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Riflessi
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E-book308 pagine3 ore

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Info su questo ebook

Due gemelle, una potente organizzazione criminale, vendetta, giustizia e l’amore a sconvolgere le regole del gioco.

“Se insegui la morte, non puoi legarti a nessuno per la vita.” Cit.

Sono gemelle, sono identiche, e non lo sanno.

Milano.
Ana Loszich ambisce al vertice della potente organizzazione criminale gestita dal padre, prima però deve vincere una difficile partita all'ultimo sangue con il fratellastro Goran.
Nico, ex agente del NOCS, ha un conto aperto con Goran che anni prima aveva sterminato la sua famiglia, l’incontro con Ana potrebbe essere la svolta di cui ha bisogno.

Los Angeles.
Mariah Kelsey, brillante agente FBI, ha portato a termine una missione che l'ha messa a dura prova, ma finalmente i giochi sono fatti e manca solo l’irruzione finale.
Chad Winters, agente CIA, deve convincerla a rimandare l’irruzione e riprendere la copertura compromessa per trovare Caroline Oldman, scomparsa nel nulla.

Tra inseguimenti, azioni estreme e improbabili alleanze, le forze in gioco mutano in fretta, la vendetta non è solo vendetta e la giustizia non è così cristallina come sembra specie se in ballo c’è il più imprevedibile dei sentimenti: l’amore.

LinguaItaliano
EditoreElen T.D.
Data di uscita4 ott 2020
ISBN9780463824795
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Autore

Elen T.D.

Ho più di quarant’anni (quanti in più non è significativo), sono sposata con un maschio Alpha autentico, ho due gemelli e possiedo oltre mille libri, anche se non li ho mai veramente contati. Invento storie da sempre, ma solo da qualche anno scrivo per pubblicare.Nella vita mi occupo di consulenza, amo la storia, seguo l’attualità e lo sport, e aspetto con ansia l’estate per viaggiare.

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    Riflessi - Elen T.D.

    Elen T.D.

    Riflessi

    (Sisters #1)

    Sinossi:

    Sono gemelle, sono identiche, e non lo sanno.

    Milano. Ana Loszich vuole salire al vertice della potente organizzazione criminale gestita dal padre, prima però deve vincere una difficile partita all'ultimo sangue con il fratellastro Goran. Nico, ex agente del NOCS, fa proprio al caso suo, ma il prezzo da pagare sarà alto.

    Los Angeles. Mariah Kelsey, brillante agente FBI, rientra da una missione che l'ha messa a dura prova. L'uomo con il quale ha una relazione, Chad Winters, la convince a riprendere la copertura per trovare Caroline Oldman, rapita misteriosamente. Lavorare insieme come influirà sul loro rapporto?

    Tra inseguimenti, azioni estreme e improbabili alleanze, le forze in gioco mutano in fretta, specie se in ballo c’è il più imprevedibile dei sentimenti: l’amore.

    Riflessi – (Sisters #1)

    Elena Taroni Dardi

    Prima Edizione solo digitale

    Emmabooks ©2014 Bookrepublic srl

    Seconda Edizione

    ©2020 Elena Taroni Dardi

    Tutti i diritti riservati

    Elaborazione grafica Elen TD Project © tutti i diritti riservati

    Risorse:

    ©bykobrinphoto/stock.adobe.com

    ©draganm/stock.adobe.com

    L’opera, comprese le sue parti, è protetta dalla legge sul diritto d’autore. Sono vietate e sanzionate (se non espressamente autorizzate) la riproduzione in ogni modo e forma nei limiti della legge e la comunicazione (ivi inclusi a titolo esemplificativo ma non esaustivo: la distribuzione, l’adattamento, la traduzione e la rielaborazione, anche a mezzo di canali digitali interattivi e con qualsiasi modalità attualmente nota o in futuro sviluppata). L'autore riconosce la piena titolarità dei marchi citati in capo ai soggetti depositari degli stessi.

    Questo libro è opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autrice o utilizzati in modo fittizio. Qualsiasi somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, vive o defunte, è puramente casuale.

    A Elisa,

    per essere la mia Sister

    A Loris,

    per essere il mio Alpha

    A Luca,

    per sempre su una Harley

    Prologo

    Nei dintorni di Ubdina, Croazia

    Louban Loszich odiava l’odore della malattia e ancora di più quello della cura.

    Aveva dovuto trasformare il suo studio in un maledetto centro medico e, invece di contornarsi di belle ragazze compiacenti, tra i piedi aveva un medico e la sua assistente. Uno scorfano di assistente oltretutto, poiché più che bella doveva essere efficiente, e di certo non doveva distrarre il dottore dal suo compito: mantenere Louban in vita e nelle migliori condizioni possibili, a dispetto del male che lo consumava.

    La malattia non avrebbe vinto: lui era Louban Loszich, non poteva morire.

    Squillò il cellulare, non aveva voglia di rispondere. Il dolore lo attraversava a ondate e stava così male che dubitava di riuscire a parlare. Se poteva evitava gli antidolorifici che diminuivano la sofferenza ma offuscavano la mente, ma con tutti gli avvoltoi che gli giravano intorno Louban non poteva permettersi di farsi vedere debole.

    Dopo il primo round di squilli il telefono tacque, per poi riprendere pochi minuti dopo.

    «Loszich» rispose spazientito, quasi sputando le sillabe.

    «Ho trovato dei soggetti, forse cinque. Questa è la parte buona.»

    Davvero un'ottima notizia, pensò Louban senza riuscire a pronunciare altro che un rantolo indotto da una fitta particolarmente acuta.

    «La cattiva è che quattro sono ragazzini tra i nove e gli undici anni. Due sono già a destinazione. Gli altri due sono in custodia, e sono gemelli.»

    Gemelli? Cos’era, una sorta di compensazione tardiva?

    «Il quinto soggetto, invece, è quello che promette meglio. Diciassette anni, americana, ma è la figlia di uno dei senatori papabili per le primarie presidenziali.»

    Diciassette anni andava bene, il resto era una complicazione, ma morire era una complicazione maggiore.

    «Li voglio. Non mi interessa chi sono, li voglio tutti. E poi ne voglio anche altri. Tutti quelli che riesci a trovare. Sono stato chiaro?»

    «Sì, padre. Il piano per la ragazza è già in moto.»

    Bene, pensò Louban chiudendo la comunicazione. Molto bene.

    Già che c’era, già che aveva superato la soglia del dolore, decise di chiamare anche Goran.

    Goran o Sergej? Sempre più spesso si sorprendeva a confrontarli, da quando Ferzan era fuori gioco.

    Sergej fisicamente era la sua immagine speculare, ma era giovane; Goran invece, anche se non sembrava neppure suo figlio, da quanto era basso e somigliava a quella zingara che l’aveva partorito, aveva il suo stesso carattere e quella fame del mondo che Sergej non avrebbe mai avuto.

    Goran rispose al secondo squillo. Sapeva anche riconoscere l’autorità.

    «Padre. Per domani è tutto pronto.»

    «Bene.»

    «Parteciperà anche Ana. Come hai chiesto.»

    Louban contrastò una fitta dolorosa con un suono gutturale che poteva anche essere scambiato per un cenno di assenso. «Dimostrami che sai gestirla.»

    «Non preoccuparti, farà il palo. Un compito semplice.»

    «Bene.»

    Chiuse la comunicazione per lasciarsi andare a un lamento. Quando sentì le pulsazioni alterarsi, schiacciò il cercapersone d’emergenza e in meno di trenta secondi il medico irruppe nella stanza seguito dallo scorfano.

    «Kos ha finito con quella roba?» chiese rauco.

    «I primi test sono molto promettenti, Signore, tuttavia non sono ancora completi e quindi consiglio di...»

    «Fa quello che ho chiesto? Toglie il dolore e lascia le capacità intatte?»

    «Apparentemente sì, ma…»

    «Allora la voglio» ordinò perentorio, «subito.»

    L’uomo e lo scorfano si diedero da fare e poco dopo Louban accolse l’iniezione e il bruciore del liquido che gli entrò nelle vene come un miscredente la benedizione papale.

    ***

    Da qualche parte a nord di Los Angeles

    La musica pompava a tutto volume e Caroline aveva l’impressione che fosse il ritmo stesso del suo cuore. Guardò in alto e le sembrò che anche le stelle danzassero eccitate. Rise e girò su se stessa. Una, due, tre volte.

    Era bellissimo! Era come essere in bilico sulla cima di un grattacielo e guardare giù.

    Prima di cadere si sentì afferrare da una morsa d’acciaio. Rise ancora. Non era una morsa, era la mano di lui… Sergej.

    Alzò lo sguardo, un po’ intimidita. Si stava comportando da pazza, come se fosse ubriaca, e invece aveva bevuto solo un innocuo analcolico. Voleva godersi ogni singolo istante con tutti i sensi all’erta. Dopo quella bravata probabilmente l’avrebbero reclusa per chissà quanto tempo; ormai sua madre doveva aver trovato il biglietto e avvisato gli uomini della sicurezza.

    Fece una smorfia, poi lui sorrise, e il cuore di Carrie prese di nuovo il volo. Sentì le lacrime pungerle le palpebre. Dio, che sensazione fantastica sapere che il sorriso d’oro di quell’adone biondo era tutto per lei.

    Gli buttò le braccia al collo. Voleva baciarlo, voleva sentire il sapore della sua bocca umida sulla lingua. Aveva bisogno di sapere che era reale, che lei gli piaceva davvero e che non gli importava se era la figlia di un senatore forse futuro presidente degli Stati Uniti d’America.

    Sergej adesso non sorrideva più, ma i suoi occhi erano intensi e concentrati, tanto da farle diventare le gambe molli, incapaci di reggerla. Carrie gli si aggrappò al collo ancora più forte, per non scivolare, mentre la vista le si appannava e tutto diventava rosso.

    «Li dobiti djevojka

    Fu l’ultima cosa che udì.

    1

    Milano, Italia

    A guardare Goran Loszich uno poteva davvero rendersi conto che, au contraire di quel che si dice, il sangue è acqua. Oppure che il detto capita anche nelle migliori famiglie era una verità universale. Esisteva qualcuno di più megalomane, esagerato e idiota di lui?

    Ad Ana bastava guardarlo per provare un senso di nausea, come fosse uno strumento di tortura di cui ammirare la cruda ingegneria, anche se l’idea del dolore che provoca rivoltava lo stomaco.

    Più basso della media nazionale croata, e più scuro di pelle, Goran era davvero uno strumento di tortura. Il corpo perfetto era stato violentato in ogni modo possibile da piercing e tatuaggi, e a stargli vicino si doveva stare sempre all’erta: da uno squilibrato del genere c'era da aspettarsi di tutto in qualsiasi momento. E lei lo sapeva meglio di chiunque altro.

    Il pensiero di essere imparentata con lui era anche più rivoltante di Goran stesso e di quello che le aveva fatto, di peggio c’era solo che esisteva la possibilità che lui prendesse il posto del loro genitore comune a capo di una delle più grandi e feroci organizzazioni criminali dell'Europa dell'est. Naturalmente, Goran a capo dell’impero Loszich era una possibilità che Ana non intendeva consentire, anzi aveva tutta l’intenzione di impedirla e di favorirne un'altra ben diversa.

    Ora stava facendo un altro dei suoi casini, e Ana si sorprendeva che Louban continuasse a fidarsi di lui. Per dirne una delle ultime, l’anno prima aveva rischiato di far perdere all’organizzazione il controllo di tutta la rete bot sulla quale giravano i dati del vastissimo commercio di pedo-pornografia illegale. Per poco la polizia postale italiana non era riuscita a mandare in down tutti i server e l’organizzazione aveva perso svariati milioni di euro. Solo per puro miracolo Louban aveva risolto la situazione grazie a uno dei suoi molti figli, una specie di genio informatico, poco più che un adolescente.

    Un adolescente cattivo, uno che da allora Ana guardava con diffidenza, soprattutto da quando era diventato l’ombra di Louban.

    Non aveva previsto che un altro figlio del diavolo spuntasse dal nulla a minacciare il Piano.

    Non era giusto. Lei si era dovuta sbattere per anni per potersi guadagnare una sola occhiata di considerazione, e invece questo arrivava e pigliava tutto. Ma non era un genio informatico? E allora perché non si inseriva nel server e non prendeva semplicemente i dati che gli occorrevano? Perché quella pagliacciata che si apprestavano a inscenare?

    «I dati che ci servono sono su un PC non connesso in Rete» aveva detto Goran. «Non rompermi i coglioni: tu fai il palo.»

    Il palo? A che cazzo gli serviva un palo? La missione era di una banalità quasi offensiva, si trattava di entrare in un laboratorio del centro trasfusionale del Policlinico di Milano e rubare un fottutissimo computer. Probabilmente, se lo si chiedeva in portineria, lo avrebbero consegnato seduta stante ringraziando pure!

    Invece quel genio di Goran aveva studiato un piano che prevedeva l’utilizzo di tre hammer blindati e sei uomini armati di Uzi e Kalashnikov.

    I tre blindati sostavano ora nella zona di carico delle ambulanze, attirando l’attenzione di chiunque passasse nel raggio di qualche centinaio di metri, e Ana doveva controllare la situazione e magari non dare nell’occhio!

    Ma forse questa era la volta buona, forse le sarebbe riuscito di far vedere al vecchio quanto Goran fosse inadeguato ad assumere il ruolo di vice Vodjteli. Ruolo che Ana voleva per sé e che non si illudeva di ottenere facilmente: a sessant’anni suonati Louban teneva ancora saldamente le redini di un’organizzazione che operava in tutti e cinque i continenti, con ramificazioni più o meno estese, e anche se ultimamente pareva essere molto invecchiato, non dava affatto l’impressione di volersi ritirare e cedere il comando. Di certo il pensiero di nominare come suo vice l’unica figlia non lo sfiorava neppure… finché avesse avuto figli maschi in grado di prendere il suo posto.

    Quel finché era l’obiettivo di Ana.

    In definitiva, fare il palo le faceva gioco.

    L’ingresso dell’ospedale milanese era molto trafficato e non era strano sbattere contro qualcuno, recuperare un cellulare, chiamare la polizia, cacciare il cellulare nella borsa di qualcun altro e… aspettare.

    Sorrise mordendosi il labbro inferiore.

    ***

    Lisci fino alla meta. Goran aveva imparato a memoria ogni singolo corridoio della struttura. Se avesse voluto, avrebbe potuto mandare il pivello più inesperto a fare un lavoretto pulito e semplice, senza che nessuno sospettasse che i Loszich fossero mai passati di lì, ma Goran voleva far sapere che lui era passato di lì, inoltre voleva liberarsi di quella fottuta troia che Louban gli aveva appiccicato al culo.

    Se avesse potuto, se il codice famigliare l’avesse consentito, avrebbe volentieri girato uno snuff coi fiocchi, uno di quelli da vendere a quattro zeri a certuni che sapeva lui, anche se da un paio d’anni a quella parte era un po’ fuori dal giro; l’avrebbe soffocata a mani nude e poteva quasi sentirlo tra le mani, quel suo collo sottile, e vederlo, quel suo faccino che diventava blu, fin quando gli occhi non fossero schizzati fuori dalle orbite.

    Aprì con decisione la porta ed entrò nel laboratorio.

    Chini sui microscopi c’erano tre tecnici: due femmine appena passabili e un maschio, mentre un quarto si era bloccato al centro della stanza reggendo un vassoio pieno di provette di sangue.

    «Buongiorno, sono Goran Loszich e mi serve quel PC» disse in croato senza curarsi di essere compreso, indicando un vecchio case ancora con il monitor a tubo.

    Le femmine lo fissavano a bocca aperta, e Goran strizzò loro l’occhio, il che strappò i due maschi dal loro immobilismo attonito. L’uomo con le provette si arrischiò persino a parlare.

    «Ma… non potete! Contiene dati riservati e…»

    Goran fece un cenno e dietro di lui entrarono gli uomini con le armi spianate.

    I tre dei microscopi alzarono le mani diventando cerei, quello delle provette indietreggiò fino ad appoggiarsi al muro. Tremavano tutti.

    «Visto che posso?» sogghignò Goran sedendosi con tutta calma. Fece girare il programma e copiò l’immagine fisica dell’hard disk su supporto digitale.

    L’auricolare gracchiò. «I segugi hanno trovato l’osso.»

    «Bene» rispose attivando la connessione con l’indice premuto sull’orecchio sinistro. «Assicuratevi che l’amico Mohamed faccia quel che deve fare.»

    ***

    La telefonata arrivò mentre Nico, al secolo Dario Nicotera, commissario in ruolo ordinario della sezione milanese della polizia postale, con l’ausilio di una mappa in scala del nord Italia stava illustrando al questore Savina le sue teorie circa l’attuale posizione di Goran Loszich.

    «È qui, a Milano. Abbiamo individuato un’area nei dintorni di Novate dove pensiamo abbia un covo da cui gestisce una rete di almeno una decina di server botmaster. Fanno da tramite per raggiungere... stimiamo... almeno un centinaio di migliaia di computer zombie.»

    Il questore osservò la cartina con attenzione, come se dal cerchio blu segnato di fretta con l’indelebile potesse ricavare quello che era scritto nel fascicolo d’indagine alto circa cinque centimetri al centro della scrivania.

    Magro e di altezza media, non era un uomo imponente ma possedeva grande esperienza e competenza e, a detta dei suoi collaboratori più stretti, applicava codici e regolamenti con un rigore quasi integralista. A parte la mente viva e acuta, questore e commissario erano agli antipodi, per questo Nico sapeva di dover procedere con i piedi di piombo se voleva ottenere quello che aveva chiesto.

    «Mi faccia capire, Nicotera. Mi sta chiedendo di impegnare gran parte delle forze anticrimine di Milano per prendere un hacker?»

    «Non proprio, signore. I server botmaster illegali di Loszich sono come l’evasione fiscale per Al Capone.» Nico si sforzò di tirare fuori i termini in legalese per impressionare il questore. Dopotutto si era o no laureato in Giurisprudenza? Per quanto alcuni esami glieli avessero regalati. «Nel fascicolo trova una nota congiunta mia e della dirigente De Rossi, quali ufficiali di collegamento Europol, che specifica come almeno tre Paesi membri dell'Unione Europea stiano cercando Goran per reati ascrivibili ai crimini più brutali e violenti del codice penale.»

    «Goran» ripeté il questore. «Siete in confidenza, per caso?»

    Praticamente sì, pensò Nico, visto che da cinque anni era la sua ossessione, ben prima di avere un nome e un volto. Goran Loszich era il motivo per cui aveva abbandonato i NOCS e, da due anni, da quando si era fatto trasferire alla polizia postale e l’aveva individuato, gli stava alle costole deciso a prenderlo o a morire nel tentativo. L’anno prima ce l’aveva quasi fatta.

    Il questore Savina lo guardava scettico, era evidente che non riteneva attendibile il suo allarme.

    Nico ci riprovò, non poteva aspettare il solito iter burocratico che prevedeva l’intervento da Roma del NOCS, il Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza. «È stato visto attraversare il confine tra Croazia e Slovenia a bordo di un hammer, seguito da altri due identici.»

    Bello come il sole e come se non fosse ricercato dalle forze di polizia di mezza Europa, il pensiero di Goran Loszich libero di commettere i suoi lerci traffici lo rendeva aggressivo. Doveva controllarsi.

    «E non è stato fermato? Questo mi suona strano.»

    «È evidente che ha corrotto gli agenti di frontiera!»

    Il questore, che fino a quel momento, seppur scettico, era stato disposto ad ascoltarlo, cambiò espressione.

    Merda! imprecò mentalmente Nico. L’aveva fatto di nuovo.

    «Sa, Nicotera? Il suo nome non mi è nuovo, la sua fama… la sua pessima fama… l’ha preceduta.»

    «Mi scusi» si affrettò a dire Nico. Ci mancava solo che si inimicasse il questore! La diplomazia e i rapporti interpersonali non erano il suo forte. Sempre più spesso si sorprendeva a rimpiangere il periodo trascorso nei NOCS, ma servire in quell’unità speciale non gli avrebbe mai permesso di indagare e scoprire dove si nascondeva Goran Loszich. Stava proprio per insistere con le scuse quando gli squillò il cellulare. Contemporaneamente suonò anche il telefono di Savina.

    Si guardarono prima di rispondere.

    Era il capo della Squadra Mobile che, sfoderando tecniche diplomatiche che Nico non si sarebbe mai sognato esistessero, metteva il questore al corrente delle ultime novità di indagine.

    «Li abbiamo trovati, i tre hammer, sono al Policlinico. In attesa della sua autorizzazione mi sono preso la libertà di convogliare tre volanti verso l’ospedale.»

    «Una potrebbe passare da qui? Sono in Questura» s’intromise Nico guadagnandosi un’altra occhiataccia dal questore.

    «Signore?» domandò interrogativo il capo della Mobile.

    Silenzio. Savina guardava fisso Nico e pareva volergli sputare in faccia, come minimo, ma poi abbandonò la poltrona alzandosi. «Procedete» acconsentì.

    «Nico, quelli dalla 5 ti preleveranno tra meno di dieci minuti: fatti trovare pronto» disse il capo della mobile prima di chiudere la comunicazione.

    Nico ripose il cellulare nella tasca posteriore dei jeans senza staccare gli occhi dalla faccia rigida del questore che lo guardava dall’alto della sua autorità anche se era più basso rispetto a Nico: l’essere da oltre dieci anni dietro quella scrivania gli conferiva un’autorità che non poteva essere ignorata e che compensava ampiamente i centimetri che gli mancavano.

    «Mi porti dei risultati, Nicotera, o le giuro che potrà contare i suoi giorni in polizia e sarà un conto molto breve. E adesso, fuori!»

    Nico poté solo annuire e uscì.

    Appena si chiuse la porta alle spalle, fregandosene degli sguardi curiosi degli assistenti e dei sovraintendenti corse letteralmente giù in strada. Raggiunse la sua auto, aprì il baule e tirò fuori l’equipaggiamento che aveva comprato a sue spese, perché ad aspettare le dotazioni del Ministero era un miracolo che i poliziotti non affrontassero i criminali in mutande.

    Alcuni passanti sgranarono gli occhi vedendolo spogliarsi. Infilò il cinturone tattico simile a quello in dotazione ai NOCS ma senza l’imbragatura per le irruzioni.

    Aveva due fondine per altrettante pistole, una Glock e la Beretta di ordinanza, la prima per la potenza di fuoco e la seconda per la precisione. Il coltello, un Fulcrum C con lama in acciaio inox al cobalto, versione compatta di quello che aveva avuto un tempo in dotazione, era già fissato alla sua caviglia destra dalla mattina: non usciva mai senza.

    La pantera arrivò a sirene spiegate proprio mentre stava indossando il giubbotto antiproiettile sopra la maglietta attillata, un Parnisari Alfa1 in Goldflex con grado di protezione IV ma dal peso di soli due chili e mezzo, non come quelle armature medioevali che avevano i ragazzi della Mobile che, a suo parere, meritavano tutti un encomio per il solo fatto di dover affidare la loro incolumità a quell’affare obsoleto.

    Afferrò il giaccone più per abitudine che per il freddo: l’adrenalina gli scorreva così bollente nelle vene che avrebbe potuto sciogliere i ghiacci dell’Artico poggiando una mano sulla banchisa polare.

    Non fece in tempo a chiudere la portiera che la volante partì a tutta velocità.

    «'Giorno ragazzi! Sapete chi sono?»

    I due lo interruppero sorridendo dallo specchietto. «Certo, commissario! Nico...»

    «…come quello dei film. Quello che faceva fuori tutti i cattivi senza spettinarsi.»

    Nico si concesse un sorriso, bei tempi quelli nei NOCS.

    «Esatto.»

    ***

    Ana lo notò subito, non appena oltrepassò la sbarra: non era italiano, e

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