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Taronomia. Principi, metodo e deontologia della pratica tarologica

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Taronomia. Principi, metodo e deontologia della pratica tarologica

valutazioni:
5/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
310 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
22 ott 2020
ISBN:
9788831698993
Formato:
Libro

Descrizione

“Taronomia”, dall’unione di Tarot e nòmos, a indicare quel complesso di principi e regole che disciplinano la pratica tarologica così come essa si esprime, in particolare, nel consulto tarologico. Se con il termine “tarologia” identifichiamo non lo studio in generale del Tarot, bensì una specifica finalità d’uso dello strumento, rivolta alla crescita e all’evoluzione personale, in contrapposizione alla cartomanzia, in cui l’utilizzo è volto alla previsione del futuro, con “taronomia” indichiamo propriamente le modalità con cui tale scopo viene perseguito. La pratica tarologica si nutre in pari misura di intuizione e razionalità: da un lato, i Tarocchi attivano aree del cervello che, di norma, vengono scarsamente sollecitate, ciò che determina quell’effetto “magico” che qualcuno vorrebbe ascrivere al mazzo di carte; dall’altro, essi costituiscono un linguaggio simbolico che possiede proprie regole interne di struttura e di lettura che vanno acquisite e padroneggiate. Se ci si vuole riferire alla tarologia come a una disciplina, la quale presuppone l’esistenza di uno specifico metodo, è, dunque, necessario iniziare a dare una sistemazione organica a quei frammenti di esercizio della pratica tarologica che già esistono, ma che sino a oggi non hanno ancora trovato un’organizzazione ordinata e compiuta. In ciò, il senso profondo e l’intento di questo libro.
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22 ott 2020
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9788831698993
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Anteprima del libro

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Sempre.

PARTE PRIMA

ASPETTI GENERALI

CAPITOLO I

I TAROCCHI TRA SCIENZA E MAGIA

1. Il destino mescola le carte e noi giochiamo¹

Benché il Tarot venga spesso utilizzato a fini previsionali o divinatori e, nell’opinione comune, considerato alla stregua di un oscuro mezzo di anticipazione del futuro, non credo che questo sia l’utilizzo precipuo cui un simile strumento debba essere destinato, né, in verità, quello per cui è stato originariamente pensato. Certo, non il miglior utilizzo che nel XXI secolo possa farsene. Molti hanno istintivamente timore dei Tarocchi, pensando che le carte siano in grado di predire loro qualche tipo di sventura. Ritengo che la responsabilità di simili convinzioni non sia solo loro, ma provenga in larghissima parte da una rappresentazione distorta, stereotipata e ormai radicatissima nell’immaginario popolare dello strumento quale diabolico congegno con cui il/la cartomante entra in contatto con invisibili energie che consentono di svelare ciò che dovrà accadere. Ancora oggi, c’è qualcuno disposto a credere che i Tarocchi siano qualcosa di maligno, di contrario a imprecisate norme morali, di sconveniente, di inopportuno. Le superstizioni, si sa, sono dure a morire. Si diffondono in maniera incontrollata e irragionevole, sono prive di fondamento, eppure fanno presa su un gran numero di persone, anche di elevato livello culturale.

Chi cade in questo terribile equivoco, in genere, ha due cattivi maestri: l’ignoranza e una scorretta informazione. Noto sempre con un certo dispiacere che la gran parte di coloro che stigmatizza i Tarocchi non ha la minima idea di quando, dove, come e perché siano nati. Semplicemente, non li conosce, se non attraverso il pregiudizio della classica narrazione folkloristica che da tempo immemorabile se ne fa. Nella quasi totalità dei casi in cui si parla di Tarocchi, passa il messaggio del loro carattere prettamente esoterico, naturalmente ricollegato a finalità predittive. Il discorso sul Tarot, sorprendente gioco intriso del vocabolario simbolico e morale della fine del Medio Evo cristiano, tinto di petrarchismo e neoplatonismo², è molto più ampio di quanto possa apparire a un primo, superficiale sguardo. Vero è che la stragrande maggioranza dei suoi fruitori si accontenta di ben poco, ma sono convinta che ciò accada solo per mancanza di una diversa educazione all’uso del mezzo, ciò che i volti sorpresi ed estremamente interessati delle persone partecipanti ai miei incontri pubblici sull’argomento mi confermano ogni volta. D’altronde, in un Paese in cui 13 milioni di italiani si rivolgono a maghi, cartomanti e veggenti di vario genere³, non c’è da stupirsi se l’unico utilizzo che si è capaci di pensare dei Tarocchi sia quello divinatorio legato più alla superstizione e al folklore popolare che non alla cultura e alla conoscenza di sé.

Eppure, essi possono vantare natali insospettabilmente nobili – le corti rinascimentali dell’Italia centro-settentrionale – e l’impiego che se ne è fatto nei secoli è variato al variare della società e delle sue esigenze e caratteristiche. In linea di massima, è possibile individuare tre epoche diverse a segnare un cammino evolutivo nell’uso dei Tarocchi piuttosto ben distinguibile: un primo periodo, dal XV al XVII secolo, in cui prevale l’approccio meramente ludico, con qualche sporadica incursione nella divinazione; come viene da alcuni ricordato,

dalle taverne alle corti principesche, nel Rinascimento i Tarocchi si diffusero con uno scopo: quello di far divertire. Nelle osterie, piccole fortune passavano da soldati di ventura a contadini abili nel gioco, in un confronto fatto di partite e scommesse. Nelle corti i Tarocchi erano usati come un vero e proprio gioco di ruolo di carattere squisitamente letterario, in cui agli attori (i membri della corte) venivano assegnate delle carte estratte dal mazzo che dovevano interpretare al meglio, magari declamando un estemporaneo sonetto. I convenuti, tutti insieme e a turno, contribuivano alla costruzione di una storia⁴.

Un secondo periodo, dal XVIII al XIX secolo (ma anche, con minor enfasi, nei secoli successivi, fino ad arrivare ai giorni nostri), in cui l’aspetto magico-esoterico prende con forza il sopravvento e i Tarocchi perdono la loro connotazione ludica per essere destinati pressoché esclusivamente a finalità ritualistiche e divinatorie; infine, un terzo periodo, dal XX secolo a tutt’oggi, in cui la riflessione assume contorni maggiormente legati alla psicologia e alla filosofia, in particolare a partire dagli studi di Jung sugli archetipi e sull’inconscio collettivo, di cui parleremo più oltre. Nel momento in cui Jung traccia la via di un nuovo approccio all’osservazione degli Arcani, è, tuttavia, ancora molto forte l’influsso dei grandi esoteristi dell’Ottocento e diffusissimo l’utilizzo a scopo predittivo dei Tarocchi, per cui ci troviamo effettivamente di fronte al primo tentativo di gettare nuova luce su di essi, di trovare un senso che vada oltre la predizione del futuro. L’intuizione di Jung giunge a più completa maturazione con la pubblicazione del notissimo libro La Via dei Tarocchi da parte di Jodorowsky e Costa nel 2004, dove la tarologia viene introdotta al grande pubblico – non senza superficialità e imprudenza, a parer mio – come nuova forma di psicoanalisi, arte terapeutica che consente di guarire⁵.

La tarologia, che del racconto di sé fa il proprio tratto distintivo, non invita soltanto a trovare nuovi contenuti all’interno delle profondità simboliche degli Arcani, ma anche a scorgere nuove connessioni e legami narrativi tra questi, andando così a incidere e sul messaggio veicolato, e sulla modalità di estrazione dello stesso dalla sequenza osservata. Saper cogliere la dinamica sintattica che si crea nel discorso complesso e perennemente mutevole di ogni singola successione di carte, dove il simbolo chiede a gran voce di essere interpretato in un contesto più ampio di relazioni simboliche che indirizzano la lettura nella giusta direzione, diventa elemento fondamentale. Gli arcani presenti in una stesa non sono monadi slegate dal contesto, bensì parti costitutive di un insieme più ampio che dà loro valore e significato. Con questo rinnovato approccio agli Arcani, il salto dalla cartomanzia, tutta incentrata sulla visione di un ipotetico tempo futuro, al tarocco introspettivo, radicato nel qui e ora del tempo presente, è definitivamente compiuto e oggi è precisamente su questo versante che ci troviamo a studiare e ragionare.

Tentando, dunque, di pervenire a una sintesi, possiamo dire che il vero tratto caratterizzante del Tarot non sta nella capacità magica, da esso acquisita molto dopo la sua nascita, bensì nella capacità ludico-didattica impressa nella simbologia contenuta nelle singole carte. Non dobbiamo mai trascurare il fatto che, di base, il Tarot è un gioco, un gioco di carte, e che è effettivamente questo l’originario intento con cui vengono creati: giocare. Allo stesso tempo, però, anche educare gli osservatori, rappresentando in quelle immagini, in maniera didascalica, la società quattrocentesca nel cui seno il Ludus Triumphorum, Gioco dei Trionfi, si sviluppa all’interno delle ricche corti dell’Italia rinascimentale:

ai livelli più bassi i ceti umani (il Matto, o l’incapace di integrazione nel consesso umano, il Bagatto, ossia l’uomo che vive del proprio lavoro), i poteri clericali (Papa e Papessa), i poteri laici (Imperatrice e Imperatore); quindi avremo le virtù umane (gli Amanti, ossia l’Amore, il Carro, ossia la Gloria, la Giustizia, l’Eremita ossia la Saggezza, la Forza). Proseguiamo quindi con gli eventi negativi che possono accadere durante la vita (la Ruota, o le alternanze della fortuna, l’Appeso, ovvero il tradimento, la Morte, il Diavolo, o il peccato, la Torre, o la disgrazia), e in mezzo ad essi la virtù della Temperanza, che ci dovrebbe insegnare a sopportare con pazienza i ribaltamenti della sorte avversa, e tenerci lontani dai vizi e dai peccati. Ascendendo ancora troviamo gli elementi astronomici delle Stelle, della Luna e del Sole, che ci conducono sempre più verso le sfere celesti, infine il Giudizio universale e il Mondo, ovvero l’eternità del divino nella Gerusalemme celeste⁶.

L’originaria natura ludica dello strumento, lungi dal depotenziarne l’efficacia, la rafforza: se nel Rinascimento la didattica era contestualizzata in un preciso ambiente socio-culturale e ne veicolava specifiche caratteristiche e contenuti morali, oggi, in condizioni storiche e ambientali naturalmente mutate, l’utilità dei Tarocchi sta non più nell’essere veicolo di concetti dall’esterno all’interno della persona, bensì, al contrario, strumento ludico di auto-conoscenza, in un percorso anche autonomamente percorribile esattamente inverso, che parte dall’interno del soggetto e si muove verso il mondo esterno, grazie alla caratteristica di immagini archetipiche che gli Arcani indubitabilmente posseggono. In altre parole, permane l’aspetto di ludus – e, per inciso, credo che lo si sottovaluti eccessivamente, quando invece, a mio parere, esso risulta assolutamente imprescindibile nell’esercizio della pratica tarologica, a partire dal momento in cui si mescolano ed estraggono casualmente le carte – ma questo viene sfruttato come canale di indagine e apprendimento delle proprie dinamiche interiori e delle proprie narrazioni personali, che possono emergere con relativa facilità grazie alla dimensione simbolico-archetipica in cui le carte immergono l’osservatore. Insomma, gioco sì, ma finalizzato e generatore di nuove conoscenze su sé stessi. Un gioco capace di produrre esiti estremamente interessanti e rilevanti per la persona, a ben vedere. E sul punto torneremo nel prosieguo del discorso.

2. L’uso dei Tarocchi tra cartomanzia e tarologia

Come si è detto, nel corso dei secoli, i Tarocchi sono stati destinati a diversi utilizzi. In questa sede, li approcceremo indagando il modo in cui essi aiutano a decifrare il presente, a guardarsi dentro, a prendere coscienza di situazioni che non si riesce a mettere a fuoco, a essere consapevoli dei propri punti di forza e delle proprie debolezze, delle proprie resistenze e dei propri desideri. Un viaggio alla scoperta di sé stessi, applicando i principi non della cartomanzia, bensì della tarologia, che invita a stare nel qui e ora e a lavorare sul momento presente. Alle carte non si chiede troverò l'amore?. Alle carte si chiede cosa mi impedisce di trovare l'amore? o cosa posso fare per trovare l'amore?. Si cerca una risposta che porti a guardarsi dentro, non a guardare fuori. Si cerca una giusta direzione in cui incanalare le proprie energie, non la soluzione miracolosa ai propri problemi o il sollevamento da proprie responsabilità. Nel desiderio di esplorare la propria interiorità sta la cifra distintiva dell’approccio tarologico e, per definire ancor meglio in cosa consista la tarologia, non pare inutile metterla a diretto confronto con la più nota cartomanzia. Già l’etimo dei termini utilizzati risulta indicativo, poiché nel primo è il lògos, il discorso sul Tarot, a orientare l’uso dello strumento, nel secondo è la manteìa, la divinazione attraverso il Tarot. Appare chiaro sin da subito che si tratta di due orientamenti completamente differenti e non sovrapponibili tra loro, in quanto ispirati a diversi principi e finalizzati al raggiungimento di diversi obiettivi.

Nella cartomanzia, vi è l'associazione di ogni carta a interpretazioni positive e negative predeterminate e immodificabili, il simbolo e l'immagine hanno minima rilevanza, le lame non dialogano tra loro, l’osservazione si limita a un livello superficiale. Nella lettura, la soggettività del cartomante emerge con forza e nel processo ermeneutico domina la sensazione, scaturente da uno sguardo sommario alle carte e dall’esame delle lame positive e negative che si alternano nella stesa, senza che sia rivolta particolare attenzione ai simboli e ai codici di lettura contenuti negli Arcani. Molto spesso si utilizza una gran quantità di carte, in modo tale che l’interpretazione possa essere opportunamente piegata al volere dell’interprete affinché questi possa far dire loro tutto ciò che desidera che esse dicano e manipolare a piacimento il consultante; oppure, ci si avvale di metodi specifici di posizionamento predefinito delle carte, in cui queste ultime vanno lette nel ruolo loro originariamente attribuito (carta pro, carta contro, carta soluzione e così via), ciò che determina fissità e staticità in un processo interpretativo che riduce quello che ben potrebbe essere un discorso ampio e profondo, ricco di connessioni emergenti dal dialogo tra gli Arcani, alla semplicistica elaborazione di un responso didascalico, spesso esprimentesi nel dualismo binario del sì/no, estremamente sintetico, privo di ulteriori argomentazioni, reso sulla base di conoscenze meramente manualistiche o ereditate da qualche avo o ava praticante, integrate, al più, da giudizi soggettivi di valore o di prevalenza che il cartomante, di sua iniziativa e per sua individuale esperienza, assegna alle carte. L’atteggiamento che si richiede al consultante è di tipo fideistico, egli non può far altro che fidarsi e affidarsi alle presunte capacità predittive del lettore, limitandosi a ricevere passivamente una profezia che lo riguarda e sulla quale non ha nessun tipo di controllo. A rendere l’esperienza cartomantica ancor più forte e condizionante per il consultante sta poi la posizione di inferiorità in cui egli si trova nei confronti del cartomante, che, in quanto essere speciale dotato di una sensitività all’altro preclusa, si pone ex se su un piano di supremazia da cui non gli è difficile operare manipolazioni sulla psiche già fragile di chi richiede un consulto del genere. All’esito del consulto, il soggetto non può far altro che attendere – ora con trepidazione, ora con angoscia, a seconda della divinazione ricevuta – l’inverarsi di quanto predetto, sapendo che qualunque azione egli compia, da quel momento in poi, è già stata anticipatamente stabilita nel piano divino che lo riguarda, che non può essere modificato. È destino che ciò che il cartomante ha rivelato si avveri. A questo aspetto, va anche aggiunto il pesante condizionamento psicologico che chi riceve una previsione inconsciamente subisce, con la nefasta conseguenza che, in maniera altrettanto inconscia, modificherà il proprio comportamento sì da consentire che la profezia si realizzi⁷, positiva o negativa che sia. Se viene predetta una forte vincita al lotto, ad esempio, la persona, convinta che l’evento debba prima o poi verificarsi, inizierà a investire somme, forse anche ingenti, di denaro al fine di favorire l’evento, con l’unico, probabilissimo risultato di aver alla fine perso una gran quantità di soldi. Se, invece, viene predetta, per dire, una malattia, la persona, persuasa dell’ineluttabilità del funesto destino, inizierà ad avere paura e a vedere sintomi ovunque, collegandoli all’inveramento della profezia, precipitando in uno stato di angosciosa attesa e favorendo l’insorgere di un diffuso malessere.

Si può facilmente comprendere la pericolosità di un simile approccio, che, oltre a condizionarlo a livello inconscio, mira a deresponsabilizzare del tutto il destinatario del responso, sollevandolo dalla necessità – normalmente e implicitamente insita nel semplice atto del vivere – di impegnarsi ad assumere decisioni, operare scelte, percorrere certe strade piuttosto che altre, fare tutto ciò che contraddistingue il massimo bene di cui l’essere umano è dotato: il libero arbitrio. Il destino si palesa tramite la mediazione magica di un soggetto che si incarica della responsabilità, di non sua competenza, di predire il futuro dell’altro, talora anche con dovizia di particolari. Il rapporto cartomante-consultante è viziato ab initio dalla posizione di potere in cui il primo si trova nei confronti del secondo e dall’approccio, come si diceva sopra, fideistico, che il secondo deve tenere nei confronti del primo. L’esito finale consisterà in una sentenza calata letteralmente dall’alto, a cui si chiede di aderire passivamente e senza obiezioni. Nella cartomanzia, la questione centrale sta nell’opposizione credere/non credere.

Nella tarologia, un binomio del genere non trova ragione di essere. Al consultante non si chiede di affidarsi supinamente alla presunta sensitività di chi gli siede di fronte, bensì di essere soggetto attivo e collaborativo nella ricerca del senso più adeguato alla questione da lui posta. Il tarologo è un accompagnatore nel viaggio intrapreso verso l’esplorazione di un problema, la cui soluzione – si badi bene – non arriva da una imprecisata entità o dimensione spazio-temporale, bensì dall’inconscio del consultante stesso, che il tarologo, nel suo ruolo di facilitatore della manifestazione esteriore di un processo tutto interno alla sfera psichica ed emotiva di chi ne richiede l’intervento, è in grado di aiutare a leggere e interpretare grazie alla mediazione simbolica degli Arcani. La lettura è incentrata sul tempo presente o, tutt’al più, sul passato, ma di certo esclude la previsione del futuro, che nel metodo tarologico non è di alcun interesse, se non limitatamente al fatto che, all’esito di un consulto tarologico, si può essere in grado di proiettarsi oltre il momento critico e guardare con maggiore chiarezza e consapevolezza a ciò che verrà, qualunque cosa essa sia. Non si accede a un consulto tarologico per anticipare, sterilmente, la visione di un futuro immodificabile (se così è, peraltro, non vi è alcuna utilità nel conoscerlo) bensì per massimizzare o recuperare il benessere o l’equilibrio nel momento attuale e per attivare risorse latenti che giacciono nell’oscurità dell’inconscio, sciogliendo blocchi legati ad eventi già trascorsi, osservando una situazione con maggiore distacco, indagando le ragioni di un comportamento e via dicendo. La tarologia introduce la persona a un percorso di crescita, potenziamento e trasformazione. In ogni caso, il riferimento cronologico non va mai al di là del tempo presente, l’unico sul e nel quale si può utilmente agire al fine di risolvere situazioni o modificare comportamenti che provocano sofferenza e disagio. Il tarologo non tira a indovinare e non fa monologhi, ma dialoga con il consultante perché sia possibile costruire insieme un’interpretazione simbolica non standardizzata, ma accuratamente personalizzata, tagliata e cucita con perfezione sartoriale sul vissuto e sulla personalità di quest’ultimo. In tal senso, si può affermare che il tipo di approccio alla lettura da parte del tarologo è di tipo analitico e non sintetico, poiché esamina tutti i possibili percorsi interpretativi a partire da un’accurata osservazione degli elementi che compongono il simbolismo delle carte estratte, ampliandone al massimo la capacità di descrivere la situazione del consultante e facendo emergere una o più narrazioni adeguate e plausibili rispetto allo specifico contesto biografico osservato.

Alla luce di queste considerazioni, è evidente come sia impossibile predefinire a priori il senso di un arcano estrapolandolo acriticamente e didascalicamente da un qualsiasi manuale in commercio. Se il cartomante si ferma alla superficie dello sguardo d’insieme, il tarologo è invece l’osservatore attento delle sfumature, dei dettagli, delle mancanze, delle ridondanze, delle ripetizioni, dei vuoti e dei pieni. Se quello del Tarot è un linguaggio, il tarologo ha compiuto almeno due passaggi per apprenderne la tecnica: prima, ha studiato e personalmente sperimentato il senso simbolico e archetipico di ogni singola lama – ciò che potrebbe essere l’equivalente del leggere il significato di un lemma nel vocabolario – e, successivamente, ne ha indagato la profondità nella connessione con tutte le altre – ciò che invece potrebbe rappresentare la lettura del lemma all’interno di un qualsiasi contesto letterario, che ovviamente incide sulla sfumatura di senso di volta in volta ascrivibile alla parola considerata. Il Tarot è composto da un numero finito di pezzi che possono combinarsi in un numero infinito di accostamenti, che non ha senso elencare e descrivere singolarmente. Ogni tarologo, ogni consultante, ogni situazione sono differenti gli uni dagli altri, pertanto tutti i tentativi di standardizzazione e omogeneizzazione dell’interpretazione compiuti nei vari libri sull’argomento possono risultare utili al cartomante, che usa il metodo della memorizzazione di significati e combinazioni, ma perfettamente inutili per il tarologo, che solo nell’instaurazione di un

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