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Il richiamo del corvo
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E-book521 pagine9 ore

Il richiamo del corvo

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Info su questo ebook

Dal maestro della narrativa d’avventura, un romanzo appassionante sul destino e la brutalità della natura umana.Un'eredità rubata.
Un amore proibito.
Una sete di vendetta così bruciante
che potrebbe distruggere ogni cosa.

Figlio di un influente proprietario terriero della Virginia, Mungo St John ha sempre dato per scontati la ricchezza e il lusso in cui è vissuto grazie ai privilegi di cui godeva la sua famiglia. Finché non riceve la notizia che il padre è morto e, una volta tornato a casa dall'università, scopre che il subdolo Chester Marion, l’avvocato che da sempre si occupa delle proprietà dei St John, li ha mandati in rovina e si è appropriato con l'inganno della sua eredità e di tutto ciò che gli spetta di diritto. E come se non bastasse ha costretto Camilla, la giovane schiava di cui lui è innamorato da sempre, a diventare sua amante. Spinto dalla rabbia e dall'amore, Mungo giura di vendicarsi e da quel momento in poi dedica la propria esistenza a distruggere Marion… e a salvare Camilla.
Mentre lei, che in quanto schiava non ha modo di sottrarsi alle angherie del suo brutale padrone, deve piegarsi al proprio destino e imparare a sopravvivere come può, Mungo lotta contro ogni sorta di avversità, spinto dalla sete di vendetta e dalla volontà di riconquistare il proprio status.

Ma fino a che punto sarà disposto a spingersi per sopravvivere e ottenere ciò che desidera?

Un'avventura travolgente e piena d’azione, che attraverso il passato di uno dei suoi personaggi più controversi, Mungo St John, indimenticabile protagonista di Quando vola il falco, ci racconta della brutalità dello schiavismo in America e della potenza dei sentimenti che possono farci crescere, oppure distruggerci.
LinguaItaliano
Data di uscita19 nov 2020
ISBN9788830523227
Il richiamo del corvo
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Autore

Wilbur Smith

Considerato l’indiscusso maestro dell’avventura, è nato nel 1933 in Africa centrale e si è spento il 13 novembre 2021. Ha pubblicato più di quaranta titoli, tradotti in ventisei lingue, fra cui il ciclo ambientato nell'Antico Egitto e le celebri serie dedicate ai Courtney, ai Ballantyne e a Hector Cross. Nel 2015 ha fondato la Wilbur & Niso Smith Foundation, che promuove la cultura e la narrativa d'avventura. Fiore all'occhiello della fondazione è il prestigioso Wilbur Smith Adventure Writing Prize.

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    Il richiamo del corvo - Wilbur Smith

    1

    LA BLACKHAWK

    Il salone era gremito. Numerosi giovanotti in abito da sera erano stipati sui banchi, altri assiepati in piedi lungo il perimetro della stanza. L’aria illuminata dalle lampade era greve di sudore e alcol ed eccitazione, come durante un incontro di pugilato a una fiera di contea.

    Ma quella sera non sarebbe stato versato del sangue. Ci si trovava nella Cambridge Union Society, la più antica società di dibattiti del paese e terreno di prova per i futuri governanti della nazione, e l’unico scontro sarebbe stato verbale, le uniche ferite quelle arrecate all’orgoglio. O almeno così stabilivano le regole.

    La sezione anteriore della sala era allestita come un parlamento in miniatura. Le due fazioni si fronteggiavano da banchi opposti e separati da una distanza pari alla lunghezza di due spade. Un giovane di nome Fairchild, con capelli di un biondo rossiccio e lineamenti eleganti, si stava rivolgendo al pubblico dall’apposito podio.

    «Il tema del dibattito di stasera è il seguente: Il presente istituto ritiene che la schiavitù dovrebbe essere abolita in tutto il mondo. E questa tesi è così palesemente corretta che reputo quasi superfluo illustrarla.»

    La sua dichiarazione fu accolta da cenni d’assenso. Lui stava predicando ai già convertiti all’idea, il sentimento antischiavista era assai diffuso fra gli studenti di Cambridge.

    «So che in questa sede siamo abituati a discutere le sottigliezze di legge e politica ma quello di oggi non è un tema puramente accademico. Il problema della schiavitù si rivolge a una legge più alta. Tenere uomini e donne in catene, strapparli dalle loro case e farli lavorare fino a ucciderli è un crimine contro Dio e contro tutti i dettami della giustizia.»

    Sul banco di fronte, quasi tutti gli oratori dell’opposizione lo ascoltavano con espressione tetra, sapendo di essere impegnati in una causa persa. Uno di loro si agitò sulla sedia e si torse il fazzoletto fra le mani, un altro fissò Fairchild con aria talmente malinconica da sembrare sul punto di piangere. Soltanto il terzo rimase imperturbabile e si appoggiò allo schienale con fare disinvolto, la bocca tesa in un sorriso pigro, come se fosse l’unico al corrente di un gigantesco scherzo.

    «Se dentro di voi c’è anche solo un briciolo di umanità vi sollecito ad approvare la mozione.»

    Fairchild si sedette salutato da calorosi applausi e il presidente aspettò che il clamore scemasse.

    «A chiudere per l’opposizione adesso chiamo Mr Mungo St John.»

    L’uomo rimasto comodamente seduto al primo banco si alzò. Nessuno applaudì, ma una nuova energia sembrò pervadere la sala. Su nella galleria le crinoline frusciarono e le stecche dei busti scricchiolarono quando alcune giovani signore di buona famiglia, autorizzate a osservare il procedimento purché restassero in silenzio, si allungarono in avanti per vedere meglio.

    Era impossibile ignorare quel ventenne che superava di mezza testa tutti gli altri presenti. La folta chioma scura gli copriva il colletto e la pelle abbronzata sfoggiava una lucentezza che nessun fiacco sole inglese avrebbe mai potuto produrre. Il taglio dell’abito ne metteva in risalto la figura caratterizzata da vita stretta e da spalle muscolose più da pugile che da studente di Cambridge.

    Se lui si accorse dell’ostilità di cui era oggetto, non le permise comunque di cancellargli il sorriso disinvolto; parve anzi cibarsi dell’energia della folla.

    «Stasera avete sentito molto parlare dei presunti mali della schiavitù, ma qualcuno dei presenti è mai stato nelle grandi piantagioni di tabacco della Virginia o nei campi di cotone del Mississippi?» I suoi occhi di un giallo opaco scrutarono gli astanti. «Quella è la mia terra natale, sono nato e cresciuto in Virginia. La schiavitù per me non è fatta di articoli sensazionalistici sui giornali o di sermoni sconvolgenti, ho visto la realtà della cosa.» Abbassò la voce. «Il lavoro è duro? Sì. I ricchi traggono profitto dalle fatiche altrui? Ancora sì. Ma non lasciatevi ingannare dalle fantasie di brutalità e violenza che vi vengono propinate. A Windemere – casa mia, sulle rive del fiume James – mio padre dispone di quattrocento lavoratori e tiene a ognuno di loro. Quando lavorano bene li loda, quando si ammalano li cura, se muoiono li piange.»

    «Questo perché ognuno di loro vale mille dollari per lui» sottolineò Fairchild.

    Il pubblico scoppiò a ridere.

    «Il mio amico ha ragione» ribatté Mungo, «ma pensate a qualcosa di vostra proprietà che valga così tanto. Un cavallo di razza, diciamo. Forse lo percuotete, disprezzate e lasciate nel fango? Oppure ve ne prendete la massima cura, lo strigliate e proteggete perché per voi è prezioso?»

    Si appoggiò al leggio, a proprio agio come se fosse appoggiato alla mensola del caminetto del suo salotto a godersi un sigaro.

    «Sono un ospite nel vostro paese, ma a volte serve l’occhio di uno straniero per notare ciò che i nativi non vedono. Andate a Manchester o a Birmingham o in qualsiasi altra delle vostre grandi città manifatturiere, visitate le fabbriche. Vedrete uomini e donne che vi sgobbano per dodici, quattordici, persino diciotto ore al giorno, in condizioni che darebbero la nausea a mio padre.»

    «Almeno sono liberi… e vengono pagati» sottolineò Fairchild.

    «E a cosa serve la libertà se è solo la libertà di vivere nei bassifondi finché il lavoro non ti uccide? L’unica cosa che i soldi comprano è la tranquillità per la coscienza dei proprietari delle fabbriche. A Windemere, invece, ognuno dei nostri braccianti ottiene tre pasti al giorno, un tetto sopra la testa e vestiti puliti da indossare. Non deve mai chiedersi se mangerà o meno né preoccuparsi di chi si prenderà cura della sua famiglia. Vi assicuro che se un qualsiasi operaio o minatore inglese vedesse come si vive nelle piantagioni scambierebbe subito la propria vita con quella di chi vi lavora.»

    Sul banco opposto Fairchild si era alzato. «Posso avanzare un’obiezione?»

    Mungo gliela concesse con un cenno distratto della mano.

    «Se anche dovessimo credere a questo improbabile ritratto di schiavi africani che si godono una vacanza in un paradiso filantropico, il gentiluomo è alquanto evasivo sul come queste persone siano giunte nel suo paese. È disposto ad ammettere che il commercio degli schiavi non è altro che un commercio di sofferenza? Oppure cercherà di farci credere che milioni di africani sono partiti di buon grado per una piacevole crociera in America così da godere dei benefici del clima?»

    L’ultima frase suscitò una risata e Mungo fece un gran sorriso apprezzando la battuta insieme agli altri.

    «Il traffico di schiavi è illegale in Inghilterra e in America da più di trent’anni» dichiarò. «Qualsiasi cosa possano avere fatto i nostri padri e nonni ormai è finita.»

    Fairchild arrossì. Cercò di dominare le emozioni, visto che in quei dibattiti un atteggiamento da gentiluomo era apprezzato tanto quanto le argomentazioni valide, ma non vi riuscì.

    «Sapete benissimo che, a dispetto degli strenui sforzi del nostro governo, le navi mercantili continuano a violare la legge portando via dei neri dall’Africa sotto il naso della Royal Navy.»

    «In tal caso vi suggerisco di reclamare con la Royal Navy.»

    «Lo farò» promise Fairchild. «Anzi, posso informare i presenti che non appena mi sarò laureato accetterò un posto da ufficiale nel Preventative Squadron della Marina di Sua Maestà incaricato di intercettare le navi negriere che salpano dalla costa dell’Africa. Da là fornirò ragguagli sull’accuratezza del quadro presentato da Mr St John sui piaceri della schiavitù.»

    Ottenne acclamazioni e applausi. Nella balconata delle signore più di un corsetto si tese a causa dell’ammirazione suscitata dalla virile rettitudine di Fairchild.

    «Se andrete in Africa potrete fornire ragguagli su come questi neri vivono nel loro paese» ribatté rapido Mungo. «Affamati, sudici, ignoranti, coinvolti in una guerra di tutti contro tutti. E poi potrete andare in America e dire se in fondo non stanno meglio là.» Si rivolse alla sala. «I miei virtuosi avversari vorrebbero farvi credere che lo schiavismo sia un male davvero unico, un abominio morale senza eguali negli annali della civiltà. Intendo dimostrarvi che non è affatto così. È semplicemente un nome per ciò che gli uomini mettono in pratica ovunque si trovino, che sia la Virginia o la Guinea o Manchester: il potere di chi è forte e ricco su chi è debole e povero.»

    Ignorò il nuovo tentativo di Fairchild di obiettare.

    «Questa potrebbe essere una verità scomoda, ma vi assicuro che preferirei vivere da schiavo in una piantagione come Windemere che in veste di cosiddetto uomo libero in un cotonificio del Lancashire. Sono loro i veri schiavi.»

    Si guardò intorno nel salone gremito. Fu solo un’occhiata fugace, eppure a ognuno dei presenti sembrò che si fosse posata direttamente su di lui. Nella galleria delle signore i ventagli si mossero più rapidi che mai.

    «Forse ciò che dico offende la vostra sensibilità morale. Non intendo scusarmi per questo, vi imploro invece di guardare al di là del vostro disgusto per esaminare la proposta con una sincerità dalla vista limpida. Se addolcite il vostro tè con zucchero proveniente dalle Indie Occidentali o fumate tabacco della Virginia sostenete la schiavitù. Se vostro padre possiede una fabbrica in cui viene filato cotone dell’Alabama o una banca che finanzia i viaggi di armatori di Liverpool, anche in questo caso dico che sostenete la schiavitù.» Si strinse nelle spalle. «Non intendo giudicarvi né rivendicare nessuna superiorità morale, ma l’unico peccato di cui sono del tutto innocente è questo: non voglio recitare la parte dell’ipocrita e piangere lacrime di coccodrillo per le scelte che ho fatto. Se siete d’accordo con me vi sollecito a opporvi alla mozione.»

    Si sedette. Dopo un attimo di totale silenzio, in fondo alla sala si levò lentamente un’ondata di applausi che montò fino a echeggiare nell’intera stanza. Gli studenti potevano anche non essere d’accordo con la posizione politica di Mungo ma sapevano apprezzare una prestazione magistrale.

    Non tutti, però. L’applauso sempre più sonoro fu accompagnato da una raffica di buuu e grida di scherno. Si udirono urla di «Assassino!» e «Avete le mani sporche di sangue!».

    Mungo si appoggiò allo schienale crogiolandosi nel disaccordo.

    «Ordine!» gridò il presidente. «Che la divisione abbia inizio.»

    Gli astanti si allinearono per uscire da due diverse porte, quella di destra rappresentava il sì e quella di sinistra il no. La fila davanti alla prima era palesemente più lunga, ma un numero sorprendente di persone andò dall’altra parte. Mungo osservò la conta dal proprio posto, sempre sorridendo.

    Il presidente annunciò il risultato. « sulla destra duecentosette, No sulla sinistra centodiciotto.»

    Mungo annuì prendendo atto dell’esito con assoluta imperturbabilità. Strinse la mano ai compagni di squadra, afferrò due bicchieri di vino, raggiunse Fairchild intento a chiacchierare con gli amici e gliene porse uno.

    «Congratulazioni» disse, «avete parlato con profonda convinzione.»

    Fairchild accettò il bicchiere con riluttanza. I dibattiti della società erano convenzionalmente imperniati su abilità retorica e capacità dialettica, vincere o perdere contava meno del comportarsi poi da gentiluomini, ma lui non riuscì a celare il disprezzo nei confronti dell’interlocutore.

    «Incassate la sconfitta con molta filosofia» ammise.

    «Questo perché non ho affatto perso» replicò Mungo con la pronuncia strascicata tipica della Virginia.

    «Avete sentito il risultato, ho vinto con uno scarto di quasi due a uno. Voi avete perso.»

    «Niente affatto» ribatté lui. «Ho scommesso dieci ghinee che sarei riuscito a ottenere almeno cento voti contro la mozione, nessuno pensava che ne avrei spuntati più di cinquanta. E per quanto sia splendida la gloria della vittoria preferisco comunque l’oro supplementare nella mia borsa.»

    Fairchild lo fissò e disse l’unica cosa che gli venne in mente: «Pensavo aveste già guadagnato abbastanza grazie alla schiavitù».

    «Per nulla. Mio padre ha giurato che quando morirà libererà tutti i suoi schiavi, lo ha già specificato nel testamento. Dovrò trovare qualche altro modo per accumulare un patrimonio.» Mungo gli diede una pacca sulla spalla. «Quindi, vedete, io non ricaverò mai un penny dalla pratica che tanto denigrate mentre voi, invece…» Sorrise. «Voi dipenderete totalmente dalla tratta degli schiavi per guadagnarvi da vivere.»

    Fairchild rischiò di strozzarsi con il vino. «Come osate…»

    «Entrerete nel Preventative Squadron, vero? Sarete pagato per catturare navi negriere.»

    «Sì.»

    «Una professione magnifica e nobile» sottolineò Mungo, «ma se mai riuscirete a eliminare il traffico di schiavi resterete senza lavoro, quindi è nel vostro interesse garantire che prosegua.»

    Fairchild lo fissò orripilato. «Discutere con voi è come discutere con il diavolo in persona» si lamentò. «Il bianco è nero e il nero è bianco.»

    «Mi aspettavo che voi più di chiunque altro pensaste che bianco e nero sono creati uguali. Sono…»

    Mungo si interruppe. La sala era piena di universitari intenti a gironzolare, parlare tra loro, bere e proseguire la discussione, ma un giovane impegnato nel tentativo di aprirsi un varco tra la folla stava rovesciando bicchieri e spingendo da parte con una spallata chiunque gli ostruisse la strada.

    Quando raggiunse il limitare della stanza, Mungo lo riconobbe: era Sidney Manners, un giovanotto corpulento ammesso a Cambridge solo perché il padre possedeva metà del Lincolnshire. Con il collo enorme, le spalle massicce e il respiro affannoso somigliava terribilmente a un toro di razza.

    «Vi stavo cercando» disse a Mungo.

    «Spero non sia stato troppo faticoso per voi. Non ero difficile da trovare.»

    «Avete insultato mia sorella.»

    «Insultato?» Mungo sorrise. «Vi hanno mal informato, non le ho riservato altro che complimenti.»

    «L’avete sedotta!»

    Lui fece un gesto sprezzante. «Dove sono cresciuto io i gentiluomini non parlano di simili questioni.»

    «Allora come mai io l’ho sentito dire da cinque persone diverse?» Manners si avvicinò di un passo. «Dicono che l’avete posseduta nella tribuna dell’organo della Trinity Chapel durante le prove del coro.»

    «Non è vero, è successo durante la preghiera della sera.»

    Manners sgranò gli occhi. «Non lo negate?»

    «Nego di averla costretta a fare qualcosa che non desiderasse. Anche volendo avrei avuto serie difficoltà a resistere alle sue avance.» Posò con cura il bicchiere, poi strizzò l’occhio con aria d’intesa. «Posso dire che vostra sorella è una giovane molto devota. Sempre in ginocchio nella cappella.»

    Manners, con il viso paonazzo e il colletto che sembrava esserglisi stretto intorno alla gola, si sforzò di respirare e aprì la bocca di scatto senza che ne uscisse nulla.

    Alla fine la sua rabbia imboccò l’unica via d’uscita possibile e lui ritrasse il braccio per poi sferrare un pugno frenetico verso il mento di Mungo.

    La stazza gli dava forza, ma Manners mancava di qualsiasi addestramento mentre Mungo praticava il pugilato ogni settimana prendendo lezioni da un ex campione nazionale ritiratosi a Cambridge. Schivò agevolmente il colpo del giovane, gli afferrò il braccio, lo sbilanciò tirandogli in avanti i piedi con uno sgambetto e lo fece cadere a terra, sul sedere.

    Lo guardò dall’alto mentre si agitava sul pavimento e per un attimo negli occhi gli lampeggiò una rabbia così feroce che chiunque l’avesse vista avrebbe temuto per la vita di Manners. In quel momento non si poteva dubitare che Mungo fosse capace di tutto.

    Poi la sua ira si placò con la repentinità di un acquazzone estivo e lui sorrise di nuovo. Rivolse un cenno d’assenso alla cerchia di spettatori, che indietreggiarono leggermente ma non riuscirono a distogliere lo sguardo, ammaliati dallo spettacolo eppure spaventati dalla potenza del giovane.

    «Vogliate scusarmi, signori.»

    La folla gli si aprì davanti mentre lui si dirigeva verso la porta. Sentì Manners rialzarsi faticosamente alle sue spalle, ma non si voltò a guardare. Una volta fuori si mise il cappello e tornò verso il college. La serata estiva era tiepida ma non quanto lo sarebbe stata a casa sua in Virginia. In quel periodo Windemere stava diventando sempre più verde mentre le piantine di tabacco prese dai semenzai invernali venivano messe a dimora nei campi.

    Aveva apprezzato la permanenza a Cambridge. Aveva imparato tutto il possibile, fatto amicizia con alcuni uomini influenti che in seguito avrebbero potuto essergli utili e incontrato non poche giovani signore come Clarissa Manners ansiose di condividere le proprie grazie con lui, ma sarebbe stato felice di tornare a casa.

    Quando svoltò su Trinity Street la luna stava sorgendo dietro la torre della chiesa di St Mary. Era già scattato il coprifuoco, quindi avrebbe trovato chiuso il cancello del college, ma non se ne curava: aveva stretto un accordo con Chapman, il portiere.

    «St John!» lo chiamò una voce rabbiosa in fondo alla strada.

    Mungo continuò a camminare.

    «St John! Fermatevi, se non siete un codardo.»

    Lui si bloccò per poi voltarsi lentamente. «Nessuno mi ha mai accusato di codardia.»

    Manners si stagliava in controluce nel chiarore del lampione. Non era solo ma fiancheggiato da due amici, giovanotti robusti con enormi pugni e spalle larghe, uno dei quali brandiva un attizzatoio mentre l’altro teneva per il collo una bottiglia di vino.

    «Se foste un gentiluomo vi sfiderei a duello» disse Manners sogghignando.

    «Se foste un gentiluomo accetterei volentieri la sfida, ma visto che non è evidentemente questo il caso vi auguro la buona notte.»

    Mungo si abbassò la tesa del cappello e si voltò come se fosse del tutto ignaro degli uomini armati dietro di lui. Manners lo fissò per un attimo, sbalordito dalla sua indifferenza, poi fu sopraffatto dall’ira e si lanciò alla carica ringhiando come un cane.

    Mungo udì i passi sull’acciottolato alle sue spalle e, quando l’altro stava ormai per raggiungerlo, si girò e gli sferrò un montante al mento con una mira impeccabile. Manners si fermò di scatto urlando di dolore e Mungo lo colpì alle costole con tre rapidi diretti che lo scagliarono all’indietro mentre quello ruotava su se stesso e si artigliava l’addome.

    Quando Manners indietreggiò, i suoi amici si fecero avanti e cominciarono a girare intorno a Mungo con il passo strascicato tipico di chi ha bevuto. Lui li osservò attentamente cercando di prevedere l’effetto dell’alcol su di loro: avrebbe potuto rallentarli ma anche renderli più imprevedibili.

    I due rimasero in attesa gridandosi incoraggiamenti a vicenda. Non volevano subire lo stesso trattamento riservato a Manners, ma nemmeno sembrare deboli. Alla fine quello con l’attizzatoio gli si avvicinò.

    «Ti darò una bella lezione, bastardo americano!»

    Abbassò con violenza l’arnese verso la spalla di Mungo, il quale si scostò di scatto e venne colpito solo di striscio, quindi afferrò l’attizzatoio con entrambe le mani e lo tirò verso di sé sbilanciando l’avversario, lo spinse indietro di scatto contro il ventre dell’altro e infine glielo strappò di mano per poi calarglielo sulle spalle. L’aggressore indietreggiò barcollando.

    Adesso che Mungo era armato si sentiva più sicuro. Agitò l’attizzatoio e gli amici di Manners arretrarono, non gli erano così devoti da essere disposti a farsi spaccare la testa per lui.

    «Avete paura di questo parvenu yankee?»

    Manners si era alzato. Tolse di mano la bottiglia all’amico e la spaccò sul selciato per ridurla a un moncone scintillante dai bordi frastagliati. Avanzò di nuovo, con maggiore cautela: due scontri diretti con Mungo gli avevano insegnato almeno quello.

    «Fossi in voi non lo farei» lo avvisò lui.

    Se Manners fosse stato sobrio avrebbe forse captato il monito letale nella voce dell’avversario, ma era ubriaco e furibondo, ed era appena stato umiliato. Allungò di scatto la bottiglia rotta verso Mungo cercando di colpirlo al viso.

    Lui la schivò agevolmente e, quando Manners fece un nuovo affondo, gli calò l’attizzatoio sul polso, con un sibilo. L’osso si ruppe e la bottiglia schizzò via andando a frantumarsi contro il muro.

    Il giovane urlò e cadde in ginocchio. Gli altri due diedero un’occhiata a Mungo, che teneva sollevato l’attizzatoio sopra la testa come la spada di un angelo vendicatore, e se la diedero a gambe lasciando l’amico solo con l’avversario.

    Mungo avrebbe potuto allontanarsi, l’aveva già fatto una volta quella sera, ma l’altro aveva cercato di ucciderlo, benché con notevole incompetenza, il che aveva scatenato in lui una furia provata di rado. Gli rimase fermo accanto come un boia, l’attizzatoio alzato. La forza gli guizzava lungo le braccia. Non intendeva mostrarsi misericordioso, in quel momento esisteva solo la sua rabbia. Avrebbe spaccato la testa di Manners come un uovo.

    Ma, mentre si accingeva a sferrare il colpo, una mano risoluta afferrò l’attizzatoio e lo fermò. Mungo si girò di scatto per vedere il viso ansioso di Fairchild, i denti serrati per lo sforzo di trattenergli il braccio.

    «Cosa state facendo?» sibilò. «Pensate di poter salvare questo verme schifoso?»

    Fairchild non allentò la morsa. «Non sto salvando lui, ma voi. Vi sto salvando da voi stesso.»

    «Non ho bisogno di essere salvato.»

    «Se lo uccidete verrete impiccato per omicidio.» Fairchild diede un colpetto a Manners con la punta della scarpa. «Lui ne vale la pena?»

    I due giovani si fissarono stringendo l’attizzatoio. Mungo sapeva che l’altro aveva ragione, eppure non riusciva a costringersi a lasciare perdere. Tentò di torcere l’arnese con tutta la sua forza per strapparlo di mano a Fairchild che, non essendo forte come lui, fletté le dita e rischiò di mollare la presa, ma aveva una volontà d’acciaio e non voleva cedere.

    Avrebbero potuto rimanere bloccati in quella posizione per tutta la notte quando sulla strada risuonò uno scalpiccio di passi e un uomo massiccio con un lungo camice scuro uscì dalla portineria puntando direttamente verso di loro.

    «Mr St John?»

    Era Chapman, il portiere del college. Se si stupì vedendo Mungo con un attizzatoio sollevato a mo’ di arma, Fairchild che gliene contendeva il possesso e Manners inginocchiato con aria inerme ai suoi piedi non lo diede a vedere. Conosceva Mungo sin da quando era arrivato in città, tre anni prima, e nulla di ciò che il giovane faceva avrebbe potuto sorprenderlo.

    «È arrivata una lettera per lei, signore. Con la scritta Urgente

    Mungo batté le palpebre. L’attizzatoio cadde a terra e Manners approfittò di quella tregua per sgattaiolare via piagnucolando e tenendosi stretto il polso. Lui si pulì le mani con il fazzoletto, poi si sistemò polsini e plastron, e solo a quel punto prese la lettera. Recava il timbro di Norfolk, Virginia, con la data di sei settimane prima. L’indirizzo era composto da larghe lettere accurate tracciate da una mano palesemente non abituata a scrivere.

    Rimase impassibile mentre la apriva e ne leggeva il contenuto.

    «Cosa c’è?» chiese Fairchild.

    Mungo lo ignorò. «Chiedete ai domestici di riempire il mio baule» disse al portiere. «Devo tornare subito in Virginia.»

    Minacciava di scoppiare un temporale. Dense nubi coprivano il sole rendendo grigio il cielo dell’alba, e nella loro ombra l’acqua del fiume Patapsco somigliava ad ardesia lavata dalla pioggia. In quella mattina d’agosto del 1841 il canale che conduceva al porto interno di Baltimora, solitamente gremito di imbarcazioni commerciali e da diporto, era semideserto. Il brigantino a due alberi Aurora, salpato cinquantotto giorni prima da Southampton, era l’unico vascello in navigazione.

    Su un’area sgombra del ponte di prua si era radunata una piccola folla di passeggeri di prima classe con indosso il cappotto per ripararsi dal freddo anomalo per quel periodo. Fra loro c’era Mungo, che grazie al cannocchiale riusciva a scorgere i bastioni di Fort McHenry, dove soltanto trent’anni prima la neonata repubblica americana era stata sul punto di cedere la propria bandiera agli inglesi, e gli alti alberi delle navi mercantili che spuntavano dalla nebbia.

    I suoi pensieri si incupirono. Da uomo pragmatico quale era non sprecava mai energie su problemi che non era in grado di risolvere. Per mare non poteva fare nulla, quindi era riuscito a scacciare dalla mente la notizia ricevuta a Cambridge la notte di due mesi prima. Adesso che stavano per approdare non poteva più ignorarla.

    Prese la lettera dalla tasca e la lesse di nuovo, pur essendo ormai in grado di recitarla a memoria come la Bibbia.

    Tuo padre è morto. Windemere è in bancarotta e dicono che verrà venduta. Non c’è niente da raccogliere perché non è stato piantato niente. Torna subito a casa o saremo tutti perduti.

    Con il più profondo affetto

    Camilla

    Si portò il foglio alle labbra. Conservava ancora una lieve traccia di profumo, benché ormai quasi svanito, quello dei fiori di corniolo, intenso, viscoso e vagamente osceno. Camilla li aveva raccolti appena prima di scrivere la lettera oppure aveva strofinato volutamente i petali sulla carta per ricordargli casa sua? La immaginò intenta a riflettere davanti al foglio, la punta della lingua che le spuntava dalle labbra mentre si concentrava per formare le lettere non familiari. Doveva esserle costato uno sforzo immane. Come mai era così disperata?

    A dispetto della calligrafia infantile aveva solo due anni meno di Mungo, ma non era mai stata seduta in un’aula scolastica. Era nata schiava e sin dall’età di undici anni aveva fatto da domestica alla madre di Mungo, Abigail. Quando quest’ultima era morta lui aveva convinto il padre a non vendere Camilla.

    «Presto porterò qui a casa mia moglie» aveva sostenuto, «e lei si aspetterà che io le fornisca una valida cameriera personale.»

    Quella non era tutta la verità.

    Costeggiò il parapetto tornando verso il cassero di poppa. Il nostromo lo salutò toccandosi il berretto, così come l’ufficiale di guardia quando lui salì la scaletta. Durante le quasi nove settimane di viaggio era andato regolarmente in coperta; aveva fatto amicizia con gli ufficiali, scambiato aneddoti con i marinai, affinato la propria conoscenza dei venti e delle correnti dell’Atlantico settentrionale e persino imparato a leggere il sestante. Amava il mare, in un’altra vita gli sarebbe piaciuto diventare marinaio e poi proprietario di un vascello.

    Non era quella la vita a cui stava tornando.

    L’Aurora attraccò al molo, a un tiro di schioppo dal Waterfront Hotel. Gli stivatori tra le urla tiravano le cime mentre i marinai addetti agli alberi ne ammainavano le vele riducendoli a nudi pali. Mungo prese la sua sacca dalla cabina e scese lungo la passerella. Barcollando leggermente, dopo le tante settimane per mare, si aprì un varco tra la folla di portuali fino alla scuderia di cavalli da nolo dell’Admiral Fell Inn. Aveva intenzione di prenderne in affitto uno per raggiungere Windemere, ma non appena si presentò fu accompagnato dallo stalliere nelle scuderie dove lo accolsero due musi familiari.

    «Jack!» esclamò con gioia. «Bristol!»

    In cambio ottenne felici nitriti di riconoscimento da parte dei due cavalli arabi che lo raggiunsero e gli strofinarono il naso addosso. Erano gli animali più belli della scuderia, uno contraddistinto da segni bianchi e l’altro nero come il carbone, e pur non essendo grossi vantavano la forza e la resistenza necessarie per distanziare qualsiasi altra razza.

    «Come sono arrivati qui?» chiese.

    «Li ha portati da Windemere un negretto» rispose lo stalliere. «Ha detto che voi sareste passato, ha pagato due mesi di pensione anticipati e lasciato questo per voi.»

    Prese il sacco di cuoio appeso a un chiodo e glielo consegnò. C’erano dentro un mantello e un cappello per cavalcare, un portafoglio e un sottile astuccio di legno sorprendentemente pesante. Mungo, capendo cosa conteneva, si chiese perché lei avesse sentito il bisogno di mandargli una pistola.

    C’era un messaggio, anch’esso scritto con la familiare calligrafia di Camilla. Vieni subito. Stai attento.

    Si infilò in tasca il foglietto, lanciò una moneta allo stalliere e montò in sella.

    «Non desidera la colazione, signore?» chiese l’altro. «È sicuramente affamato.»

    «Non ho tempo da perdere.» Mungo si mise il cappello dalla tesa larga mandatogli da Camilla insieme ai cavalli, aprì l’astuccio di legno, caricò la pistola e se la infilò nella cintura. «Mi aspetta una lunga cavalcata.»

    Percorse al trotto le strade di Baltimora e quando raggiunse la King’s Highway spronò Bristol al piccolo galoppo mentre Jack li seguiva con lunghe falcate. Fino al calar del sole tenne un passo che gli atletici cavalli arabi potevano sicuramente reggere. La strada gli si allungava di fronte, una pista di terriccio ben pressato e di tanto in tanto sterrato che si snodava fra campi e foreste, piccoli villaggi e metropoli.

    Passò nei pressi di Washington mentre il sole saliva nel cielo e poi scendeva di nuovo, l’afosa aria estiva che gli inzuppava la camicia di sudore. Si fermò due volte accanto a un ruscello per fare abbeverare i cavalli, ma senza lasciare loro il tempo di brucare l’erba. Pranzò con una fetta di formaggio duro e una manciata di carote che divise con loro. Al crepuscolo, mentre la luna si levava sopra gli alberi frondosi, raggiunse la periferia di Fredericksburg e si fermò a dormire in una locanda.

    L’indomani mattina attraversò il Rappahannock e svoltò verso ovest sulla James River Road. Le foreste di alberi da legname del Piedmont, ricche di aceri e querce e pioppi e storaci americani, lasciarono il posto alle pianure e alle paludi della Low Country. Conosceva quel territorio come il palmo della propria mano, conosceva ogni dimora e piantagione, ogni ruscello e collina e curva della strada grazie al padre, Oliver, che aveva accompagnato in innumerevoli escursioni per cacciare cervi, conigli e l’elusiva volpe grigia.

    «Questo è il tuo retaggio» aveva spiegato. «Un uomo non dovrebbe mai dimenticare da dove viene.»

    Possibile che suo padre fosse morto?

    Nel pomeriggio del secondo giorno di viaggio, al culmine dell’opprimente calura, raggiunse il cancello di casa sua, fiancheggiato da steccati e fatto di ferro nero e ottone scintillante, il motivo ornamentale di volute e gigli intrecciati che incorniciava lo stemma di famiglia dei St John. Il bisnonno di Mungo lo aveva portato con sé dalla Scozia fra il 1750 e il 1760. Era socchiuso e aveva accanto un cartello piantato nel terreno.

    Per ordine della Fidelity Trust Bank di Charles City.

    E sotto, in lettere maiuscole, un’unica parola: PIGNORAMENTO.

    Esaminò il cartello. Non aveva mai sentito parlare della Fidelity Trust Bank di Charles City, benché fosse la città più vicina e sede di tutti gli affari immobiliari. Una ridda di domande gli turbinò nella mente, ma fu respinta dalla violenza della sua rabbia. Con un unico movimento fluido sfilò la pistola dalla cintura e premette il grilletto. Data la distanza ravvicinata, la palla di piombo mandò in frantumi il paletto facendo cadere a terra l’avviso, a faccia in giù.

    Spronò Bristol al galoppo puntando verso la villa. Nella prima settimana di agosto i campi ai lati del viale ghiaioso avrebbero dovuto essere verdi di piante di tabacco pronte per la raccolta, invece erano completamente brulli. Non c’erano schiavi a curarli né bambini a giocare, soltanto corvi che becchettavano fra le erbacce.

    In fondo al viale, affacciata su un prato e sulla curva azzurra del fiume, si stagliava la villa di mattoni rossi costruita nello stile georgiano tanto caro ai coloni americani. Una delle due ali ospitava gli alloggi per gli schiavi e le cucine mentre l’altra, dotata di un porticato, era occupata dai salotti e dalla biblioteca.

    Mungo legò i cavalli stanchi all’apposito palo accanto al cancello del giardino e corse sul porticato. Nessuno gli aprì la porta, ma lui si accorse che non era chiusa a chiave e la spalancò tanto energicamente da fare picchiare il battente di quercia massiccia contro la colonna retrostante.

    Aspettò di vedere se arrivava qualcuno, attirato dal rumore, ma non fu così. Varcò la soglia e benché quella fosse una sua proprietà, casa sua, nel farlo provò una strana sensazione, gli sembrò di introdursi furtivo come un ladro nella dimora di qualcun altro.

    I suoi passi echeggiarono nel corridoio dal pavimento in marmo. Ogni cosa era al proprio posto ed esattamente come la ricordava, a parte la patina di polvere sui mobili. Perlustrò con lo sguardo le stanze adiacenti: il salotto formale in cui i suoi genitori e i suoi nonni avevano intrattenuto una miriade di ospiti illustri, fra cui tre dei primi cinque presidenti degli Stati Uniti; il salottino riservato ai ragazzi dove il nonno gli aveva insegnato a giocare a scacchi e a poker e dove, dietro insistenza di sua madre, lui si era dilettato con Beethoven sul pianoforte Chickering di lei; la sala da pranzo con il tavolo di noce abbastanza grande per accogliere venti commensali e il lungo scalone che portava alle camere al piano di sopra.

    Percepiva un senso di vuoto. Tre anni prima, quando era partito per Cambridge, ben quindici domestici – schiavi – avevano abitato e lavorato lì nella villa sempre pervasa, in qualsiasi stagione, da un brusio di attività, mentre adesso era silenziosa come una camera sepolcrale.

    «Camilla!» gridò attraversando a grandi passi le stanze deserte. Uscì dalla sala da pranzo passando dalla dispensa e imboccò il corridoio dirigendosi verso gli alloggi degli schiavi. Provò a chiamare le altre persone: Esther, la loquace cuoca della famiglia; Old Joe, il carpentiere capo; Charles, l’attendente personale di suo padre; Nora, la cameriera che si occupava del pianterreno, e sua sorella Amelia, che badava alle camere al piano di sopra. Rimase in ascolto, sicuro che qualcuno avrebbe risposto, ma non lo fece nessuno. Entrò nelle loro stanze trovando i letti fatti e gli abiti ancora negli armadi. Sembrava che l’intero personale fosse semplicemente svanito nel nulla.

    Se suo padre era morto dovevano essere stati liberati tutti, ma dove potevano essere andati?

    Tornò giù e attraversò il porticato raggiungendo la biblioteca nell’ala est. Era l’unica stanza a non apparire impolverata: qualcuno l’aveva usata di recente. L’inchiostro nel calamaio era fresco, i documenti impilati ordinatamente sulla scrivania. Ne ghermì una manciata e li scorse in fretta cercando qualche indizio su cosa fosse accaduto. Molti recavano la stessa intestazione da lui vista sul cartello del pignoramento, quella della Fidelity Trust Bank di Charles City. C’erano anche numerose fatture di vendita che attestavano lo smantellamento della tenuta, tutte con la stessa firma.

    Sentì il clic di una porta in corridoio seguito da un rumore di passi e rimase in ascolto. Dieci minuti prima il suo unico desiderio era stato quello di udire il suono di un altro essere umano nella casa deserta, mentre adesso si mise subito all’erta. Non aveva il tempo di ricaricare la pistola dopo avere sparato contro il cartello, ma vide un temperino sulla scrivania e se lo nascose nel palmo della mano proprio mentre la porta si spalancava.

    L’uomo sulla soglia era di una testa più basso di Mungo, con capelli sempre più radi e spalle curve che nemmeno la giacca dal taglio pregiato riusciva a camuffare. Aveva un viso molto comune, incrociandolo per la strada lo si sarebbe notato a malapena, eppure chiunque avesse visto quegli occhi non sarebbe riuscito a dimenticarli: brillavano di una fulgida determinazione, inquietante per la sua intensità, come se quell’uomo fosse concentrato su un futuro che altri non riuscivano a vedere.

    Ma adesso erano fissi per la sorpresa.

    «Mungo.»

    «Chester» replicò lui, tranquillo.

    Era riuscito a dominare lo stupore prima dell’uomo, forse perché il suo nome era quello scribacchiato su tutte le fatture di vendita che lui aveva appena letto. Chester Marion era l’avvocato di famiglia, dotato di un talento davvero unico per trasformare i progetti dei St John in contratti, mutui e cessioni che favorivano gli interessi della tenuta.

    In realtà a Mungo non era mai piaciuto, il suo atteggiamento aveva qualcosa di freddo e tipicamente da furetto. Guardava raramente negli occhi l’interlocutore e quelle poche volte lo faceva con aria calcolatrice.

    Ma adesso era l’uomo che forse avrebbe potuto fornirgli qualche risposta.

    «Cos’è successo? La tenuta… il raccolto, la nostra gente. Dove sono tutti?»

    Dov’è Camilla? avrebbe voluto chiedere, ma dubitava che Marion fosse in grado di distinguere una schiava dall’altra.

    «Tuo padre è morto.»

    «Come?»

    Marion rifletté per un attimo. «È una lunga storia. Forse è meglio se te la racconto dall’inizio, così potrò rispondere a tutte le tue domande nel giusto ordine.»

    Mungo annuì.

    «Tuo padre non era portato per gli affari» spiegò l’altro. «Ho cercato di consigliarlo come meglio potevo, ma non voleva ascoltarmi. Era testardo come tutti i St John, senza però possedere il buon senso che caratterizzava tuo nonno.»

    Il nonno di Mungo, Benjamin St John, era stato una figura di enorme rilievo. La sua inesorabile ambizione aveva trasformato Windemere da una piccola proprietà terriera a un’enorme tenuta e gli schiavi terrorizzati dai suoi metodi feroci l’avevano resa la piantagione più produttiva fra quelle sul fiume James. Persino Mungo aveva avuto paura dell’anziano signore.

    «Mio padre voleva essere un uomo migliore» disse pacatamente.

    Oliver non aveva ereditato il brutale entusiasmo paterno per lo schiavismo. Laddove Benjamin si era rifiutato di sprecare denaro per gli alloggi degli schiavi e relegava questi ultimi in tuguri di legno, Oliver aveva fatto costruire casette di mattoni per ospitarli. Laddove Benjamin aveva stabilito chi gli schiavi dovevano sposare – «In modo che figlino meglio» aveva spiegato – lui aveva lasciato che si scegliessero autonomamente il coniuge per poi vivere insieme alla nuova famiglia. Benjamin vendeva uno schiavo non appena diventava improduttivo, mentre Oliver aveva preferito tenere quelli anziani affidando loro incarichi poco gravosi per non smembrare le famiglie.

    Il tutto faceva forse di lui un brav’uomo quando ogni singolo minuto della sua vita era finanziato dalla schiavitù? Agli schiavi era importato che lui li tenesse prigionieri con riluttanza? Forse ne era stato convinto.

    «I suoi metodi gli consentivano sicuramente di mettersi la coscienza a posto» commentò Marion, acido, «ma non giovavano certo ai profitti.»

    «Bastavano a garantirgli un’esistenza agiata.»

    «No!» Picchiò la mano sul tavolo. «Non hai imparato niente da tuo nonno? Ha costruito questa tenuta chiedendo prestiti aggressivi, ma l’unico modo in cui poteva ripagare i debiti era continuare ad ampliarsi. Non appena tuo padre ha deciso di adagiarsi sugli allori i suoi debiti sono diventati insostenibili.»

    Si allungò in avanti. L’espressione negli occhi dell’avvocato rammentò a Mungo un suo ex professore di Eton, un uomo il cui scopo appassionato era far capire il congiuntivo latino ai propri studenti oppure frustarli quasi a sangue se non ci riuscivano.

    «In qualsiasi piantagione, persino in un anno favorevole, i profitti del raccolto vengono spesi prima ancora che si pianti il primo seme» spiegò Marion. «Gli introiti vengono usati per ripianare i debiti. Il sistema attuato da tuo nonno e me imponeva alla tenuta di ampliarsi continuamente per sopravvivere acquisendo nuovi terreni o rendendo più produttivi quelli esistenti. Ma tuo padre non ha voluto prendere le misure necessarie per costringere gli schiavi a lavorare abbastanza sodo e così la produzione, invece di aumentare, è calata. Lui è stato costretto a chiedere altri prestiti solo per pagare gli interessi di quelli già stipulati. Alla fine la banca ha perso fiducia nella sua capacità di restituire i soldi ed è passata al

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