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eppur, felice te che al vento
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E-book75 pagine31 minuti

eppur, felice te che al vento

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Info su questo ebook

Può avere un senso scrivere poesia oggi? E se può avere un senso che cosa spinge l’autore a scrivere? Si incontrano in queste pagine amici, compagni che l’autore ha perduto, persone ritrovate, perché la morte non cancella, ma rende più uniti, più bisognosi gli uni degli altri. La poesia cerca di ricucire questi incontri mentre si attraversa la piazza della sua e vostra memoria. E intanto volano le rondini e tornano sempre allo stesso nido, con amore e pazienza.

La poesia nasce là dove la morte non può avere l’ultima parola, perché “a volte in qualche angolo si fermano / e stanno lì a guardare, / forse sorridono, forse hanno voglia di tornare, / fuori è già buio. / Nel silenzio il canto non ha più parole”.
LinguaItaliano
Data di uscita6 ott 2020
ISBN9788831696685
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    Anteprima del libro

    eppur, felice te che al vento - Bruno Bartoletti

    info@youcanprint.it

    Non resta che aspettare

    Tutti coloro che perdiamo qualcosa ci tolgono;

    resta ancora uno spicchio sottile,

    che, come luna, qualche torbida notte

    obbedirà al richiamo delle maree.

    (Emily Dickinson, 1605))

    Se la morte è così, non è un bel lavoro

    (Federico Fellini, Amarcord)

    La mia prima automobile

    Non ho mai dimenticato la mia prima automobile

    una Giulia milletre ti, verde, targata FO 159648,

    quando ancora si usavano le targhe, quando

    prima di cadere in questo anonimato ognuno

    aveva la sua identità, cognome e nome,

    quando si sapeva che quella era la mia automobile

    e come la guardavo bella, lucente, pulita,

    pulita tutti i giorni, la guardavo dalla finestra,

    una dolce fresca carezza serale.

    Poi venne il tempo della dimenticanza, il tempo

    dell’abitudine, il tempo usurato dalle solite cose,

    il tempo che non ti ammazza ma non ti serve,

    il tempo che consuma ogni resistenza.

    Così mi sono ritrovato a non guardare più.

    Dalla finestra un vuoto, panorama piatto,

    inconcludente, nemmeno l’ombra di una resistenza.

    Abitudini, abiti dismessi, io che vestivo sempre

    elegante, giacca e cravatta, ora che l’età

    avanza, una maglietta, dei jeans, di quelli

    da supermercato, io che li avevo sempre odiati.

    Si cambia, mi dissero, si accetta quello che viene,

    non c’è speranza, ogni giorno sempre.

    Così mi annodo anche l’ultimo respiro,

    guardo sempre dalla finestra che un giorno,

    chissà, come un miracolo, non ricompaia

    la mia automobile verde coi miei venticinque anni.

    Anche tu ci sei salita, e come ci salivi sulla mia automobile,

    gonna stretta così che nel sederti la gonna

    saliva oltre il ginocchio,

    un movimento elastico, con grazia, affondavi la testa,

    la mano dolcemente in abbandono sulla portiera

    e il profilo che tagliava ogni visione, un profilo

    di lontananze, uno sguardo veloce oltre la campagna.

    E si correva, ma non tanto veloci, per assaporare

    ogni momento, si correva e basta, si parlava,

    radio bassa, poi ancora uno sguardo veloce

    e una sosta. Il nostro fiume era solo un torrente

    pieno di sassi, alla curva il solito piazzale,

    qualche ginestra, il profumo negli occhi.

    Ma ora… ora è tutto da inventare, una piccola

    utilitaria, quanto basta per entrarci, e accanto

    nemmeno il tuo profumo, gonna lunga,

    un salirvi di fretta, sguardo attento e poi

    la solita frase: Metti la cintura prima di partire.

    Non poteva finire male

    Non poteva finire male quell’anno

    iniziato martedì 6 ottobre - S. Bruno -

    ne ero sicuro e guardavo lontano…

    ma un’ombra correva lungo il fiume,

    quel sonetto che dovevo commentare

    nella prova finale.

    Poi la mano tremò, gli occhi si

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