Goditi milioni di eBook, audiolibri, riviste e tanto altro ancora con una prova gratuita

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Il tendone dei sogni
Il tendone dei sogni
Il tendone dei sogni
E-book322 pagine5 ore

Il tendone dei sogni

Valutazione: 0 su 5 stelle

()

Leggi anteprima

Info su questo ebook

Il tendone dei sogni di Sanja Hiblovic Regazzoni è la storia di una donna che nasce nella ex-Jugoslavia, dove ha un’infanzia travagliata, divisa tra due affetti: la mamma e il papà, la Croazia e la Serbia; conosce l’amore, mette al mondo una figlia quando è ancora giovane e si trova improvvisamente sola ad affrontare una vita per niente facile che, a un certo punto, da Belgrado, al momento dello scoppio della guerra, la costringe a spostarsi in Italia, dove non si perderà mai d’animo.
Sanja racconta le sue avventure in giro per il nostro Stivale a bordo del carrozzone del circo che fa da cornice alla sua vita.
“Scritto in maniera semplice, riguardo vicende che non lo sono affatto, in luoghi disseminati in vari Paesi” scrive lo scrittore serbo Goran Stojicic, "Il tendone dei sogni racconta una vita che in pochi possono dire di aver vissuto, insoliti e rari rapporti tra i personaggi (quando mai avete letto di persone meravigliose che lavorano nel circo, senza che fossero frutto della fantasia?). Il parto, la vita, la morte... l’amore... Sanja per descrivere le emozioni utilizza colori che non hanno un nome, che prima di lei nemmeno esistevano. Sulla sua tavolozza scrittoria mescola ciò che di più delicato può essere spremuto dai tubetti delle parole e amalgamando crea sfumature che guariscono l’anima, modificano le espressioni del viso dei lettori, da quelle deformate dalle risate ad altre diverse, umide di lacrime. È fantastico vedere con quanta semplicità vengono affrontati temi difficili e quanto materiale scivoli sinuoso tra le righe, raggiunga le dita che tengono il libro e si riversi nel vostro sistema sanguigno, attraverso spazi che non sapevate esistessero. A dir la verità si trovano lì proprio solo per accogliere le emozioni di Sanja. Non è un caso che questo romanzo sia nelle vostre mani. Dopo di lui vi sentirete meglio, indipendentemente da quanti fazzoletti avrete consumato. E ne avrete consumati sicuramente più del tempo impiegato, perché si legge in un sospiro, abbandonati ai viaggi in cui vi avventurerete. Sanja vi condurrà in luoghi dove forse siete già stati, ma che non avete mai vissuto in questo modo”.
LinguaItaliano
Data di uscita6 ott 2020
ISBN9791280075109
Il tendone dei sogni
Leggi anteprima

Correlato a Il tendone dei sogni

Titoli di questa serie (10)

Visualizza altri

Recensioni su Il tendone dei sogni

Valutazione: 0 su 5 stelle
0 valutazioni

0 valutazioni0 recensioni

Cosa ne pensi?

Tocca per valutare

La recensione deve contenere almeno 10 parole

    Anteprima del libro

    Il tendone dei sogni - Sanja Hiblović Regazzoni

    2020

    Deve trascorrere molto tempo per cominciare ad amare se stessi. Quando ti rendi conto che il suono del mare, l’alba e il tramonto, un fiore, una foglia ingiallita, una goccia di rugiada, un fiume con i suoi affluenti e le sue cascate, o un lago calmo nella nebbia sono doni della vita. Quando un libro ti arricchisce, una poesia ti strappa un sorriso e una melodia risveglia in te l’amore.

    Amarsi vuol dire lasciare che il dolore vada in alto tra le stelle, nelle quali riconosci coloro che ti mancano. Trasformare le lacrime negli occhi in pace e amore infinito e permettere solo ai ricordi felici di governarti. Lasciare che i tuoi cari vivano in piena luce e in pace, tra le stelle, ed essere loro grato per tutto ciò che ti hanno dato. Amare se stessi vuol dire interrompere la triste eredità del passato e rimanere legato soltanto a ciò che in te risveglia un senso di serenità. Quando ti affidi al silenzio ti accorgi che le parole degli altri non ti possono far male, che le loro frecce scivolano sul tuo corpo senza lasciare traccia. Quando perdoni te stesso e scorgi la luce nell’oscurità, la tua vita prende un altro corso, verso la pace interiore.

    Anche se ho sempre percepito tutto questo, ad un tratto, è come se lo avessi dimenticato, lasciandomi trasportare da altri colori…

    IL DIARIO SOTTO ALLO STRAMÀZZO

    Ho sempre trovato rifugio nei libri. Mi risvegliano la fantasia, fin dall’infanzia. E la penna, la mia migliore amica. Scrivevo diari, alcuni che miglioravano la realtà, e altri frutto delle controversie interiori. I primi erano innocui anche per i lettori indesiderati, perché non potevano ferirli. Ma gli altri, sinceri, li nascondevo sotto il materasso, il mio stramàzzo. Li sfogliavo, li correggevo e li rileggevo. Negli anni Settanta del secolo scorso ho cominciato a crescere e ad accettare i confini che mi venivano imposti: bisogna adattarsi agli altri, non fare sempre quello che si vuole. E io allora mi rifugiavo nel mio mondo. E mi preoccupavo che nessuno scoprisse i miei segreti. Ad esempio papà…

    Da piccola il mio Dio si chiamava Zoran. Ero così minuta e gracile, una briciola, e mi sentivo protetta tra le sue braccia. Le enormi e calde mani di papà mi riempivano di felicità. Ci legava un amore che allora era ancora più forte perché non vivevamo insieme. Ogni volta che pensavo a lui il cuore mi traballava e mi assaliva la tristezza. Ancora oggi, dopo quasi mezzo secolo, avverto quelle vibrazioni dentro di me.

    Sono cresciuta con la mamma migliore del mondo, Mirjana, con nonna Marica, il nonno Vojko, lo zio Lujo e sua moglie, Mamma Angela, e le mie cugine Ivana e Mirna, che per me erano come sorelle. L’infanzia nell’ex – Jugoslavia, in Croazia, a Cavtat, non lontano da Dubrovnik, era una fiaba, attorniata dal verde e dal mare. Quel mare dal fondo irregolare, mosso dalle onde. Quel mare calmo, come olio, alla bassa marea… Il mare che ti sfida. Quel mare in cui ogni giorno nello stesso punto si immerge il sole, ma è ogni volta diverso: i colori, le emozioni, le vibrazioni… Un profumo diverso, un film diverso. Quel mare che bacia le rocce e il suono d’amore di quell’abbraccio quando si trasforma in schiuma. Non potrei desiderare di essere nata in un luogo migliore, in una famiglia migliore. E anche potendo, non cambierei nulla, indipendentemente da quanto la strada sia stata spinosa, a volte ingiusta, per quella bambina. Forse proprio camminando sul quel sentiero ha acquisito i valori più genuini.

    Primavera a Cavtat. Noi tre, come sorelle, alla ricerca dei bucaneve. Il primo giorno caldo e quella sensazione di quando ti fanno indossare la gonna e le calze al ginocchio al posto della calzamaglia. Ivana ed io come gemelle. Mirna, la cocca della nonna, tre anni più grande di noi, e noi un po’ gelose di lei. Quando iniziò ad andare a scuola prendevo i suoi quaderni e imitavo la sua scrittura. Mi divertivo in quel gioco di lettere. Mi chiedevo cosa vi fosse scritto. Ero curiosa e imparai presto a leggere. I miei primi viaggi della fantasia furono tra le pagine delle fiabe Disney. La mia preferita, con la copertina blu scura, conteneva Cenerentola, la Bella Addormentata, Biancaneve, e la mia Alice… Passavo ore e ore a guardare i disegni, osservando ogni movimento, ogni dettaglio, ogni lettera… Erano pesanti quei libri nelle mie piccole mani, ma quanto era bello tuffarsi nel Paese delle Meraviglie!

    Dopo pranzo tutti dormivano, e noi tre, ad occhi sbarrati, dovevamo fare attenzione a non disturbare. Io ero sempre affamata. Sgattaiolavo in cucina senza fare rumore e agguantavo un pomodoro da sotto il lavandino in pietra. La nonna diceva sempre "Ci deve essere qualche ponteghéta, qui sóto al lavindìn, me ga mangià i pomidori!"¹.

    Lo zio era un pescatore. Mangiavamo pesce tutti i giorni. Nonna Marica cucinava con amore e passione. Mi sembra ancora di sentire il profumo delle sue minestre. Preparava le aragoste, le sistemava su un enorme piatto ovale e intorno disponeva l’insalata russa. La domenica era sempre festa: si mangiava il pollo con le patate croccanti! A volte mangiavamo anche la testa del vitello, il piatto preferito del nonno. A Mirna, Ivana e me dava sempre un pezzetto di guancia o di lingua. Gli volevo così bene; dicono che fosse scontroso e difficile. Per me era il nonno migliore al mondo. Morì quando avevo vent’anni. Non aprimmo le finestre della sua camera: si credeva che la sua anima sarebbe subito uscita, mentre così sarebbe rimasta con noi più a lungo. Mi avvicinai a lui e gli strinsi la mano fredda. Mi avvolsero allo stesso tempo un senso di tristezza ma anche di soddisfazione. Avevo la sensazione che mi vedesse e che fosse felice di avermi lì. Lo baciai. Il mio caro nonno Vojko.

    Con l’arrivo di giugno iniziava anche la stagione dei bagni. Imparammo tutti presto a nuotare. Mamma Angela mi spinse giù dalla barchetta ‘Piccolo riccio’. Per un attimo pensai che sarei affogata, e in quella lotta per la sopravvivenza raggiunsi la superficie. Sentivo le grida, gli applausi, e quello fu la mia forza. Mentre mi avvolgevano nell’asciugamano erano orgogliosi di me. Avevo imparato a nuotare. La nonna mi diede un soldino per il gelato e mi seguì con lo sguardo fino alla gelateria.

    Di domenica andavamo su uno dei due isolotti vicini, dalla natura intatta. Si partiva al mattino presto per trovare le spiaggette migliori. Appena arrivati, si sistemavano gli asciugamani per occupare tutta la spiaggia, in modo da scoraggiare altri avventurieri nel vedere tutto occupato. La barchetta era piena di borse, cibo, stuoie e noi. I grandi scherzavano e dicevano che saremmo affondati per il peso. Ridevamo e cantavamo. Per sbarcare ci voleva del tempo, mentre noi piccoli fremevamo in attesa del permesso di tuffarci, nuotare, immergerci alla ricerca delle conchiglie in quel blu senza fine. Non ci rendevamo nemmeno conto di trascorrere ore e ore in acqua, e ci facevano trasalire quando ci richiamavano per pranzare sulle larghe rocce lisce. Ci riparavamo dal sole sotto una vela di tenda tenuta su da un bastone incastrato in una spaccatura nella roccia. E il pranzo, sempre da re. Si portavano i macaróni al tòcio (N.d.T.), i fasóli o la moussakà. C’erano più famiglie, ognuna preparava qualcosa, e le donne di casa si davano da fare. Mi ricordo che una volta mi chiesero cosa volessi mangiare; risposi sinceramente Già che chiedete, vorrei un uovo al padellino. Tutti scoppiarono a ridere e la mia risposta divenne una di quelle storie che si raccontano sempre, per il resto della vita.

    Ricordo le mani della mamma che mi afferravano per spalmarmi un po’ di crema almeno sulle spalle arrossate; la pelle bruciava per il sole e il sale, ma non c’era tempo per impiastricciarsi. Ci tuffavamo in acqua. Mi ricordo ancora il suo bel corpo liscio e abbronzato accanto al mio e i tentativi di riportare a galla l’anguria che avevamo lasciato a rinfrescarsi sul fondo del mare. Prima di tornare a casa era obbligatoria la marènda: pane, paté e i pomidori maturi della nonna. Il calar del sole annunciava che era ora di andare. Già allora adoravo guardare l’isolotto rimpicciolirsi dietro di noi, il sole che tramontava, i colori del cielo e del mare. Mamma diceva sempre che sarei stata una sagnatrice, vuoi per il mio nome, vuoi per il carattere.

    Cavtat d’estate era piena di turisti. Noi bambini dovevamo passeggiare con i genitori sul lungomare. Almeno un giro, e poi di corsa davanti a Obala per ballare con la musica dal vivo. A volte ci portavano a mangiare i ćevapčići² in un vecchio vagone del tram trasformato in ristorante, dove ci seguiva la melodia dei Dubrovački trubaduri (I Trovatori di Dubrovnik).

    Con l’arrivo delle prime giornate fredde non potevamo più fare il bagno, così pescavamo insieme a Paola vicino alla stazione degli autobus. Era più grande di noi, e questo per me e Ivana era motivo di orgoglio. Ci insegnò come si prepara la pastèla e come darle la forma di palline da infilzare con l’amo. Mi ricordo ancora del suo indice e pollice ricoperti di pane vecchio. Ci svelò il più grande segreto dei pescatori: "Se vuoi beccare le castagnole o le bavose, ti basta la pastèla normale, ma se vuoi un cefalo o un’occhiata devi mettere nella pastèla un po’ di formaggino." È stata la nostra vera maestra.

    Nonostante io osservi da lontano questo passato ormai trapassato, ogni dettaglio è ancora vivido. Ora riesco a descriverlo con occhi maturi, ma voglio tuttavia concentrarmi su quella piccola bambina. Era felice e amata. La vita per lei era un gioco, i grandi non la appesantivano con i problemi, nessuno parlava davanti a lei di argomenti seri.

    Avevamo tutto. Per Pasqua le uova colorate, sulla tavola il dolce della nonna a forma di agnello, mentre al di sotto il grano che nascondeva le caramelle. Prima di Natale decoravamo l’albero. San Nicola ci portava i regali e noi ci credevamo ed eravamo tanto felici. Quando perdemmo i primi dentini li avvolgemmo in un fazzoletto e li riponemmo sotto il cuscino. Di notte il topolino prendeva i dentini e lasciava in dono un soldino, il cui valore ci era del tutto sconosciuto, ma sapevamo che quello era il premio per aver sopportato di togliere il dente con il filo. I compleanni erano importantissimi. Si preparavano i panini, lo sciroppo di arancia e sempre una torta diversa, a forma di trenino, di riccio o di coccinella.

    Si cenava verso le sette, di solito con yogurt bianco e óva alla coque, con il pane vecchio tagliato a cubetti perché fosse più facile da intingere. A volte il nonno mi dava di nascosto qualcuna delle sue sardine. Poi a lavarsi i denti e la faccia, a mettersi il pigiama e di corsa davanti al televisore. Alle 19.15 iniziavano i cartoni animati, e una volta finiti di corsa a letto. La nonna preparava il tè più profumato al mondo, lo versava nel termos per la mattina seguente e ci seguiva in camera. Ci raccontava le storie e prendeva le caramelle dalla scarsèla³. Al muro era appeso il quadro di un angelo dalle grandi ali. Era in piedi dietro a due bambini che si trovavano sul bordo delle rocce e li proteggeva dalla ‘caduta in tentazione’. Con la nonna recitavamo le preghiere a mani giunte. Credevo che quell’angelo mi avrebbe protetto per tutta la vita.

    Al mio angelo custode, ringraziando porgo questa ode. Proteggi la vita mia, perché non perda mai la via. Custodisci la mia mamma, il mio papà, la nonna, il nonno. Ivana, Mirna, lo zio, Mamma Angela, e anche me piccina. Con il tempo la lista si è fatta man mano più lunga.

    La mamma ogni tanto mi portava a Dubrovnik, all’agenzia turistica dove lavorava. Lì il divertimento era assicurato. Le sue colleghe mi adoravano. Una mi disegnava i personaggi delle fiabe. Ancora oggi da qualche parte nel solàro⁴ della casa della mamma si trovano ancora quei disegni, insieme ai libri delle fiabe. La sua migliore amica era la mia madrina. Lei e suo marito mi consideravano come una figlia.

    Arrivò il periodo della scuola. Tutti lo definisco il periodo di svolta. Per me lo fu in tutti i sensi.

    La mamma mi presentò il suo amico. Non so quando lo abbia conosciuto, magari qualche tempo prima. Lo accettai senza problemi, ma mi ricordo un episodio particolare. Passeggiavamo sul lungomare: la mamma e Renato si tenevano per mano mentre io correvo di qua e di là. Desideravo essere in mezzo a loro, tenere per mano entrambi, affinché capissero che lo avevo accettato: nella mia testolina quello era un gesto di amicizia. Quando cercai di dividere le loro mani per afferrare una e l’altra, la mano di Renato si strinse ancora di più a quella della mamma. Non capirono il mio gesto, pensavano fossi gelosa e la mamma mi sembrò arrabbiata. Parlavano italiano e io non capivo nulla. In quel momento il mio mondo cominciò a cambiare. È come se ad un tratto avessi perso la sicurezza. Per la prima volta non ero stata capita. Renato vide in me solo una bambina viziata e gelosa. Mi fece così male, perché io non lo ero affatto. Quel momento fu cruciale, perché da allora ho iniziato a pensare a cosa si debba fare o dire, è svanita quella spontaneità infantile.

    Papà arrivò per le ferie, ma questa volta mi portò con sé nel paesino vicino, dove soggiornava. Mi sembrava strano che non trascorresse le vacanze a Cavtat come sempre. Ci attendeva una donna con un pancione enorme. Si chiamava Mira ed era incinta. Trascorsi alcuni giorni con loro. Due mesi più tardi nacque Tanja, mia sorella.

    La mamma mostrava i primi cambiamenti. Anche lei era incinta. Eravamo tutti felici per l’arrivo del bebè. Non avevo idea di cosa stava per succedere. L’amico della mamma abitava in Italia e a prima vista tutto sembrava a posto. Non si intravedeva nulla che potesse intaccare la mia felicità. Andavo a scuola con Ivana e vivevo ancora nel mio mondo. Aspettavamo con ansia il piccolo carnevale, le sfilate per Cavtat. Ci lasciavamo scivolare giù per la stradina in discesa vicino all’hotel Croazia utilizzando pezzi di plastica recuperati dal cantiere, raccoglievamo mandarini nel giardìn ed eravamo avvolti dall’amore nel calore di casa.

    Un giorno di maggio la mamma andò in ospedale. Era arrivato il momento…nacque una bimba. Non avemmo nemmeno il tempo di rallegrarci per la confusione e il via vai nel reparto maternità. Avevo fiutato che stava per succedere qualcosa… fui invasa dalla preoccupazione per la mamma. Tutti erano preoccupati. Dopo un’ora si avvicinò il dottore e con un sorriso mi disse che avevo non solo una sorellina, ma anche un fratellino. La mia gioia non aveva fine. Durante tutta la gravidanza della mamma alla solita domanda se preferissi un fratellino o una sorellina rispondevo sempre Uno e l’altro! Era incredibile che nessuno si fosse accorto che la mamma aspettasse due gemelli. Probabilmente allora i loro cuoricini battevano all’unisono, come uno solo. Erano i bimbi più belli del mondo.

    Papà arrivò a Cavtat non appena iniziarono le vacanze estive. Un mattino andammo a Dubrovnik. Passeggiamo per lo Stradun, il corso principale, dando da mangiare ai piccioni e godendoci un buon gelato. Arrivammo ad un palazzo basso che mi sembrava scuro e freddo. Era attorniato da tantissime palme e alberi che creavano una vasta ombra. Mi sembrava il castello della Regina delle Nevi. Entrammo. Papà bussò ad una porta e mi disse di aspettarlo fuori. Poco dopo entrai anche io in quella stanza, dalla cui finestra di vedeva una vasta selva verde. Papà mi prese in braccio: Sancho, dobbiamo parlare. La tua mamma si sposa e si trasferirà in Italia. L’Italia è un Paese lontano. Non potrei mai vivere senza di te. Sai quanto ti voglio bene. Finché si trattava di farti vivere a Cavtat, e vederti tutte le estati... appena mi vien voglia mi siedo in macchina e arrivo, anche solo per un fine settimana. E mamma ogni tanto ti porta a Belgrado. Ora però non le sarà più possibile. Credo sia meglio che tu venga a vivere con papà. Sai, a Belgrado ci sono le tue zie, andremo a Gornji Milanovac da Madre Buda e nonno Jova. Belgrado è una grande città in cui riceverai un’istruzione migliore. Vedrai la mamma regolarmente durante le vacanze estive e invernali. Ti iscriverò alla scuola dove lavoro io, ti ricordi com’è? Adesso la stanno anche ristrutturando, sarà ancora più grande e più bella.

    Lo guardavo negli occhi. Ero dispiaciuta per lui. Mi dispiaceva anche per la mamma. Sentivo le lacrime nello stomaco. Speravo che non fosse vero e che papà avrebbe detto che stava solo scherzando. Non sapevo cosa dire. Qualunque risposta sarebbe stata sbagliata. Era ingiusto vivere con papà senza la mamma. Era ingiusto che dovessi decidere a sette anni. La vita era ingiusta. Volevo che tutto rimanesse come prima, volevo vivere con la mamma, la nonna, con Ivana, Mirna, lo zio e mamma Angela. Come facevo a separarmi dai gemelli, dalla mia Cavtat?! Perché la mamma deve andare in Italia?! E perché il grassone seduto al di là della scrivania mi guarda da sopra gli occhiali con così tanta insistenza?! Com’è possibile che la mia vita sia nelle mani di quel mostro?! Cosa faccio, da che parte posso scappare e nascondermi? Il silenzio fu interrotto da una voce profonda, una voce come quella del lupo nella favola dei tre porcellini.

    Sanja, tu sei una brava bambina…, mente! pensai, vuole ingannarmi per farmi aprire la porta e per mangiarmi, …devo chiederti, preferiresti vivere con la mamma o con il papà?.

    Sembrava che mi stesse chiedendo se preferissi il gelato alla fragola o al cioccolato. Sentivo i battiti del mio cuore. Guardai papà, e sapevo che desiderava che io rispondessi che preferivo vivere con lui. Quanto lo avrei ferito dicendo il contrario… Pensai alla mamma e al suo viso angelico…

    Con papà, dissi con un filo di voce.

    I baffi neri come la pece si distesero in un sorriso. Mi ricordava McCloud, uno sceriffo a New York. Quando non ero con lui lo cercavo in tutti gli uomini alti con i baffi neri. Mi carezzava la testa con quelle sue mani grandi. Il ciccione sospirò profondamente e gli porse dei documenti da firmare. Uscimmo da quel triste edificio. Dissi ingenuamente: Papà, ti prego, non dire niente alla mamma, la rattristerebbe. Io vorrei stare sia con lei che con te.

    I gemelli crescevano attorniati da amore e attenzioni. Mamma cercava di dedicarmi tutto il tempo possibile sapendo che sarebbero state le ultime gocce della nostra vita felice. A settembre sarebbe dovuta partire per Bari, e io per Belgrado. Cercavo di non pensarci. Ero immersa nell’estate, nei giochi, nel mare. Papà non aveva voluto firmare perché io andassi a vivere in Italia, e mamma non aveva avuto altra scelta. C’era poco da fare. E la colpa non era di nessuno. Nascondevo il mio dolore profondo nel tentativo di non ferirli. Solo io sapevo quanto fossi infelice lontano dalla mia mamma. A causa di quella distanza mi legai ancora di più a lei, sognavo il nostro incontro successivo e tutto ciò che la riguardava per me aveva un valore maggiore. Lei era la mia vita, il mio amore, mi dava la forza di superare i momenti difficili.

    1 N.d.T.: Ci deve essere qualche topolino qui sotto al lavandino, mi ha mangiato i pomodori!

    2 N.d.T.: Salsicciotti di origine bosniaca a base di carne mista trita, variamente speziata, ampiamente diffusi nei Paesi della penisola balcanica. Si possono trovare anche in parte del Nord-Est italiano (nelle province di Trieste, Gorizia, Udine), dell’Austria e degli altri territori confinanti con l’ex Jugoslavia.

    3 N.d.T.: Tasca.

    4 N.d.T.: Solaio.

    IL VIAGGIO FRA LE NUVOLE

    Le valigie erano pronte. Tutti mi ripetevano: Tornerai presto da noi, fai la brava, ascolta il papà, lui ti vuole bene, tutti noi ti vogliamo bene.

    In quel momento desideravo che nessuno mi volesse bene, che mi lasciassero in pace, che nessuno lottasse per me e che tutto rimanesse com’era. Sentivo il bisogno di urlare e che la mia voce si espandesse ovunque: Mamma, non mandarmi via!

    La mamma mi condusse fino all’ingresso dell’aereo dove mi aspettava l’hostess che mi accompagnò su per le scalette. Mi divincolai, corsi da lei e la strinsi in vita. Era disperata. La hostess cercava di consolarmi e prendermi per mano. Lei stessa si asciugava le lacrime. Mamma entrò con noi sull’aereo. Io urlavo. L’aereo era in ritardo. Una donna sentenziò: Bambinetta viziata, stiamo tardando per colpa sua, un bel ceffone e vedi che si calma.

    Le sue parole superficiali mi ferirono molto: lei come la maggior parte degli adulti non capiva nulla di bambini. Però quella frase, che fece più male di uno schiaffo, mi insegnò a non giudicare mai nessuno. Quella donna non poteva sapere cosa mi stesse succedendo, il perché mi fossi aggrappata ai sedili, urlante. Non sapeva nemmeno che in quel momento stava cambiando tutta la mia vita, che il mio cuore era rimasto ai piedi di quelle scalette dell’aereo per un viaggio tra le nuvole che avrebbe posto fine alla mia infanzia spensierata. Sapendolo forse mi avrebbe lasciato piangere tra le sue braccia.

    Ci siamo baciate mamma e io? Non lo so. Singhiozzai fino a che l’aereo non atterò. Pensavo a lei, mi chiedevo come avrei fatto senza di lei, come avrei resistito senza la mia mamma. Volevo fermare il tempo e ritornare a quei giorni spensierati quando ancora non conoscevo il dolore, ma solo la felicità.

    Il volo Dubrovnik – Belgrado durò troppo poco perché riuscissi a riprendere il controllo. Sapevo che papà si sarebbe accorto che avevo pianto. Avevo gli occhi gonfi. Anche quando riuscivo a tranquillizzarmi respirando profondamente, non appena pensavo alla mamma crollavo di nuovo sotto il peso del dolore. Tenevo stretto l’orsacchiotto di peluche che avevo preso dalla carrozzina dei gemelli. Percepivo il calore della mamma, anche se era ormai lontana, vedevo il suo viso chiaro davanti a me, la sua camminata, il suo sorriso, il suo sguardo. Soltanto Dio poteva aver racchiuso in una persona sola tutta quella bellezza e bontà. Da quel giorno per il resto della mia vita ho innalzato mia mamma tra le stelle, le più luminose.

    Tenevo la hostess per mano, cercavamo di farci strada tra la folla dell’aeroporto e vidi papà. Era il più alto di tutti là in mezzo, indossava un maglioncino bianco, pantaloni bianchi e scarpe da ginnastica anch’esse bianche, e in mano aveva un borsello di pelle. A differenza di altri uomini, non metteva mai nulla nelle tasche perché non voleva rovinare la forma dei pantaloni. Era decisamente troppo pedante per consentire alle tasche dei pantaloni di sformarsi. Aveva il suo stile. Era perfetto. Spiccava sempre: alto, atletico, con i capelli neri pettinati all’indietro. Nessuna donna si è mai presa cura del proprio corpo come lui si prendeva cura dei suoi baffi. Aveva delle forbicine apposite che nessuno aveva il permesso di toccare. Col passar degli anni si procurò perfino una tintura per coprire i peli bianchi. Lo osservavo mentre lo faceva, e lui si girava verso di me, sorridendo: Papo deve farsi bello per la sua Sanja.

    Il nostro abbraccio fu deciso e intenso. Mi appesi al suo collo e vi affondai il viso. Come un vulcano in eruzione, continuai a piangere facendo attenzione che lui non se ne accorgesse, ma le lacrime gli bagnavano maglioncino. La hostess gli disse qualcosa all’orecchio, non riuscii a sentire cosa. Forse che ero una bambina viziata oppure lei stessa aveva di nuovo iniziato a piangere, come prima del decollo, ma non mi interessava. Volevo solo calmarmi.

    Portandomi in braccio, si avviò a lunghi passi verso il parcheggio.

    Non piangere, ti prego, arriveranno presto le vacanze, vedrai che passerà in fretta. Guarda, Sanja, ecco la tua ‘alfetta’. Mi girai e sorrisi nel vedere la nostra Alfa Romeo azzurro cielo.

    Ti ricordi che l’anno scorso mi hai detto che quest’auto ti ricorda Cavtat? Dimmi, perché?

    Perché è azzurra, proprio come il cielo di Cavtat.

    E ora dimmi: perché ti piace tanto andare al mercato vicino casa?

    Perché è grande come tutta Cavtat e quando passeggiamo intorno al mercato mi sembra di essere là sul lungomare

    Papà sorrise, visibilmente divertito.

    Bene domani tu ed io andiamo a fare un giro con la nostra alfa azzurro-cielo-di-Cavtat sul lungomare del mercato.

    Mi sedetti sul sedile davanti. Papà guidava in silenzio. Chissà cosa gli passava per la testa. Magari si stava pentendo del mio arrivo. Oppure era arrabbiato per le lacrime che asciugavo di nascosto con l’orsetto di peluche. Pioveva a dirotto, i tergicristalli scivolavano sul parabrezza. Ora so che era felice e che mi amava incondizionatamente. Quel giorno era difficile per lui, si era ritrovato in una situazione delicata, piena di responsabilità.

    Entrammo nella nostra ‘piccola casetta’; la chiamavo così perché sembrava un giocattolo rispetto alla casa di Cavtat. Mira ci stava aspettando. Tanja dormiva. Aveva meno di un anno.

    Quella notte, per la prima volta, andai a dormire senza il bacio della buona notte del nonno, senza il sorriso degli zii, senza la storiella e la caramella della nonna, senza la calda presenza della mamma e senza il momento più bello della giornata: quado lei veniva a rimboccarmi le coperte. Non baciai Nicola e Cici, né guardai i cartoni con le mie

    Ti è piaciuta l'anteprima?
    Pagina 1 di 1