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La maestrina degli operai

La maestrina degli operai

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La maestrina degli operai

Lunghezza:
124 pagine
1 ora
Pubblicato:
21 ott 2020
ISBN:
9791280184139
Formato:
Libro

Descrizione

Correva l’anno 1891 quando Edmondo De Amicis, scrittore e giornalista, pubblicò La maestrina degli operai. A una prima lettura appare come una serie di bozzetti nei quali si sottintendeva uno scontro di classe sempre in procinto di deflagrare. Più nel profondo, si scopre come nella scrittura abbia prevalso il De Amicis giornalista, quello che sapeva descrivere e analizzare la complessa realtà della Torino operaia, prima delle grandi fabbriche.
Pubblicato:
21 ott 2020
ISBN:
9791280184139
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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La maestrina degli operai - Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

La maestrina degli operai

ISBN: 9791280184139

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Indice dei contenuti

Prefazione

Introduzione

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

XVI

XVII

XVIII

XIX

XX

XXI

XXII

XXIII

XXIV

XXV

Prefazione

di Francesca Pau*

Il 1890 segnò una fase di svolta nella maturazione del pensiero etico-politico di De Amicis, fu proprio in quell’anno che egli decise di aderire al Socialismo. Tutto iniziò con il suo interesse alla rivista Cuore e Critica del repubblicano Arcangelo Ghisleri, alla stessa guisa, fondamentale fu l’amicizia con Filippo Turati, direttore di Critica Sociale , e la frequentazione di circoli operai e socialisti, unita alla collaborazione con i loro giornali, che lo avviarono alle tematiche sociali che da Cuore in avanti segnarono i suoi scritti.

Erano anni in cui la questione sociale stava divenendo sempre più drammatica ed era giunto il tempo che la borghesia acquisisse la consapevolezza che il contesto storico richiedeva. La Maestrina degli operai uscì nel 1891 sulla Nuova Antologia e fu, inequivocabilmente, un richiamo dell’autore al realismo, al disincanto, rispetto alla dura condizione del mondo del lavoro, inasprito dalle diseguaglianze sociali e di genere. Diseguaglianze rappresentate simbolicamente nel racconto dalla figura della maestrina Varetti e dai suoi allievi, emigrati provenienti da tutta Italia. La denuncia delle condizioni gravose economico-sociali degli strati più poveri si legava alla critica rivolta alla società castale.

La storia è ambientata in un paesino immaginario della cintura di Torino, Sant’Antonio. Il piccolo sobborgo è abitato in gran parte da contadini e da operai: due grandi fabbriche di ferramenta e di acido solforico, che lo colmano di rumore e lo ammantano di fumo, una strada dritta, di case e di orticelli, un viale che conduce alla chiesa, in mezzo alla campagna, dove si trovano l’osteria e la scuola, con cinque aule al pianterreno e, di sopra, i quartierini per le quattro maestre e il maestro.

La maestra Varetti, giovane e intimorita dal contesto ove opera, custodisce un viso da bambina, una dolcezza e una signorilità naturali e pochi punti di riferimento: il ritratto del padre ufficiale, morto nella battaglia di Custoza quando era bambina, l’austera rimemorazione del collegio per signorine dove era stata fino a diciott’anni e il diploma di maestra. Proprio a lei, del tutto inadeguata, viene assegnato il corso serale, una quarantina di maschi dai dodici ai cinquant’anni, operai di fabbrica, contadini, pastori, lavoratori occasionali che vivono una dimensione precaria, ai confini del sottoproletariato, ove la rabbia sociale si inasprisce sovente nel vino, nelle risse con bastoni e coltelli, nel disprezzo per la donna, nell’esaltazione di chi riesce brutalmente a imporsi.

Un dì dopo l’altro, stringendo a sé i pregiudizi della dignità e dell’onore trasmessi con forza da suo padre, molti errori, poco aiutata dai colleghi, la maestrina va avanti, per senso del dovere. È terrorizzata dalla corte spietata del teppista Muroni detto Saltafinestre, viene tormentata e presa di mira dai malviventi più giovani. Gli alunni anziani non riescono a darle aiuto, sono intimoriti. Per tutta la classe la maestra graziosa e indifesa resta un irraggiungibile oggetto di desiderio. Ma per Muroni quella che all’inizio era stata un’infatuazione molesta e vendicativa, matura col tempo in un grande amore destinato a non concretizzarsi mai. Un sentimento che lo rende irriconoscibile persino a sé stesso. Sono proprio quei sentimenti che lo rendono umano a squalificarlo nel suo ambiente. Ciò lo conduce a prendere le difese della maestrina contro i suoi tormentatori e a battersi in una rissa notturna nella quale viene accoltellato e viene trasportato a casa morente. La maestrina, presa da una infinita tenerezza, sembra in grado per la prima volta di vedere il giovane nella sua umanità e lo bacia oltre quei pregiudizi che l’avevano abitata precedentemente.

Percorrendo i destini personali delle sue creature letterarie nella misera aula di una scuola serale di periferia, De Amicis ritrae la cultura del suo tempo. Particolarmente significativa si presenta la testimonianza sulla condizione femminile nell’Ottocento. La Maestrina degli operai rappresenta quella consapevolezza emancipazionista che contrassegnò quegli anni del nostro Paese. Durante il Risorgimento la presenza femminile fu tutt’altro che secondaria. L’impegno delle scrittrici trovò espressione su tutto il territorio nazionale, dal patriottismo (Concettina Coffa e Cleobolina Cotenna) al riformismo sociale (Cristina di Belgioioso), dalla lotta politica (Eleonora Pimentel Fonseca), al memorialismo (Maria Bonacci Brunamonti ed Elisabetta Caracciolo Fiorino). A Torino, alla fine del secolo, si distinsero Giulia Falletti che redasse un progetto di riforme carcerarie ed Olimpia Rossi Savio, convinta patriota e madre dei fratelli Savio.

Le riforme scolastiche condussero alla formazione di un collegio di docenti reclutato dallo Stato, nel quale la componente femminile divenne particolarmente significativa. I maestri erano pochi, talvolta non preparati, sebbene la legge Casati del 1859 avesse istituito nove scuole normali di durata triennale, comprensiva di tirocinio per la formazione dei maestri elementari. La legge stabiliva anche i minimi salariali per maestri e maestre: fino ai primi anni del Novecento, la retribuzione femminile era decurtata di 1/3 rispetto a quello dei colleghi uomini ed essa si riduceva ulteriormente se l’insegnamento avveniva nelle scuole rurali, dove a insegnare erano soprattutto le maestre.

Alla fine del secolo, nell’area torinese, le maestre costituivano l’88% del corpo docente. Come ha messo in rilievo Italo Calvino nella nota introduttiva di Amore e ginnastica (Einaudi, 1971), la presenza della donna nella scuola apparve trasgressiva come uno sterminato harem senza sultano, intimidatorio come un nugolo di Minerve armate dalla mente di Giove. La professione di maestra con concorsi pubblici e trasferimenti spesso in città o paesi lontani, esponeva la donna alla critica sociale e la privava apparentemente della tradizionale protezione domestica. Il loro comportamento era vincolato al rispetto di rigide regole morali, pena il mancato rilascio da parte del Sindaco dell’attestato di moralità, necessario per insegnare. La mancanza di controllo della famiglia o della comunità poteva mettere in discussione la sua rispettabilità, come accadde nel clamoroso caso di una maestrina toscana, Italia Donati, che per questo si suicidò.

Il lavoro, nella narrativa di De Amicis, rappresenta non solo uno strumento di elevazione morale e sociale, l’unica via attraverso cui è possibile il riscatto dalla povertà, ma anche luogo di conflittualità sociali. Fondamentale eliminare ogni elemento di dipendenza, consentire al lavoratore di avere gli strumenti per neutralizzare anche quello che può essere un buon padrone. Nel lavoro, la personalità si afferma, in esso l’uomo e la donna acquisiscono dignità.

Esso è rappresentato come diritto, ma anche come fonte di abusi, come elemento conflittuale nella vita di uomini e donne, come necessità e come peso e non solo come elemento caratterizzante le esistenze in modo neutro. Inoltre, sullo sfondo, De Amicis ritrae le tensioni laceranti della società italiana di fine Ottocento, in cui il disagio giovanile è acuto in quanto sono vaste le aree della miseria e dell’emarginazione, mentre resta difficile il dialogo tra una borghesia colta – ma vittima di radicati pregiudizi – e un mondo operaio che ancora si confonde con la plebe. Non a caso il personaggio positivo – tra gli scolari – è un militante socialista che lavora in una fabbrica di ferramenta e termina ogni discorso col raccomandare l’orgoglio di classe come principio e fondamento necessario della emancipazione avvenire.

Non vi è dubbio che il diritto al lavoro fosse nei suoi scritti talmente insito nella persona che disconoscerlo significava snaturare la persona stessa. Una concretezza che valorizzava quelle condizioni soggettive che di ogni lavoro sono la premessa inderogabile. Non si può accampare un diritto al lavoro se non vi è la capacità, la possibilità e la buona volontà.

Nei racconti di De Amicis, i ragazzacci comparivano – specialmente nella figura del celebre Franti – anche nel capolavoro dello scrittore, ovvero in Cuore del 1886, e non erano assenti nella vasta narrazione del meno noto Romanzo di un maestro del 1890.

La Maestrina degli operai ci offre la più esaustiva rappresentazione del fenomeno sociale del bullismo. Nel racconto, i bulli si presentano come demoni scatenati, violenti, sboccati e insolenti, più irriguardosamente corrotti e viziosi dei grandi, reduci spesso da giorni e notti d’ozio, d’alterchi, di gioco e d’ubbriacature, influenzati negativamente dalla vicinanza della città, dove solevano recarsi di domenica e donde ogni giorno di festa veniva uno sciame di barabba a giocare e gavazzare nelle osterie. Nella scuola portano il lezzo delle pipe e dei mozziconi di sigari appena spenti, un tanfo misto di vino, di grasso di macchina, di pelli conce, di stalla, di scarpe fradice. Proprio in questi elementi, la giovane docente vi scorge la parte ignobile del popolo che vive in uno stato di ribellione perpetua a tutte le leggi sociali e alimenta il numero dei detenuti nelle carceri e nelle galere. Basta che uno di loro manifesti un sentimento amoroso verso la maestra e tenti di proteggerla dall’indisciplina generale, perché il gruppo lo isoli e si arrivi alla brutalità.

Nel racconto è forte la denuncia contro un sistema scolastico che rinuncia alla dimensione etica della sua funzione. Rinuncia a costruire una nazione nuova, unita e civile. D’altro canto, la situazione scolastica italiana del dopo unità presentava numerosissimi problemi.

La

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