sulla sua persona.

    Colonnello…

    Mi consenta di spiegarle il senso di queste mie pa­role. Nessuno al momento è a conoscenza del suo passato e dunque nessuno si è opposto all’incarico che le è stato affidato. Ma lei dovrà scavare tra i tanti vizi del fascismo libico e in molti verranno infastiditi dalle sue domande. La voce non tarderà ad arrivare a Roma. Lì non la potrò aiutare. Lei incarna il modello di disertore che mal si lega alla figura del fascista perfetto. Quello che muore per la patria.

    Colonnello – riprese Razzali – io sarei morto per un’idea. E questa idea si chiama libertà. Se l’esercito fascista mi ha convocato per…

    Non si scaldi, Razzali. Non siamo qui per questo. Sono passati anni da quando lei è scomparso insieme alla sua donna. Conosco la sua dolorosa storia al fianco della sua amata Nera. Sto cercando solo di metterla al corrente di quello che troverà una volta accettato l’incarico.

    E se non lo accettassi?

    E’ un ordine. Capitano Razzali.

    Ero tenente.

    Ha detto bene. Lo era.

    Leonori, tramite una lettera, ha insistito affinché l'incarico le sia affidato e mi fido ciecamente del mio collaboratore che la considera molto più che un semplice conoscente, oltre che affidabile e sicuro. E a me non rimane che affidarle l’incarico. Riteniamo inoltre che un caso come questo dovrebbe es­sere affidato a una persona con gradi elevati e, considerata l’anzianità, lei oggi sarebbe capitano.

    Razzali respirò a fondo. Sapeva di essere debitore nei confronti

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