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Pythagoras: Il Samio, Il Pizio, Il Savio
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E-book276 pagine3 ore

Pythagoras: Il Samio, Il Pizio, Il Savio

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Info su questo ebook

Il personaggio Pitagora è al limite tra il mitico e lo storico; sicura è la sua residenza a Crotone, città ch’egli prescelse per fondare la sua Scuola, accanto a quelle autoctone medica e atletica. Ad ogni modo, tutto il mondo presocratico è dominato ed influenzato dal suo pensiero.  Attorno a Pitagora, che presenta molti tratti in comune con altre figure di sapienti visionari e maghi dell’età arcaica, si forma ben presto una ricca tradizione di aneddoti, volti a sottolineare la sua statura morale, filosofica e scientifica, spesso sconfinante nel divino. La mancanza di certezza delle sue indagini e ricerche è dovuta al fatto che di Pitagora non è giunto fino a noi nessun frammento diretto di suoi scritti. Tutto è riportato e riferito da altri. Nei secoli la sua figura è stata sempre più contaminata con fatti straordinari, mitici e non veri. Molto della sua vita e del suo insegnamento è stato inventato. Stabilire e discernere la veridicità di questi fatti è cosa ardua, ma è quello che cercherò di fare. Mi sforzerò di inquadrare storicamente l’uomo, il filosofo, lo scienziato, il Maestro Pitagora. La sua lunga vita, novant’anni (secondo alcuni sarebbe vissuto più di cento anni), è segnata da vicende che lo hanno visto sempre protagonista: il suo peregrinare per il mondo, la sua Scuola, le sue scoperte scientifiche e filosofiche, la sua famiglia, e anche la sua tragica fine. Ci siamo resi conto di avere a che fare con un gigante della Cultura umana di cui hanno discusso e parlato i suoi contemporanei e tutti gli studiosi successivi, fino ai giorni nostri.

 
LinguaItaliano
Data di uscita6 ott 2020
ISBN9788868229412
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    Pythagoras - Giovan Battista Arnone

    GIOVANNI BATTISTA ARNONE

    PYTHAGORAS

    Il Samio, Il Pizio, Il Savio

    Proprietà letteraria riservata

    © by Pellegrini Editore - Cosenza - Italy

    Edizione eBook 2020

    Via Camposano, 41 (ex via De Rada) - 87100 Cosenza

    Tel. (0984) 795065 - Fax (0984) 792672

    Sito internet: www.pellegrinieditore.it

    E-mail: info@pellegrinieditore.it

    I diritti di traduzione, memorizzazione elettronica, riproduzione e adattamento totale o parziale, con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati per tutti i Paesi.

    Pitagora da La Scuola di Atene di Raffaello Sanzio (1483-1520)

    A tutti i Fratelli dell’Universo,

    seguaci della Conoscenza.

    Autore

    Quando Roma era un villaggio di pastori,

    a Crotone insegnava Pitagora.

    Gianbattista Vico

    Conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dèi.

    Non si accosti a questo luogo chi non ha le mani pure. (iscrizione del tempio di Delfi)

    Il Tempio di Apollo a Delfi

    Prefazione

    Nelle azzurre acque dell’Egeo si specchia orgogliosa Samo, verde di oliveti e di vigne, sulle quali domina l’imponente mole del monte Kerkis. Questa terra ferace, abitata dall’uomo fin dalla preistoria e in seguito perla della civiltà ellenica, fu la patria di Epicuro, Aristarco, Escrione e, soprattutto di Pitagora.

    Nonostante sia vissuto oltre 2500 anni fa, Pitagora è, tuttora, il filosofo più celebre al mondo, non fosse altro per la famosa tavola pitagorica, supplizio di ogni scolaretto, alle prese con i primi rudimenti di aritmetica.

    Quand’ero piccolo, mia madre, mi ripassava ogni sera le famigerate tabelline e io mi chiedevo spesso chi fosse il misterioso signore che con tanto acume aveva creato quell’incastro di moltiplicandi, moltiplicatori e prodotti. Vi era in siffatta consuetudine un qualcosa di rituale, di sacrale e mi immaginavo Pitagora, simile a un santo senza volto, in nome del quale era obbligo recitare una strana preghiera, ove i numeri sostituivano le parole.

    Più tardi, impattando con la geometria, mi ritrovai di nuovo alle prese con il pensatore di Samo, questa volta a causa del celeberrimo teorema che porta il suo nome. Insomma, egli, accompagnò i miei primi passi nella scuola e la sua diventò una presenza costante, quasi amicale, fra i severi tavoli con il piano tinteggiato di nero e il suono salvifico della campanella.

    Fu più tardi, quando frequentando il liceo approdai sulle coste amiche della filosofia, che scoprii, con stupore che, sul filosofo più celebre al mondo, si sapeva ben poco e che la sua vita, al pari dell’opera, erano avvolte dalla leggenda.

    Giovanni Battista Arnone, in questo nuovo testo, indaga su siffatto personaggio, al tempo stesso, arcinoto e misterioso. Egli lo fa in modo mirabile, attraverso un attento esame degli studi e delle fonti, sfuggendo ai miraggi ricorrenti del favoloso e del mitico.

    In primo luogo l’autore esamina il contesto politico e socio-economico in cui visse Pitagora. La Grecia stava allora sviluppando una fiorente civiltà, impostata sulle polis, città-stato autonome e indipendenti, protette quasi sempre da un’imponente cortina muraria.

    Nel luogo più alto dell’agglomerato urbano vi era l’acropoli, una sorta di cittadella preposta ai riti religiosi, svolti dalla classe dominante: l’aristocrazia.

    Ogni Polis controllava il territorio circostante, adibito a pastorizia e agricoltura, mentre all’interno delle mura fervevano l’artigianato e il commercio che avevano il suo centro nell’agorà, la piazza del mercato preposto anche alle assemblee e alle riunioni politiche.

    A partire dal VII secolo a.C. la crescita demografica impose un notevole fenomeno migratorio, con la fondazione di nuove città-stato e un ulteriore sviluppo dei commerci. Ciò comportò una presa di coscienza del ceto medio, costituito da mercanti, imprenditori, artigiani che via via reclamò diritti politici pari a quelli dell’aristocrazia, fino a quel momento unica detentrice del potere. Vi furono pertanto contrasti e conflitti intestini che facilitarono l’insorgere dei tiranni che, approfittando delle continue turbolenze, diventarono signori assoluti delle città. Fu questo anche il caso di Samo che ebbe in Policrate il proprio signore e padrone. Costui, con un vero e proprio colpo di stato, disautorò i geomori, i nobili, proprietari terrieri e nel 537, assunse il pieno potere e per quindici anni dominò Samo, fino a quando nel 522 a.C., il satrapo persiano Orete, lo catturò con l’inganno e l’uccise.

    Negli anni della propria signoria, Policrate trasformò Samo in una vera e propria potenza navale, strinse importanti alleanze e fece costruire imponenti opere pubbliche. Una leggenda, ripresa da Erodoto, racconta che egli era un uomo molto fortunato, tanto che il faraone egiziano Amasis gli consigliò di privarsi di qualcosa di prezioso a cui teneva molto, perché altrimenti tanta buona sorte avrebbe potuto suscitare l’invidia degli dei e portargli disgrazia.

    Seguendo le indicazioni dell’amico, il tiranno gettò in mare un sigillo in smeraldo al quale era molto legato, ma qualche giorno dopo il gioiello fu ritrovato nello stomaco di un pesce e gli venne riconsegnato. Tale episodio indicò ad Amasis che le sorti stavano lavorando contro l’alleato baciato dalla sorte[1], difatti di lì a poco, Policrate cadde in mani persiane e morì crocifisso fra indicibili sofferenze. Pitagora non visse le vicende del Tiranno e della sua Samo perché già nel 530 a.C. si era rifugiato a Crotone, nella Magna Grecia.

    Giovanni Battista Arnone, narra e descrive, con puntualità, la biografia del filosofo, attento a sottolinearne sia gli aspetti leggendari, sia quelli più accreditati da un punto di vista storico. Quindi, entrando nello specifico del pensiero pitagorico, esamina le correnti mistico-religiose dalle quali trasse ispirazione. Tali furono l’orfismo, da cui desunse l’idea dell’immortalità dell’anima e della metempsicosi e il misticismo estatico dionisiaco.

    Il nume, figlio di Semele, era in origine una divinità arcaica, legata alla vegetazione e ai culti agrari, ma divenne, in seguito, il simbolo del fluire della vita[2], con il suo selvaggio vigore; egli è il dio dell’estasi che, franta ogni razionalità, conduce i suoi adepti in un oltre percettivo, di matrice sciamanica, ove è possibile sondare l’abisso oscuro che è in noi e nel mistero della vita.

    Dio inquietante, spesso avversato e guardato con sospetto dal potere politico e dalle religioni ufficiali, ma mai dimenticato, riaffiorò spesso nelle pieghe della storia, fino a quando Friedrich Nietzsche ne fece il simbolo delle forze vitali, destabilizzanti e irrazionali della natura[3].

    È probabile che in ambito dionisiaco, proprio a Crotone, Pitagora sia venuto in contatto non solo con la scuola medica già fiorente in quella città, ma con lo sciamanesimo vero e proprio, di cui un esponente era il mitico Abari, l’uomo venuto da nord[4]. Insomma l’esule di Samo, fu attento a ogni proposta, a ogni eco culturale che la società del tempo gli suggeriva, al punto che Francesco Adorno scrive: "sempre in via ipotetica possiamo dire […] che certi atteggiamenti religiosi e magici Pitagora può averli benissimo accolti durante i suoi viaggi in Egitto e poi a Creta […], trasformando quelle che erano credenze agrarie […] in incantagioni di tipo medico quali poteva aver trovato fra i medici incantatori e sacerdoti egiziani e soprattutto tra i medici della scuola di Crotone. Di qui forse è nata […] la leggenda che Pitagora, giunto a Creta, ‘scese nell’antro dell’Ida…, apprese nei misteri le cose riguardanti gli dei; partì poi per Crotone’. Così non sembra un caso che la leggenda […] abbia fatto di Zalmosside, presunto discepolo di Pitagora, un medico che, accanto alla pozione o all’erba curativa, pronunciava il discorso incantatore, ch’era tipica pratica dei medici egizi"[5].

    L’autore prosegue, nel difficile compito di illustrare l’opera di questo grande pensatore che non scrisse niente e il cui pensiero è stato illustrato da altri, alcuni dei quali vissuti molti anni dopo la sua morte. Pertanto, quando si parla di Pitagora bisogna usare spesso il condizionale e ricorrere a periodi ipotetici, giacché è arduo porre i confini fra la storia e il mito, fra il reale documentato e l’attribuito, il ritenuto.

    Procedendo con tale prudenza, figlia di una ricerca seria e approfondita, Arnone illustra il bìos pythagorikòs del cenacolo di Crotone, la suddivisione dei suoi seguaci fra matematici e acusmatici[6], la cosmografia e la concezione del numero come elemento fondante della creazione, poiché solo con il numero vi è il passaggio dall’indefinito del caos al definito dell’armonia.

    Seppur sia difficile separare quello che fu il pensiero originario del Maestro dalle dottrine elaborate dai suoi discepoli o dalle scuole che da lui presero nome, rimane il fatto che egli impresse un’impronta fondamentale alla filosofia occidentale e in più divenne un archetipo di conoscenza e di un sapere profondo che non è raggiungibile da tutti.

    Molti secoli più tardi, Porfirio (233-305 d.C.), seguace di Plotino, facendo tesoro di opere precedenti[7], scrisse la Vita di Pitagora, e in siffatto libro il pensatore della siriaca Batanea ritiene, richiamando il saggio di Samo, che il creato sia traducibile attraverso un sistema "numerico-simbolico"[8].

    Alcuni anni più tardi un altro neoplatonico, Giamblico (251-326 d.C.), si cimentò in uno scritto simile, individuando nei numeri "essenze incorporee, invisibili, indivisibili, incorruttibili e considerando la filosofia una scienza che coglie il mistero della vita e [permette il] dominio, nella comprensione del tutto vivente, di tutte le cose"[9].

    La fama e il valore archetipale di Pitagora non si fermarono con il basso impero, egli continuò a essere un simbolo e un omphalos, tanto che, come mette in evidenza l’autore, il pensatore di Samo divenne un punto di riferimento anche per la Massoneria. "La Scuola di Pitagora e la Libera Muratoria – egli scrive – prevedono un cammino iniziatico, un lungo periodo di silenzio nell’apprendistato, un rapporto tra i membri di fraternità completa. Una privazione dei ruoli sostenuti nell’ambito della società profana. L’abbandonare i ‘metalli’ determina una riduzione della facoltà dell’io cosciente e dell’iperfunzione individuale per assumere simboli che amplifichino il Sé".

    Bisogna aggiungere che esponente di spicco del neo-pitagorismo d’impronta massonica fu Arturo Reghini (1878-1946). Figura fulgida del mondo iniziatico peninsulare, egli fu membro effettivo del Supremo Consiglio d’Italia del Rito Scozzese Antico e Accettato e, avviato allo studio del pitagorismo da Amedeo Rocco Armentano, fondò con lui a Roma nel 1923 l’Associazione pitagorica. Autore di numerosi volumi, collaborò con prestigiose riviste quali Leonardo, Atanòr, Ignis, Ur e, in virtù dei suoi studi, ebbe prestigiosi riconoscimenti dall’Accademia dei Lincei e dall’Accademia d’Italia.

    Giovanni Battista Arnone, con estrema competenza e sagace attenzione, illustra tutto questo, dando alle stampe un’opera importante, capace di far luce su uno dei personaggio più importanti e al tempo stesso più misteriosi del pensiero umano.

    Luglio 2020

    Prof. Luigi Pruneti

    Saggista e Scrittore

    Rettore dell’Ateneo Tradizionale Mediterraneo

    [1] F. L

    ubker

    , Lessico ragionato dell’antichità classica, Bologna 1989, p. 962.

    [2] M. F

    usillo

    , Il dio ibrido. Dioniso e le Baccanti, Bologna 2006.

    [3]F. N

    ietzsche

    , La nascita della tragedia, Milano 1977.

    [4] E.R. D

    odds

    , I greci e l’irrazionale, Milano 2009.

    [5]F. A

    dorno

    , La filosofia antica, vol. I, Milano 1961, p. 30.

    [6] B. C

    entrone

    , Introduzione ai Pitagorici, Bari-Roma 1996.

    [7]Porfirio, nella sua Vita di Pitagora, si avvalse di biografie compilate da autori precedenti come Cleante, Apollonio, Lico, Davide di Samo, Moderato, Antonio Diogene, Nicomaco, Eudosso, Dicearco, Dionisafane.

    [8] F. A

    dorno

    , Storia della filosofia, vol. II, Milano 1965, p. 597.

    [9] Ivi, p. 616.

    Considerazioni generali di un crotoniate

    Di Pitagora si è sempre parlato, studiato, scritto fiumi di inchiostro ma nessuno scritto a lui attribuibile o suo frammento è giunto fino a noi, e solo per quanto tramandatoci da antichi storici e filosofi, tutti a lui posteriori, conosciamo in parte la sua storia e il pensiero.

    Filosofo, matematico, geometra, viaggiatore, iniziato ai più alti misteri greci, egizi, dell’area mesopotamica e forse anche orientali, assetato di conoscenza, indagatore della natura e dell’animo umano, il Pizio in ogni caso è stato, è, resterà, una delle menti più eccelse dell’umanità che ha lasciato ampia e profonda traccia di sé influendo sulla storia e l’evoluzione del pensiero umano e del suo divenire.

    Così Pitagora ci appare come un personaggio taciturno, per certi versi misterioso forse sopra le righe ma in ogni caso figura carismatica e la scuola che fonda a Crotone, in terra italica è agli antipodi di quella di Mileto che si caratterizzava sia per la circolarità del pensiero per un confronto continuo con i pensatori precedenti e lo sviluppo in altri campi del sapere, per una impronta antidogmatica con apertura verso problematiche ontologiche ed etiche, sia per la linearità di un pensiero capace di generare sistemi logici per la comprensione di meccanismi complessi di causa-effetto.

    La scuola di Pitagora è fondata sulla razionalità, sul ragionamento ma in realtà essa ha un presupposto mistico, religioso, spirituale e questa intrinseca caratteristica la rende gerarchica marcatamente piramidale dove il sapere viene riservato a pochi perché l’insegnamento impartito è di natura divina.

    Infatti è lo stesso Apollo delfico che prima della nascita del filosofo vaticinerà ai genitori, attraverso la pizia, la particolare predilezione del dio per il futuro nascituro. È un sapere divino quello che Pitagora trasmette perché depositario ed al tempo stesso sacerdote della verità.

    Quello di Pitagora è un pensiero che matura in lunghi anni di riflessioni, di conoscenze acquisite nei soggiorni in diversi luoghi del mondo antico, di confronti tra popoli e credenze religiose anche diverse fra loro che nel Pizio maturano, si fondono e armonizzano assumendo connotati di universalità.

    Porfirio riferisce dell’esperienza egizia scrivendo che si impegnò con tutte le sue forze ad acquisire conoscenze e imparare la lingua egizia con i tre tipi di scrittura: letteraria, geroglifica e simbolica. Mentre Giamblico così scrive della sua esperienza egizia:

    «Da lì si mosse per andare a visitare tutti i santuari, ponendovi un’estrema attenzione e dedicandosi alle più attente osservazioni… pronto a farsi istruire con ogni cura su tutto, non trascurando nessuna delle dottrine allora in auge, … Passò così ventidue anni in Egitto, nei penetrali dei templi, dedito all’astronomia a alla geometria, e intento a farsi adepto, in modo tutt’altro che casuale e superficiale, di tutti i misteri divini».

    Ancora da Porfirio apprendiamo che dopo l’Egitto:

    «In Arabia frequentò il re e a Babilonia incontrò i Caldei e andò da Zoroastro, dal quale fu non solo purificato dalle brutture della vita precedente, ma apprese anche ciò da cui gli uomini onesti devono astenersi per conservarsi puri e ascoltò la teoria della natura e quali sono i principi dell’universo».

    Afferma anche che frequentò Caldei ed Ebrei, dai quali apprese la conoscenza dei sogni. Giamblico, in merito a questo soggiorno afferma che:

    «lì a Babilonia fu ben lieto di frequentare i Magi, i quali ricambiarono i suoi sentimenti; venne istruito nei loro riti solenni, apprese il perfetto culto divino, raggiunse la vetta delle conoscenze aritmetiche, musicali e scientifiche in genere».

    Dopo il lungo peregrinare fra paesi del Mediterraneo ritorna a Samo dove fonda l’Emiciclo, ma l’indifferenza dei Sami lo porta sulle sponde di quella che oggi è la Calabria e qui fonderà una nuova scuola.

    Entrare nella sua scuola era difficile e durissimo il percorso che i suoi adepti dovevano seguire, l’aspirante doveva possedere una grande capacità logica, inclinazione per la matematica e soprattutto doveva dimostrare di sapere superare delle prove durissime.

    Veniva richiesto un periodo di afasia che poteva durare anni per dimostrare capacità di autocontrollo e ascolto, imparare a fare silenzio prima di parlare, sapersi trattenere dalla passione per la verbalità e dalla immediatezza del giudizio che spesso si dimostra fallace.

    L’allievo prima di essere introdotto alla vera formazione doveva dare prova di predisposizione alla matematica e alla musica, veniva richiesto agli allievi la morigeratezza, la castità nel senso di pochi rapporti sessuali per non essere distratti dalle passioni carnali, bisognava che si dedicasse anima e corpo alla filosofia.

    Tutto questo perché per Pitagora il corpo è la prigione dell’anima e in questo anticipa il pensiero che Platone tratterà nel Fedone, come il pensiero cristiano che vede il corpo imprigionare l’anima destinata per sua stessa natura all’immortalità, al suo raggiungimento con Dio, alla resurrezione.

    Pitagora credeva nella metempsicosi di certe dottrine religiose mediorientali, orfiche che passate nel mondo greco mantengono al loro centro l’immortalità dell’anima e la sua prigionia nel corpo e scopo della sua filosofia non è la matematica ma la liberazione dell’anima e la sua purificazione in vista di una resurrezione in un altro corpo.

    È bene non dimenticare che il pensiero di Pitagora per certi versi riformava la religione greca, cosa che tra l’altro si può comprendere nella sua contrarietà verso l’uccisione degli animali in sacrificio agli dei, sostenendo fermamente che la violenza e il sangue erano da bandire anche quando venivano dagli dei i quali dovevano conformarsi ad un ordine cosmico al quale erano anche essi sottoposti, quello stesso ordine scaturente dalla logica matematica.

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