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Il rosso e il nero

Il rosso e il nero

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Il rosso e il nero

Lunghezza:
670 pagine
9 ore
Pubblicato:
Sep 29, 2020
ISBN:
9788831372169
Formato:
Libro

Descrizione

Pubblicato nel 1830 e ispirato ad un fatto di cronaca realmente accaduto qualche anno prima, “Il rosso e il nero”, capolavoro di Stendhal, pseudonimo di Henri Beyle, narra la vertiginosa scalata sociale di Julien Sorel. Il giovane protagonista del romanzo, spinto da una inarrestabile ambizione, e favorito da due travolgenti storie amorose, la prima con la moglie del sindaco di una piccola cittadina e la seconda con la figlia di un marchese, riesce ad innalzarsi nella scala sociale fino ad ottenere un titolo nobiliare e una rendita. Numerose sono state le interpretazioni date al titolo del romanzo. Il rosso è il colore della passione, delle divise militari tanto amate da Sorel, del sangue versato sulle ghigliottine della rivoluzione francese; il nero è il colore del dolore, della morte e della restaurazione succeduta alla rivoluzione.
Pubblicato:
Sep 29, 2020
ISBN:
9788831372169
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Pen name of Marie-Henri Beyle, 1783-1842 Best known for _The Red and the Black_ and _The Charterhouse of Parma_.


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Anteprima del libro

Il rosso e il nero - Stendhal

STENDHAL

Il rosso e il nero

eBook

(edizione integrale)

Traduzione a cura di Claudio Carini - Recitar Leggendo Edizioni

©2017 audiolibro - ©2020 Ebook - Diritti riservati

È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata

RECITAR LEGGENDO EDIZIONI

www.recitarleggendo.it

ISBN eBook: 978-88-31372-16-9

La versione in audiolibro di questo testo può essere reperita presso:

Recitar Leggendo Audiolibri

https://www.recitarleggendo.it/062ilrossoeilnero

Indice

Presentazione

Il rosso e il nero

I • UNA PICCOLA CITTÀ

II • UN SINDACO

III • IL BENE DEI POVERI

IV • UN PADRE E UN FIGLIO

V • UNA CONTRATTAZIONE

VI • LA NOIA

VII • LE AFFINITÀ ELETTIVE

VIII • PICCOLI AVVENIMENTI

IX • UNA SERA IN CAMPAGNA

X • UN GRANDE CUORE E UNA PICCOLA FORTUNA

XI • UNA SERATA

XII • UN VIAGGIO

XIII • LE CALZE TRAFORATE

XIV • LE FORBICI INGLESI

XV • IL CANTO DEL GALLO

XVI • IL GIORNO DOPO

XVII • IL PRIMO ASSESSORE

XVIII • UN RE A VERRIÈRES

XIX • PENSARE FA SOFFRIRE

XX • LE LETTERE ANONIME

XXI • DIALOGO CON UN PADRONE

XXII • MODI DI AGIRE NEL 1830

XXIII • DISPIACERI DI UN FUNZIONARIO

XXIV • UNA CAPITALE

XXV • IL SEMINARIO

XXVI • IL MONDO, OVVERO QUELLO CHE MANCA AI RICCHI

XXVII • PRIMA ESPERIENZA DELLA VITA

XXVIII • UNA PROCESSIONE

XXIX • IL PRIMO PASSO AVANTI

XXX • UN AMBIZIOSO

Parte Seconda

I • I PIACERI DELLA CAMPAGNA

II • INGRESSO IN SOCIETA'

III • I PRIMI PASSI

IV • IL PALAZZO DE LA MOLE

V • LA SENSIBILITÀ È UNA GRAN DAMA DEVOTA

VI • MODO DI PRONUNCIARE

VII • UN ATTACCO DI GOTTA

VIII • QUAL È LA DECORAZIONE CHE DISTINGUE VERAMENTE?

IX • IL BALLO

X • LA REGINA MARGHERITA

XI • IL POTERE DI UNA FANCIULLA

XII • È FORSE UN DANTON?

XIII • UN COMPLOTTO

XIV • PENSIERI DI UNA FANCIULLA

XV • È FORSE UN COMPLOTTO?

XVI • ALL'UNA DI NOTTE

XVII • UNA VECCHIA SPADA

XVIII • MOMENTI CRUDELI

XIX • L'OPERA BUFFA

XX • IL VASO GIAPPONESE

XXI • LA NOTA SEGRETA

XXII • LA DISCUSSIONE

XXIII • IL CLERO, I BOSCHI, LA LIBERTÀ

XXIV • STRASBURGO

XXV • IL MINISTERO DELLA VIRTÙ

XXVI • L'AMORE MORALE

XXVII • LE MIGLIORI CARICHE ECCLESIASTICHE

XXVIII • MANON LESCAUT

XXIX • LA NOIA

XXX • UN PALCO ALL'OPERA BUFFA

XXXI • FARLE PAURA

XXXII • LA TIGRE

XXXIII • L'INFERNO DELLA DEBOLEZZA

XXXIV • UN UOMO DI SPIRITO

XXXV • UN URAGANO

XXXVI • TRISTI PARTICOLARI

XXXVII • UN TORRIONE

XXXVIII • UN UOMO POTENTE

XXXIX • L'INTRIGO

XL • LA TRANQUILLITÀ

XLI • IL PROCESSO

XLII

XLIII

XLIV

XLV

PRESENTAZIONE

Recitar Leggendo Audiolibri è una iniziativa editoriale indipendente nata nel 2004 e curata da Claudio Carini, attore di prosa con oltre quarant’anni di esperienza nel campo della lettura ad alta voce. Da questa vasta esperienza nasce la linea editoriale della Casa Editrice, prevalentemente dedicata ai grandi classici: Ariosto, Dante, Boccaccio, Petrarca, Leopardi, Omero, oltre a quei moderni che sono ormai anch’essi dei grandi classici, come Calvino, Verga, Svevo, Pirandello.

Con lo scopo di diffondere ulteriormente le opere immortali dei grandi classici, Recitar Leggendo ha avviato una collana di ebook le cui traduzioni sono pensate per la lettura ad alta voce. Tutti i testi della collana ebook, infatti, sono disponibili anche in audiolibro, sia in formato CDmp3 (nelle migliori librerie) che in formato download (scaricabile dai più importanti portali di audiolibri).

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STENDHAL

Henri Beyle, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Stendhal, (Grenoble 23 gennaio 1783 - Parigi 23 marzo 1842) ebbe una vita assai movimentata. Dopo la morte della madre, soffre un'infanzia soffocante a Grenoble con un padre che disprezza e un nonno che adora. Nel 1799 lascia Grenoble per studiare a Parigi. In realtà, ha abbandonato gli studi sognando di fare il comico e di scrivere commedie. Parte per l'Italia come sottotenente e nel 1801 partecipa alla campagna d'Italia nell'esercito napoleonico. In quegli anni Stendhal entra in contatto con gli intellettuali della rivista Il Conciliatore, e si avvicina alle esperienze romantiche. Nel 1802, congedatosi dall'esercito, diviene l'amante di Madame Rebuffel, la prima di una lunga serie di amanti. Nel 1815 si trasferisce a Milano, poi a Roma, Napoli, Grenoble, Parigi, e per la prima volta, a Londra. Nel 1821 fa un secondo viaggio in Inghilterra. Negli anni successivi compie un autentico vagabondaggio per l'Europa. Tornato in Italia, viene espulso con l'accusa di essere una spia. Nel 1828, rientrato a Parigi, è alla ricerca di un impiego. L'anno seguente viaggia nel sud della Francia e nel 1831 è a Trieste, poi a Civitavecchia. Due anni dopo è di nuovo a Parigi ed a Lione. Nel 1839 è a Napoli accompagnato dall'amico Prosper Mérimée. Nel 1841 rimane vittima di un primo grave malore, e rientra nella capitale francese. Muore nel marzo dell'anno successivo, e viene sepolto nel cimitero di Montmartre. La dicitura sulla tomba reca l'iscrizione Henry Beyle milanese.

Le opere che lo hanno reso famoso sono soprattutto i romanzi Armance (1826), Il rosso e il nero (1830), La Certosa di Parma (1839).

Il rosso e il nero

Pubblicato nel 1830 e ispirato ad un fatto di cronaca realmente accaduto qualche anno prima, Il rosso e il nero, capolavoro di Stendhal, pseudonimo di Henri Beyle, narra la vertiginosa scalata sociale di Julien Sorel. Il giovane protagonista del romanzo, spinto da una inarrestabile ambizione, e favorito da due travolgenti storie amorose, la prima con la moglie del sindaco di una piccola cittadina e la seconda con la figlia di un marchese, riesce ad innalzarsi nella scala sociale fino ad ottenere un titolo nobiliare e una rendita. Numerose sono state le interpretazioni date al titolo del romanzo. Il rosso è il colore della passione, delle divise militari tanto amate da Sorel, del sangue versato sulle ghigliottine della Rivoluzione francese; il nero è il colore del dolore, della morte e della restaurazione succeduta alla rivoluzione.

STENDHAL

Il rosso e il nero

I • UNA PICCOLA CITTÀ

La piccola città di Verrières può passare per una delle più attraenti della Franca Contea. Le sue case bianche con i tetti a punta di tegole rosse, si estendono sul pendio di una collina, i cui contorni sono disegnati da boschi di vigorosi castagni. Il Doubs scorre alcune centinaia di piedi sotto le sue fortificazioni, costruite in tempi passati dagli spagnoli e ora in rovina.

Verrières è protetta a nord da un alto monte, che è uno dei rami del Giura. Le cime frastagliate del Verra sono coperte di neve nel primo freddo di ottobre. Un torrente, che precipita dal monte passa attraverso Verrières prima di gettarsi nel Doubs, e dà movimento a un gran numero di seghe di legno; si tratta di un’industria semplice che assicura un certo benessere alla maggior parte degli abitanti, più contadini che borghesi.

Tuttavia non sono le segherie ad aver fatto la fortuna di questa piccola città. Il benessere generale che, dalla caduta di Napoleone ha fatto rinnovare le facciate di quasi tutte le case di Verrières, è dovuto piuttosto alla fabbrica di tele dipinte, conosciuta come Mulhouse.

Appena entrati in città si rimane storditi dal frastuono di una macchina rumorosa di aspetto terrificante. Venti pesanti martelli, cadendo con un rumore che scuote la pavimentazione, vengono sollevati da una ruota che gira grazie all’energia di un torrente. Ognuno di questi martelli fabbrica ogni giorno non so quante migliaia di chiodi. Sono delle fresche e graziose giovanette a porgere ai colpi di quegli enormi martelli dei pezzetti di ferro che sono così trasformati rapidamente in chiodi. È questo lavoro, in apparenza troppo rude, a stupire il viaggiatore che entra per la prima volta fra le montagne che separano la Francia dalla Svizzera. Se, entrando a Verrières, il viaggiatore chiede a chi appartenga questa bella fabbrica di chiodi che assorda le persone che passeggiano sulla strada principale, si sente rispondere con un accento strascicato: Eh! È del sindaco!

Per poco che il viaggiatore si fermi in questa via principale di Verrières, che sale dalla riva del Doubs quasi alla sommità della collina, si può scommettere cento a uno che vedrà comparire un uomo molto grande dall’aria indaffarata e importante.

Alla sua comparsa tutti si tolgono subito il cappello. Ha i capelli brizzolati, ed è vestito di grigio. È un cavaliere di diversi ordini, ha una fronte ampia, naso aquilino, e la sua figura totale non manca di una certa regolarità; anzi, a prima vista si può dire che sul suo viso si può notare la dignità di sindaco del paese unita a quella piacevolezza nell’aspetto che a volte si raggiunge intorno ai quarantotto o cinquant’anni.

Ma ben presto il viaggiatore parigino è infastidito da una certa aria di autocompiacimento mista a qualcosa di limitato e poco fantasioso. Si nota, insomma, che probabilmente il suo talento non va oltre la capacità di farsi pagare esattamente quanto è dovuto, e a pagare i suoi debiti il più tardi possibile.

Questo è il sindaco di Verrières, il signor de Rênal. Attraversata la strada con passo solenne, entra in municipio e scompare agli occhi del viaggiatore. Ma un centinaio di passi più avanti il viaggiatore potrà trovare una casa di bell'aspetto, e, attraverso un cancello di ferro vicino alla casa, un magnifico giardino. Al di là c’è la linea dell’orizzonte formata dalle colline della Borgogna, e che sembra fatta per il piacere degli occhi. È una visuale che fa dimenticare al viaggiatore l'atmosfera pestilenziale dei piccoli interessi di denaro dai quali comincia ad essere asfissiato.

Gli viene detto che questa casa appartiene al signor de Rênal. Il sindaco di Verrières deve questa bella casa in pietra, i cui lavori si stanno ultimando in questo periodo, ai profitti realizzati con la grande fabbrica di chiodi. A quanto si dice, la sua famiglia è di origini spagnole, e si è stabilita in paese molto prima della conquista di Luigi XIV.

Dal 1815 egli si vergogna di essere un industriale, il 1815 lo ha fatto diventare sindaco di Verrières. Anche i muri a terrazza che sostengono le diverse parti di questo magnifico giardino, che di piano in piano discende fino al Dubs, sono il premio per l’abilità del de Rênal nel commercio del ferro.

Non aspettatevi di trovare in Francia quei pittoreschi giardini che abbelliscono le città manifatturiere della Germania, come Lipsia, Francoforte o Norimberga. Nella Franca Contea più si costruiscono muri, più nelle proprietà si aggiungono pietre poste l'una sull'altra, e più si ha diritto al rispetto dei vicini. I giardini di Rênal sono molto ammirati anche perché il sindaco ha comprato a peso d’oro i terreni dove sorgono quei muri. Ad esempio, quella segheria che entrando a Verrières vi ha colpito per la sua singolare posizione sul Doubs, e dove avete notato sul tetto una tavola col nome SOREL scritto a lettere cubitali, sei anni fa sorgeva dove ora si eleva il muro della quarta terrazza dei giardini di Rênal.

Nonostante il suo orgoglio, il signor sindaco è stato costretto a perdere del tempo in lunghe trattative col vecchio Sorel, contadino duro e testardo: gli ha dovuto sborsare parecchi luigi d'oro per convincerlo a trasferire altrove la sua segheria. Quanto al ruscello pubblico che faceva andare la segheria, Rênal, in virtù del credito di cui gode a Parigi, è riuscito a fare in modo che fosse deviato. Questo favore gli è stato concesso dopo le elezioni del 182*. In cambio, Sorel ha ottenuto da Rênal un appezzamento quattro volte più vasto, sulle rive del Doubs, cinquecento passi più in basso. E benché quella posizione fosse molto più vantaggiosa per il suo commercio di tavole d'abete, papà Sorel - come lo chiamano da quando è diventato ricco - ha trovato modo di farsi dare una somma di 6000 franchi, approfittando dell’impazienza e della mania di proprietario che animavano il suo vicino.

È vero però che questo accordo è stato criticato dai benpensanti del luogo. Quattro anni fa, una domenica, mentre tornava dalla chiesa in abito da sindaco, Rênal vide da lontano il vecchio Sorel, circondato dai suoi tre figli, che lo guardava sorridendo. Quel sorriso è stato come una rivelazione fatale nella mente di Rênal: da allora egli pensa che avrebbe potuto concludere quello scambio a condizioni più vantaggiose.

A Verrières, per godere della stima di tutti, è indispensabile che pur costruendo molti muri, non si adotti qualche piano importato da quei muratori che, venendo dall’Italia, in primavera attraversano le valli del Giura per raggiungere Parigi. Una simile innovazione all'imprudente costruttore costerebbe l'eterno marchio di testa matta ed egli sarebbe rovinato per sempre agli occhi delle persone sagge e moderate che distribuiscono la stima nella Franca Contea.

In realtà, queste sagge persone esercitano il più noioso dispotismo; ed è proprio per questo che il soggiorno nelle piccole città di provincia risulta insopportabile per chi ha vissuto in quella grande repubblica che si chiama Parigi. La tirannia dell'opinione pubblica, - e quale opinione! - è ugualmente stupida nelle piccole città francesi come in quelle degli Stati Uniti d'America.

II • UN SINDACO

Con grande fortuna per la carica di amministratore comunale del signor de Rênal, un enorme muro di sostegno era necessario alla passeggiata pubblica che corre lungo la collina, cento metri sopra il corso del Doubs. Questa passeggiata si trova in una posizione splendida, e gode di una vista tra le più pittoresche della Francia. Il fatto è, però, che ogni primavera le acque piovane scavavano lungo la passeggiata dei solchi che la rendono impraticabile. Questo inconveniente, sentito da tutti, mise Rênal nella felice necessità di immortalare la propria amministrazione con un muro alto venti metri e trenta o quaranta di lunghezza. Il parapetto di questo muro, per il quale Rênal fu costretto a recarsi tre volte a Parigi, perché il penultimo ministro degli interni si era dichiarato nemico mortale della passeggiata di Verrières, il parapetto di questo muro è alto quattro metri da terra. E, quasi come per sfidare tutti i ministri presenti e passati, ora è decorato con lastre di pietra.

Quante volte, pensando ai balli di Parigi abbandonati la sera prima, col petto appoggiato a questi grandi blocchi di pietra color grigio azzurro, il mio sguardo si è tuffato nella valle del Doubs! Al di là del fiume, sulla riva sinistra, si possono ammirare cinque o sei vallate in fondo alle quali l'occhio distingue chiaramente dei piccoli torrenti che, precipitando di cascata in cascata, vanno a gettarsi nel Doubs. Il sole è caldissimo tra quei monti, e quando batte a picco, le fantasticherie del viaggiatore sono protette dall'ombra di magnifici platani che si trovano sul belvedere. La loro rapida crescita e le loro belle fronde azzurrognole si devono alla terra di riporto che il sindaco ha fatto collocare dietro il suo immenso muro di sostegno, allargando così la passeggiata di oltre sei piedi, nonostante l'opposizione del consiglio comunale (e di questo non posso che lodarlo, anche se egli è un ultra e io un liberale). Tanto che, secondo la sua opinione e anche quella di Valenod, il fortunato direttore dell'ospizio per i poveri di Verrières, questa terrazza può reggere il paragone con quella di Saint-Germain-en-Laye.

Quanto a me, non trovo che una sola cosa da rimproverare al COURS DE LA FIDÉLITÉ (questo è il nome ufficiale, scritto in una ventina di punti diversi su targhe di marmo che hanno fruttato un'ulteriore decorazione al sindaco): ed è il modo barbaro con cui le autorità fanno sfrondare e potare fino al vivo questi vigorosi platani. Anziché somigliare, con le loro chiome basse, alle più volgari piante da orto con quelle loro sommità rotonde, basse e appiattite, dovrebbero, com’è naturale, avere le magnifiche forme che sfoggiano in Inghilterra. Ma la volontà del sindaco è dispotica, e due volte l'anno tutti gli alberi di proprietà comunale vengono spietatamente amputati. I liberali del luogo sostengono, sia pure esagerando, che la mano del giardiniere ufficiale si è fatta molto più pesante da quando i proventi della potatura vanno a finire nelle mani del vicario Maslon.

Questo giovane ecclesiastico fu mandato da Besançon, qualche anno fa, per sorvegliare l'abate Chélan e qualche altro sacerdote della zona. Un vecchio chirurgo militare dell’esercito italiano, che era in ritiro a Verrières e che, a sentire il sindaco, era stato contemporaneamente giacobino e bonapartista, osò un giorno lamentarsi con lui per la periodica mutilazione di questi begli alberi.

«Mi piace l’ombra,» rispose Rênal con quella sfumatura di alterigia che si addice parlando a un chirurgo membro della Legion d'Onore. «Sì, l'ombra mi piace. Faccio potare i miei alberi perché facciano ombra, e non riesco a concepire che un albero possa servire ad altro. A meno che, come l'utile noce, non renda.»

Ecco la grande parola che a Verrières decide tutto: RENDERE. Da sola essa rappresenta il pensiero fisso di più di tre quarti degli abitanti. Produrre una rendita è la ragione che decide tutto in questa cittadina che vi era parsa tanto graziosa. Lo straniero che arriva, incantato dalla bellezza delle vallate circostanti così fresche e profonde, sulle prime pensa che la gente del luogo sia sensibile al bello; infatti, di questa bellezza, essi parlano anche troppo, e non si può negare che le diano una grande importanza; ma soltanto perché attira qualche forestiero, che con i suoi soldi arricchisce gli albergatori e, di conseguenza, attraverso il meccanismo del dazio, produce una rendita alla città.

In una bella giornata autunnale Rênal passeggiava per il Cours de la Fidélité dando il braccio alla moglie. Questa, pur continuando ad ascoltare il marito, seguiva con inquietudine i movimenti di tre ragazzini. Il maggiore, che poteva avere undici anni, si avvicinava troppo spesso al parapetto e faceva il gesto di salirvi sopra. Allora una voce dolce pronunciò con una certa decisione il nome di Adolphe, e il fanciullo rinunciò al suo ambizioso progetto. La signora de Rênal dimostrava una trentina d'anni, ma era ancora piuttosto bella.

«Potrebbe pentirsene quel bel signore di Parigi,» diceva Rênal in tono offeso e con le guance più pallide del solito. «Ho anch'io le mie amicizie a corte…»

Ma, anche se vorrei parlarvi della provincia per duecento pagine, non sarò tanto barbaro da tormentarvi con le lungaggini e le sapienti cautele di un dialogo di provincia.

Questo bel signore di Parigi, così odioso al sindaco di Verrières, non era altri che Appert, il quale due giorni prima aveva trovato modo di introdursi non solo nella prigione e nell'ospizio dei poveri di Verrières, ma anche nell'ospedale, amministrato gratuitamente dal sindaco e dai maggiori possidenti del luogo.

La signora de Rênal rispose timidamente: «Ma che torto può farvi quel signore di Parigi, dal momento che voi amministrate il bene dei poveri con l'onestà più scrupolosa?»

«È venuto soltanto a criticare, e poi pubblicherà degli articoli sulla stampa liberale.»

«Ma voi non li leggete mai, mio caro!»

«Ma se ne sente parlare di questi articoli giacobini, e questo fatto ci distrae e ci impedisce di fare il bene. Per quanto mi riguarda, non potrò mai perdonare il curato.»

III • IL BENE DEI POVERI

Bisogna sapere che il curato di Verrières, un vecchio di ottant’anni, di quelli però con l’aria viva di quelle montagne e una salute e un carattere di ferro, aveva il diritto di visitare in qualsiasi momento la prigione, l'ospedale e perfino l'asilo dei poveri. Appert veniva da Parigi munito di una raccomandazione, e aveva avuto l'accortezza di arrivare in quella cittadina pettegola proprio alle sei del mattino, ed era andato direttamente in canonica.

Il curato Chélan lesse con aria pensierosa la lettera scrittagli dal marchese de La Mole, il più ricco proprietario della provincia e Pari di Francia. Infine mormorò fra sé: «Io sono vecchio, e qui mi vogliono bene. Non oseranno!» Poi si voltò di scatto verso quel signore di Parigi, con uno sguardo in cui, nonostante l’età, brillava quel fuoco sacro che tradisce il piacere di compiere una bella azione un po' pericolosa:

«Venite con me e, in presenza del carceriere e soprattutto dei sorveglianti dell'asilo dei poveri, abbiate la cortesia di non esprimere alcun giudizio su quanto vedremo.»

Appert capì di trovarsi di fronte a un uomo di carattere; seguì il venerabile curato, visitò la prigione, l'ospedale, l'asilo dei poveri, fece molte domande e, nonostante ricevesse strane risposte, non si permise di mostrare il minimo disappunto.

La visita durò parecchie ore. Il curato invitò Appert a pranzo, ma questi si scusò col pretesto di dover scrivere qualche lettera: non voleva compromettere ulteriormente il suo generoso accompagnatore.

Verso le tre andarono a ultimare l’ispezione dell'asilo dei poveri e tornarono poi alla prigione. Videro sulla porta il carceriere, una specie di gigante alto sei piedi e con le gambe arcuate; il suo viso ignobile si era fatto ripugnante per il terrore.

Appena lo vide disse al curato: «Ah! Signore, la persona che è con voi non è per caso il signor Appert?»

«Ebbene?» disse il curato.

«Il fatto è che fin da ieri ho l'ordine preciso, mandatomi dal prefetto per mezzo di un gendarme che ha dovuto galoppare tutta la notte, di non far entrare il signor Appert nella prigione.»

Il curato gli rispose: «Noiroud, vi dichiaro che questo viaggiatore che mi accompagna è il signor Appert. Riconoscete che ho il diritto di entrare nella prigione in qualsiasi momento del giorno e della notte, facendomi accompagnare da chi mi pare e piace?»

«Sì, signor curato,» disse il carceriere sottovoce e abbassando la testa come un cane mastino costretto all'obbedienza per paura del bastone.

«Soltanto, signor curato, io ho moglie e figli. Se mi denunciano, sarò licenziato, e non avrò altro per vivere!»

«Anche a me dispiacerebbe perdere il mio lavoro.» rispose il buon curato con voce sempre più commossa.

«C'è una bella differenza!» ribatté vivamente il carceriere. «Voi, signor curato, si sa bene che avete una rendita di ottocento franchi e dei beni al sole…»

Questi erano i fatti che, commentati ed esagerati in venti modi diversi, agitavano da due giorni tutte le astiose passioni di Verrières. Ed erano anche in quel momento l'oggetto della piccola discussione tra Rênal e sua moglie. Quella mattina, seguito da Valenod, direttore dell'asilo dei poveri, il sindaco, era andato dal curato per esprimergli la sua più viva disapprovazione. Chélan non aveva protettori, e si rese conto del peso di quelle parole.

«Ebbene, signori! Sarò il terzo curato ottantenne ad essere destituito da queste parti. Sono qui da cinquantasei anni, ho battezzato quasi tutti gli abitanti della città, che al mio arrivo era soltanto un borgo. Ogni giorno celebro le nozze di giovani di cui ho già unito in matrimonio i nonni. Verrières è la mia famiglia: ma, quando ho visto uno straniero, mi sono detto: Quest'uomo, venuto da Parigi, può anche essere un liberale, ce ne sono anche troppi. Ma che male può fare ai nostri poveri e ai nostri carcerati?»

Ma poiché i rimproveri di Rênal, e specialmente quelli del direttore dell'asilo dei poveri, si facevano sempre più pungenti, il vecchio curato esclamò con voce tremante: «Ebbene, fatemi destituire. Continuerò ugualmente ad abitare qui. Come certamente saprete, quarantotto anni fa ho ereditato un campo da cui ricavo una rendita di ottocento franchi. Mi basteranno per vivere. Nel posto che occupo non posso fare economie, e forse è per questo che non mi spavento davanti alle minacce di perderlo.»

Rênal andava molto d'accordo con sua moglie; ma, non trovando nulla da rispondere all'obiezione che lei gli ripeteva timidamente: «Che male può fare quel signore di Parigi ai carcerati?», stava per arrabbiarsi sul serio, quando la signora de Rênal lanciò un grido. Il suo secondogenito era salito sul parapetto della terrazza e vi correva sopra, benché il muro fosse alto più di venti metri sopra la vigna che era dall’altra parte. Il timore di spaventare suo figlio e di farlo cadere impediva alla signora de Rênal di rivolgergli la parola. Alla fine il bambino, fiero della sua prodezza, voltatosi a guardare la madre, vide il suo pallore, saltò sulla passeggiata e corse verso di lei, che lo sgridò aspramente.

Questo piccolo incidente cambiò il corso della conversazione. Rênal disse: «Voglio assolutamente assumere il figlio di Sorel, il padrone della segheria. Sorveglierà i ragazzi, che cominciano a diventare dei veri diavoletti. È un giovane prete, o qualcosa del genere, buon latinista, e farà fare molti progressi ai ragazzi, perché ha un carattere fermo, come dice anche il curato. Gli darò trecento franchi l'anno, più i pasti. Avevo qualche dubbio sulla sua moralità perché era il protetto di quel vecchio chirurgo, membro della Legion d'Onore, che era venuto in pensione dai Sorel con la scusa di essere loro cugino. Quell'uomo, in fondo, poteva essere un agente segreto dei liberali; diceva che l'aria di montagna gli giovava per la sua asma, ma questo non è affatto dimostrato. Aveva combattuto tutte le campagne d'Italia con Buonaparte e si dice anche che una volta abbia votato contro l'impero. Quel liberale ha insegnato il latino al figlio di Sorel, e gli ha lasciato una quantità di libri che aveva portato con sé. Devo dire che non avrei mai pensato di mettere vicino ai nostri ragazzi il figlio del carpentiere, ma il curato, proprio il giorno prima del nostro litigio, mi ha detto che Sorel studia teologia da tre anni e che ha intenzione di entrare in seminario. Non è dunque un liberale, e in più è un latinista. Questo progetto presenta molti vantaggi,» continuò Rênal guardando sua moglie con aria diplomatica. – «Valenod è orgogliosissimo dei due bei cavalli normanni che ha comperato da poco per il suo calesse. Ma non ha un precettore per i suoi figli.»

«Potrebbe dunque portarcelo via.»

Rênal ringraziò la moglie con un sorriso per l’ottima idea che le era venuta e le disse: «E così approvi il mio progetto! Benissimo! Allora tutto è deciso.»

«Ah, mio Dio! Come decidi in fretta le cose, mio caro!»

«Il fatto è che sono un uomo di carattere, e se n'è accorto anche il curato. Non facciamoci illusioni: siamo circondati da liberali. Sono sicuro che tutti questi mercanti di tela mi invidiano; qualcuno di loro sta anche diventando ricco. Ebbene! Mi piace molto l’idea che vedano i figli di Rênal a spasso col loro precettore. La cosa farà un grande effetto. Mio nonno mi raccontava spesso di avere avuto un precettore da giovane. Potrà costarmi cento scudi, ma è una spesa necessaria per essere all’altezza del nostro rango.»

Questa decisione improvvisa lasciò la signora de Rênal perplessa. Era una donna alta, ben fatta, ed era stata la bellezza del paese, come si usa dire in quelle montagne. Aveva una cert'aria di semplicità e un passo giovanile; a un parigino quella grazia ingenua, piena di innocenza e di vivacità, avrebbe potuto anche evocare pensieri dolcemente voluttuosi. Se avesse mai sospettato di riscuotere un simile successo, la signora de Rênal se ne sarebbe certamente vergognata. Civetteria o affettazione non avevano mai sfiorato il suo cuore. Correva voce che Valenod, il ricco direttore dell'asilo dei poveri, le avesse fatto la corte, ma senza successo; cosa che aveva conferito una luce particolare alla sua onestà. Infatti Valenod, giovane, alto, ben piantato, col viso colorito e grossi favoriti neri, era uno di quegli esseri rozzi, sfrontati e rumorosi che in provincia passano per begli uomini.

La signora de Rênal, timidissima e con un carattere apparentemente molto mutevole, era urtata soprattutto dal continuo agitarsi e dal vociare di Valenod. La sua indifferenza verso tutto ciò che a Verrières si definisce gioia, la faceva ritenere molto fiera della sua nascita. Ella non ci pensava affatto, ma aveva notato con grande piacere che le visite a casa sua andavano diradandosi. Non nasconderemo che le altre signore la giudicavano sciocca, dal momento che, senza la minima diplomazia nei riguardi del marito, si lasciava sfuggire le migliori occasioni per farsi portare eleganti cappellini da Parigi o da Besançon. Purché la lasciassero passeggiare liberamente nel suo bel giardino, non si lamentava mai. Era un'anima ingenua, che non s'era mai neppure sognata di giudicare suo marito e di confessare a sé stessa che l'annoiava. Senza dirselo, era convinta che tra marito e moglie non potessero esistere rapporti più affettuosi dei loro. Amava Rênal soprattutto quando le parlava dei suoi progetti per i figli, destinandone uno all'esercito, uno alla magistratura e il terzo alla chiesa. Insomma, trovava che suo marito fosse molto meno noioso di tutti gli uomini di sua conoscenza.

Questo giudizio era ragionevole. Il sindaco di Verrières aveva fama di uomo spiritoso e garbato, soprattutto grazie a una mezza dozzina di battute che egli aveva ereditato da uno zio. Prima della rivoluzione, il vecchio capitano de Rênal aveva prestato servizio nel reggimento di fanteria del duca d'Orléans e, quando andava a Parigi, era ammesso nei salotti del principe, dove aveva incontrato madame de Montesson, la famosa madame de Genlis, e Ducrest, il progettista del Palais-Royal. Questi personaggi ricomparivano molto spesso negli aneddoti di Rênal. Ma, poco per volta, il ricordo di cose tanto delicate da raccontare era divenuto molto faticoso per lui e, da qualche tempo, ripeteva i suoi aneddoti sulla casa d'Orléans solo nelle grandi occasioni. Del resto, poiché, tranne quando si parlava di denaro, egli era molto educato, era ritenuto il personaggio più aristocratico di Verrières.

IV • UN PADRE E UN FIGLIO

Dirigendosi alle sei del mattino successivo verso la segheria del vecchio Sorel, il sindaco di Verrières pensava: «Mia moglie ha proprio la testa sulle spalle. Nonostante tutte le cose che le ho detto per conservare la mia superiorità, non avevo pensato che, se non assumo io il giovane Sorel, che sembra sappia il latino come un angelo, quell'anima in pena di Valenod potrebbe avere la stessa idea e soffiarmelo. Figuriamoci poi il tono con cui parlerebbe del precettore dei suoi figli!… A proposito… questo precettore, una volta alle mie dipendenze, dovrà indossare la tonaca?»

Rênal era tutto preso da questo dubbio, quando vide da lontano un contadino alto quasi sei piedi, che fin dall'alba appariva tutto occupato a misurare pezzi di legno disposti sull'alzaia della strada che correva lungo il Doubs. Il contadino non sembrò entusiasta di vedere avvicinarsi il signor sindaco, perché il suo legname occupava abusivamente del suolo, ostruendo la strada.

Papà Sorel, poiché era proprio lui, fu molto sorpreso, anzi, più ancora, soddisfatto, sentendo la singolare proposta che Rênal gli faceva per suo figlio Julien. Tuttavia lo ascoltò con quell’aria disinteressata e apparentemente scontenta che nasconde tanto bene l'astuzia di questi montanari. Schiavi al tempo della dominazione spagnola, essi conservano ancora quel tratto della fisionomia tipico dei fellah egiziani.

La risposta di Sorel cominciò con una lunga litania di tutte le formule di ossequio che sapeva a memoria. Dilungandosi in quelle vuote parole e disegnandosi sul suo volto un goffo sorriso che aumentava la sua aria di falsità e quasi di naturale malizia, il vecchio contadino, con il veloce lavorio della sua mente, cercava di scoprire perché un uomo che godeva di tanta stima volesse prendersi in casa quel fannullone di suo figlio. Il vecchio era molto scontento di Julien, e, proprio per lui, Rênal gli offriva un insperato stipendio di 300 franchi l'anno, oltre al vitto e perfino i vestiti! Sorel aveva avanzato quest’ultima pretesa con un improvviso lampo di genio, e Rênal aveva acconsentito anche a quella.

Questa richiesta, tuttavia, colpì il sindaco, che pensò: «Dal momento che Sorel non sembra né stupito né entusiasta della mia proposta, come sarebbe naturale, è chiaro che qualcuno gli ha già fatto delle offerte. E chi può essere stato, se non Valenod?» Invano Rênal sollecitò Sorel a concludere in fretta; il vecchio e astuto contadino continuò a rifiutare testardamente; diceva di voler consultare suo figlio, come se in provincia per un padre ricco consultare un figlio nullatenente non fosse niente altro che una semplice formalità.

Una segheria che funziona ad acqua non è altro che una baracca in riva a un torrente. Il tetto è sostenuto da un'armatura che poggia su quattro pilastri di legno. In mezzo a questo capannone, all'altezza di otto o dieci piedi, si vede una sega, che sale e scende, mentre un meccanismo piuttosto semplice spinge i pezzi di legno verso il macchinario. Una ruota mossa dalla corrente fa funzionare entrambe queste macchine: quello della sega, che sale e scende, e quello che spinge lentamente i pezzi di legno verso la sega, che li taglia in forma di assi.

Avvicinandosi all'officina, papà Sorel chiamò Julien con la sua voce stentorea; nessuno rispose. Vide solo i suoi figli maggiori, che erano simili a due giganti, i quali con grosse scuri, squadravano i tronchi di abete prima di spingerli verso la sega. Non sentirono la voce del padre, tutti intenti, come erano, a seguire esattamente la linea nera tracciata sui pezzi di legno, da cui ogni colpo d'ascia staccava grossi frammenti. Il vecchio si diresse verso la baracca, entrò cercando invano Julien vicino alla sega dove avrebbe dovuto trovarsi. Lo scorse cinque o sei piedi più in alto, che se ne stava a cavalcioni su una delle travi del tetto. Invece di sorvegliare attentamente il meccanismo, Julien leggeva. Non c’era nulla che avrebbe potuto innervosire di più il vecchio Sorel; avrebbe anche potuto perdonare a Julien la sua corporatura esile, così poco adatta ai lavori pesanti e così diversa da quella dei fratelli maggiori, ma per lui che era analfabeta, quella mania della lettura risultava davvero odiosa.

Sorel chiamò invano Julien due o tre volte. L'attenzione con la quale il giovane stava leggendo, più ancora del rumore del macchinario, gli impedì di udire la voce del padre, il quale, alla fine, nonostante gli anni, saltò agilmente sul tronco che veniva segato, e di là sulla trave trasversale che sosteneva il tetto. Un colpo violento fece volare nel ruscello il libro di Julien, e un secondo colpo altrettanto violento lo colpì in testa, facendogli perdere l'equilibrio. Il ragazzo stava per cadere dodici o quindici piedi più in basso, in mezzo agli ingranaggi della macchina che l'avrebbero stritolato, ma suo padre lo trattenne all’ultimo momento con la mano sinistra:

«Fannullone! Quando la smetterai di leggere i tuoi maledetti libri mentre sei di guardia alla sega? Leggili di sera, almeno, quando vai a perdere tempo dal curato.»

Julien, benché stordito dalla forza del colpo e tutto sanguinante, ritornò al suo posto di lavoro, di fianco alla sega. Aveva le lacrime agli occhi, non tanto per il dolore fisico, quanto per aver perduto il suo adorato libro.

«Vieni giù, animale, che voglio parlarti.» Il rumore della macchina impedì anche questa volta a Julien di udire l'ordine. Il padre, che era sceso, e che non aveva nessuna voglia di risalire, andò a prendere una lunga pertica per buttar giù le noci e la batté su una spalla del figlio. Non appena Julien fu a terra, il vecchio lo spinse rudemente davanti a sé, verso casa. «Solo Dio sa cosa mi farà!» pensò il giovane.

Passando, guardò tristemente il torrente dove era caduto il libro che Fra tutti gli era il più caro, il Memoriale di Sant'Elena.

Aveva le guance rosse e gli occhi bassi. Era un ragazzo sui diciannove anni, dall’aspetto gracile, con tratti irregolari, ma delicati, e il naso aquilino. I grandi occhi neri, che nei momenti tranquilli rivelavano un temperamento riflessivo e focoso nello stesso tempo, in quel momento erano pieni di un odio feroce. I capelli castano scuri, dall'attaccatura molto bassa, gli facevano una fronte molto piccola e, quando era in collera, gli conferivano un'aria di cattiveria. Tra le infinite varietà della fisionomia umana, forse non ne esiste nessuna così singolare. La figura agile e ben proporzionata di Julien rivelava più agilità che vigore. Fin dall’infanzia, la sua espressione estremamente pensosa e il pallore del suo volto avevano fatto pensare al padre che non sarebbe sopravvissuto o che sarebbe stato in ogni caso un peso per la famiglia. Oggetto del disprezzo di tutti in casa, Julien odiava il padre e i fratelli. Nei giochi domenicali sulla piazza del paese era sempre sconfitto. Da un anno appena il suo bel viso aveva cominciato a suscitare qualche simpatia tra le ragazze.

Disprezzato da tutti come un essere debole, Julien aveva adorato il vecchio maggiore medico, che un giorno aveva osato parlare al sindaco a proposito dei platani. A volte il maggiore pagava a Sorel la giornata del figlio al quale insegnava il latino e la storia, o meglio ciò che conosceva della storia: la campagna d'Italia del 1796. Morendo, gli aveva lasciato la sua croce della Legion d'onore, gli arretrati della sua pensione e trenta o quaranta volumi, il più prezioso dei quali era proprio quello appena finito nel torrente, deviato grazie all'influenza del sindaco.

Appena entrato in casa, Julien si sentì afferrare una spalla dalla forte mano di suo padre. Tremava, aspettandosi di essere picchiato. «Rispondimi senza mentire,» gli gridò nelle orecchie il vecchio contadino con voce dura, mentre lo rigirava come fa un bambino con un soldatino di piombo. I grandi occhi neri di Julien, pieni di lacrime, si trovarono di fronte quelli piccoli e grigi del vecchio carpentiere che aveva l’aria di volerlo scrutare fino in fondo all'anima.

V • UNA CONTRATTAZIONE

«Rispondimi senza raccontare storie, se puoi, cane di un mangialibri. Come hai conosciuto la signora de Rênal? Quando le hai parlato?»

Julien rispose: «Non le ho mai parlato. Ho visto quella signora solo in chiesa.»

«Ma l'avrai guardata, brutto sfacciato!»

«Mai! Voi sapete bene che in chiesa io vedo solo Dio,» aggiunse Julien con un'aria ipocrita, la più adatta, secondo lui ad allontanare altre botte.

«Eppure c'è sotto qualcosa,» replicò il contadino malizioso, e tacque un istante. «Ma da te, maledetto ipocrita, non riuscirò a sapere nulla.

La cosa importante è che non ti avrò più tra i piedi e la segheria non potrà che guadagnarci. Hai incantato il curato o qualcun altro che ti ha trovato un buon posto. Ora prepara la tua roba. Poi ti accompagnerò dal sindaco Rênal, dove avrai l'incarico di precettore dei ragazzi.»

«E quanto mi daranno?»

«Da mangiare, da vestire e trecento franchi l'anno di paga.»

«Non voglio fare il servitore!»

«Bestia! E chi ti dice che devi fare il servitore? Credi che manderei mio figlio a fare il domestico?»

«Ma con chi mangerò?»

Questa domanda sconcertò il vecchio Sorel; si rese conto che parlando avrebbe potuto commettere qualche imprudenza, e così se la prese con Julien, lo coprì di male parole, accusandolo di ingordigia, poi se ne andò a consultarsi con gli altri figli.

Poco dopo Julien li vide riuniti a consiglio, appoggiati alle loro scuri.

Dopo averli osservati a lungo si rese conto che non avrebbe potuto indovinare nulla, allora Julien si rifugiò dall'altra parte della sega per non essere sorpreso. Voleva riflettere su quell'annuncio imprevisto che cambiava il suo destino, ma si sentì incapace di ragionare a mente fredda; la sua fantasia era tutta intenta a immaginare ciò che avrebbe visto nella bella casa di Rênal.

Diceva fra sé: «Bisogna rinunciare a tutto, piuttosto che ridursi a mangiare con i servi. Mio padre vorrà costringermi, ma piuttosto preferisco morire! Ho da parte quindici franchi e otto soldi, stanotte me la svigno. In due giorni, seguendo vie traverse per non incontrare gendarmi, arrivo a Besançon. Una volta lì mi arruolo e, se necessario, passo in Svizzera. Ma così dovrò rinunciare alla carriera, alle ambizioni, allo stato ecclesiastico che può aprirmi tante porte.»

L'orrore che provava all'idea di mangiare con la servitù non era naturale in Julien; pur di arrivare al successo, egli si sarebbe piegato a ben altre umiliazioni. Una simile ripugnanza gli veniva dalle Confessioni di Rousseau. Era l'unico libro che lo aiutasse a immaginare il mondo. La raccolta dei bollettini della Grande armata e il Memoriale di Sant'Elena completavano il suo Corano. Per questi tre libri si sarebbe fatto uccidere. Non credette mai in nessun'altra opera. Ricordando le parole del vecchio maggiore medico, considerava tutti gli altri libri come falsi e scritti da truffatori in cerca di fortuna.

Ad un’anima ardente, Julien univa una di quelle memorie tanto stupefacenti da venire spesso accostate alla stupidità. Per ingraziarsi il vecchio curato Chélan, dal quale sapeva che dipendeva tutto il suo futuro, aveva mandato a memoria tutto il Nuovo Testamento in latino e il libro Del Papa di De Maistre, credendo però pochissimo tanto all'uno che all'altro. Come per un reciproco accordo, quel giorno Sorel e suo figlio evitarono di parlarsi. All'imbrunire Julien andò dal curato per la sua lezione di teologia, ma pensò che non fosse prudente parlargli della strana proposta che gli aveva fatto suo padre. Si diceva: «Forse è una trappola e sarà meglio fingere di averla dimenticata.»

Il giorno dopo, di buon mattino, Rênal fece chiamare il vecchio Sorel, il quale, dopo essersi fatto aspettare un'ora o due, finì con l'arrivare, profondendosi fin dalla soglia in cento scuse accompagnate da altrettante riverenze. A forza di obiezioni di ogni tipo, Sorel si assicurò che suo figlio avrebbe mangiato con i padroni di casa, oppure in una stanza a parte, con i ragazzi, solo nel caso che ci fossero stati ospiti. Sempre più disposto a creare difficoltà man mano che scorgeva nel sindaco una vera premura, ed essendo, del resto, pieno di diffidenza e di stupore, Sorel chiese di vedere la camera dove avrebbe dormito suo figlio. Era una stanza grande, ammobiliata molto decorosamente, ma nella quale stavano già trasportando i letti dei tre ragazzi. Questa circostanza fece venire al vecchio contadino l’idea di chiedere subito con decisione di poter vedere l'abito che avrebbe indossato suo figlio. Rênal aprì lo scrittoio e prese cento franchi.

«Con questi soldi vostro figlio andrà al negozio di stoffe di Durand, dove ordinerà un completo nero.»

Il vecchio contadino, che aveva ormai abbandonato ogni forma di rispetto, disse: «E se poi decidessi di far tornare a casa mio figlio, questo abito nero resterà a lui?»

«Certo.»

«E va bene!» disse Sorel con voce strascicata, «resta dunque da accordarci solamente sullo stipendio che darete a mio figlio.»

«Come!» gridò Rênal indignato, «ma se ci siamo accordati ieri! Gli darò trecento franchi. Mi sembra già molto, e forse anche troppo.»

«Era la vostra offerta, non dico di no,» disse il vecchio Sorel parlando ancora più lentamente; e con un lampo di genio che meraviglierà solo chi non conosce i contadini della Franca Contea, aggiunse guardando fissamente Rênal: «Possiamo trovare di meglio altrove.»

A queste parole il sindaco rimase sconvolto. Ma riuscì a ricomporsi e, dopo una sapiente discussione di due ore, in cui neppure una parola fu pronunciata a caso, l'astuzia del contadino ebbe la meglio sull'astuzia del ricco, che non ha bisogno di soldi per vivere.

Furono concordati tutti i punti che avrebbero regolato la nuova vita di Julien; non soltanto la sua paga fu fissata in quattrocento franchi, ma si convenne anche che sarebbe stata pagata in anticipo, il primo di ogni mese.

«E va bene, gli darò trentacinque franchi al mese,» disse Rênal.

Il contadino rispose con voce carezzevole: «Per far cifra tonda, un uomo ricco e generoso come il nostro sindaco, non avrà difficoltà ad arrivare a trentasei franchi.»

Rênal disse: «E va bene. Ma facciamola finita.»

Questa volta la sua voce era rafforzata da un tono alquanto collerico. Il contadino si accorse che era meglio non andare oltre. Allora fu Rênal a fare qualche passo avanti. Si rifiutò di versare in anticipo i primi trentasei franchi al vecchio Sorel, che dimostrava molta premura di riceverli per il figlio. Intanto il sindaco cominciò a pensare che avrebbe dovuto riferire alla moglie l'andamento di tutte quelle trattative.

«Restituitemi i cento franchi che vi ho dato. Durand mi deve qualcosa. Andrò io con vostro figlio a ordinare la stoffa.»

Dopo queste parole pronunciate con molta decisione, Sorel si profuse per un buon quarto d’ora nelle sue prudenti formule di rispetto. Alla fine, vedendo che ormai non aveva proprio più nulla da guadagnare, si ritirò. Il suo ultimo inchino finì con queste parole: «Manderò subito mio figlio al castello.»

I cittadini chiamavano così la casa del sindaco, quando volevano lusingarlo.

Tornato alla segheria, Sorel cercò invano il figlio. Diffidando in ciò che poteva accadere, Julien era uscito nel cuore della notte per mettere in salvo i suoi libri e la croce della Legion d'onore. Aveva portato tutto a casa di un giovane commerciante di legname, suo amico, di nome Fouqué, che abitava sull'alta montagna che dominava Verrières.

Quando riapparve, il padre gli disse: «Maledetto poltrone! Solo Dio sa se avrai mai la coscienza di restituirmi i soldi che anticipo da tanti anni per mantenerti! Prendi i tuoi stracci e vattene a casa del sindaco.»

Julien si affrettò ad andarsene, sorpreso di non essere percosso. Ma appena fu sicuro che suo padre non lo avrebbe visto, rallentò il passo.

Pensò che una sosta in chiesa avrebbe giovato alla sua ipocrisia.

Questa parola vi sorprende? Ebbene, prima di arrivare a questo, il giovane contadino aveva dovuto percorrere un lungo cammino. Nella sua prima infanzia aveva visto certi dragoni del sesto reggimento, con lunghi mantelli bianchi ed elmi adorni di lunghi crini neri, che ritornavano dall'Italia e avevano attaccato i loro cavalli alle inferriate di casa Sorel, sotto gli occhi stupiti di Julien, il quale, a questa vista, s'era sentito invadere da un incontenibile entusiasmo per la carriera militare. Più tardi il ragazzo ascoltò con trasporto i racconti che gli faceva il maggiore medico delle battaglie del ponte di Lodi, di Arcole, di Rivoli, ed era stato molto colpito dallo sguardo acceso di commozione con cui il vecchio rimirava la propria decorazione.

Ma quando Julien ebbe quattordici anni, a Verrières cominciarono a costruire una chiesa che era davvero magnifica per una cittadina tanto piccola. Il ragazzo fu colpito specialmente dalla vista di quattro colonne di marmo. In paese queste divennero celebri per l'odio mortale che suscitarono tra il giudice di pace e il giovane vicario, mandato da Besançon, e che tutti ritenevano una spia della Congregazione. Il giudice di pace fu quasi sul punto di perdere il posto, o per lo meno, questa era l’opinione generale. Non aveva forse osato mettersi in contrasto con un prete che, quasi ogni due settimane, andava a Besançon per incontrarsi, sempre secondo le voci che circolavano, con il vescovo in persona?

Nel frattempo il giudice di pace, padre di una famiglia numerosa, pronunciò parecchie sentenze che parvero ingiuste, e tutte contro quegli abitanti che leggevano il Constitutionnel. Il partito dell'ordine trionfò. Si trattava, è vero, di piccole multe di non più di tre o cinque franchi, ma una di queste dovette essere pagata da un fabbricante di chiodi padrino di Julien. Nel pieno della sua collera quest'uomo gridava: «Che cambiamento! E pensare che da più di vent'anni il giudice di pace aveva fama di galantuomo!» Il maggiore medico, amico di Julien, era morto.

Improvvisamente il giovane non parlò più di Napoleone. Parlò a tutti del suo progetto di farsi prete e lo videro nella segheria del padre, intento a imparare a memoria una Bibbia latina prestatagli dal curato. Quel buon vecchio, stupito dai suoi progressi, passava intere serate a insegnargli la teologia. Davanti a lui Julien mostrava solo pii sentimenti. Chi avrebbe potuto immaginare che quel volto effeminato, così pallido e dolce, nascondesse l’incrollabile decisione di affrontare anche i più gravi pericoli piuttosto che rinunciare a far fortuna?

Far fortuna, per Julien, significava prima di tutto andarsene dalla detestata Verrières. Tutto quello che vedeva in quella città gelava la sua immaginazione. Fin dalla prima infanzia aveva avuto momenti di esaltazione; sognava, deliziato, che un giorno avrebbe conosciuto le belle donne di Parigi e si sarebbe conquistato la loro attenzione con qualche gesto clamoroso. Perché qualcuna di loro non avrebbe potuto innamorarsi di lui, proprio come Bonaparte, ancora povero, fu amato dalla brillante Madame de Beauharnais? Da molti anni Julien non trascorreva forse neanche un'ora della sua vita senza dire a sé stesso che Bonaparte, oscuro luogotenente senza fortuna, era diventato padrone del mondo grazie al valore della sua spada. Questa idea lo consolava delle sue disgrazie, che gli sembravano grandi, e raddoppiava le sue scarse gioie.

La costruzione della chiesa e le sentenze del giudice di pace lo illuminarono improvvisamente: gli venne un'idea che per alcune settimane lo fece entrare in uno stato come di delirio, e alla fine si impadronì di lui con tutta la forza della prima idea che un'anima appassionata pensa di avere inventato.

«Quando Bonaparte fece parlare di sé, la Francia temeva l'invasione: il merito militare era necessario, era di moda. Oggi si vedono dei preti di quarant'anni con centomila franchi di stipendio, cioè il triplo dei famosi generali di divisione napoleonici. Hanno bisogno di gente che stia dalla loro parte. Ed ecco questo giudice di pace, un uomo finora così assennato e onesto, che in tarda età si copre di disonore, per paura di risultare sgradito a un giovane vicario di trent'anni. Bisogna farsi prete.»

Una volta, quando già da un paio d’anni studiava teologia, sul più bello di questa sua nuova devozione, Julien fu tradito da un improvviso scoppio di quel fuoco che gli divorava l'anima. Alla canonica, durante un pranzo di preti dove il curato lo aveva presentato a tutti come un prodigio di cultura, si lasciò andare a un appassionato elogio di Napoleone. Si legò il braccio destro al petto, con la scusa di esserselo slogato spostando un tronco d'abete, e per due mesi lo tenne in tale scomoda posizione. Dopo essersi inflitto questa punizione si concesse il perdono. Ecco come era fatto questo giovane di diciannove anni, dall’aspetto così fragile

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