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Grazia Deledda: Opere complete di prosa e poesia

Grazia Deledda: Opere complete di prosa e poesia

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Grazia Deledda: Opere complete di prosa e poesia

Lunghezza:
12,359 pagine
162 ore
Editore:
Pubblicato:
Sep 19, 2020
ISBN:
9789176377826
Formato:
Libro

Descrizione

Grazia Deledda, in lingua sarda, Gràssia o Gràtzia Deledda (1871 – 1936), è stata una scrittrice italiana, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura 1926. È ricordata come la seconda donna, dopo la svedese Selma Lagerlöf, a ricevere questo riconoscimento, e la prima italiana. David Herbert Lawrence, nel 1928, dopo che Deledda aveva già vinto il Premio Nobel, scrive nell'Introduzione alla traduzione inglese del romanzo La Madre: «Ci vorrebbe uno scrittore veramente grande per farci superare la repulsione per le emozioni appena passate. Persino le Novelle di D'Annunzio sono al presente difficilmente leggibili: Matilde Serao lo è ancor meno. Ma noi possiamo ancora leggere Grazia Deledda, con interesse genuino». Parlando della popolazione sarda protagonista dei suoi romanzi la paragona a Hardy, e in questa comparazione singolare sottolinea che la Sardegna è proprio come per Thomas Hardy l'isolato Wessex. Solo che subito dopo aggiunge che a differenza di Hardy, «Grazia Deledda ha una isola tutta per sé, la propria isola di Sardegna, che lei ama profondamente: soprattutto la parte della Sardegna che sta più a Nord, quella montuosa». E ancora scrive: «È la Sardegna antica, quella che viene finalmente alla ribalta, che è il vero tema dei libri di Grazia Deledda. Essa sente il fascino della sua isola e della sua gente, più che essere attratta dai problemi della psiche umana. E pertanto questo libro, La Madre, è forse uno dei meno tipici fra i suoi romanzi, uno dei più continentali».
INDICE:
VERSI E PROSE GIOVANILI
ALTRI VERSIE PROSE GIOVANILI
SANGUE SARDO
MEMORIE DI FERNANDA
VENDETTE D’AMORE
NUORO
LEGGENDE SARDE
STELLA D'ORIENTE
RACCONTI SARDI
L'OSPITE
LE TENTAZIONI
DOPO IL DIVORZIO
LA REGINA DELLE TENEBRE
ANIME ONESTE
LA VIA DEL MALE
AMORI MODERNI
L’OMBRA DEL PASSATO
IL NONNO
SINO AL CONFINE
NEL DESERTO
COLOMBI E SPARVIERI
CANNE AL VENTO
NOSTALGIE
MARIANNA SIRCA
FIOR DI SARDEGNA
IL RITORNO DEL FIGLIO
LA BAMBINA RUBATA
IL VECCHIO DELLA MONTAGNA
NAUFRAGHI IN PORTO
L’EDERA
IL NOSTRO PADRONE
LE COLPE ALTRUI
LA MADRE
I GIUOCHI DELLA VITA
CHIAROSCURO
IL FANCIULLO NASCOSTO
CATTIVE COMPAGNIE
L’INCENDIO NELL’OLIVETO
IL SEGRETO DELL’UOMO SOLITARIO
IL DIO DEI VIVENTI
IL FLAUTO NEL BOSCO
LA DANZA DELLA COLLANA
LA FUGA IN EGITTO
IL SIGILLO D'AMORE
ANNALENA BILSINI
IL VECCHIO E I FANCIULLI
IL TESORO
ELIAS PORTOLU
NELL'AZZURRO
CENERE
LA GIUSTIZIA
LA CASA DEL POETA
IL DONO DI NATALE
GIAFFÀ
IL PAESE DEL VENTO
LA VIGNA SUL MARE
SOLE D'ESTATE
L’ARGINE
LA CHIESA DELLA SOLITUDINE
COSIMA
IL CEDRO DEL LIBANO
Editore:
Pubblicato:
Sep 19, 2020
ISBN:
9789176377826
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Categorie correlate

Anteprima del libro

Grazia Deledda - Grazia Deledda

Grazia Deledda

Opere Complete

di Prosa e Poesia

Grazia Deledda

Opere Complete

di Prosa e Poesia

l’Aleph

Grazia Deledda

OPERE COMPLETE  DI PROSA E POESIA

Edition l’Aleph — www.l-aleph.com

© Wisehouse — Schweden 2020

Alle Rechte vorbehalten.

Kein Teil des Werks darf in irgendeiner Form

(durch Fotografie, Mikrofilm, datenverarbeitende Prozesse oder andere Verfahren) ohne schriftliche Genehmigung des Verlags reproduziert oder unter Verwendung elektronischer Systeme verarbeitet, vervielfältigt oder verbreitet werden.

ISBN 978-91-7637-782-6

INDICE

INDICE

VERSI E PROSE GIOVANILI

~INTRODUZIONE~

~VERSI DAL 1887 AL 1900~

SUL MARE

AMO

IL MIO FIORELLINO

ALTO MERIGGIO

DUE NOVEMBRE

TRISTE NOTTE

PERCHE’?

L’ORA DEI RICORDI

IDILLIO

VERTEX

L’AVE IN MONTAGNA

VIGILIA DI NATALE

MESSA BASSA

SOGNI INVERNALI

MATTINATA DI MARZO

SONETTI DI MONTAGNA

SONETTI D’AUTUNNO

VITA SARDA

FRAMMENTO

MATTUTINO

ULTIMI GIORNI DI MARZO

MINIATURA

PAESAGGI SARDI

LA VIA DEI SOGNI

CIANFRUSAGLIE

VISIONI DI SARDEGNA

VIAGGIO DJ NOZZE IN SARDEGNA

LA LUNA DI MIELE

LA NOTTE DI S. GIOVANNI

PADRE NOSTRO

~PAGINE DI PROSA~

SANGUE SARDO

PRIMO PASSO

TRAMONTO E ALTRE PAGINE

LA CASA PATERNA

RICORDI D’INFANZIA

VITA SILVANA

SULLA MONTAGNA

DAL «CASTELLO DI SANT’ONOFRIO»

CANTI FUNEBRI

CASA NOINA

La VECCHIA CANZONE

«VENDETTE D’AMORE»

PICCOLI POEMI IN PROSA

LEGGENDE DI SARDEGNA

~LEGGENDA PRIMA~

~LEGGENDA SECONDA~

~LEGGENDA TERZA~

SUPERSTIZIONI

PAESAGGI E FIGURE

DA «FIOR DI SARDEGNA»

NATALE

DA UN VECCHIO ALBO

VIAGGIO DI NOZZE

DI NOTTE

MACCHIETTE

IL DOLORE

CAGLIARI

CAPANNA SULL’ORTHOBENE

~LETTERE~

ALL’AM1CA PAOLINA SATTA DI OLZAI

LA PRIMA LETI’ERA ALL’ED. EMILIO TREVES

A MAGGlORINO FERRARlS

AD ANTONIO SCANO

AD A. SCANO e (A. G. SATTA-SEMIDEI)

A STANIS MANCA

A LUIGI CAPUANA

A MARIO RAPISARDI

A SOFIA BISI ALBINI

A RANIERI UGO

A LUIGI FALCHI

ALTRI VERSIE PROSE GIOVANILI

~DAI PRIMISSIMI VERSI~

NOTTE DI PRIMAVERA

TRAMONTO D’AUTUNNO

IL PULEDRO

PERCHÈ?

FANTASIA GRIGIA

~PAGINE DI PROSA TRATTE DAI PRIMISSIMI SCRITTI~

FUOCO

VIGLIACCHERIE FEMMINILI

BAMBINI

PICCOLI POEMI IN PROSA

GONARE

SANGUE SARDO

MEMORIE DI FERNANDA

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

XVI

XVII

XVIII

XIX

XX

XXI

XXII

XXIII

XXIV

XXV

XXVI

XXVII

XXVIII

XXIX

XXX

XXXI

XXXII

XXXIII

XXXIV

XXXV

XXXVI

XXXVII

XXXVIII

XXXIX

XL

XLI

XLII

XLIII

XLIV

XLV

XLVI

XLVII

XLVIII

XLIX

L

LI

LII

LIII

LIV

LV

LVI

LVII

LVIII

LIX

LX

LXI

LXII

LXIII

LXIV

LXV

LXVI

LXVII

LXVIII

LXIX

LXX

LXXI

LXXII

LXXIII

LXXIV

LXXV

LXXVI

LXXVII

LXXVIII

LXXIX

VENDETTE D’AMORE

I.

II.

III.

IV.

V.

NUORO

LEGGENDE SARDE

PREMESSA

IL DIAVOLO CERVO

LA LEGGENDA DI AGGIUS

LA LEGGENDA DI CASTEL DORIA

IL CASTELLO DI GALTELLÌ

LA LEGGENDA DI GONARE

SAN PIETRO DI SORRES

LA SCOMUNICA DI OLLOLAI

MADAMA GALDONA

PROLOGO

I TRE FRATELLI

MONTE BARDIA

LA NASCITA DELLE ‘LEONEDDAS’ (VECCHIA LEGGENDA MUSICALE)

SAN MICHELE ARCANGELO

NOSTRA SIGNORA DEL BUON CONSIGLIO

STELLA D'ORIENTE

~PROLOGO~

I

II

III

IV

~PARTE PRIMA~

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

~PARTE SECONDA~

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

XVI

XVII

XVIII

RACCONTI SARDI

DI NOTTE

IL MAGO

ANCORA MAGIE

ROMANZO MINIMO

LA DAMA BIANCA

IN SARTU

IL PADRE

MACCHIETTE

L'OSPITE

L'OSPITE

UN GIORNO

DON EVÉNO

DUE MIRACOLI

LE TENTAZIONI

I MARVU

UN PICCOLO UOMO

L'ASSASSINO DEGLI ALBERI

ZIA JACOBBA

DONNA JUSEPA

LE TENTAZIONI

NEL REGNO DELLA PIETRA

DOPO IL DIVORZIO

~PARTE PRIMA~

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

~PARTE SECONDA~

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

XVI

XVII

LA REGINA DELLE TENEBRE

LA REGINA DELLE TENEBRE

IL BAMBINO SMARRITO

LE DUE GIUSTIZIE

LA GIUMENTA NERA

SARRA

ANIME ONESTE

L'ARRIVO

I PRIMI GIORNI

LA VITA IN FAMIGLIA

TRE ANNI DOPO

CESARIO. – IL CORREDO

LE NOZZE

LE PASSIONI

COMINCIA IL DRAMMA

IL SACRIFIZIO

CAPO D'ANNO

LA LONTANANZA

LE ANIME ONESTE

LA VIA DEL MALE

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

XVI

XVII

XVIII

XIX

XX

XXI

XXII

XXIII

AMORI MODERNI

AMORI MODERNI

COLOMBA

L’OMBRA DEL PASSATO

~PARTE PRIMA~

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

~PARTE SECONDA~

I

II

III

IV

V

VI

VII

IL NONNO

IL NONNO

SOLITUDINE!

NOVELLA SENTIMENTALE

POVERI E RICCHI

L'APPARIZIONE

OZIO

BALLORA

IL SOGNO DEL PASTORE

LA LEPRE

CATTIVE COMPAGNIE

IL CICLAMINO

LA MEDICINA

SINO AL CONFINE

~PARTE PRIMA~

I

II

III

~PARTE SECONDA~

I

II

III

~PARTE TERZA~

I

II

III

~PARTE QUARTA~

I

II

III

NEL DESERTO

~PARTE PRIMA~

I

II

III

IV

V

VI

~PARTE SECONDA~

I

II

III

IV

~PARTE TERZA~

I

II

III

COLOMBI E SPARVIERI

~PARTE PRIMA~

~PARTE SECONDA~

~PARTE TERZA~

CANNE AL VENTO

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

XVI

XVII

NOSTALGIE

~PARTE PRIMA~

I

II

III

IV

V

VI

~PARTE SECONDA~

I

II

III

~PARTE TERZA~

I

II

III

IV

MARIANNA SIRCA

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

FIOR DI SARDEGNA

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

XVI

XVII

XVIII

XIX

XX

XXI

XXII

XXIII

XXIV

XXV

XXVI

XXVII

XXVIII

XXIX

XXX

XXXI

XXXII

XXXIII

XXXIV

XXXV

XXXVI

XXXVII

XXXVIII

IL RITORNO DEL FIGLIO

LA BAMBINA RUBATA

IL VECCHIO DELLA MONTAGNA

NAUFRAGHI IN PORTO

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

XVI

XVII

L’EDERA

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

IL NOSTRO PADRONE

~PARTE PRIMA~

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

XVI

XVII

XVIII

~PARTE SECONDA~

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XVI

XVII

XVIII

LE COLPE ALTRUI

~PARTE PRIMA~

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

~PARTE SECONDA~

I

II

III

IV

V

VI

VII

IX

XI

XII

XIII

LA MADRE

I GIUOCHI DELLA VITA

PER RIFLESSO

FREDDO

PER LA SUA CREATURA

PASQUA

LA MORTE SCHERZA...

I GIUOCHI DELLA VITA

PADRE TOPES

IL VECCHIO SERVO

IL FERMAGLIO

LO STUDENTE E LO SCOPARO

COLPI DI SCURE

MENTRE SOFFIA IL LEVANTE

CHIAROSCURO

CHIAROSCURO

LE TREDICI UOVA

UN GRIDO NELLA NOTTE

IL CINGHIALETTO

LA PORTA APERTA

LA PORTA CHIUSA

IL NATALE DEL CONSIGLIERE

PADRONA E SERVI

LE SCARPE

AL SERVIZIO DEL RE

LA SCOMUNICA

L'UOMO NUOVO

LASCIARE O PRENDERE?

LA VOLPE

LA CERBIATTA

LA FESTA DEL CRISTO

UN PO' A TUTTI

LIBECCIO

LA MOGLIE

I TRE FRATELLI

L'ULTIMA

LA VIGNA NUOVA

IL FANCIULLO NASCOSTO

IL FANCIULLO NASCOSTO

IL TESORO

SOTTO L'ALA DI DIO

LA PARTE DEL BOTTINO

LA PORTA STRETTA

LA MARTORA

IL PADRONE

RITORNO

IL PRIMO VIAGGIO

LA VESTE DEL VEDOVO

IL VOTO

L'USURAIO

LA CROCE D'ORO

DRAMMA

QUELLO CHE È STATO È STATO

LA POTENZA MALEFICA

L'AUGURIO DEL MIETITORE

LA CASA MALEDETTA

IL CUSCINO RICAMATO

LO SPIRITO DEL MALE

SELVAGGINA

LA FATTURA

FIABA

UN UOMO E UNA DONNA

LE PRIME PIETRE

CATTIVE COMPAGNIE

SOLITUDINE!

NOVELLA ROMANTICA

L’APPARIZIONE

OZIO

BALLÒRA

IL SOGNO DEL PASTORE

LA LEPRE

CATTIVE COMPAGNIE

LA MEDICINA

L’INCENDIO NELL’OLIVETO

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

IL SEGRETO DELL’UOMO SOLITARIO

IL DIO DEI VIVENTI

IL FLAUTO NEL BOSCO

POVERI

BRINDISI

IL FLAUTO NEL BOSCO

UN DRAMMA

I BENI DELLA TERRA

IL TORO

LA MADONNINA DEGLI INVOLTI

VERTICE

DIO E IL DIAVOLO

L'AGNELLO PASQUALE

L'ANELLO CHE RENDE INVISIBILI

TREGUA

DOMANI

GIUSTIZIA DIVINA

IL CANE IMPICCATO

IL TESORO

I DUE

LA LETTERA

AMICIZIA

ONESTO

IL NOSTRO GIARDINO

DICHIARAZIONI

DISCESA DALLE NUVOLE

CURA

CARBONE FOSSILE

IL CIPRESSO

IL CANE

LA DANZA DELLA COLLANA

LA FUGA IN EGITTO

IL SIGILLO D'AMORE

IL PORTAFOGLIO

A CAVALLO

DEPOSIZIONE

LA RIVALE

LA SEDIA

LA TERRAZZA FIORITA DI ROSE

LA PALMA

LA TARTARUGA

UCCELLI DI NIDO

CURA DELL'AMORE

UN PEZZO DI CARNE

ECCE HOMO

IL NOME DEL FIUME

BIGLIETTO PER CONFERENZA

PICCOLINA

IL NEMICO

IL TESORO DEGLI ZINGARI

VIALI DI ROMA

IL VIVO

IL PASTORE DI ANATRE

IL FIGLIO DEL TORO

LO SPIRITO DENTRO LA CAPANNA

LA PRIMA CONFESSIONE

IL LEONE

ACQUAFORTE

STRADE SBAGLIATE

MATTINO DI GIUGNO

IL SIGILLO D'AMORE

ANNALENA BILSINI

IL VECCHIO E I FANCIULLI

IL TESORO

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

ELIAS PORTOLU

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

NELL'AZZURRO

VITA SILVANA

SULLA MONTAGNA

MEMORIE INFANTILI

UNA TERRIBILE NOTTE

LA CASA PATERNA

CENERE

~PARTE PRIMA~

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

~PARTE SECONDA~

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

LA GIUSTIZIA

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

LA CASA DEL POETA

IL FIDANZATO SCOMPARSO

IL BACIO DEL GOBBINO

LA LEGGENDA DI APRILE

LA PROMESSA

IL SICARIO

BATTESIMI

LA CASA DEL POETA

FAMIGLIE POVERE

VETRINA DI GIOIELLIERE

FERITI

STORIA DI UN CAVALLO

COSE CHE SI RACCONTANO

BORSE

L'AQUILA

IL LUPO NEL BAULE

PACE

IL TERZO

DENARO

TRAMONTI

L'AMICO

LA SORGENTE

IL CIECO DI GERICO

COMPAGNIA

LA MORTE DELLA TORTORA

SEMI

LA ROMA NOSTRA

LA NOSTRA ORFANELLA

LA FORTUNA

LA GHIRLANDA DELL'ANNO

IL DONO DI NATALE

IL DONO DI NATALE

COMINCIA A NEVICARE

FORSE ERA MEGLIO...

L'ANELLINO D'ARGENTO

LA CASA DELLA LUNA

IL PANE

IL CESTINO DELLO ZIBIBBO

IL VOTO

MIRELLA

IL PASTORELLO

LA STORIA DELLA CHECCA

IL MIO PADRINO

I LADRI

CHI LA FA L'ASPETTI

LA FANCIULLA DI OTTÀNA

IL VECCHIO MOISÈ

LA SCIABICA

GIAFFÀ

PRIME AVVENTURE DI GIAFFÀ

ULTIME AVVENTURE DI GIAFFÀ

NOSTRA SIGNORA DEL BUON CONSIGLIO

LE DISGRAZIE CHE PUÒ CAUSARE IL DENARO

SON GIAFFÀ O NON GIAFFÀ?

IL PAESE DEL VENTO

LA VIGNA SUL MARE

IL RIFUGIO

TESORI NASCOSTI

LA VIGNA SUL MARE

LA DONNA NELLA TORRE

FESTA NEL CONVENTO

IL VESTITO DI SETA CANGIANTE

IL PICCIONE

NATURA IN FIORE

GIOCHI

VOLI

IL GALLO DI MONTAGNA

MEZZA GIORNATA DI LAVORO

L'ARCO DELLA FINESTRA

FILOSOFO IN BAGNO

IL SOGNO DI SAN LEO

L'AVVENTORE

LA CASA DEL RINOCERONTE

LA ZIZZANIA

RACCONTI A GRACE

I PRIMI PASSI

PARTITE

IL SEGRETO DI MOSSIÙ PERÒ

IL SESTO SENSO

CONTRATTO

INVERNO PRECOCE

RITORNO IN CITTÀ

SOLE D'ESTATE

BONACCIA

CINQUANTA CENTESIMI

LO SPIRITO DELLA MADRE

LUNA DI SETTEMBRE

UNA CREATURA PIANGE

IL VESTITO NUOVO

IL MOSCONE

CACCIA ALL'UOMO

OCCHI CELESTI

SCHERZI DI PRIMAVERA

LA MADONNA DEL TOPO

L'OSPITE

LEONE O FAINA

I DIAVOLI NEL QUARTIERE

NOZZE D'ORO

LA TOMBA DELLA LEPRE

STORIA D'UNA COPERTA

L'ANELLO DI PLATINO

ELZEVIRO D'URGENZA

LO STRACCIAIOLO DEL BOSCO

IL TAPPETO

LA CHIESA NUOVA

LA GRAZIA

NUMERI

THÉROS

L’ARGINE

PARTE PRIMA

PARTE SECONDA

PARTE TERZA

PARTE QUARTA

LA CHIESA DELLA SOLITUDINE

COSIMA

IL CEDRO DEL LIBANO

IL GIUOCO DEI POVERI

CUORI SEMPLICI

VECCHI E GIOVANI

LA GRACCHIA

FERRO E FUOCO

TRASLOCO

CACCIA ALL'ANATRA

IL CAMINO

L'UCCELLO D'ORO

L'ESEMPIO

IL POSTO

VENTO DI MARZO

LA MIA AMICA

LA STATUETTA DI SUGHERO

LA MELAGRANA

AGOSTO FELICE

NEL MULINO

LA FUGA DI GIUSEPPE

LA LETTERA

ORNELLO

SOTTO IL PINO

IL GALLO

IL SIGNORE DELLA PENSIONE

IL CEDRO DEL LIBANO

BALLO IN COSTUME

FORZE OCCULTE

LE BESTIE PARLANO

L'ANGELO

I GUARDIANI

VIA CUPA

MEDICINA POPOLARE

VERSI E PROSE GIOVANILI

(1938)

~INTRODUZIONE~

Di Antonio Scano

La ‘piccola Grazia’

Questa è una raccolta di pagine tratte dalla primissima produzione della piccola Grazia.

Molto utile, per l’esatta valutazione dell’opera dei grandi scrittori, è risalire all’origine della loro iniziale formazione intellettiva, scrutare i moventi psicologici che hanno valso a dare un particolare aspetto al loro ingegno creativo, e ricer-care quali furono i primi germi che portarono allo sviluppo di una feconda fioritura. «È interessante vedere – scriveva la stessa Grazia – come scrittori di fama abbiano tentato i primi passi, quando si ha modo di afferrare i segni che de-terminarono l’originalità artistica degli scrittori stessi».

Nei riguardi della nostra grande scrittrice, questa inda-gine, benché non molto difficile, è stata fatta da pochi. Essa stessa ci offre vastità di elementi per valutare, fin dall’inizio, la potenzialità dell’ingegno nativo nei vari mo-menti di sviluppo, e le ragioni di una sempre più progre-diente ascensione. In molte pagine dei suoi primi scritti, si possono trovare i promettenti segni d’un’ardita evoluzione mentale, le linee direttive degli ideali verso cui tendeva l’anima giovinetta, e i motivi intimi ed esteriori che val-sero ad agevolare lo svolgimento della sua mirabile attività intellettuale.

Soli o questo aspetto, il presente volume ha un valore che supera quello strettamente letterario: specialmente dalle lettere agli amici, nelle quali, in intimità di confidenza, ri-versava la pienezza delle sue aspirazioni e del suo tormento e i fremiti e i sorrisi del suo spirito sognante, si può trarre un largo materiale atto a far conoscere l’originario fonda-mento della sua natura artistica, la passione ispiratrice del suo pensiero, il continuo evolversi delle sue idealità, verso mète sempre più alte. Alcuni dei pregi più caratteristici che si riscontrano nelle pagine posteriori della grande scrittrice, e anche qualche difetto, come l’esuberante coloritura pae-sistica, affiorano, in forma embrionale, in questi primissimi scritti, che sono quindi valevoli, per un osservatore acuto, a studiar meglio la genesi, lo sviluppo e i rapporti del pen-siero, antico e nuovo, emanante da un ingegno che dovea spandere intorno a sé tanta luce di bellezza.

Un coefficiente di singolare importanza, per una tale in-dagine psicologica e artistica, lo si trova anche nelle pagine postume di Cosima, nelle quali la stessa Grazia, sotto il trasparente velo del finto nome, ci narra le vicende, spesso poco liete, della propria infanzia, là nella piccola casa di Nuoro, i primi slanci della fantasia verso un mondo per lei ancora ignoto, l’originaria passione dello scrivere in un ambiente poco propizio, anzi del tutto ostile.

Si possono in queste pagine intravvedere gli elementi iniziali e costitutivi di quella forza che dovea portare la giovine scrittrice a un avvenire di grandezza: e si inten-dono le sue impressioni d’incanto dinanzi alla suggestiva visione di quello scenario montano e silvestre, che essa avea dinanzi agli occhi, e che dovrà, più tardi, riprodurre, con vivezza di colore, nello sfondo dei quadri nei quali si muovono le creature dei suoi romanzi

La fanciulla volge molto presto lo sguardo sugli aspetti di vita che la circondano: «Tutto è straordinario per lei – dice parlando di sé stessa in Cosima – pare venuta da un mondo diverso da quello dove vive, e la sua fantasia è piena di ricordi confusi di quel mondo di sogno, mentre la realtà di questo non le dispiace, se la guarda a modo suo, cioè con i colori della fantasia».

Colori della fantasia che la fanciulla, appena quindicenne, si fa a rappresentare sulla carta, e cerca di dar loro pubblicità. «A Cosima salta nella testa chiusa ma ardita di mandare una novella al giornale l’Ultima Moda con una letterina piena di graziose esibizioni, come, per esempio, la dipintura della sua vita, del suo ambiente, delle sue aspirazioni, e soprattutto con forti e prodi promesse per il suo avvenire, il direttore, nel pubblicare la novella, presentò al mondo dell’arte, con no-bile slancio, la piccola scrittrice, e sùbito la invitò a mandare altri lavori».

In sèguito a tale incitamento sente più forte lo stimolo di farsi avanti. Scrive un romanzo: Rosa di macchia. Quando è finito, Cosima lo sente palpitare vivo tra le sue mani fredde, come un uccello che le sguscia fremente fra le dita e vola a sbatter le ali contro i vetri chiusi delle finestre.

Ora che ha preso l’aire, la fanciulla non si fermerà più: scrive, scrive sempre: e le viene lo spunto per un altro ro-manzo, attinto dal vero: Rami caduti. La fortuna questa volta le arrise completa. Ella tentò presso un editore di una certa notorietà che non solo accettò e pubblicò il romanzo, ma lo fece accompagnare dalla prefazione di uno scrittore illustre: ed ecco d’un tratto la figura di Cosima balzare sull’orizzonte letterario, circonfusa d’un’aureola quasi di mistero. «Mistero creato dalla lontananza di lei e della sua terra, dalle vaghe notizie della sua vita quasi selvatica, ma sopra tutto dalla forza ingenua e nello stesso tempo vigorosa del suo racconto, dalla sua prosa scorretta e primitiva, ep-pure efficace, e dall’evidenza dei suoi personaggi».

Attraverso quindi la finzione di Cosima si possono in-travvedere quelli che furono in origine primi sintomi e i fecondi germi che facevano presentire lo schiudersi della rigogliosa fioritura della passione che doveva condurla al successo: il corredo però di elementi specifici e particola-ristici al riguardo si restringe, in queste pagine postume, a brevi accenni, ed è scarso e incompleto anche in quelle dei biografi. Si è cercato sì da qualcuno di essi di scrutare nella sua vita di fanciulla, quando – com’essa scriveva – «la so-litudine e i sogni la circondavano e la investivano quasi in una larga onda di luce lunare». Ma in questi tentativi di sondaggio non si penetrò in fondo, e non si colsero che segni indistinti, affioranti alla superficie, non sufficienti a lasciar intravvedere l’intima essenza della futura opera dell’artista.

Da parte nostra abbiamo cercato di riunire, nella presente raccolta, gli elementi illustrativi valevoli per una attenta rappresentazione della sua giovanile attività, e di allargare, con adeguati complementi, le poche notazioni che si tro-vano nelle pagine di Cosima.

L’ambiente, la casa, il paesaggio.

È da premetter sùbito che non ci troviamo di fronte ad uno di quei fenomeni di precocità intellettuale, spesso fal-laci, che vanno sotto la denominazione di fanciulli prodi-gio: la piccola Grazia fu solo una fanciulletta sveglia d’in-gegno, istintiva, tenace: qualità queste che in larga misura si riscontrano fra i nati della sua asprigna regione barbara-cina, dove pare siansi conservate intatte, attraverso i mil-lenni, le caratteristiche singolari della primigenia stirpe isolana. «L’anima mia – ha detto essa stessa in Paese del vento – è un po’saracena, un po’orientale. Come una be-duina che pur dal limite della sua tenda intravvede, ai con-fini del deserto, i miraggi d’un mondo fantastico, racco-glievo negli occhi il riflesso della vastità ardente dell’oriz-zonte, che al cadere della sera ha i colori della mia iride».

Così per virtù di quel processo di assimilazione che av-viene nelle sensibili anime adolescenti, essa era rimasta tutta penetrata dal chiaro riflesso della natura e delle cose su cui spaziavano i suoi occhi, e si erano come fusi in lei tutti gli elementi rappresentativi dell’umanità che le viveva accanto.

Onde, ben a ragione, uno dei primi esaltatori della gio-vanissima scrittrice, E. Aguenin, faceva notare, in un arti-colo su la Revue des deux Mondes, come l’origine della sua sincerità artistica debba ricercarsi nella compenetra-zione operatasi in lei, fin dall’infanzia, dell’anima della sua terra: «Si merveilleusement douée que soit Grazia De-ledda, ce mérite exceptionnel d’exactitude spontanée ne s’expliquerait pas si elle avait abordé la Sardaigne avec une curiosité déjà en évell et une intelligence déjà formée. Pour refléter un pays et un peuple avec tant de sincérité, pour appliquer sans effort à les représenter avee des quali-tés si diverses d’observation, de sensibilité, d’imagination, il faut que ces qualités se solent, en quelque sorte, identi-fiées à leur objet: il faut que, dès l’enfance, l’esprit se soit assimilé à la matière de l’oeuvre future».

Nuoro, cuore di Barbagia e di Sardegna, dove essa era nata, conservava ancora quei caratteri ambientali e deco-rativi di un’epoca trapassata che davano alla piccola città come un senso di sospensione nel tempo: un groviglio di viuzze e di vicoletti pietrosi che sapevano di rupestre sfo-cianti nell’arteria principale che ne attraversava il centro.

Nello sfondo, l’amplissima linea d’arco dell’orizzonte, interrotta qua e là da appuntite e frastagliate cime di mon-tagne ferrigne e rossastre; e, incombente sull’abitato, l’ar-duo greppo dell’Orthobene, tutto canoro di fonti fra le om-bre degli elci solenni, e saettato sulla sommità, nell’az-zurra chiarezza dei cieli, dai precipiti voli degli astori e dei falchetti.

Fieri d’animo gli abitanti, bronzei, adusti, diritti, scarni di membra, dal profilo duro e staccato, vibranti congegni di muscoli e di nervi: figure ieratiche dell’antico Testa-mento: grave il gesto, imaginoso l’eloquio: nostalgici e contemplativi: con lo spirito dominato, ora da un oscuro senso di superstizioso fatalismo e da impeti tragici di affo-cate passioni, ed ora illuminato da puri riverberi di intima celata sensività: usanze, leggende, tradizioni, riti, soffusi di sfumati toni arcaici, echi e riflessi di remote lontananze di evi.

«Il quadro della mia infanzia e della mia giovinezza – scriveva essa ad Onorato Roux – mi appare come un qua-dro biblico, popolato di figure patriarcali, primitive, alcune nobilissime, altre violente, con uno sfondo di paesaggio montuoso e pittoresco»

La fanciulla le vedeva sempre, queste figure, passare nell’ospitale casa paterna, aperta a tutti, e dove venivano a prender consiglio o a trattar d’affari col padre suo, uomo intelligentissimo e di bontà eccezionale, che aveva fiducia in tutti e di tutti aveva pietà. Era un incessante movimento scenografico di nobili, di popolani, di pastori, di donne giovani e anziane, reso attraente dalla bellezza dei costumi tradizionali, ricchi di ornamento e di colori, dalla varietà fisiognomica dei tipi delle diverse contrade.

Spesso però la fanciulla si isolava nella sua bianca e nu-da cameretta, al primo piano della casa, in cui viveva la sua vita di lavoro e di sogno, tra piccoli ricami e accanite letture, o scombiccherando i suoi primi saggi su quel tavo-lino ch’essa ricorda, con un senso di nostalgica tenerezza in Casa paterna: «Non mi assido una volta davanti a un tavolino per scrivere, senza ricordarmi di quello ove scrissi i miei còmpiti, ove studiai le mie lezioni, scrissi le mie prime lettere, ove schizzai tante figurine, tanti paesetti, ove finalmente scrissi la prima novella. Caro e benedetto tavo-lino! Allorché mi assidevo accanto a te, scordavo tutto il resto del mondo che mi circondava: tu eri il mio confi-dente, il mio ispiratore, il mio compagno di studio e di la-voro, ed io ti amavo come un amico d’infanzia, come un essere vivente».

E si rifugiava pure là, nell’ombroso e verdeggiante orto paterno, sotto il bel pergolato cinto da un fitto groviglio di fusti e di ramaglie, che, alla fioritura, le inviavano, insieme all’acuta fragranza dei cespi di menta che orlavano i pic-coli viali, un sano profumo di campo.

Bel posto, bei giorni ch’erano tutto una poesia: ogni ora un verso, ogni giorno una strofa armoniosa, con la fantasia piena di infiniti indistinti sogni, tutto azzurro e sorrisi. «L’anima si apriva lentamente da sola, ora per ora, foglio per foglio, come la rosa centifoglia che pareva aperta del tutto, mentre conservava fino in ultimo, nel suo centro, qualche petalo ancor chiuso».

Primi tentativi romantici.

Queste prime impressioni di luoghi e di persone, se pure la penetrarono tutta, non furono quelle che le suscitarono, in un primo tempo, la passione dello scrivere. La fanciulla non credeva che la descrizione di questo mondo, così an-gusto e così chiuso, potesse destare interessamento o eser-citare attrazione di sorta su lettori estranei od ignari. Troppo era essa imbevuta delle narrazioni fiabesche e della lettura di romanzi fantastici e avventurosi, perché non si sentisse del tutto trasportata in questo mondo ir-reale, dove la fervida imaginazione poteva liberamente va-gare, senza l’inceppamento delle umili cose che vedeva e dei fatti quotidiani che le si svolgevano intorno.

Fu piuttosto questo piacere della lettura che destò in lei il desiderio di scrivere. E cominciò con due racconti, La pesca miracolosae il Castello di San Loor, pubblicati in un quotidiano di Sassari, il primo è quasi una novellina per bambini, forse ricordo di qualche narrazione scherzosa, udita a veglia: pescatori che credono di essersi imbattuti in un grande ammasso di pingui anguille, secondo appariva loro nella trasparenza dell’acqua del fiume, e che quando, pieni di speranza per la ricca preda, tirano sù le reti, riman-gono delusi e mortificati, perché non pescano... che un gro-viglio di fini rami secchi. Inganno delle apparenze!

L’altro racconto è una storia di idillici e tragici amori fra castellani e castellane del Medio Evo, con largo contorno di gelosie, di vendette, di prigionie, di rapimenti, di veleni: cose tutte veramente «orripilanti», che le si agitano fanta-sticamente intorno, forse per la lettura dei romanzi, allora in voga, di Anna Radeliffe e di Carolina Invernizio.

Fa seguito, poco dopo, un romanzo Stella d’Oriente, pub-blicato dapprima in appendice su un quotidiano di Cagliari, e poi in un volume di oltre 130 pagine, e con l’aggiunta, al proprio nome, del pseudonimo llia di Saint Ismall. Narra-zione a sfondo romantico sentimentale, di un’ingenua esu-beranza costruttiva che potrebbe dirsi «chiassosa», per l’intreccio tutto a colpi di scena e per una certa disinvoltura spavalda nel dipanare le più intricate situazioni

L’azione si svolge a Napoli e a Roma, fuori quindi dei luoghi a lei noti, non essendo essa mai ancora uscita dai confini della città natale: niente creature di quelle che le erano accanto, ma baroni, conti, marchesi che si muovono sulla scena con visibile impaccio, in ambienti lussuosi di ricchi palazzi signorili, descritti secondo le letture di cui era imbevuta: «Erano sontuosi appartamenti, addobbati da artisti con tappezzerie di Beauvais, dalle alte specchiere veneziane, dai morbidi tappeti di Puschah, dai ricchi mo-bili alla Luigi XVI, di velluto di Utrecht e di legni orientali, dai quadri preziosi firmati da grandi artisti fiamminghi e italiani, da porcellane di Meiss». E così, altre descrizioni del genere, di ambienti a lei ignoti, per cui si trova a disa-gio anche per farvi muovere i personaggi della sua fanta-sia. Ma con Stella d’Oriente finisce senz’altro questo pri-missimo periodo della produzione letteraria, può dirsi «ar-tificiale» della piccola scrittrice, e di cui più tardi sorriderà essa stessa scrivendone ai suoi «amici fedeli». Mentre li metteva a parte degli ultimi successi, aggiungeva: «Lo avrebbero creduto i miei buoni amici, quando pubblica-vo... per la malvagità delinquente di chi le stampava, le Stelle d’Oriente e... d’Occidente?».

Nuovo orientamento.

Dopo Stella d’Oriente le sue tendenze artistiche segnano un nuovo orientamento, con la rappresentazione della vita quale essa vedeva svolgersi sconsolata e chiusa entro zone d’ombra o teneramente suggestiva fra puri lembi di cielo.

Non più spiragli aperti a vagabondaggi fantastici e ro-mantici, o a motivi che traggano impronta e riflesso da confusionarie letture, ma incipiente opera creativa con un avvicendarsi di toni ora pieni di freschezze musicali, ora terrificanti per impeti di singulti e di agonie.

Scrive, scrive senza posa, quasi tema che il tempo possa sfuggirle: e sono racconti, scene campestri, tradizioni po-polari, usi e costumi, leggende che manda a giornali e ri-viste di Sardegna e di fuori.

Pubblica un volumetto di novelle e di ricordi, Nell’az-zurro, presso l’editore Trevisini di Milano, il quale non solo ne aveva accettato la stampa, ma compensò la scrit-trice «con la cospicua somma di cinquanta lire (senza per-centuali, s’intende)» come essa stessa ricorda soggiun-gendo: «E che la femminilità non fosse spenta in me dalla smania di scrivere, come pretendevano i miei amici, lo prova il fatto che il primo acquisto pagato coi guadagni letterari fu quello di un fazzoletto di seta, azzurro, che av-volto intorno alla mia testa, dava risalto al nero dei capelli, e procurò alla scrittrice la prima dichiarazione d’amore».

Poco dopo, presso l’editore Perino di Roma, pubblica al-tri due racconti, Amore Regalee Fior di Sardegna, nei quali sono ancora visibili i segni dell’arte adolescente, nell’artificiosità delle situazioni, nell’ingenuità inventiva, nelle improprietà linguistiche: la fanciulla trascinata dalla furia dell’improvvisazione, non rivede le sue cose, né si cura di evitare lungaggini o deviazioni.

Ma certe tenui smorzature, certi rilievi e scorci caratteri-stici, lasciano intravvedere, nella loro pronta freschezza, il sorgere di quell’acuto spirito di osservazione che darà se-gni inconfondibili nella sua arte futura; e già si scorgono, in qualcuna di queste pagine, le tracce di quella forza di sentimento e di conturbante fierezza da cui saranno in seguito dominate le sue creature.

Più che tutto è notevole – come si può scorgere in qual-cuna delle pagine riportate nel presente volume – la rap-presentazione del paesaggio, in cui pur tra il luccichìo di ornamenti verbali, vi è qualche richiamo significativo fra l’inanimata esteriorità delle cose e l’intimo riflesso dello spirito: e vi tremano già i primi esili brividi di un senti-mento responsivo, con intimità di riferimenti e di rapporti, tra la natura e l’anima umana.

Vive la giovine scrittrice di un’intensa vita interiore ma-turando inconsciamente nella solitudine le idee che le sono suggerite dalla visione delle cose, degli uomini, della natura. «La mia esistenza – scrive ella stessa – era straordinaria-mente solitaria: io andavo spesso in campagna e passavo ore ed ore nella contemplazione d’un albero, di una roccia, os-servando il volo degli uccelli o il passaggio d’una nuvola». In Fior di Sardegna, attraverso una certa atmosfera troppo azzurra e perlacea, iridata da un’insistente luce lunare, si ode qualche piccolo grido di rondine e vi si insinuano dolci voci sommesse che si spengono fra abbandoni di carezze femminili. Anche qui si è in pieno ambiente sardo: oramai esso sarà lo sfondo di tutta la sua produzione. Essa stessa così ne scriveva ad uno dei suoi amici: «La scena di questo mio romanzo è in Sardegna, in una piccola città e si svolge parte fra i monti e parte in riva al mare. Ritrae fedelmente la vita signorile sarda, tutta diversa da quella del continente e che può molto interessare. Descrivo fedelmente i nostri ori-ginali e bizzarri costumi, gli splendidi sconosciuti paesaggi, gli usi le passioni, i tipi, tutto il meglio insomma che può essere di attrazione per il pubblico».

Fervore di lavoro

La giovine narratrice segue oramai la nuova via nella quale procederà ancora da sola, ma su di un solido terreno su cui il suo piede poserà più sicuro

La stessa libera formazione culturale, in uno spinto at-tento e riflessivo come il suo, dovrà poco per volta portare, per uno sforzo interiore di sviluppo e di espansione, e fuori d’ogni costrizione di scuola, ad una forma d’arte autonoma e senza derivazioni, aderente alla sua terra e alla sua gente: e intanto il suo istinto di narratrice si affinerà a contatto delle umili persone del popolo, che hanno l’arte, ch’è in loro schietta natura, di raccontare i fatti, a distesa, con agi-lità e scioltezza in confidente abbandono.

E mentre con un certo piglio psicologico consapevole si accinge all’introspezione spirituale delle sue creature, at-tenua anche le tonalità coloristiche del paesaggio, lo fissa in segni più nitidi e in linee più sobrie, curando sempre più il già iniziato processo di fusione tra l’anima della terra e quella dell’uomo

La sua operosità non ha requie: collabora assiduamente – come appare anche dalle indicazioni segnate a pie’di non poche pagine di questo volume – in un’infinità di ras-segne e di periodici: La Tribuna illustrata, l’O di Giotto, la Natura ed Arte, la Rivista per le signorine, il Paradiso dei bambini: pubblica Leggende nella «collezione per il mondo piccino» del Sandron di Palermo: il suo nome ap-pare di frequente in tutte le Riviste letterarie Isolane: Vita Cagliaritana, Sardegna Letteraria, Piccola Rivista, Vita Sarda, Terra dei Nuraghes e altre.

Si possono, in tutte queste pubblicazioni, spigolare mol-te cose che valgono a raccordare la successiva formazione letteraria della scrittrice con le sue prime impressioni ed espressioni letterarie giovanili.

Sono luoghi ch’essa ha veduto, persone che le si sono fissate nel ricordo, sensazioni che ha realmente provato: ogni narrazione ha referenza con il suo mondo o con la sua vita vissuta: ogni figura, ogni imagine, ogni quadro, tutto è ricordo e rievocazione.

Il materiale che si offre alla sua indagine è da lei pla-smato in forme ancora scabre e rudi, sbozzate appena, ma è lo stesso che più tardi apparirà in altre figurazioni piene di movimento e di vita, ricreate dalla mano esperta della grande artista.

Ma mentre l’animosa giovinetta moveva alla conquista di quella seducente realtà vagheggiata nei suoi sogni, l’in-comprensione dei conterranei e l’aperta ostilità di qual-cuno di essi, che credeva riscontrare sé poco benevolmente ritratto fra i Tipi e Le Macchiette ch’essa andava pubbli-cando, la riempivano di amarezza.

A questa pena che un po’la sconvolse, essa accenna in Casa paterna: «Avevo pubblicato i miei primi lavori, i miei primi bozzetti: prima di vedere il mio nome stampato, fulgidi sogni, larve dai mantelli di raso e incoronate di fiori avevano popolato la mia mente, tanto più che molti mi ave-vano incoraggiata a entrare in questa via, sulle prime così difficile e spinosa, dicendomi: – Avanti la gloria è lì vicina. Figuratevi quindi il mio dolore, la mia rabbia, la mia delu-sione, quando i miei primi lavori furono accolti in una ter-ribile guisa, e mi valsero le risate, le censure, la maldi-cenza, specialmente delle donne. Fu un terribile colpo per me, piansi e mi pentii di questo passo, e confusa, scorag-giata, delusa, decisi di ritirarmi e di non scrivere mai più».

Ma lo scoraggiamento fu di corta durata. Poco dopo in-viava a Stanis Manca, la lettera riportata qui nel volume, ch’è una viva pagina autobiografica da cui limpidamente traspare la grande sensibilità, ma anche la forza e la sal-dezza d’animo, della piccola Barbaricina. E prosegue im-pavida nella sua via, con sempre maggior lena, e con la mente e il cuore tesi ad ogni vibrazione di vita. Sembra trovi nello sforzo del lavoro intellettuale una pronta con-solazione, e che nell’Arte, intelligenza attiva e creatrice di vita, vegga il miglior scopo della propria esistenza.

Non per nulla scorreva nelle sue vene sangue nuorese: anima inquieta e ardente, la fanciulla aveva la tenacia della sua razza, e chiudeva in sé una potenza formidabile, per cui essa poteva dire, come la sua Maria di Magda ne La Regina delle tenebre: «Domani io comincierò a lavorare, e il mio lavoro sarà come il còmpito di quei lavoratori che incendiano la montagna, illuminando la notte e fecon-dando la terra. Io descriverò questa notte, io scriverò la sto-ria della mia anima: e il mondo, la vita, l’amore vivranno nella mia opera. E nulla la distruggerà più».

Intanto, dietro invito del De-Gubernatis e per conto della Società per il Folklore Italiano, si dà intensamente a stu-diare le tradizioni del suo popolo, di questo piccolo mondo antico, cercando di indagarne gli atteggiamenti dello spi-rito in confronto alle misteriose suggestioni del passato.

Un materiale imponente – per quanto si riferisce alla Barbagia di Nuoro – costituito di leggende e novelle popo-lari, di scongiuri, di preghiere, di riti, di ninne nanne, di auguri, di proverbi fu da lei raccolto personalmente ponen-dosi a contatto con le umili classi, specialmente rurali, che sono il serbatoio di tutte le antiche tradizioni, e traman-dano, di generazione in generazione, il tesoro della millenaria esperienza e sapienza, in cui, sotto l’esteriorità della parola, si nasconde una verità largamente e profon-damente umana.

Invocava in pari tempo fervidamente, come si apprende dalle lettere che qui si pubblicano, la collaborazione, per le altre regioni dell’Isola, di amici e di studiosi che rispo-sero volonterosamente all’appello della giovinetta.

Il solo materiale da lei raccolto comprende oltre cento pagine della Rivista delle Tradizioni popolari che si pub-blicava in quel tempo in Roma. «Rievocazioni – com’essa scriveva – di costumi ed usi, tradizioni e passioni, dialetto ed aspirazioni, miscuglio bizzarro di reminiscenze di po-poli dominatori, amalgamate alle tradizioni e agli usi nati spontaneamente fra gli indigeni»; ed a cui aveva premesso come epigrafe queste parole di L. Tolstoj: «Le espressioni popolari usate sole non hanno nessun valore, ma collocate a proposito colpiscono per la loro profonda saggezza».

Quest’intimo contatto col popolo, per cui poté risalire al suo spirito primordiale e penetrare il senso arcano delle ve-rità, tramandate dalle antiche generazioni sotto il velo in-distinto dei simboli, valse a darle modo di ritrarre con sem-pre maggior comprensione i caratteri essenziali della sua terra e dei suoi abitanti.

Primo ciclo letterario.

Ma una tale immane fatica non distoglieva la giovane scrittrice da altri lavori nel campo narrativo ch’era quello da lei preferito.

Sono di quel tempo i Racconti Sardi, èditi dal Dessì di Sassari, e La Regina delle tenebre dall’Origlia di Torino, che, per la scioltezza della forma e per la efficacia rappresentativa delle figure, mostrano nella narratrice – fuori oramai del tutto da ogni influenza puramente imagi-naria e libresca – la potenza realistica di creare la vita, e l’arte di drizzare in piedi, nella loro salda e compatta ossa-tura, i personaggi del dramma. Un mondo in cui l’uomo vive la sua propria vita di passione e di tormento, fra gioie penosamente conquistate. Tutto ciò espresso in una forma, che se pure risente ancora una certa indecisione letteraria, ha però una pura freschezza e come un piacevole sapore di poesia agreste e selvatica.

Questo ciclo letterario della giovanissima Grazia, si con-clude nel 1895 con Anime oneste, romanzo di bontà e di dolcezza, oasi di pace e di serenità fra tanta ardenza di pas-sioni che hanno infiammato quasi tutti i precedenti suoi li-bri. Basterà ricordare la lettera prefazione di Ruggero Bon-ghi, in cui sono accennati i caratteri fondamentali che se-gnano queste nuove pagine, per vedere quanto il loro con-tenuto diversifichi, per lo spirito che lo anima, dall’altra produzione precedente. «Son davvero anime oneste quelle che Ella ritrae. Fanno quello che tutte del loro grado e di eguale bontà d’animo sogliono fare. Non hanno nella vita né grandi entusiasmi, né grandi disperazioni. Non trovano né cercano fosse in cui cadere. Esercitano virtù inutili. Non sono dilaniate né da odi né da invidie. il libro è scritto come la gente per bene parla: ma scritto modernamente, come moderna è la gente che vi udiamo parlare». E l’insi-gne uomo concludeva: «Addio, cara fanciulla, e si ricordi, finché viva, di questo vecchio stanco, cui sorride il tramon-to quanto a Lei sorride l’aurora». Caro saluto di uno spirito veggente, da cui la giovinetta trasse nuovo stimolo per l’indefesso lavoro! Certamente neanche in questo romanzo l’arte del la scrittrice ha raggiunto la sua efficienza. Ab-bondano le parole e le costruzioni dialettali e le minuzie particolaristiche. In compenso vi è la viva rappresenta-zione della famiglia sarda, di una certa condizione sociale, con i piccoli drammi intimi che si risolvono nella cieca fe-deltà dei doveri domestici e con sentimento di sommis-sione ai propri congiunti. Certi motivi, certe notazioni, certi scorci, pieni di finezza, rivelano la progrediente virtù della narratrice, che sa scrutare nei cuori.

Ma l’ambiente in cui si svolgono le scene del racconto non è quello che si confà alla sua natura e alle sue tendenze di artista: essa non ama posare lo sguardo su le classi elevate o muoversi in case signorili, bensì stare a contatto dei suoi contadini e dei suoi pastori, e delle loro donne; e seguirli negli aspri dirupi montani o nelle umili casette, ai margini delle brulle pianure. E ritorna alla prediletta rappresenta-zione di questa vita rude e travagliata del suo popolo.

«Non mi piace inventare – scriveva alla diletta amica So-fia Bisi-Albini – sciocche storielle di amoretti che fini-scono sempre nel matrimonio; ma se scrivo storie di gente quale incontro nella vita, e, cioè, più malvagia che buona, lo fo con la ferma convinzione di far opera di moralità, condannando sempre il male».

E così anche in questi sfondi grigi, essa trova il modo di infondere, per attenuare l’ombra del male, non pochi mor-bidi chiaroscuri di bontà e di sentimento: la colpa delle sue creature ha, il più delle volte, una sua grandezza che supera la comune valutazione che ne fa la società: e di fronte alle anime malvagie, altre ne sorgono nei suoi romanzi, cir-confuse di luce e mirabili per profondità di passione, per nobiltà di azioni, per grandiosità di sacrificio, in esalta-zione sempre della rigida tempra di una schiatta generosa.

Si può dire che l’opera sua ha anche un’importanza scien-tifica come valore documentario per il psicologo futuro e il sociologo, che potranno ricorrere ai suoi romanzi, come a fonti ineccepibili, col ritorno alle origini per la ricostruzione storiografica folkloristica di un’epoca già tramontata e di tradizioni agonizzanti di fronte all’avanzare della civiltà, che, nel suo inesorabile cammino verso l’avvenire, è di-struggitrice di molti dei segni e delle forme del passato.

Intanto l’aurora sorride veramente alla giovine scrittrice: col viatico della vaticinante parola del critico insigne, essa continua l’ascesa, sempre più fidente e più sicura. La sua produzione narrativa raggiunge la massima intensità, con molti nuovi romanzi, La via del male, Le tentazioni, L’Ospite, in cui essa ritorna di nuovo dentro i confini del prediletto mondo primitivo. L’opera sua riscuote plausi e consensi: la critica riconosce le sue salde e sostanziose doti di narratrice: i suoi libri vengono tradotti in molte lingue. «Essa rende più d’ogni altro scrittore l’anima della Sarde-gna in quanto ha di più poetico e di più geniale» diceva di lei un valente critico. Affetto filiale per la sua terra, che ebbe echi e riverberi di simpatia in infiniti cuori lontani, e ai quali essa apparve incisa, nell’aspra superficie, dai segni d’una potente plasmazione. La giovinetta cammina sulla traccia della gloria.

La piccola poetessa.

Un altro aspetto meno noto, benché altrettanto interes-sante, della vita intellettuale della piccola Grazia, è quello che riflette l’ardente passione poetica da cui fu sovrap-presa nel periodo della sua fanciullezza.

Pochissimi hanno rievocato questi primi tentativi poe-tici: qualche accenno vi è qua e là nei suoi biografi, ma così alla sfuggita; la giovine poetessa non è ricordata, i suoi versi non sono conosciuti: li ha ben dimenticati forse la stessa Autrice, la quale, come si vede dalle sue lettere agli amici, mentre si intrattiene volentieri e confidente-mente su ciò che fa e su tutto ciò che scrive, non accenna mai a questa forma della propria attività letteraria.

Troppi sogni fiorivano nella sua fantasia e troppi motivi di ispirazione erano chiusi nel vivo della sua anima perché la fanciulla non sentisse il bisogno, sprigionandoli e dando loro libero volo, di meglio abbellirli con la cromatica ed armoniosa attraenza dei ritmi.

Quetate le straripanti raffiche della scuola realista, il clima poetico del tempo era diventato propizio agli evane-scenti accordi d’un intimismo idealistico: non era possibile che la piccola Grazia, la quale, essendo pur molto rifles-siva, aveva un’anima a sfondo fantastico e sentimentale, si sottraesse a questi influssi; ne rimase quindi invescata, ed effuse la piena dei suoi vergini affetti in suoni d’arpe ro-mantiche. Ma la sua arte era ancora troppo immatura e la metrica troppo incerta, perché l’esplosione emotiva po-tesse avere, col legame delle sillabe numerate, un’adeguata efficienza plastica e una compiuta scioltezza di timbro e di espressione.

Non è il caso di soffermarci in un esame specifico e par-ticolare di questa poesia: basterà dire che per lo più essa esprime i segreti turbamenti, le timide ansie, le nostalgiche aspirazioni d’un’anima sognante. In qualcuno di questi componimenti, ad esempio in Notti di Primavera, in La via dei Sogni, in Noi, in Triste notte, in Alto Meriggio tra fini e delicate note, quasi di flauto agreste, la sensitività della fanciulla si espande in accenti di tenerezza che, come nel suo, in ogni giovine cuore di donna accompagnano il na-scere delle istintive aspirazioni sentimentali: sono idilli imaginari quali si possono sognare a diciassette anni, per-vasi da una carezzante malinconia e affrescati con una certa fragile grazia e fastosità di colore. Idilli di cui sorri-deva scherzosamente essa stessa: «Faccio con uguale di-sinvoltura un paio di pantofoline e un piatto di cucina nuo-rese. Ho molti innamorati... che non ho mai veduto. il mio futuro romanzo avrà per titolo... Sospiri!».

Ma l’amore del paesaggio, di cui tante manifestazioni erano apparse nelle sue prime prose, si sovrappone anche nella poesia e ne diventa la nota dominante: pubblica così un libriccino di versi, presso l’editore Speirani di Torino, Paesaggi Sardi, in cui sono contenuti quattro poemetti: Paesaggio di smeraldo, di madreperla, di corallo, di gra-nito, titoli coloristici inspirati forse alla moda parnassiana del tempo

L’imagine della natura ch’era penetrata dentro di lei, con tutte le infinite sfumature, qui, pur nel chiuso àmbito del verso, è, in genere, riprodotta con troppa esuberante gam-ma di colori: non manca però qualcuno di quei sobri toni d’ombre e di luci, che più tardi, nella loro precisione deco-rativa, daranno alle sue pitture di paesaggio finezza e soli-dità plastica e chiarezza lineare di disegno.

In Paesaggio di granito si manifesta la «veggente ani-ma» della forte giovinetta: «mentre imagina di ascendere al vertice del monte e le sorridono nell’azzurro perlato dello spazio le adorate terre dei suoi sogni, sente l’im-menso gaudio dell’infinito, e intravvede l’altezza ove brilla il fulgore d’una fiamma ».

«Sarà cosi la gloria?» si domanda la affascinata fan-ciulla. – È verso questa luce che tende sempre il suo spi-rito. La solitudine in cui vive non la sgomenta: la sua pic-cola casa è una magione dorata dove le fate spargono a piene mani dai loro cestelli le perle dei sogni. La sua esi-stenza è chiusa dentro il breve cerchio dei monti, ma la sua fantasia spazia in terre lontane, nei cui cieli l’aquiletta po-trà aprire le ali per tentare il gran volo.

Luce di felicità e di gloria.

Ma oramai la giovine poetessa, presa tutta dall’impeto di narratrice, si stacca poco per volta dai fioriti sentieri poe-tici: e qui finisce definitivamente la sua produzione lirica, quella almeno resa pubblica a mezzo della stampa, perché non è da credere che avesse detto a sé stessa il «claudite rivos» mentre i prati fioriti della poesia non avevano an-cora bevuto abbastanza. Aveva anzi scritto poco prima all’amica Sofia: «Sto meditando un volume di poesie e tu mi aiuterai a farlo accogliere dal Treves: il delitto, spero, mi sarà perdonato per la Giustizia, il romanzo serio e triste che uscirà quest’altro anno».

Forse però dentro i ferrei confini del verso la sua fantasia si trovava a disagio: ai motivi quasi esclusivamente paesi-stici e sentimentali, su cui erano ordite le sue poesie, essa voleva, in forma più libera e più ampia, sostituirne altri, attinti alla visione di quella vasta umanità buona o malva-gia, felice o dolorante che era passata sotto i suoi sguardi e le ‘si era fitta nel ricordo con linee incancellabili.

Questo studio e questa analisi delle anime, con il loro sfondo di istintiva sensibilità, richiedevano più aria e più spazio: lo strumento della poesia non era il più adatto per queste penetrazioni psicologiche: d’altronde la poesia, e che poesia!, era oramai per viverla – come giovine sposa – in una reale prossima felicità.

Ma anche nella nuova vita che le si schiude, ella non di-menticherà certamente tutto quanto formò oggetto delle sue idealità: troppo dentro l’anima ne ha confitto il ricordo: la lontananza nel tempo, anzi, come spesso accade, ne ha reso più precisi e più limpidi i contorni e i dettagli.

Ben dice Mercede Mundula: «Se per ogni artista è inde-lebile l’impronta delle prime sensazioni, queste lasceranno solchi tanto più profondi quanto più grande è in essa la virtù di eccitare la sensibilità. In quelli anni inconsapevoli la vita dà all’arte forse la più preziosa sostanza, il terreno che più d’ogni altro nutrirà le radici del miracoloso fiore. Grazia Deledda non ha fatto che scavare in sé per rico-struire col balenante pensiero il mondo d’allora, e se n’é imbevuta sentendolo vicino e lontano ad un tempo, con l’immediatezza d’una cosa viva, con la nostalgia di una cosa amata. Nei suoi profondi occhi di fanciulla quel mon-do si era rispecchiato per sempre».

Ormai l’intento che ci eravamo proposti, Con le presenti annotazioni, e cioè di dar ragione della stampa di queste pri-missime pagine della piccola Grazia, è stato da noi portato a buon fine. Abbiamo fin qui accompagnato la giovine Amica, cogliendo, dagli scritti iniziali e dalla sua bocca stessa, quelle vive voci e quei chiari segni atti a delinearne il congenito carattere spirituale ed artistico, e che possono aver avuto qualche riflesso nella sua opera posteriore: tenui barlumi e riverberi della nascente aurora, poco per volta in-granditi e intensificati, sì da diventare luce chiara e diffusa.

Così dai primi saggi giovanili, dall’ambiente in cui è cre-sciuta, dallo studio del suo temperamento e della sua in-dole, quali appaiono dalla confidente parola, da noi qui raccolta, piena di grazia schietta ed ingenua, senza ipo-crisie e senza restrizioni, si possono trarre indubbi segni di riferimento tra l’espressione iniziale e la successiva forma-zione della sua arte. Ed è pur resa facile l’indagine sull’es-senza costituitiva di tutta l’opera che sorta da umili ed in-certi principi assurse a fama mondiale.

A coronamento del suo intenso lavoro, fatto di luce e di bontà, sopraggiunse il Premio Nobel con il quale si procla-mava esser quella della grande scrittrice «un’arte inspirata ad alti ideali e che descrive, con amore appassionato, la vita della sua Isola».

Fu questo "il sigillo di gloria» che solennemente consa-crò la grandezza e la nobiltà d’un’opera, portata in alto con tanto fervore: ma fu anche il più caro premio che potesse desiderare il suo cuore di figlia, il riconoscimento, cioè, di quel fervido amore che aveva valso ad attrarre, verso l’an-tica terra solitaria, l’attenzione e la simpatia di tutte le genti.

Antonio Scano

Cagliari, 1937.

~VERSI DAL 1887 AL 1900~

SUL MARE

La nostra barca, vagava persa

ne la penombra de l’acqua tersa:

chinai la testa sui tuoi ginocchi

e fra i tuoi baci rinchiusi gli occhi.

Sognai! sognai strani castelli

in riva al Bosforo, nei Dardanelli.

C’era un miscuglio di turchi e indiani,

Bey e Bramini, Scindia e Sultani,

danze fantastiche di bajadere,

di Urì velate con garze nere.

Pareami udire musiche strane

Kémani turchi e trombe indiane,

e negri araldi fra mezzo ai suoni

con voci argentee cantar canzoni.

Pareami d’essere su un’ottomana

di seta assisa come Sultana.

E tu, prostrato ai miei ginocchi,

baciavi i pizzi, baciavi i fiocchi

dal mio vestito color metallo

con guarnizioni di raso giallo.

E intorno e intorno marmi e velluti.

E le odalische suonavan liuti.

E la di dietro del cortinaggio

Che il sol dorava col tremul raggio

Vedea dal Bosforo l’onde frementi

specchiar le rive verdi e ridenti.

Là, dai boschetti di palme nane,

udia inalzarsi preghiere arcane,

a Brama, il forte Dio degli Indiani

ed al profeta degli Ottomani.

Vedea profumi in vorticosi

nembi aggirarsi, molli, odorosi.

Vedea... ma a un tratto tutto scomparve

e suoni e danze e voci e larve.

Alzai la testa dai tuoi ginocchi

e ancor fra l’onde riaprii gli occhi.

La nostra barca vagava persa

ne la penombra fra l’acqua tersa

Lontan lontano per l’aria bruna

sul firmamento salìa la luna.

(Luglio 1887).

Da un quaderno di poesie, tutte autografe, donato dalla giovi-netta Grazia al critico drammatico Stanis Manca. e ora posseduto dal fratello Antonio.

AMO

Amo le lugubri notti d’inverno,

tutto fantasmi, tutto procelle,

notti d’orrore, notti d’inferno

pur tanto belle.

Amo le bianche notti d’estate

tutto misteri, tutto sussurri

notti d’amore, di serenate,

di sogni azzurri!

Piene di larve dei tempi andati,

di dame e fate, di cavalieri,

di brune selve, dagli incantati

castelli neri.

Amo lo stridulo fischio del vento,

e degli uccelli l’allegro canto;

amo de l’albe color d’argento

Il dolce canto.

Amo le storie che mesto narra

su le montagne l’ermo pastore,

amo le dolci de la chitarra

note d’amore!

Amo il levarsi del sole biondo

Dietro il profilo delle montagne,

amo i, silenzio aureo profondo

de le campagne

quando la notte leggera, gialla,

trapunta d’astri stende il suo manto,

quando ogni fiore, ogni farfalla

scioglie il suo canto.

Amo le Chiese severe e belle

piene di marmi, di brune arcate,

de le Madonne con raggi e stelle

incoronate.

Amo le tombe dei cimiteri

di morte avvolte nel cupo panda

che pur tra i fiori destan pensieri

d’un altro mondo.

Amo le stelle dei firmamenti,

mondi, misteri, anime erranti,

Le stelle d’oro. Le confidenti

dei mesti amanti.

Amo il segreto delle boscaglie,

amo le verdi colline apriche,

L’edera avvinta su le muraglie

di torri antiche.

Amo del mesto bruno pastore

notturno il canto che lento fende

Il bosco e narra d’odio e d’amore

sarde leggende.

Amo l’azzurro mio patrio cielo,

amo l’azzurro mare deserto,

di spume argentee, d’alghe da un velo

tutto coperto.

T’adoro, o splendida, dagli occhi ardenti,

arte, di gloria sogno e d’oblio.

Amo il mio simile, amo i soffrenti

amo il mio Dio.

Amo i bambini, amo gli amici

d’amor che santo fa il cor dov’arde,

amo le forti belle e infelici

mie terre sarde.

Ma sovratutto, qui, del mio cuore

nel più profondo segreto interno,

t’amo, o Diletto, d’immenso amore

d’amore eterno.

(Agosto 1889).

Dallo stesso quaderno di poesie autografe.

IL MIO FIORELLINO

Nasce e cresce in un angolo del prato,

del mestissimo prato pien di gelo,

un fiorel1in gentile e delicato

da le tinte dolcissime del cielo:

fratel de la viola, profumato,

sorridente sul languido suo stelo,

povero fior, giacinto ti chiamiamo,

eppur sovra ogni fior, giacinto, io t’amo!

(1888).

ALTO MERIGGIO

Chi dunque la boschiva

pace inonda con questa

musica primitiva?

Non forse lasciò Pane

dai sottostanti pascoli

Le limpide fontane?

E qui, salito innanzi

ai selvaggi orizzonti

memori e vigilanti,

suona ed al lieto, vivo,

fresco qual pura vena,

boschereccio motivo,

intreccia un lamentoso

arabo metro, triste

come un dolore ascoso?

Dolce, traverso gli elci

splendidi, il cielo ha un sogno

profondo. Oh! su le felci

freschissime ed olenti

poggiar la testa, e ai ceruli

sogni, gli sguardi intenti,

ascoltar da lontano

L’ignota melodia!

Il silenzio montano

sembra più grande: tace

persino il nostro cuore

di idillica pace.

Da Bohème Romantica, Cagliari anno I, n. 2, 13 dic. 1889.

DUE NOVEMBRE

(Fantasia grigia)

Genti pie che pregate quando la notte cade,

non pregate pei morti che bevon le rugiade,

che si mutano in foglie, che si mutano in fiori:

non pregate pei giunti, pregate pei viatori.

Emilio Praga

Tra le vecchie pagine del mio libro di preghiere

tra le pagine che gemono le preghiere dei morti,

a cui il tempo ha dato la tinta eburnea

de le sere autunnali,

Lo conservo appassita una piccola viola del pensiero,

Ogni anno nella notte misteriosa dei defunti

Quando i bronzi cantano nell’oscurità procellosa e silente

narrando di pianure sconfinate biancheggianti a la luna,

ove le generazioni da secoli infiniti dormono

nel riposo del nulla, sotto cespugli di rose nere

su cui non trema mai bacio di brezza o canto di allodola,

Lo leggo le preghiere dei morti.

Tu mi apparisci allora piccola viola dormiente

tra le pagine color dell’avorio

e richiami il mistico sguardo de lo spirito mio,

Oh! Nei campi grigi della mia memoria

nei campi pallidi come le pianure de la morte

La tua visione, fior di passati aprili,

un tremito desta di lontani, lontani ricordi.

Attraverso il vaporoso spazio del tempo

tra i barlumi cinerei e vaganti del passato

tu mi rammenti la mano bianca e gentile

che ti pose tra le pagine del mio libro di preghiere.

Ora la mano bianca e gentile

è là nella pianura dei morti, sotto le rose nere,

sotto la luce immobile e cerea de la luna,

ed io penso a lei nella notte dei defunti.

Tu mi ricordi il mio sogno perduto,

o viola, il mio sogno lontano, il mio morto sogno,

Il primo, il sogno ultimo forse de lo spirito mio.

Piccola viola morta, come il primo mio sogno d’amore,

tu sola mi resti.

Loti guardo e penso. E ne la notte simbolica

con l’eco profonda dei bronzi e il singulto dei venti

giunge fino ai grigi silenzi dell’anima mia

una voce che carezza com’ala la mia gelida fronte,

e dona dolcezze di speme al mio pensiero, dicendo:

Piccola Amica, attendi! Dopo i sogni tormentosi de la vita

viene per tutti la realtà del nulla e del riposo...

Ne la notte singhiozzante e misteriosa

Le mie labbra susurrano le preghiere dei morti

ma lo spirito prega per i viandanti ne le lande

della terra.

Da Vita Sarda, 2 nov. 1892.

TRISTE NOTTE

(Da una saga svedese)

Oh! triste notte! ne la valle il vento

urla, e schiantando i rami al suo passar

gemono un tetro canto di lamento,

triste e dolente del mio canto al par...

Su da le rupi la procella impera...

È primavera!...

È primavera, eppure è plumbeo il cielo,

né una stella vi brilla, un raggio sol;

La pioggia infuria, infrante su lo stelo

sparse le rose giaccion morte al suol...

Le rose ardenti ne le verdi aiuole

nate col sole!

Così ne la mia vita oggi s’è infranto

Il cuore e de la speme il roseo fior;

riga il mio giovin volto amaro il pianto,

giaccion sepolti i sogni miei d’amor...

Geme a me intorno il vento degli affanni...

Né ho ancor vent’anni.

Né ho ancor vent’anni, eppure l’invernale

gelo de la vecchiaia sento in sen;

sfumò ogni larva, sparve ogni ideale

oggi dal mio orizzonte ampio e seren.

Come fra i boschi, infuria la tempesta

ne la mia testa.

Tutto, sorrisi, sogni, speme, pace,

tutto mi sfugge e mai ritornerà;

spenta è pur essa del mio amor la face

né dentro il cuore più si accenderà,

per sempre infranto è il fior del viver mio...

oh! sogni, addio!

Oh, sogni, addio! Speranza o fantasia

niuna mi resta. L’aereo castello

cadde in rovina, e in fondo de la via

s’erge or silente e gelido l’avello,

solo l’avello in cui potrò dormire

senza soffrire.

E ben venga la morte. A lungo il cuore

palpitante di fede invan sperò

nel fantasma fatale de l’amore

che sogghignando alfine lo spezzò...

Chiama or la morte nella notte grama,

né invan la chiama!

Né invan la chiama! Ne la valle il vento

urla e sui monti impera l’uragano

È la morte che sorge. A passo lento

ecco ella scende da le rupi al pian...

Cantan le sue canzoni atre e funeste

monti e foreste,

Intendo la ferale poesia

cantata su fra i boschi al suo passar:

è simile al mio canto; de la mia

alma al singulto è disperata al par.

Col dì nel bosco taceranno i lai,

ma in me giammai.

Ma in me giammai non tacerà l’altera

nenia e il rimpianto dei perduti dì,

del mio sol tramontato innanzi sera,

dei ricordi del tempo che fuggì...

sempre il dolore canterà la mesta

cui nulla resta.

E almeno, almeno potess’io scordare

dei miei brevi anni da l’azzurro ciel

le memorie che or gelide ed amare

mi flagellano e rodono il cervel!

Vi rimarran fedeli e tristi scorte,

sino alla morte.

Sino alla morte qui nella meschina

anima il lutto del dolor starà,

alla morte che lenta s’avvicina,

ch’alla mia soglia in breve arriverà,

tornerà allora della gioia il riso

sovra il mio viso.

Ché solo nella morte io spero ancora,

che sol la morte chiamo e non invano

Ecco, ella viene! Al sorger dell’aurora

da la montagna sarà scesa al pian...

Cantano gli inni suoi le rame rotte...

Oh! triste notte!

Da Vita Sarda, Cagliari. Anno 1. n. 16. 25 ottobre 1891.

PERCHE’?

Perché il mio cuore palpita

quando mi stai d’accanto,

e l’occhio ognor ti guarda

come elianto –il sol?

Perché se lungi, l’anima

copre un mantello nero?

Perché ti segue assiduo

del mio pensiero –il vol?

Da Vita Sarda, Cagliari, 19 febbraio 1892.

L’ORA DEI RICORDI

Suona l’ave Maria. Su la montagna bruna

dietro le rupi gelide, fra il tremolante albor,

sale l’argentea diva, la sorridente luna,

a illuminar la valle, a illuminare i fior.

È l’ora dei ricordi, de le memorie care;

è l’ora d’ardentissimi, indomiti desir,

di lagrime furtive, dolcissime od amare,

di voluttà segrete, di palpiti e sospiro

Suona l’ave Maria, Ne la campagna bianca

si spande il mesto squillo del pio ritmo gentil;

vaga nei boschi oscuri il tintinnìo di stanca

greggia che lenta scende dall’assiepato ovil,

col canto lieve come fremito di cipressi

del bruno e innamorato e pallido pastor,

È l’ora degli ardenti baci, dei cari amplessi,

è l’ora dei peccati dolcissimi d’amor!

Ah! se ci avessi l’ale! Vorrei varcare il monte,

Il mare, le silenti plaghe vorrei varcar...,

posarti accanto, un bacio rapir da la tua fronte

dirti che t’amo tanto e poscia…ritornar.

Ombre di minio e viola, nebbie com’oro gialle

fuman per gli orizzonti, su per gli aperti ciel:

susurran versi strani dei pioppi della valle

Le chiome accarezzate dal mite venticel.

Memorie di sorrisi, di lagrime passate,

scintillan nel pensiero sì come sogni a vol;

è l’ora delle meste, antiche serenate,

che gemon nell’azzurro quasi canti d’usignol.

Vieni del mio verone ne la penombra bruna,

vieni tra il mite olezzo dei gelsomini in fior...

vieni, sorride in cielo la tremolante luna...

È l’ora dei misteri, l’ora dei mesti amor.

Da Vita Sarda, Cagliari. 15 maggio 1892.

IDILLIO

Lo son pallida e bruna. Un amor fiero

svela l’oscura mia pupilla mesta,

fredde le mani, candida la vesta,

alta e sottile, il passo ognor leggero.

Lo son di saracino sangue ardente,

ed egli è di gentil sangue latino,

ride negli occhi suoi, dolce, opalino,

Il riflesso dei mari d’Oriente.

Viviam solo di sogni, e benché il riso

mai ci rischiari i pallidi sembianti,

una vita scorriam di paradiso

Lo di lui, ei di me, fervidi amanti.

Da Sardegna Artistica, Sassari, febbraio 1893.

VERTEX

Vorrei lassù, lassù su i monti eccelsi

perduti ne le nebbie occidentali,

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