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Trimalcione e il mistero di Plinio

Trimalcione e il mistero di Plinio

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Trimalcione e il mistero di Plinio

Lunghezza:
219 pagine
3 ore
Pubblicato:
20 set 2020
ISBN:
9788832144574
Formato:
Libro

Descrizione

Gaio Pompeo Marcione è un affermato liberto, che potrebbe tranquillamente godersi le enormi ricchezze accumulate grazie alla sua abilità negli affari e alla sua accortezza negli intrighi di palazzo. L’unico suo cruccio è quello d’esser stato sbeffeggiato da Petronio, che nel suo “Satyricon” gli ha affibbiato il soprannome di Trimalcione. A sconvolgerne l’esistenza, siamo nel 79 d. C., arrivano però, quasi in contemporanea, l’eruzione del Vesuvio e un misterioso omicidio, del quale il vice prefetto della flotta di Miseno, braccio destro del celebre Plinio, gli chiede di occuparsi. Gaio è così costretto a indagare nell’oscurità che scaturisce dalle ceneri del vulcano e in quella ancor più fitta creata da un gruppo di congiurati, il cui obiettivo è, per quei tempi, il più elevato che si possa immaginare: l’imperatore Tito Flavio Vespasiano Augusto.
Pubblicato:
20 set 2020
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9788832144574
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Anteprima del libro

Trimalcione e il mistero di Plinio - Armando Carravetta

Daniela

Premessa

Nel I secolo dopo Cristo, Roma è una potenza al massimo della sua espansione militare ed economica. Ottaviano Augusto ha accentrato tutto il potere nelle sue mani e lo ha trasmesso per via dinastica ai suoi discendenti, appartenenti alla famiglia Giulio-Claudia: Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone.

All’alba dell’età cosiddetta imperiale la società latina ha già subito un lento processo di trasformazione. Se nella Roma repubblicana senatori e cavalieri erano scelti per nobiltà e censo, con i consoli, i prefetti, i governatori e i magistrati che appartenevano in via quasi esclusiva all’aristocrazia, con l’avvento del principato, le cariche pubbliche possono essere ricoperte anche da uomini nuovi, individui cioè provenienti da classi sociali più basse e dalle province. Spesso si tratta di scaltri uomini d’affari; talvolta sono addirittura schiavi, educati insieme ai figli dei loro stessi padroni, e poi resi liberi. I più ricchi e intraprendenti tra questi liberti possono dunque aspirare a entrare nelle classi privilegiate.

Roma diventa anche la Capitale del lusso e del vizio. Il senatore Petronio, vissuto nella prima età imperiale, è considerato un riferimento di eleganza. È anche l’apprezzato autore del Satyricon, opera in cui si descrive la decadenza morale che contraddistingue la nuova epoca. Uno degli episodi più memorabili del testo riguarda la folle cena di un ricco commerciante, il liberto Trimalcione. Petronio fa di questo personaggio il grottesco emblema degli uomini nuovi, che i nobili romani considerano alla stregua di arricchiti parvenu.

Protagonista di questa serie di libri è proprio il liberto chiamato Trimalcione, che ho voluto riabilitare dopo secoli di ludibrio. Conosciamo bene la storia romana, attraverso gli scrittori dell’epoca e gli storiografici moderni, ma restano ancora molti punti oscuri. I romanzi sulle avventure di Trimalcione non intendono stravolgere gli avvenimenti storici noti, ma riempire i vuoti di cronaca che caratterizzano il racconto di alcune fasi di quel passato.

PRIMUM

Ait Trimalchio: Quid est pauper?

[Disse Trimalcione: Cos’è un povero?]

Petronio, Satyricon , 48-5

Il dio Sole correva sull’alto orizzonte in una tersa giornata di ottobre e gettava tutto intorno i suoi strali di fuoco, riflessi dalle onde del mare in una miriade di accecanti scintille. Il suo carro dorato, lucidato da una moltitudine di schiavi celesti sotto lo sguardo ansioso di Aurora, riluceva in piena potenza, quasi fosse ancora estate. Di certo quei divini servitori non potevano immaginare che dalla profondità degli inferi il dio Vulcano stesse già armeggiando per fermare la corsa dell’aurea quadriga e per far sprofondare la terra nella sua notte più buia.

In una villa a mezza costa tra Puteoli e Baiae, sdraiati sui triclini di uno splendido ninfeo aperto sul mare, gli ospiti di un ricco liberto, di nome Albino Calpurnio, si godevano il tepore del sole, accecati dalla sua potenza e ignari del loro futuro.

La costa del golfo di Neapolis si stagliava sul mare innanzi a loro come una falce affondata nel grano. Da Capo Athenaion fino a Capo Pausilypon, il litorale prendeva la forma di una lama ricurva, per poi proseguire diritto fino a Capo Misenum, il punto in cui si poteva immaginare risiedesse la sua robusta impugnatura.

Le grandi isole, Capreae, Procida, Nisida e Ischia, sembravano frammenti di spighe appena tagliate da chissà quale titano. I semi sparsi dal vento sulla terra verdeggiante erano invece le tante costruzioni, realizzate dai Greci e dai Romani lungo la costa, le città di Neapolis, Puteoli, Pompei, Herculanum e Stabiae, con le numerose ville che nobili e ricchi commercianti avevano edificato, attratti dal clima e dall’amenità del golfo. Altri semi, più minuti, erano finiti in mare: erano le innumerevoli navi che solcavano le onde del Tirrenum, per collegare la gloria di Roma a ogni angolo del mondo conosciuto, fino alla leggendaria India e alla gelida Albione, attraverso i porti di Puteoli, Neapolis e Misenum.

«Ah, quel Petronio! Gli dèi se lo dovrebbero tenere incatenato nell’abisso degli inferi per quel che mi ha fatto!»

A parlare con voce profonda era stato Gaio Pompeo Marcione, un uomo corpulento e infagottato in un pallio ricco di drappeggi, che, allungato alla destra del padrone di casa, occupava il posto d’onore in quel banchetto.

Un vivace mormorio di protesta si levò tra i presenti. Tutti, a ben vedere, si auguravano che il poeta nominato da Gaio fosse stato davvero punito per la sua insolenza.

«Tutti noi conosciamo le tristi conseguenze che hai dovuto subire, allorché il tuo nome fu accostato a quello di Trimalcione» considerò Albino, uno dei più accalorati e indignati. «Ma anche i tuoi amici se la sono vista brutta a causa di quel libro malefico. Tutti, per esempio, hanno pensato che io fossi Abinna, l’amico disonesto e ubriacone del protagonista del Satyricon

«Sì» ammise Marcione, «siamo stati tutti ingiustamente derisi. E questo per cosa? Perché il senatore Petronio, quella sera in cui ebbi la malcapitata idea d’invitarlo a cena, non seppe stare al gioco.»

I convitati conoscevano a memoria quella vecchia storia, che si riferiva alla cronaca della famosa e grottesca cena poi descritta da Petronio nel suo osceno libretto, ma nessuno aveva il coraggio di interrompere il racconto.

Gaio fece una breve pausa, sporgendosi dal triclinio verso la tavola per staccare l’aletta di una quaglia che, con tordi, piccioni, fagiani e un gran fenicottero, era stata scottata in un sugo di prugne e servita in un’unica, immensa portata di cacciagione. Il piatto d’argento, lungo più di due cubiti, recava impresse sul bordo armi ed effigi della dea Diana. Grandi calici nello stesso stile, su cui erano raffigurati templi rupestri e animali selvatici, erano colmi del profumato Falerno, prodotto nei vigneti del padrone di casa.

«Conoscevo già da anni Petronio, perché si era più volte avvalso dei miei servigi. Quel damerino, che si definiva l’arbitro dell’eleganza, non si era mai rassegnato al fatto che fossi diventato più ricco di lui. Gli pareva uno scandalo che un liberto godesse di maggior prestigio di un senatore di Roma. »

«Ma dimmi, Gaio, è vero che la famosa cena alla quale lo invitasti non era altro che uno scherzo, una messinscena?» chiese uno degli ospiti, dal fondo del peristilio. Doveva essere uno dei pochi che non aveva già ascoltato la cronaca dei fatti, o forse si trattava di una delle solite domande rituali, necessarie ad animare la narrazione.

Gaio si concesse un’altra lunga pausa, mentre puliva la punta delle dita nel bacile che gli era stato offerto da un giovane servo.

«A quei tempi il nostro imperatore era Nerone e nelle ville dei senatori romani si faceva a gara per stupire i propri commensali con sontuosi banchetti preparati dai migliori cuochi e con spettacoli di cantori e giocolieri. Di quelle feste Petronio era il più chiacchierato protagonista, anche per questo era chiamato arbiter elegantiarum. Quando veniva a riposarsi nella sua villa di Baiae, tutti ci dannavamo per invitarlo, concedendogli il posto d’onore intorno al tavolo. Vi ricordate l’aria di sufficienza con cui egli ci trattava, come se a Puteoli, a Baiae e a Bauli vivessero soltanto zotici indegni di partecipare alla grandezza di Roma? Fu allora che io e Albino decidemmo di dargli una lezione, invitandolo alla più stravagante cena di tutti i tempi. Be’, forse ci lasciammo prendere un po’ troppo la mano. Fatto sta che ormai tutti conoscono i particolari di quella cena… Petronio era seduto alla mia sinistra e lo vedevo diventare sempre più scuro in volto, man mano che si susseguivano le sorprese. Capiva che ci stavamo divertendo a burlarci di lui, ma non se ne capacitava. Un uomo con le palle, il giorno dopo, mi avrebbe invitato alle terme per farmi un bel gavettone, oppure mi avrebbe regalato dieci anfore di vino avariato, costringendomi a brindare in sua presenza. Quel pederasta, invece, ci ha sputtanato per tutto l’Impero! Ha scritto sulla nostra cena un intero capitolo del suo libro, descrivendomi come un ignorante e gaudente bottegaio. Non si è nemmeno preoccupato di scegliere un nome di fantasia, per quel suo orrendo personaggio. Quel bastardo ha pensato bene di deformare il mio cognome, per rendermi ridicolo davanti a tutti. »

Come da copione, i commensali proruppero in esclamazioni di sdegno. Pur conoscendo a memoria quella vecchia storiella, che il liberto ripeteva identica in ogni occasione, agli invitati era richiesta una sincera partecipazione emotiva al discorso.

A onor del vero, nessuno pensava che la rabbia del liberto fosse ingiustificata: da quel giorno, non mancava chi si prendeva burla di lui, chiamandolo appunto Trimalcione, come il grezzo protagonista del libro di Petronio. Non che tutti trovassero il coraggio di farlo in modo esplicito, però; i più avevano troppa paura di Gaio Marcione. E non a causa della sua enorme ricchezza o della sua influenza politica, ma per l’alone di mistero che circondava la sua persona. Si sapeva, per esempio, che aveva lavorato come agente al servizio della corte imperiale, sotto tutti i principi da Claudio in poi, e che aveva contribuito all’ascesa al potere di Vespasiano, durante la guerra civile seguita alla morte di Nerone.

Alcuni sostenevano che la sua fortuna avesse avuto origine dall’accaparramento di un misterioso tesoro, che da giovane il furbo Gaio Pompeo Marcione aveva sottratto a Tiberio. Altri ritenevano che il liberto si fosse arricchito denunciando alcuni nobili, per appropriarsi della loro eredità, anche se nessuno sapeva indicare i processi e i nomi dei citati in giudizio. Era ben noto, piuttosto, che le attività commerciali di Gaio fossero assai floride, di molto agevolate dal trattamento di favore che il governo romano aveva sempre dimostrato nei suoi riguardi, forse come ricompensa per i suoi servigi.

Il pranzo di quel giorno era stato organizzato da Albino Calpurnio proprio per festeggiare Marcione, che era stato di recente ammesso nell’ordine degli Augustales. Si trattava di una carica di prestigio, che coronava l’ascesa sociale del liberto. Il padrone di casa, che già apparteneva da un paio d’anni al quel sodalizio, si era assai speso affinché quel riconoscimento fosse concesso anche a Marcione; i due, in effetti, erano amici di vecchia data e soci in molti lucrosi affari. Spesso, avevano guadagnato spropositate somme speculando sul grano destinato a Roma. Il procedimento era sempre lo stesso, far salire il prezzo di vendita per aumentare i profitti. Acquistavano l’intero carico delle navi provenienti dall’Africa, rilevando il debito di piccoli mercanti in difficoltà finanziarie, e poi accumulavano grandi riserve nei loro depositi di Puteoli in attesa di una carestia o di una crisi di approvvigionamento nella Capitale.

Nel ninfeo c’erano nove invitati in tutto, stesi a tre a tre su splendidi triclini dai piedi d’avorio. La sala era riccamente decorata con finti tralicci e piante in fiore.

Il pranzo era servito su uno smisurato tavolo di marmo istoriato, percorso da rigoli d’acqua, alimentati da alti zampilli. L’ambiente era lussuoso e le pietanze erano ricche, ma nulla faceva pensare agli eccessi di cui aveva raccontato Petronio. Tra gli invitati c’era anche un ometto calvo, tenuto in gran conto dal padrone di casa, ora steso alla sua sinistra. Si trattava di un ricco commerciante di Pompei, chiamato Aulo Umbricio, da poco giunto a Puteoli.

«Dici bene, caro Gaio, sostenendo d’essere divenuto famoso ovunque» commentò costui. «Il nome di Trimalcione, mi spiace dirtelo, è ben noto anche nella mia piccola città. Tuttavia, a mio modesto giudizio, non hai nulla di cui lamentarti, dato che le parole del poeta in fine dei conti ti hanno donato l’immortalità!»

Gli altri convitati si zittirono, assaliti da un brutto presentimento. Nessuno, infatti, osava pronunciare quel nome a voce alta, nel timore di provocare l’ira del liberto.

In effetti, lo sguardo di Gaio subì un rapido e inaspettato mutamento. Fino a qual momento Marcione si sarebbe potuto definire un ricco e fiacco epulone, piuttosto avanti negli anni, mollemente disteso sul triclinio, appesantito da un rassicurante adipe, dovuto agli eccessi che si concedeva; solo l’imponente struttura fisica e le ampie spalle avrebbero potuto far pensare a un uomo che in età giovanile doveva essere dotato di una grande forza. Anche i capelli bianchi ancora folti e la naturale inclinazione al riso contribuivano a farlo apparire piuttosto placido.

Ora, però, tutto a un tratto, il suo sguardo si animò di un’inquietante crudeltà: gli occhi verdi si fecero duri e tre profonde rughe gli apparvero sulla fronte.

Quella sua reazione di sdegno durò un attimo appena. Marcione era troppo intelligente per non capire che le parole del pompeiano non nascondevano alcun sottinteso. Quell’offesa, dopotutto, era passata dall’ingenua bocca di un provinciale, all’oscuro della mondanità e dei rapporti di potere che si esprimevano nei grandi centri urbani. Per effetto di quel pensiero, lo sguardo di Gaio si rasserenò e il suo aspetto tornò a essere quello di un anziano bonaccione. Non si trattene, tuttavia, dal punzecchiare il commensale.

«Nobile Aulo, ti ringrazio di cuore per le tue belle parole. Dopotutto, hai ragione: se con quel nome sono noto nella tua famosissima città, che si trova al centro dell’ I mpero e ha dato i natali a tanti uomini illustri, allora posso davvero ritenermi immortale!» esclamò, gesticolando per mettere in ridicolo l’oscura fama del luogo di nascita del suo interlocutore. «Avrei preferito, tuttavia, raggiungere la notorietà grazie ai miei commerci, come hai fatto tu, che sei ben noto per la qualità del putrescente garum che produci.»

A quel punto si affrettò a intervenire Albino Calpurnio, il padrone di casa, allarmato per la brutta piega che la discussione aveva preso:

«Aulo, quali novità ci porti dalla tua bella città?»

L’ometto, per nulla turbato dalla reazione di Marcione, tirò un lungo sospiro e alzò lo sguardo sul colonnato della sala da pranzo e poi sul mare, sopra il quale si vedeva in lontananza il profilo imponente del monte Vesuvio. Il verde della vegetazione scendeva fino al blu delle acque, interrotto solo da alcune macchie bianche, costituite dagli abitati di Herculanum e Pompei.

«Amici miei, purtroppo non porto buone nuove. A Pompei la natura si sta rivoltando contro di noi, da quando, circa dieci anni fa, ci fu un grande terremoto. Le scosse da allora continuano a scuotere le viscere della terra. Più volte i lavori di restauro delle domus e del foro sono stati interrotti. Grandi sacrifici sono stati offerti agli dèi, ma i presagi degli auguri sono stati infausti, segno che il mio popolo è stato abbandonato alla sua sorte. Chi dispone di altre proprietà ha già lasciato la città da alcuni mesi, colto dalla paura. Io ho cercato fino all’ultimo di resistere per mantenere in vita i miei affari e sono andato via solo dieci giorni fa, quando la puzza dello zolfo che scaturisce dalle viscere della terra è diventata insopportabile. »

Nell’udire quelle parole, alcuni convitati mostrarono sincera pietà. In tre si alzarono per stringere le mani del pompeiano. Altri invece invocarono Giove, affinché proteggesse lo sfortunato Aulo e tutti i suoi concittadini.

«Anche n oi, qui a Puteoli, siamo stati spesso vittime di terremoti, ma sempre di lieve entità. Nella tua città, invece, i danni sembrano essere stati davvero terribili e, da quel che dici, la popolazione vive nel terrore» commentò Gaio.

«Per Ercole! Cosa mai possono aver fatto i pompeiani per rendersi così ostili agli dèi?» chiese Albino.

«Chi può dirlo?» rispose Aulo. «Alcuni sostengono che i nostri antichi numi locali siano gelosi delle nuove divinità orientali. Gli adepti dei culti mitriaci sono numerosi oggigiorno e i loro eccessi sono ben noti.»

«E che sarà mai rispetto alle feste di Messalina? » lo interruppe uno dei presenti .

«Altri attribuiscono la causa di questi terremoti alla violenza mostrata dal popolo» proseguì Aulo. «Nel corso dei giochi che si tennero poco prima del grande sisma ci fu una terribile rissa tra pompeiani e nocerini, con morti e feriti. Da allora i giochi circensi sono stati vietati, anche nelle feste solenni. »

Da queste parole scaturì presto un’accalorata discussione tra quelli che ritenevano più giusta la prima e quelli orientati a seguire la seconda delle spiegazioni. Qualcuno sostenne che le divinità locali dovessero sempre essere rispettate e quindi privilegiate nel culto e nei sacrifici, rispetto agli idoli stranieri e alle nuove religioni. Altri invece, tra cui Albino Calpurnio, affermarono che la natura doveva essersi di certo offesa di fronte alla violenza dimostrata dai pompeiani.

Tutto quell’interesse per le sorti della piccola Pompei riempì il cuore di Aulo di orgoglio ma anche di tristezza. Egli era infatti convinto che sua amata cittadina fosse

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