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Autoritratto in vinile

Autoritratto in vinile

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Autoritratto in vinile

Lunghezza:
162 pagine
1 ora
Pubblicato:
Oct 22, 2020
ISBN:
9788833861647
Formato:
Libro

Descrizione

La musica è l’altro grande amore di Luca Ragagnin
Una biografia vera e propria attraverso i vinili che l’hanno attraversata!
Prefazione di Max Casacci, fondatore e chitarrista dei Subsonica | Scatti di Alberto Ledda
61 brani
61 dischi,
61 artisti,
61 copertine,
61 racconti che attraversano generi
e periodi musicali mixati a ricordi personali, 61 episodi d’infanzia e di gioventù,
in un gioco di rimandi rigorosamente analogici. … e 33 scatti da collezione di Alberto Ledda
Pubblicato:
Oct 22, 2020
ISBN:
9788833861647
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Autoritratto in vinile - Luca Ragagnin

Tavola dei Contenuti (TOC)

La cameretta di Luca. Prefazione di Max Casacci

Ummagumma Café

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Chi non salta è un Furry

Midori Takada (non è un cocktail)

Vampiri alle porte del cosmo

Xtc!!!

Metrodandy (ci va la tessera)

Pipedream, bella chimera

Sandy, la musa inarrivabile

Componenti New Wave

L’Odissea di Odessa

Il ristorante di Alice

Tutti parlavano di Harry

Pesci fuori dall’acqua

Una coppia tribale

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Quantità media di emissione al culmine

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Chitarra e falò

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Non ci sono più i pub di una volta

Psichoteiere

Spannung narratologica dei Favolosi Quattro

Lo schiamazzo bulimico. La discografia del librino:

contrappunti

luca ragagnin

Autoritratto in vinile

con gli scatti di Alberto Ledda

dello stesso autore

Musica per Orsi e Teiere

Capitomboli

Imperdibili Perdenti

Agenzia Pertica

Pontescuro

©

2020

Miraggi Edizioni

via Mazzini

46

,

10123

Torino

www.miraggiedizioni.it

In copertina: Lino e il Brionvega, fotografia di Alberto Ledda

Progetto grafico Miraggi

Finito di stampare a Borgoricco (PD) nel mese di ottobre

2020

da Logo srl per conto di Miraggi Edizioni

su Carta da Edizioni Avorio – Book Cream 80 gr

Prima edizione digitale: ottobre

2020

isbn

978-88-3386-164-7

Prima edizione cartacea: ottobre

2020

isbn

978-88-3386-165-4

La cameretta di Luca. Prefazione di Max Casacci

All’epoca dei nostri sedici anni una regola non scritta, per trovare il nome della tua band, imponeva di consultare l’atlante astronomico. Le costellazioni, in particolare, andavano fortissimo, e Zenobia fu la nostra. Noi eravamo Furio, Paolo, Firo, Maurizio, io e Luca Ragagnin che possedeva uno strumento iconico della musica Prog: il flauto traverso. Proprio la cameretta di Luca, a due passi da un oratorio che garantiva sala prove e teatro per le esibizioni, era il nostro quartier generale. In quel sancta sanctorum, stracolmo di vinili e audiocassette, il sestetto si ridusse a quintetto nell’istante tragico in cui il bassista, sedutosi rovinosamente sul prezioso strumento metallico di marca Selmer, negò al nostro Ragagnozzi la via del palcoscenico. Ma Luca e la sua cameretta restarono comunque centrali nella vita degli Zenobia, che trascorrevano intere giornate a studiare, divisi per gruppi di lavoro, i numerosi e complicati accordi delle canzoni di gruppi prog come Genesis, Yes, King Crimson, Elp. La musica era il centro di tutto. La musica era tutto. Noi eravamo musica.

Io e Luca siamo rimasti grandi amici anche negli anni successivi, trascorrendo intere serate in una noiosissima Torino di inizio anni Ottanta, ad ascoltare dischi e a fantasticare di futuro. «Io davvero vorrei fare il musicista.» «Io davvero vorrei scrivere.» A volte prendevamo un mangiacassette e camminavamo fino al cavalcavia di corso Sommelier. La vista sulla stazione ferroviaria e le luci gialle impastate di nebbia e smog offrivano lo scenario perfetto per il mormorio urbano di Advantage dei Clock Dva. Schiacciavamo play e restavamo ad ascoltare, sentendoci parte del paesaggio e un po’ del nostro tempo.

Era arrivato il post-punk e avevamo trovato un nuovo domicilio sonoro nei solchi di Talking Heads, Cure, Siouxsie and the Banshees, Joy Division. Japan… Il varco tra le iperboli strumentali della musica anni Settanta, e il rigore minimale e metropolitano della new wave lo aveva individuato, come sempre, Luca con il primo album dei Metro. Vinile semisconosciuto ascoltato e riascoltato tra il fumo delle prime sigarette e i primi tormenti sentimentali. Nella cameretta.

Ho fatto per davvero il musicista, Luca ha fatto per davvero lo scrittore, e abbiamo anche lavorato insieme.

Nei momenti difficili, quando gli strattoni della professione, le intrusioni di un mondo più innamorato dei numeri che delle canzoni, e talvolta inconsapevolmente i tuoi stessi compagni di viaggio, sembrano volerti allontanare dall’incanto, dal rapporto ombelicale, autentico, vitale con la musica stessa, sento il bisogno di ritornare lì.

In quella camera dove tutto è rimasto classificato con amore, dove i titoli dei brani sulla copertina delle cassette sono battuti diligentemente a macchina, dove i momenti preziosi di quel passato restano custoditi.

Il rifugio mentale che mi permette di non tradire mai la mia giovinezza.

Sono stanco di suonare davanti a gente che applaude per il motivo sbagliato.

Frank Zappa

Ummagumma Café

È il 1979 e finalmente ho i soldi contati per comprarmi Ummagumma dei Floyd. Ora è qui, tra le mie mani ed è fichissimo. Non voglio consumare il primo ascolto con ingordigia, magari mi faccio prima un caffè. Sono anche solo in casa, mia madre ha un consiglio di classe, tutto perfetto. Procedo. Con la tazza colma di caffè bollente torno in camera, accendo lo stereo, indosso le cuffie. Le mie Akg k-141 made in Austria che ho fortemente voluto perché su «Ciao 2001» tutti i musicisti fotografati in studio con le cuffie sulle orecchie e le mani sulle cuffie hanno quelle lì. Potevo essere da meno? No, non potevo. Mi accendo anche una sigaretta, sono le prime, ho quattordici anni, mia madre lo sa che fumo, fuma anche lei, ma non vuole che lo faccia in casa. Va bene, ha ragione, ma ora posso. Caffè bollente, sigaretta, cuffie in testa, la puntina si abbassa, parte Ummagumma. Sono seduto sul letto, la schiena appoggiata alla parete e me la godo. Prima traccia: Astronomy Domine di Syd Barrett, quello che è andato fuori di melone dopo un disco e mezzo ed è arrivato l’altro. Be’, per entrare a dovere dentro certe ballate pastorali elfopsichedeliche dovrò raggiungere un’altra età, ma chissenefrega, non ho mica fretta oggi.

Che disco, ragazzi… ed è solo la prima traccia della prima facciata su quattro. Sarà un pomeriggio memorabile. Solo che quando inizia Careful with That Axe, Eugene, lo stereo smette di funzionare. O forse sono le cuffie. Cioè, la musica c’è ma è molto, molto più bassa di prima. Ma che cazzo. E se fosse un difetto del vinile? Esistono difetti così? E se poi non me lo cambiano? Costa un botto, Ummagumma, per le mie tasche. Facciamo finta di niente, che è meglio. Magari alzo il volume in cuffia. Procedo. Adesso c’è tutto uno scampanellio di piatti sottile sottile, sembra il vento che ondeggia intorno a delle campanelline tibetane percepito dalla mia cameretta a seimila chilometri di distanza. Eddai Nick Mason, un po’ più di polso. Niente: basso. Alzo il volume in cuffia ancora un po’, magari. Procedo. Ah ecco, ora riconosco quelle tessiture piene di bolle che fa Richard Wright: il suono precipuo dei Pink Floyd. Belle, belle, ’ste bolle. Però anche tu Rick, che t’è preso, sei moscio oggi, non dire di no. Alzo ancora il volume in cuffia: niente, tutto basso. Un po’ m’incazzo. Appoggio il vinile aperto sul letto e con la tazza di caffè in mano raggiungo l’amplificatore e tiro su, tiro su, tiro, su, vado oltre la metà (è un Rotel 40+40, il mio ampli, e se è lui il problema sono inguaiato). Torno sul letto, appoggio il vinile aperto sulle ginocchia e nel momento esatto in cui porto alle labbra la tazza di caffè parte l’urlo di Waters.

Sono trascorsi circa tre minuti dall’inizio del brano. Mentre sobbalzo sul letto rovesciando il caffè sulla copertina del disco ho un’epifania quadrupla: comprendo che le Akg funzionano a meraviglia (hanno ragione i musicisti professionisti);

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