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Donne dietro le sbarre. Da Alfonsina a Sophia Loren
Donne dietro le sbarre. Da Alfonsina a Sophia Loren
Donne dietro le sbarre. Da Alfonsina a Sophia Loren
E-book219 pagine3 ore

Donne dietro le sbarre. Da Alfonsina a Sophia Loren

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Info su questo ebook

Protagoniste del libro sono dodici donne che dal carcere raccontano le loro storie e i loro drammi.

Donne costrette a lottare contro gli uomini che le hanno tradite e deluse, contro le ingiustizie sociali, contro le avversità della vita.

Dalle loro parole affiorano le tristi vicende esistenziali di cui sono state protagoniste, e il quadro che ne risulta è di profonda umanità.

Le loro tragiche storie toccano il cuore e penetrano nell'animo di chi le legge.

Alcune di queste donne hanno commesso reati gravi altre hanno solo avuto la sfortuna di incrociare il male, ma non sono da considerarsi vittime della società, del pregiudizio e della miseria.

Un capitolo a parte è il racconto della detenzione di Sophia Loren, che nel 1982 fu ristretta per 17 giorni nel carcere di Caserta per evasione fiscale.

Il clamore mediatico destato dalla presenza dell’illustre ospite portò una nota di colore nel grigiore della vita del carcere.
LinguaItaliano
Data di uscita6 ott 2020
ISBN9788831696920
Donne dietro le sbarre. Da Alfonsina a Sophia Loren
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    Anteprima del libro

    Donne dietro le sbarre. Da Alfonsina a Sophia Loren - Liliana De Cristoforo

    carcere.

    Alfonsina

    «Molti si stupiscono della mia energia, ma voi lo sapete quanti anni ho io, vero?» La donna che parlava con me nel giardino del Carcere, accanto alle aiuole che aveva il compito di coltivare, dimostrava un'età avanzata. La pelle appassita e rugosa, i capelli ormai grigi e radi, la bocca quasi del tutto priva di denti, le spalle curve e stanche, testimoni di una vita di dolori e di stenti, le avevano procurato, da parte di tutte le compagne, l'affettuoso appellativo di «nonna».

    In realtà la nonna aveva solo cinquantuno anni.

    Mi guardava con gli occhi miti e quasi sollecitava un elogio per il suo lavoro, mentre contemplavo i fiori che la luce primaverile faceva risaltare nei loro vivaci colori.

    «Sono splendidi», mi sentii in dovere di dire, «e ben curati».

    «Sapete dottoressa?», esclamò soddisfatta, «io sono nata fra le piante. Ho trascorso la vita ad accudire gli animali e a coltivare la campagna, non potete immaginare quanta terra ho zappato. Questo per me, ora, è solo uno svago».

    Alfonsina P. proveniva da un piccolo agglomerato rurale nel comune di Lioni, uno sperduto paesino sui monti dell'Irpinia, la cui popolazione era all'epoca ancorata a forme di vita arcaiche e a un'economia agricola di pura sussistenza. Aveva tre figli, ormai adulti, e molti nipotini. Era una donna di campagna, come lei stessa amava definirsi, quasi completamente priva di esperienze che non fossero il lavoro dei campi e le angustie della vita. Eppure gli stenti, i sacrifici, le umiliazioni che aveva subito non l'avevano resa, come spesso accade, astiosa o diffidente. Alfonsina era rimasta come doveva essere trent'anni prima, allegra e priva di malizia. Aveva un'intelligenza vivace e un gran desiderio di apprendere e sperimentare cose nuove.

    «L'amore per la terra me l'ha trasmesso mio padre. Era bello mio padre. Era alto, snello, forte, aveva i capelli neri ondulati, somigliava a quell'attore che si vede spesso nei film, quell'attore... non mi ricordo come si chiama... insomma, sembrava un attore. Mi ha insegnato a curare le piante e a coltivare la terra, a seminare, concimare, potare, a capire il mutamento del tempo dalla direzione dei venti, a prevedere gli acquazzoni e i periodi di siccità. Mi voleva bene mio padre. Quando, da piccola, mi prendeva tra le sue grandi braccia, mi sentivo protetta, sicura. Avevo la sensazione che nulla mi potesse mai accadere. Ricordo che, soprattutto nella bella stagione, mi portava a passeggio per gli stretti e ripidi sentieri di montagna. Lui con il suo passo deciso, io con la mia andatura saltellante, camminavamo insieme fino a raggiungere il fiume. Ci sedevamo sul muretto dell'argine a guardare quello scorrere infinito e senza sosta. Mi piaceva quell'acqua limpida, quel movimento continuo, quel fruscio tranquillo.

    Certo non sempre il fiume è tranquillo. A volte la sua furia impetuosa e la sua potenza incontenibile minacciano di travolgere ogni cosa, ma quando lo vedevo maestoso e quieto mi trasmetteva una immensa sensazione di vitalità e di pace.

    Mio padre mi raccontava tante cose, favole, leggende, antiche storie sulla nostra gente e sugli abitanti delle contrade vicine. Della creazione dell'uomo e del mondo, dell'origine delle cose e degli animali che esistono sulla terra.

    L'Ofanto diceva, nasce dalle montagne dell'Appennino, percorre molti chilometri nelle terre dell'Irpinia e in altre regioni d'Italia e sfocia nel mare Adriatico.

    Cos'è il mare? chiedevo.

    È un'immensa distesa di acqua salata, rispondeva.

    Desideravo tanto vedere il mare, non riuscivo a capire come fosse un'immensa distesa di acqua salata. Io nella mia vita ho visto solo montagne.

    Non avrei mai immaginato che un giorno, in carcere, avrei visto il mare dalla finestra di una cella. Mio padre era amato e stimato da tutti, generoso e sempre pronto ad aiutare le persone in difficoltà. Era un uomo saggio e generoso profondamente legato alla famiglia. Per mia madre era un riferimento importante e insostituibile.

    Se fosse vissuto in questa epoca, avrebbe sicuramente studiato e sarebbe diventato un professore perché era intelligente e capiva tutto.

    La sua era una famiglia benestante che aveva avuto qualche problema economico dopo la guerra mondiale, la prima naturalmente.

    Il nonno si occupava delle sue terre che coltivava personalmente. Insomma era coltivatore diretto, come si dice oggi.

    Alla morte del nonno ereditammo una bella vigna e la casa dove andammo ad abitare, alla periferia del paese, non grande ma in buone condizioni, con la stalla per gli animali. Non eravamo ricchi ma riuscivamo a vivere decorosamente.

    Quello dell'infanzia è stato l'unico periodo sereno della mia vita. Mio padre non mi ha mai dato botte, forse perché ero l'unica femmina. Voleva che crescessi educata e laboriosa e io sapevo che era contento di me perché sono sempre stata giudiziosa e senza grilli per la testa.

    Se lui fosse rimasto, sicuramente la mia vita sarebbe stata diversa; invece purtroppo se ne andò. Una polmonite se lo portò via in pochi giorni.

    Si era ritirato dalla campagna sotto un violento acquazzone, era bagnato fradicio e aveva i brividi di freddo, si mise a letto e non si alzò più.

    Ricordo il medico condotto che veniva due volte al giorno, lo visitava e scuoteva il capo impotente e preoccupato. Ricordo mia madre, pallida e spaventata, sempre vicino a quel letto, di giorno e di notte, come un fantasma.

    Ricordo il silenzio, l'atmosfera cupa e piena d'angoscia che aleggiava nell'aria.

    Ogni giorno andavo in chiesa e pregavo la Madonna. La guardavo immobile con il manto azzurro e l'espressione dolce e le parlavo, piangevo, chiedevo.

    Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto, è scritto nel Vangelo. Io ho chiesto, ho bussato tante volte, ma ho trovato sempre la porta sbarrata.

    Spesso sento dire il Padre Eterno mi ha fatto la grazia, a volte anche per cose in cui il Padre Eterno non c'entra affatto. Io non l'ho mai potuto dire. Il Signore vuol metterti alla prova mi ripeteva continuamente mia madre, non Lo deludere. Ma perché tutte queste prove le ha pretese proprio da me?

    Dopo la morte di mio padre niente fu più come prima. Dovetti rimboccarmi le maniche per mandare avanti la famiglia. I miei due fratelli erano ancora piccoli e potevano fare ben poco.

    Mi occupavo della campagna, accudivo gli animali, provvedevo alle faccende domestiche. Non avevo un attimo di sosta e la sera mi sentivo distrutta dalla fatica.

    Mia madre non si riprese più. La vedevo piegarsi, sotto il peso di un'esistenza troppo amara per lei. Era come un bambino, una creatura fragile e indifesa, da proteggere, su cui non potevo far affidamento.

    Ma lei, povera donna, era già provata da un'altra disgrazia avvenuta anni prima, la morte di mio fratello Vincenzo.

    Era un bel bambino, allegro, vivace, sempre in giro a giocare con gli amici. Mia madre lo rincorreva per tutto il paese per riportarlo a scuola. I miei genitori volevano che prendesse almeno la licenza elementare, ma lui di studiare non aveva proprio voglia.

    Io invece non sono mai andata a scuola, sono analfabeta. Al mio paese le donne non studiavano. Però mi sarebbe piaciuto imparare a leggere e scrivere, conoscere la storia, la geografia, l'aritmetica. È brutto essere ignoranti, non poter scrivere una lettera, non saper parlare correttamente, non capire niente quando le persone istruite parlano. Non mi piace essere così. Sono sicura che mio padre, se avesse potuto, mi avrebbe fatto studiare, ma allora nel paese non si usava.

    Questi nostri paesi di montagna hanno una mentalità strana. Non si può mai fare quello che si vuole perché la gente critica, non si può decidere nulla senza tener conto degli altri, anche il vestito o la pettinatura possono destare maldicenze.

    Non sei libero nel paese, tutti sanno tutto di tutti.

    Queste cose le ho notate quando sono venuta qui. Prima mi sembravano normali, credevo che dappertutto fosse così. Qui ho scoperto, sentendo parlare le compagne, che in altri posti ognuno fa quello che crede.

    Adesso anche da noi è cambiato qualcosa. Sapete com'è? È arrivato il progresso, la televisione fa vedere quello che succede nel mondo, gli emigrati tornano e portano novità, i giovani vanno a studiare fuori, oggi possono quello che prima non si poteva.

    Un giorno Vincenzino si ammalò, aveva la febbre alta, il medico pensò che fosse influenza invece era tetano. Si era procurato una brutta ferita con un aratro mentre giocava. Non disse nulla per timore dei rimproveri. Bendò la ferita con degli stracci e la nascose sotto i vestiti. Quando la mamma se ne accorse era troppo tardi, non c'era più niente da fare. Aveva sette anni era il mio primo fratello.

    Ricordo la piccola bara bianca ricoperta di fiori ai piedi dell'altare, la disperazione di mia madre e mio padre, il dolore di tutto il paese, il corteo funebre angosciato e silenzioso.

    Mia madre, da quel momento, indossò il lutto e non lo tolse più.

    Ora che papà aveva raggiunto Vincenzino nella stessa tomba, io andavo sempre al cimitero a portare i fiori che raccoglievo nei campi.

    Parlavo con papà, gli riferivo i problemi di casa, le mie preoccupazioni. Era un modo per sentirlo ancora vivo e vicino, dal momento che non avevo nessuno con cui confidarmi. Mi sembrava che lui potesse ancora ascoltarmi e aiutarmi.

    Una mattina d'estate, quando avevo quindici anni, mentre uscivo dal cimitero assorta nei miei pensieri, qualcuno mi sbarrò improvvisamente la strada e mi afferrò per un braccio.

    Era Raffaele Salieri, un giovane che avevo sempre detestato, fin dall'infanzia, per la sua malvagità e la sua prepotenza.

    Qualcosa nel suo sguardo ambiguo mi ripugnava, per questo lo evitavo accuratamente. Ma la mia avversione lo irritava e, quando mi incontrava, mi osservava in modo ostile e beffardo.

    Quel giorno mi strinse saldamente il braccio come in una morsa di ferro e mi trascinò verso la baracca vuota del custode, senza proferire una parola.

    La strada era deserta, a quell'ora erano tutti nei campi o intenti alle loro occupazioni, si udivano solo lo scricchiolio della ghiaia sotto le nostre scarpe e i miei lamenti di paura e di dolore.

    Ero paralizzata dal terrore. Non capivo cosa volesse, ero ancora una ragazzina, ma trovai la forza di reagire servendomi dell'altro braccio per colpirlo con dei pugni. Sentivo il suo respiro affannoso e vedevo il sudore che gli bagnava la fronte nello sforzo di vincere la mia resistenza.

    Era quasi riuscito a introdurmi nella baracca, quando sentii provenire dalla strada il rumore degli zoccoli di un animale, forse un asinello o un mulo, e la voce di qualcuno che lo cavalcava incitandolo a un'andatura veloce. Con tutto il fiato che avevo riuscii a emettere un urlo acuto che colse Raffaele di sorpresa. Approfittando del suo momentaneo disorientamento gli diedi un calcio in uno stinco. Lo vidi piegarsi per il dolore e lo sentii mollare leggermente la presa. Con un forte strattone riuscii a divincolarmi e a fuggire. Corsi come una dannata per tutta la strada anche se mi resi conto che non m'inseguiva.

    Giunsi a casa in preda al panico, senza fiato e con il cuore in gola, ma non dissi a nessuno quello che era accaduto.

    Quell'episodio mi sconvolse. Solo a ripensarci, nei giorni successivi, rabbrividivo per la paura e lo scampato pericolo. Non avevo il coraggio di uscire da sola e pregavo di non incontrare mai più Raffaele sul mio cammino.

    Forse lui aveva interesse per me ed era risentito per la mia avversione nei sui confronti.

    Io non ero brutta, sapete? È chiaro, ora sona vecchia e malandata, ma allora non ero male.

    Ero piccolina, ma avevo le gambe diritte, i lineamenti delicati e i capelli lunghi e ricci come nonna Alfonsina, la madre di mio padre che mi ha dato il nome, come si usava dalle nostre parti.

    Era una donna eccezionale la nonna, intelligente e anche istruita, sapeva far bene i conti e forse sapeva anche leggere. Non perché fosse andata a scuola, naturalmente, ma perché era piena di risorse e di spirito d'iniziativa. Gestiva in proprio un piccolo emporio, l'unico a Lioni. Uno di quei negozi di paese dove si trova di tutto: gli attrezzi per la campagna, le pentole per la cucina, i vestiti, le caramelle per la tosse. Tutto insomma, anche i giocattoli.

    Quando ero bambina ogni tanto mi regalava uno dei giocattoli che vendeva. Erano cose semplici: una bambola di pezza, un trenino di legno, una corda per saltare, ma a me sembravano regali di lusso.

    La nonna sapeva molte cose, aveva viaggiato, era stata in molti paesi vicini, ad Avellino e persino a Napoli. Mi raccontava che in città ci sono palazzi grandi con tanti piani e strade molto larghe e affollate dove circolano carrozze, automobili e dei mezzi di trasporto sui binari chiamati tram.

    Avevo tanto desiderio di vedere Napoli. Come è strana la vita! Io che non mi sono mai mossa da Lioni, ho visto Napoli quando sono venuta in carcere. Ho visto poco, solo quello che sono riuscita a scorgere attraverso i finestrini dell’auto dei carabinieri quando mi hanno portata qui e quando mi hanno scortata in Corte di Assisi per la causa, ma mi è bastato. Che caos, che confusione, che differenza col mio piccolo e tranquillo paesino. Ma chissà poi se il mio paesino è davvero così tranquillo o non nasconde nel profondo un inferno segreto.

    Col passare del tempo la mamma divenne sempre più apatica. Piccola e minuta col suo vestito nero e scolorito, con l’espressione dolente e gli occhi consumati dal pianto, trascorreva le giornate a pregare davanti alle fotografie di papà e Vincenzino.

    Per me nulla cambiava. Continuavo a lavorare in campagna e a occuparmi degli animali e delle faccende domestiche. I miei fratelli crescendo cominciarono ad aiutarmi.

    A diciassette anni ero diventata ormai una donna che non aveva certezze per il futuro.

    In paese spesso i matrimoni si combinano tra famiglie, ma la morte di mio padre aveva impedito ogni progetto sul mio conto. Vedevo le mie coetanee già fidanzate e in procinto di sposarsi e provavo una grande amarezza per il mio avvenire che non aveva prospettive rassicuranti.

    Fu allora che mi innamorai di Andrea, il figlio di comare Margherita. Da noi il comparaggio è come una parentela. I compari sono persone da rispettare, alle quali porti un omaggio a Natale e che inviti alle feste di famiglia.

    Donna Margherita era anche lei una contadina, aiutava il marito, compare Ettore, nei campi e portava avanti la famiglia con grande dignità. La sua dolcezza e la sua bontà erano apprezzate in tutto il paese.

    Andrea le somigliava, aveva quattro anni più di me, era bello e simpatico, sorrideva sempre e si mostrava gentile ed educato con chiunque. Aveva le spalle larghe, la schiena diritta, i capelli e gli occhi biondi. Si, anche gli occhi erano biondi, dorati, come quella pietra con cui fanno le collane…Ambra, ecco aveva gli occhi color ambra. Ci conoscevamo da bambini, ci vedevamo spesso quando s’incontravano le nostre famiglie, ma non lo avevo mai guardato con gli occhi dell’amore.

    Una sera, dopo una giornata di lavoro, stanca e sfiduciata per quella vita insulsa e faticosa che conducevo, mi affacciai alla finestra della cucina che dava sulla strada.

    Era il mese di ottobre, l'aria cominciava a diventare fresca, da noi l'inverno inizia presto ed è molto rigido, ma il cielo era limpido e stellato e la luna piena illuminava i tetti, le strade, i prati.

    Andrea tornava a casa dalla campagna dopo la vendemmia. Camminava lentamente, con passo affaticato. Quando si trovò sotto la mia finestra, mi vide, si fermò e mi sorrise. Cosa fai? mi chiese. Guardo le stelle risposi con la voce rotta dall'emozione. Ebbe qualche attimo di esitazione, come soprappensiero, e intanto continuava a osservarmi sorridendo. Poi disse: Domenica vieni alla festa dell'uva?

    In quel mentre sopraggiunsero il padre, i fratelli, e i braccianti con gli asini e i carretti, che facevano ritorno anch'essi dal vigneto. Ebbi solo il tempo di fare un breve cenno di assenso col capo. S'incamminò con gli altri. Lo vidi allontanarsi per le strette vie e sparire tra le case.

    Il cuore mi batteva forte, stava nascendo in me un sentimento che mi rendeva felice.

    Un sentimento improvviso per una persona che avevo sempre conosciuto. Mi addormentai fantasticando.

    Quella notte feci un sogno che solo molti anni dopo riuscii a interpretare.

    Mio padre camminava su una lunga strada deserta, aveva un'espressione mesta e portava due fiaschi di vino. A un tratto si fermava, prendeva da una tasca un bicchiere, vi versava il contenuto di uno dei due fiaschi e me lo porgeva per farmelo assaggiare. Era un vino generoso dal bel colore rosso rubino e dal sapore intenso.

    Mentre bevevo compariva un grosso cane nero che ci aggrediva, il fiasco aperto cadeva al suolo e rompendosi versava a terra tutto il vino. Bevevo allora il contenuto dell'altro fiasco, ma questa volta si trattava di un liquido torbido, nero e dal sapore acido e amaro, disgustoso e nauseante.

    Nei giorni successivi quel sogno mi tornava sempre in mente. Mi rivolsi a una vecchia saggia del paese che aveva fama di chiaroveggente. Previde che nelle due annate successive di

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